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Giovanni Rosadi
Note in margine

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IV.

 

Già distinguevo la casa della Verrocchia e quella opposta. È strano: credetti di riconoscere l'uomo che vi era davanti, ma non già al suo aspetto attuale, bensì al ricordo di quello di un giorno, che oggi era profondamente mutato. Procedevo come su una via tracciata per i miei passi, tanto che mi pareva si alternassero da , fuori della mia volontà. Oramai non rimaneva più dubbio: l'uomo era Lorenzo.

Ero a tale distanza che se lo avessi chiamato senza alzare la voce sarei stata udita. Costui guardava dalla parte opposta come aspettasse di qualcheduno. Ad un tratto si voltò. I nostri occhi si incontrarono, fissi e penetranti come due stili i miei, contorti al primo urto e ambigui i suoi; gli uni e gli altri si misurarono in un massimo sforzo; i suoi cedettero. Egli entrò rapidamente in casa, e io vidi bene, nel passare davanti, che la porta era chiusa, perfettamente chiusa. La mia strada non aveva più traccia; io la continuai ciecamente. Dianzi mi si offriva una scelta tra due desiderii e due fini; ora che ne era fallito uno mi pareva che non ne avanzasse più un altro. E però non mi voltai indietro per vedere se Millo mi seguiva.

Lo stallatico dove ero scesa la notte era sulla mia strada, distante un chilometro dalle ultime case; e ora percorrevo questo tragitto. Il viale degli ontani, che incominciava fuori del paese, il trivio, dove il viale terminava con la bottega del bottaio da una parte, il ponticino più avanti con i due muriccioli, abitato dai sogni serotini paesani sopra e sotto, il solitario cipresso a due passi, cantorìa di usignoli in gara di amore con noi ragazze, tutti questi aspetti delle cose d'intorno, interrogati sulle traccia dei ricordi, mi apparivano muti, inerti, ridotti in disuso, come se nessuno più rifacesse nelle sere di festa e nelle notti scure il viale alberato, nessuno si fermasse al trivio aspettando e motteggiando, nessuno sedesse sul ponte o ne scendesse al di sotto in ascolto del cipresso canoro. E camminavo con un senso di morte nel cuore, senza il desiderio di dire addio a quei luoghi, che non rispondevano a nessun sentimento, a nessuna voce.

Il mio vetturino, come mi vide comparire allo stallatico, buttò sulla panca le carte da gioco e si mosse col compagno verso il cavallo ruminante alla greppia, dicendo:

- Attacco subito.

Ecco che la risoluzione di partire, anche se non fosse stata definitiva e irrevocabile per parte mia, era dichiarata da lui. E partimmo. Il barroccino a due rote mi faceva acconsentire alle flessione e agli slanci del cavallo in corsa e spezzava il mio pensiero spargendolo nell'aria trinciata dalla velocità, riversandolo sulle ultime impronte dei ricordi. Di a poco la mia mente era vuota, come se il vento avesse preso il posto delle mie meditazioni. Credo che per un'ora viaggiai così, finchè non appresi il rumore di un veicolo che avanzava dietro di noi. Badate che io non vesto di immagini finte il mio racconto; vi dico che alla carriera garosa del cavallo di dietro, al suo scalpitare irrequieto che risentiva di una passione umana, io ebbi la perfetta impressione di essere inseguita.

Mi voltai a sinistra e vidi un giovanetto seduto accanto a chi guidava, sorridente per espressione della vittoria di averci raggiunti; mi girai con certa ansia a destra per osservare il vero vincitore. Chi mi inseguiva? Chi poteva aver ragione d'inseguirmi? Millo.

Allora la mia mente ricominciò a farneticare. Quella sorpresa ne riempiva il vuoto, ma vi rinnovava il recente contrasto tra i due desiderii, di essere avvicinata dall'uno o dall'altro, come non avessi oltrepassato invano la casa che si era chiusa alla mia presenza, e mi faceva ancora sentire il dubbio della scelta, quasi non si fosse ora risolto da . Il mio barroccino si fermò alla stazione e io ne discesi; si fermò di a poco l'altro e ne discese Millo. Il mio vetturino e il giovanetto sorridente della vittoria rivoltarono i cavalli verso via percorsa.

Alla stazione erano quattro o cinque persone in quel vario atteggiamento che è dato dalla particolare ragione del partire. Come avrò dovuto atteggiarmi io che venivo da così contrastate emozioni ed ero nell'ansia di una nuova? Mi sedetti accanto a una donna, circondata di panieri e fagotti e che mostrava una grande tristezza. Mi disse che andava a trovare una figliola in pericolo di vita e che quel suo svariato bagaglio era destinato a sei nipoti, sulla cui sorte piangeva immaginandoli già orfani della mamma. Millo andava e veniva dal piazzaletto della stazione al finestrino dei biglietti, che non era ancora aperto. La povera donna continuava ne' suoi sfoghi informando me, proprio me, che il suo genero era in prigione.

- Ci pensate? - singhiozzava - con una perla di donna come la mia figliola, tutta casa e faccende, con sei angiolini, farsi buttare in prigione! Una famiglia perbene come la nostra, che non ha mai visto un tribunale, avere un parente galeotto! Gesù! Gesù! Meglio morto! E ora invece sarà già morta lei!

Millo ripeteva le sue passeggiate al finestrino; l'infelice donna raccontava la storia del delitto. Mi pare che la scena fosse un'osteria, la vittima un rompicollo, la causa di tutto la birra alternata col vino. In quella il finestrino si aprì. Millo, che vi era davanti, dette la precedenza a una contadina, poi a un vecchio; si avvicinò la povera donna e io dietro a lei; lasciò il turno anche a noi.

Non so ridire come io proferii il nome di Firenze, il luogo di mia destinazione; se in tono da essere udita da Millo oppur no. A Firenze avevo passato il maggior tempo della pena, vi avevo fermato la dimora dopo la liberazione, e ora vi dovevo ritornare. Non dico qual era il viaggio che dovevo fare quale la stazione donde ora partivo perchè desidero che ignoriate il mio paese natale e non ricerchiate le tracce della mia storia. Salii in un compartimento dove erano due altri viaggiatori; non vidi dove salì Millo e neppure se salì.

Era ormai sera, quando a una prossima stazione uno dei viaggiatori del mio compartimento discese e apparve sull'uscio dal corridoio comunicante la figura di un uomo, che si sedette dalla mia parte, in faccia al viaggiatore che era rimasto raccolto in un angolo e dormiva. A un tratto ebbi una strana impressione: che venissi meno e affondassi nel mio posto e che qualcuno mi fosse accanto e mi toccasse per soccorrermi. Come presto mi riebbi, mi accorsi che il nuovo viaggiatore si era addossato a me, aveva preso una mia mano nelle sue e mi parlava all'orecchio.

- Vanna - mi diceva - ti dispiace che ti abbia seguita? Non vuoi che ti accompagni?

Mi par di ricordare che replicai più volte: ma perchè? ma perchè? Ricordo bene che avrei voluto reagire con una schermaglia di maggiore apparenza, con accento forte e sdegnoso, e che mi ritenni per timore che il viaggiatore si svegliasse e mettesse fine all'assalto. E così per una circostanza estranea e accidentale, dovuta a un uomo che dormiva, io detti alla ventura un andamento diverso dal conveniente e la affrettai.

- Io sono tutto per te - susurrava Millo - come non siano passati tanti anni, come nulla sia mai successo. Non ti basta questa prova? Chi te ne ha data un'altra? Chi è venuto a cercarti in paese?

In verità questo argomento mi ritrovava la parte più sensibile nelle mie impressioni della gita. Pure dovetti confutarlo col fargli considerare lo scandalo che sarebbe caduto sopra di lui, il ricordo incancellabile del mio delitto, il suo danno, l'odio che si sarebbe riacceso nel rivale innominabile. Non ero sincera, perchè per appunto queste considerazioni mi facevano grata e seducente l'offerta. Infatti lo scandalo del paese sarebbe stato il mio trionfo, il perdono dell'offeso la mia riabilitazione, anzi la vera sentenza della mia condotta, l'odio geloso di Lorenzo la più grande mia ebbrezza. Millo sempre più mi stringeva di fianco e chiedeva un bacio in pegno del mio assentimento.

- Non facciamo i ragazzi! - mi limitavo a dire. E accennavo al viaggiatore per avvertire che si poteva svegliare; ma era evidente che non si sarebbe svegliato. Il cappello sugli occhi, il bavero fin sopra gli orecchi, ripiegato il corpo in tre o quattro pezzi, era come affondato nel suo sonno melodioso. Millo non se ne dava soggezione e mi circondava tutta della sua carezza e mi sfiorava il viso e il collo delle onde calde del suo respiro appassionato.

- Sei bella, Vanna - mi diceva - più bella che a vent'anni.

Finalmente riuscì a darmi un bacio.

- Ecco - dissi - un capriccio precipitato!

- Precipitato! Precipitato dopo dieci anni, più il tempo delle prime offerte respinte!

- Vedi - ripresi con dolcezza - tu mi ricordi le prime offerte, e io so bene quanto erano sincere e come male le respinsi, perchè trascinata da altri fino all'ultima follia; più tardi, troppo tardi, mi accorsi a chi avevo dato la preferenza. Ma ti illudi nel credere che il tuo amore sia durato dieci anni. No, finì al principio, e oggi credi che ricominci perchè mi ritrovi, come crederesti che torna l'estate se sentissi nuovo tepore in autunno. Ma questo non può essere il tuo amore, che è morto da dieci anni; è soltanto il desiderio di provarlo ancora, di farlo rinascere.

- Ebbene rinascerà, e nascerà un frutto, e tu sarai contenta, perchè io ti sarò fedele. Ma non fare i giochi tra l'amore e il suo desiderio, perchè io mi perderò nelle tue parole come mi perderei nei tuoi capelli. Quanti e che magnifici capelli hai, Vanna!

E mi premeva le sue dita sopra la cervice e nelle tempie, scomponendo la mia densa capigliatura. Allora io mi ricordavo della voce che mi diceva davanti allo specchio: chi scioglierà questi capelli? E mi schermivo affinchè la voce del destino non si adempisse con precipitazione. Pareva che il sonnolento viaggiatore mi aiutasse a moderare gli impeti, perchè per qualche momento si risentiva, ma presto mutava il ritmo del sonno convertendo le sue armonie nello stridore di un argano arrugginito. Millo ne approfittò per svolgere il suo programma d'amore.

- Vanna, tu devi esser mia, a ogni costo, per sempre. Io sento che oggi ti desidero cento volte più che nella prima passione. E tu ragioni di amore finito durante i dieci anni. Sappi che anche in quel tempo ti ho desiderata, ti ho veduta in ogni ricordo, ti ho messa al di sopra di tutte le donne. Tanto è vero che un'altra non mi ha mai attratto alla sua unione fino a trent'anni. Tutti gli altri giovani del paese non hanno fatto così, tutti, capisci? Avrei voluto farmi vivo con te; ma come potevo, se tu eri partita con apparenza d'odio verso di me e della mia famiglia? Compenseremo il tempo perduto. Lo compenseremo, Vanna?

Questo nome, il mio vero nome, non sentivo pronunziare da quasi vent'anni, perchè in paese mi avevano ribattezzata fin dall'infanzia e in prigione non ero che un numero. Sicchè lo ascoltavo come un ricordo lontano e stanco, quasi mi appartenesse appena. Ma Millo me lo stampava nelle orecchie per farmelo meglio sentire, come una segreta intimità ritrovata da lui e per suo unico uso. Era nella sua passione una veemenza che traeva certo dal sensuale, ma non si scompagnava dal ragionevole. In fondo voleva fossi sua, ma anche per sempre; toccava a me ottenere la mallevadoria anticipata della perpetuità.

Intanto ci si avvicinava a Firenze e io mi affrettavo a intimare a Millo come il suo ufficio di accompagnatore fosse finito. Egli mi chiese un convegno per il giorno di poi e io glielo concessi. Allora mi dette un altro bacio senza riaverne il cambio e mi lasciò col dirmi:

- Domani! domani!

Il treno rallentava sempre più i suoi ultimi tratti, come i suoi rantoli il morente; il viaggiatore addormentato cominciava a risentirsi dagli sprazzi di luce che lo investivano di dentro la stazione, dopo essere stato estraneo e insensibile a tanta irradiazione di calore.

 

 

 




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