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| Giovanni Rosadi Note in margine IntraText CT - Lettura del testo |
VIII.
Di lì a un mese avvennero le nozze del marchese di Lambrate con la contessina di Camaiore. Una triste dote arricchì la sposa.
Era il tramonto di un alido giorno d'estate e l'abate camminava pensoso lungo la sponda sinistra d'un rivo chiamato comunemente fossa, che scaturisce dal monte vicino, lambisce la casa che l'abate preferiva per sua solitaria dimora, attraversa l'alta pineta e finisce nel mare.
È pure stupendo, in questo tratto, lo spettacolo della nostra marina tirrena! L'immensa maestà del mare qui cede al lambito del ruscello, l'onda più mite rompendosi nel lido più dolce, tutto ugualmente sabbioso. Il vento forma di quella finissima sabbia continue dune a venti o trenta passi dal mare, che le disfà e le rifà e le semina di aride pagliole, che sono come il ciglio del lido. A pochi altri passi ne comincia la chioma alta e folta, che è la pineta per molte miglia uniforme ma piena d'ombre infinite. Rari e piccoli fiumi la interrompono: e tra questi è la nostra fossa. Seguono poi nello stesso giro alti e marmorei monumenti che chiudono la scena dello spettacolo severo.
A interrompere questa solenne uniformità scende dal più vasto e fulgido orizzonte in su la sera il sole che tramonta. I suoi raggi che dianzi ti infocavano sotto i piedi il cammino sono scomparsi, il suo disco è sospeso sull'estremità visibile del mare senza fiamma e senza luce, fatto del tutto inerte e inoffensivo, come un principe abbattuto, come un duce disarmato. Appena scomparso, il cielo che si confonde col mare verso ponente è cosperso d'una luce che emerge dall'acqua e par che divampi dal fuoco: l'alto mare la riflette, le nebbie ne sono incendiate, le nubi incenerite, l'orizzonte ne è tinto in rosso e dolcemente illuminato. È un astro che cade; ma cadere a quel modo, in mezzo a tanta luce, lasciando dopo di sè oscura la terra, scolorati i suoi oggetti, confusi i suoi animali, cadere dal cielo nel mare, è pure una gloriosa caduta!
- Così cadessero gli uomini - pensava l'abate - dagli apogei scossi, dalle speranze deluse, dalle inique fortune, maestosi come il sole che tramonta! E così morissero, lasciando dopo di sè almeno questo senso di smarrimento e di tristezza! - E intanto avanzava lungo la sponda, verso il mare: poi la ripercorreva a ritroso: quindi ritornava sui suoi passi: poi s'avanzava ancora: finalmente disparve.
All'alba seguente un pescatore di quella fossa si sentì impigliata la lenza a un oggetto che resisteva alla flessione della sua canna: era il lembo di una veste nera. Si gettò a guado e toccò un cadavere: era quello dell'abate.
Quelle acque sono chiamate per ragioni di questo fatto la Fossa dell'Abate([2]). E fino a pochi anni fa era volgare opinione che ci si sentisse. Che cosa non so. Il volgo usa dire così di un fiume, di un bosco, di una casa, per dimostrare che sebbene scettico ha fede nel soprannaturale e per concludere che ha paura. Ma i rari abitatori dell'orrida riva narravano che veramente qui rintronassero al cadere delle tenebre tetri rumori tra gli aridi rami, orribili rombi nelle magre acque, e che nell'ore tarde della sera una tetra figura di abate si aggirasse sul ponte prossimo al mare e poi si perdesse nella caligine silvestre.
Oggi una delle più deliziose e amene passeggiate si stende da Viareggio al Forte dei Marmi, mezza in faccia al mare e mezza tra l'ombra dell'alta pineta. I convogli elettrici e le gaie compagnie e le loro tinte festose ne cancellano ogni indizio di orrore. Non un'anima si raccoglie all'annunzio della fossa, che anche ufficialmente si chiama la Fossa dell'Abate; non un filosofo che passa è preso dalla curiosità della sua storia. Il nome, stampato nei cartelli, negli orari, sulle tessere dei viaggiatori spensierati, ha finito per perdere anche quel senso che serbava di suggestivamente inedito, come una sommessa e misteriosa leggenda. Così passa la poesia del dolore e la pietà degli intimi ricordi.
([1]) Il non disvolere è proprio di chi può non volere.
([2]) Questo Racconto, altra volta pubblicato, è richiamato, a illustrazione del luogo e per spiegazione del suo nome dalle Guide della Versilia. Cfr. Torricelli, Dal Serchio alla Magra, Firenze, 1908; Bianchedi, Guida di Viareggio, Firenze, 1917.