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Giovanni Rosadi
Note in margine

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III.

 

Abbandonai la lotta inutile e mi avviai verso le ultime case del paese, per la strada donde ero venuta. Ma voi capireste, anche se io non lo dicessi, che non potevo allontanarmi senza qualche altro sfogo. La mia bellezza era ormai proclamata dalla Pilucchia; e la sua parola valeva bene l'eternità di una lapide, più di quella del palazzo bruciato; ma di fronte a qualcheduno non mi bastava di essere rappresentata soltanto dalla fama e dall'immaginazione.

In una di quelle ultime case si era maritata, poco prima dell'incendio, una delle più intime mie amiche, la Verrocchia. Mi ci avvicinai. Erano sulla porta quattro bambini scalzi, laceri, mocciosi, che intorno a una seggiola rovesciata allestivano la partenza della Posta. Domandai al più grande, che faceva da cavallo:

- C'è la mamma?

Benchè avesse in bocca una canna con due nastri che facevano da briglie, lo avevo riconosciuto, alle gote sporgenti e alle orecchie staccate, per il legittimo prodotto dell'amica.

- Mamma, ti vogliono - gridò il cavallo senza guardarmi; e partì con la Posta.

Comparve la mamma, grassa, disfatta, trasandata, che nel vedermi gridò subito:

- Caina! Lo dicevano che eri in paese. Sei proprio te? Sei stata a rivedere tuo padre? Lo hanno detto. Come stai bene! E che bella signora sei!

Forse per questo non mi dette un bacio mi porse la mano. Bensì l'aveva così sudicia! Risposi che avevo visto mio padre e ci eravamo abbracciati con tanto piacere.

- Non ti trattieni da lui?

- Poco.

- Ma siediti, Caina. Sai, ti chiamo anc'oggi così perchè ti lasciavi sempre chiamare così..

- Mi sederò, ma fuori. Qui non c'è posto e fa caldo.

E io mi sedetti fuori dell'uscio, lei al di dentro. Questa casa era dalla parte opposta ma a brevissima distanza da quella di Lorenzo, il mio amante. Con sottile cautela feci che il discorso cadesse sopra di lui.

- Ah quello - cominciò a svesciare la Verrocchia - quello fa i suoi comodi. Dopo averti sacrificata a quel modo prese una donna del Poggio con un sacchetto di scudi, brutta, spilungona, con certe costole come quelle di San Girolamo della chiesina, ma perbene, sfido io! Sta sempre in casa coi figlioli e non tratta con nessuno, perchè dice che noi non siamo gente civile. E si è accasata proprio con la peggio canaglia di quanti siamo! Sai, tutto il paese lo dice che la grullarella a fare la baldoria alla casa di piazza fosti te, ma la spinta e magari i fiammiferi te li dette lui. Ma te facesti la sciupona col prenderti tutta la broda adosso e lui fu salvo. E poi è nato vestito. Ora ha anche il cavallo; anzi esce ogni poco di casa e va nella stalla accanto; non vorrei ti vedesse.... Sarebbe bene che tu venissi dentro.

Non pensate, non mi mossi. Ero venuta qui apposta e tenevo d'occhio quella porta che conoscevo così bene. La Verrocchia osservava maravigliata il mio abbigliamento di buon gusto e diceva:

- Sei diventata ricca, in prigione.

- Certo, ho ritirato alla porta del carcere il deposito intatto della piccola parte che mi toccava sul lavoro di dieci anni. E mi basterà per vestire e campare almeno un anno.

- E come sei elegante!

- In quattro mesi passati in città ho fatto l'occhio alle novità del giorno. Il resto è fattura della mia mamma. Non ti pare effetto della mia figura?

Ma l'amica insisteva più volentieri sull'abbigliamento, quasi mi appartenesse meno; ne toccava ogni piega, ogni nastro, e esclamava:

- Ma che trine! e che veli! Caina, sei vestita di nuvole. Come vola, questa sottanina corta! e come finisce bene questo scollo! O queste calze trasparenti? Lo stesso che aria! Se non fossero codesti scarpini lucidi che accecano, tutti direbbero che sei mezza nuda. Davvero, Caina, ci hai poca roba adesso, ma quella poca oh come è bella!

Io ascoltavo la lode dell'antica compagna come una palinodia della mia triste giovinezza. Cercai di avviare la conversazione verso la fonte di altre notizie. Vi dissi che la casa incendiata apparteneva al rivale di Lorenzo. Quel giovanetto si era rivolto a me prima di lui, e però non potei secondarlo, tanto più che la sua famiglia non era contenta della scelta. Ma l'innamorato insisteva nella sua passione, smaniava sotto la mia finestra, nella strada degli ontani, in chiesa, e faceva a Lorenzo ogni sorta di provocazioni coperte. Di qui la vendetta.

- Anche la famiglia del palazzo bruciato - riprendeva la Verrocchia - non lo può vedere, quel volpone . Dopo il bruciamento voleva che pagasse i danni, ma per via del processo che lo mandò libero non pagò mai nulla. La famiglia si ricattò con la vendita del terreno al municipio, che ci fece le scuole. Ma Lorenzo odia sempre Millo come il giorno che gli desti le pere per via di lui.

- E non ha altro da fare, Millo?

- Sta con sua madre nell'altra casa di famiglia, alla chiesina di San Girolamo, e traffica in grano.

La porta di Lorenzo non si apriva. Era mezzogiorno. E se lui non è in casa, io pensavo, non uscirà a quest'ora, a meno che non pensi al governo del cavallo prima che a . Finalmente la porta si aprì e venne fuori un uomo che si avviò alla stalla. Nell'accostarsi al portone fu colpito dalla presenza di una forestiera elegante su quell'uscio affumicato, perchè, aveva ragione la Verrocchia, io ero elegantissima. L'uomo dette un giro di chiave e mi guardò, un altro giro e mi guardò di nuovo. Stette dentro poco tempo e quando uscì mi fissò più a lungo, chiuse il portone e rientrò in casa. Di a poco vidi aprirsi una mezza finestra e apparire cautamente due faccie adossate che si volgevano verso di me. Una era dell'uomo della stalla, l'altra di Lorenzo. Io accavalcai i ginocchi e seguitai a conversare con stentata disinvoltura, ma dovetti dire cose strane, perchè l'amica mi interrompeva domandandomi:

- Sarebbe a dire? Le galline con le ghette? Le tarantole alla finestra?... O che storie mi conti?

In verità la seggiola tremava sotto la mia persona. Bensì era così sconquassata e chi sa quante corse aveva fatto con la Posta! Vidi schiudersi un'altra finestra e sporgerne il capo enorme e mal pettinato di una donna. Allora cominciai a dondolarmi sulla seggiola, a rischio di farla in pezzi, intanto che seguitavo a parlare e gestire più enfaticamente. E l'amica m'interrompeva:

- Ma che dici? Sogni?

- Si - risposi nel ricompormi - volevo raccontare il sogno che feci l'ultima notte in prigione.

Intanto tornava la Posta dei ragazzi, col cavallo interamente sbrigliato e uno dei postiglioni ferito. L'amica ebbe un gran da fare: frustate al cavallo, improperii ai postiglioni, sputi, e ragnateli sulle ferite nei ginocchi del più piccino. Ma io non cessai di tener d'occhio quelle finestre, finchè non vidi che tutt'e due si chiusero e che anche le imposte furono sbarrate. Non uno spiraglio indiscreto, non un ultimo indugio di Lorenzo. Anche questo desiderio di sfogo doveva finire così. Io salutai la Verrocchia, la quale abbozzò un timido invito a mangiare la minestra con lei. Ringraziai e ripresi la strada verso il centro del paese, quantunque l'amica mi ripetesse più affettuoso l'invito via via che mi allontanavo.

Era mezzogiorno; e la veglia, il cammino, le tante e veementi emozioni mi facevano sentire il bisogno di sostentarmi. Le case erano chiuse e ne veniva fuori un alternare di voci che parevano festive, un cozzare di scodelle con quel suono particolare del concavo che le distingue dalle altre stoviglie, e io provavo un senso di invidia confuso con l'appetito. Vidi un'osteria che a' miei giorni non c'era e vi notai un coltellinaio che teneva sul desco la sua lucente cassetta aperta a squadra, una merciaia che sedeva accanto a una montagna di nastri e fusciacche d'ogni colore, e un'altra donna senza carattere professionale. Mi parve conveniente, entrai e sedetti. Però non avevo notato un prete che era in piedi presso il banco dell'oste e ritirava del denaro. Nel riporlo si rigirò e mi vide. Fece prima un atto di curiosità, poi d'intelligenza affabile e bonaria. Io mi alzai e piegai il capo per salutarlo; quegli mi passò davanti per uscire, inchinandosi verso di me e levandosi il cappello.

Fu lunga la minestra che avevo chiesto, sia nel farsi attendere che nel lasciarsi pescare. Poi presi quel che mi dettero. I commensali ciarlavano in vario senso. La merciaia diceva che le donne di questo paese non hanno gusto, tutte preferendo il verde al lillà, mentre che perfino i lumi da notte oggi si velano di lillà e non di verde, che è il colore degli spedali per gli occhi. Il coltellinaio aveva attaccato discorso con la donna senza carattere professionale, che ripeteva spesso di essere milanese; e vantava la sua mercanzia come vilia ma eccellente perchè di Scarperia. La milanese non intendeva e quasi si adontava:

- Roba di forbici e di coltelli della scarperia?

- Prego - diceva il coltellinaio - di Scarperia.

- Fa lo stesso - insisteva la signora. - Insomma di un calzaturificio.

- Ohibò! di una fabbrica rinomata da più di mill'anni, che lavora le prime forbici del mondo. Ogni donna di garbo ne tiene due o tre paia in casa per tagliare tanto il panno da inverno, la juta, la tela greggia, quanto la seta, le unghie e il pelo.

Io mi astenevo dall'intervenire, anche perchè la merciaia aveva avviato una dotta dissertazione sulle trine e minacciava di farla cadere nel confronto tra le mie e le sue. Per finire chiesi dell'uva e la succhiai come il petto della madre pensando che era frutto della mia terra, quando entrò nell'osteria un giovane sui trent'anni. Girò gli occhi inquieti e già disposti a cercare, li posò un istante e intensamente sopra di me e andò al banco della bottega per farsi mescere del vino. Nel bere lentamente mi guardava dall'alto e io gli rispondevo con sguardi brevi e umili come dicessi: ecco la donna; che vuoi dirmi? perchè mi guardi? per avvilirmi o sollevarmi? Il giovane era smarrito, non ritrovava i gesti e i movimenti naturali, diceva parole insensate all'oste, si rigirava, pareva non sapesse neppure dove metteva i piedi.

Non ebbi più dubbio. Era venuto per me, i suoi occhi inquieti e già disposti a cercare non cercavano che me, e certamente era accorso alla notizia della mia presenza, risaputa dal suo vicino di casa, dal buon prete che mi aveva reso il saluto generoso, perchè quegli era il cappellano della chiesina di San Girolamo: e dianzi la Verrocchia aveva detto chi ci stava, accanto a quella chiesina. Voi avete capito che il giovane era Millo, il rivale di Lorenzo.

Non mi parve conveniente trattenermi. Pagai lo scotto e uscii in direzione della Verrocchia. Bensì nel mio disegno io non ero diretta alla casa dell'amica e nemmeno all'uscita del paese col proposito risoluto di allontanarmi. In verità non avevo alcun disegno definito e camminavo istintivamente, dovrei dire: del mio passo. Intravedevo a distanza quella casa contigua alla stalla e qualcuno che vi era davanti, ma non sapevo se era fermo Lorenzo, come non sapevo se Millo mi seguiva. Ma voi non mi fate una domanda che in quel momento io facevo a me stessa, perchè non saprei oggi, come non sapevo allora, ritrovare una risposta: avrei preferito che Millo fosse dietro la mia pesta oppure che Lorenzo fosse davanti alla sua casa, supposto che l'uno e l'altro fossero ugualmente disposti ad avvicinarmi?

Voi condannerete questa mia ambiguità di spirito. Ma voi conoscete le situazioni semplici, ancorchè angosciose, e ignorate quelle che si attorcono intorno all'anima come il turbine alla sua spira. Voi non sapete che ìmpari lotta sia la difesa della donna costretta non a scegliere la sua sorte ma a dominarla. L'ambiguità era tra la spietata successione delle mie vicende e la brusca attualità di desiderii e di bisogni che alla loro volta erano in pieno contrasto tra loro. Io desideravo in Millo, che pareva offrirmela spontaneamente, la prova clamorosa della generosità e del perdono col suo ravvicinamento, desideravo il frutto della lunga fedeltà del suo amore, che avevo posposto al dominio brutale e al delitto, infine desideravo la continuata dolcezza de' suoi occhi, che dianzi guardavano senza un velo di rigore al di de' miei dieci anni perduti. In Lorenzo secondavo un bisogno di giustizia e umanità, cercavo una conseguenza, una ripresa del passato tragico per vederne spicciare una lacrima di riconoscenza, un gemito di verità, cercavo uno sfogo al dolore e al sacrifizio che avevo sostenuti sola e dimenticata per lui. Millo portava in seno, con tutte le illusioni e le cieche speranze, l'avvenire ricongiunto al passato con un arco sottile di ricordi; Lorenzo serbava in il mio passato intero e profondo, tutta me stessa, i segreti della mia passione, il fiore della mia purità; io ne portavo le impronte e il ricordo ricalcato per tanti anni in un pensiero solo. Ora condannate l'ambiguità del mio spirito.

 

 

 




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