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| Giovanni Rosadi Note in margine IntraText CT - Lettura del testo |
I.
Sono stata dieci anni in prigione. Ma non descriverò un'ora sola delle tante mai che ho contate di giorno e di notte, in silenzio e all'ingrato lavoro, quando il mio cuore era diventato un orologio spaventoso, come quello di un castello incantato.
Il mondo, quantunque sospiri e dica che la vita è breve, non sa che orribile pena sia contare il tempo che gira in sè stesso e vedere struggersi la vita fuori di ogni calore umano, come una luce lasciata accesa in una stanza vuota. Chi si accosta a un camposanto è toccato almeno da un sentimento, che è la pietà di sè stesso al pensiero che un giorno andrà a dormire sotto l'erba alta, bagnata dalla pioggia più che dal pianto; ma chi passa davanti al massiccio cancello di una prigione non è mosso da alcuna pietà, perchè si stima sicuro di non esservi mai rinchiuso.
Non dirò come vi fui rinchiusa io. So che alle vicende di un giudizio che decide di un'esistenza non si annette curiosità maggiore di quella che accompagna una lotta feroce o un caso capriccioso di fortuna. D'altronde un giudizio non è se non la lotta della sventura con tutti i capricci del caso. Ma voglio gridare che non ho portato per dieci anni il ruvido saio a liste gialle e il numero 113 sul petto perchè meritassi il tristo nome di Caina, che mi dettero a undici anni. Non ho versato una goccia di sangue, io; non una lacrima ho fatto sgorgare. Io, sì, mi sono aperte le vene, e me le hanno a mio dispetto richiuse; io ho rotto tante volte in pianto, e mi hanno ricacciato i singhiozzi nella gola gonfia per impormi silenzio; ho cercato per tutte le vie la morte, e me l'hanno sempre allontanata.
Anche quando avevo undici anni rispettavo i miei simili. Ma le mie amabili compagne vollero slargare la cerchia de' miei simili, quando per un errore scusabile di mira del mio fucile mi accadde di ammazzare un ciuco. Allora mi misero nome Caina. Se per lo stesso errore avessi ucciso un uomo, no, non mi avrebbero ribattezzata così. Poi, nel soffiare dentro una canna carica di polvere, quando era accesa, mi feci nell'angolo della bocca un leggero sfregio, che mi dette un'espressione strana, come di ghigno beffardo. Allora le mie amabili compagne, che fino a quel giorno avevano spregiato per invidia le mie labbra tumide e increspate come foglie di rosa, incominciarono a dire che ridevo perversamente.
Io perversa? Caina io? Innocente fu la storia della canna, che era passata di bocca in bocca, prima di schiantare nella mia. Direte che non avrei dovuto maneggiare il fucile; è vero, ma anche le mie compagne lo imbracciavano e tiravano fin'anche sui pulcini. Io no, tiravo alle mosche, a volo. E anche quella volta ne avevo preso di mira uno sciame che mulinava intorno a un rovo in frutto. E poi la mia vittima, che si era spostata d'un salto mentre tiravo, non era Abele. Bensì io amavo quel giovane e bigio somaro, che con i suoi ragli spasimanti e le sue voglie pazienti ci rivelò i primi dubbii d'amore. L'amavo davvero come fratello. Perchè era ghiotto del fieno e non gli toccava che paglia, costrussi col vetro di una bottiglia un gran paio di occhiali verdi e glieli applicai allo scopo di fargli provare l'illusione del fieno. L'illusione ha anche un sapore, diceva una mia compagna di pena, che si cavava sangue e ne condiva l'insipida zuppa del carcere per darle colore.
Il soprannome fratricida e quella smorfia di non so quale acrità formarono il mio destino, fondarono la mia vita. Vi dico che a questo modo e non per molto di più si può finire in prigione.
Quelle due note innocenti mi fecero odiare e desiderare ad un tempo. Ora erano una grazia e un'attraenza, ora una ragione di sospetto e una condanna. - Mordimi, Caina - mi diceva il mio amante - mordimi a sangue, Caina! - Ma ho detto che non ho mai desiderato il sangue, io, e che non ne ho mai versato; e proprio per questo il mio primo amore doveva finire in una irreparabile delusione di me. Perchè i miei denti miti, che preferivano il dolce fico e il tenero pisello alla dura nocciola e al sedano tenace, non mordevano la carne, Lorenzo diceva che avevo natura insensibile come Caino e non sapevo amare. Eppure costui ebbe da me la condiscendenza fino al delitto: altrimenti non sarebbe stata amore. Odiava il rivale quanto diceva di amare me e volle che incendiassi la casa dell'uomo odiato. Io mi accertai bene che non ci fosse nessuno, prima di appiccare il fuoco; ma i miei giudici dissero che una casa destinata all'abitazione val quanto quella realmente abitata, nella misura del delitto. E fui condannata alla lunga pena.
Null'altro dirò della mia sorte, nulla di quella del mio istigatore. Perchè dovrei riaprire la larga piaga fatta cicatrice bianchissima nella lunga inerzia? Nessuno mi renderà mai, neppure con una considerazione di pietà, i dieci anni che non ho vissuti. Ne avevo ventuno quando fui chiusa; mi se ne doveva dare ventuno quando uscii. Ma non fu così. - Quella donna! - mi disse il primo uomo col quale mi occorse di trattare poco lontano dal carcere. - Quella donna!... Ma io c'ero entrata giovanetta e non poteva un periodo trascorso nell'aria persa e senza vita avermi trasformata. Che aveva fatto la giustizia per maturarmi dentro quel serbatoio refrattario a ogni vitalità? Non un esercizio di rinnovamento, non un tramite di redenzione e di speranza mi aveva offerto. La disciplina del carcere è un espediente amministrativo; il lavoro monotono e rude non educa neppure la mano; la parola del cappellano, l'unica voce che si rivolge alle anime in comune, è una sola cura per cento e cento differenti malati; la sua confessione è una rassegna breve e segreta. D'altronde qualunque parola, non incarnata nell'umanità delle relazioni e nel cimento delle prove, non può segnare un solco di virtù attiva e di vita nuova. Quell'opera di misericordia, che si insegna come una pratica corrente, di visitare i carcerati, io non l'ho mai conosciuta. Solo una certa combriccola ufficiale veniva una volta all'anno per domandarci, sotto le orecchie del direttore, se ci piaceva molto quella brodaglia scellerata che ci era ammannita per unico cibo. Ma perchè si punisce così? Perchè si tengono in serbo e non si spezzano e si rifanno gli istinti deformi? Per restituirli alla libertà riposati e pronti a compensarsi dell'inerzia sofferta? Lasciatelo dire a me: è vendetta, quella che si fa della colpa, vendetta di guerra con le sue prede, i suoi ostaggi, i suoi prigionieri; non pacificazione di vinti, non riabilitazione di reprobi.
Io dico ancora che sono uscita dalla prigione avendo ventun anno, già che dieci non li avevo vissuti. Non era questa un'idea fissa, ma una semplicissima verità. È un credito aperto nella vita verso il destino, che ci costringe a spendere tutte le forze, a consumarci nell'attrito di ogni attività; è un credito con la natura, per cui ogni vicenda che non cada a suo tempo è fatalmente riserbata a immancabile compenso. E però vedete zittelle e vecchi scapoli risolversi con tardo rimpianto a licenze oppure ad assetti che avevano pensato di sfuggire fino alla morte. Per questa ragione io sentivo il diritto e il bisogno di vivere dieci anni. Doveva accadere che quelli venienti si sovrapponessero a quelli irrevocabilmente passati e che un certo disordine dovesse balzare da un tale contrasto, ma il diritto e il bisogno erano inarrendevoli.
Non mi ero mai specchiata nel carcere. Non mi sarebbe stato impossibile trovarne la maniera, ma di proposito la evitai. Quando fui libera e potei osservarmi lungamente, mi parve che la mia persona si sdoppiasse in due, l'una profondamente diversa dall'altra, quella del delitto incosciente e quella della coscienza del nuovo stato. E tutt'e due si meravigliavano di loro a vicenda e si guardavano in aria di reciproco rinfaccio; e io mi sentivo come una terza persona sopravvenuta alle due, e parteggiavo per l'antica, che nella sua giovinezza e nella stessa origine della sua colpa mi appariva immensamente più cara, e la difendevo dalla nuova che pareva volesse sopraffarla e togliermela finanche alla vista. È vero che a questa dovevo tutta l'attuale ebbrezza verso l'avvenire, ma in fondo sentivo che ogni mio piacere e ogni desiderio era conseguenza di quella.
La smorfia della mia bocca non ghignava più: credete che la osservai bene. Aveva assunto tutt'altro aspetto. Appianandosi nei nuovi sostrati della carne più matura aveva preso l'espressione di un dolore stanco e di una grande ragione di pietà. Allora mi persuasi che nessuno più avrebbe abusato di me, che nessuno mi avrebbe trascinata un'altra volta a un sacrifizio codardo. Oltre tutto ero bellissima. No, non pensate che mi lusingasse lo specchio; ero veramente bella al confronto di quante incontravo alla luce del giorno. E già, nel mio breve transito nel mondo, più di una voce aveva sospirato al mio orecchio: - che bellezza nuova! di dove è uscita? - Certamente dovevo parere una creatura o una cosa straordinaria, venuta di lontano, da un luogo di sogni e di delizie, forse dalla scuola delle grazie, e non dell'ignominia. Ero pallida come di color d'avorio; ma le mie forme avevano un'esuberanza spontanea, nativa, come non avessero mai patito prigionia di cilizii, usi in libertà. I miei capelli erano prolissi e ribelli, come non avessero mai obbedito a disciplina, e io mi affaticavo a cercarne un assetto grazioso ma tale che non si scostasse troppo dalla prodiga naturalezza; e quando, nuda davanti alla spera compiacente, avevo finito quest'unica cura d'arte intorno alla mia bellezza, una voce mi diceva di dentro: chi scioglierà questi capelli?
Le lodi si moltiplicavano su' miei passi e negli incontri necessari. Alcuni laudatori che poterono avvicinarmi erano veramente cortesi e promettenti, ma erano uomini maturi, e non mi fu difficile lasciar cadere quelle lusinghiere dimostrazioni. Io facevo conto di avere ventun anno, ricordatelo, e non avrei mai ascoltato se non un uomo di questa età, per non deludere la mia ostinata persuasione. Negli audaci colloqui del carcere, in quella fetta di terra e di cielo che si dice destinata all'aria avevo sentito far l'elogio dell'uomo maturo, come più sapiente in amore e più tenace nelle sue imprese, e preferire le cicatrici avventurose alla ingenuità fanciullona e impacciata; ma io non avrei mai ceduto a nessuna esperienza l'intimità della mia inclinazione.
Fui sul punto di diventare ricca in un tratto e salva da ogni pericolo. Fu per l'offerta di sposarmi, che mi venne da un invidiato mercante che aveva case in città e in campagna, che era buono e innamorato, ma aveva quarant'anni. - Giusto l'età che si confaceva alla tua - direte voi. - E direte bene; ma io non dissi così. E quando, colmo di baldanza e di fede il petto, tornavo a riannodare la mia chioma ribelle, una voce mi ripeteva di dentro: - chi scioglierà questi capelli?