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Giovanni Rosadi
Note in margine

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V.

 

La mia dimora in Firenze era vicina al carcere di Santa Verdiana. La mia finestra dava sulla vasta piazza del mercato di Sant'Ambrogio. Credo fosse un mercato secondario e la piazza resultasse da non antiche demolizioni; i suoi contorni avevano un aspetto non di nuovo ma di malamente rinnovato; le piccole e misere case serbavano l'impronta dell'aria colata dei vicoli disfatti e rivelavano come un senso di vergogna della luce sfacciata. Il mio assetto precario in quella casa si accordava con l'aspetto posticcio e quasi vergognoso del luogo.

Io non avevo dormito tutta la notte, ma la mia veglia fu consolata dai ragli frequenti degli asini che prima di giorno portano gli ortaggi al mercato. La mia sensibilità era purtroppo tesa verso tutte le memorie della mia esistenza, ma quelle voci asinine non mi turbavano più col ricordo della disgrazia che mi fece chiamare Caina, ora che Millo mi aveva dolcemente restituito il mio vero nome. Al far del sole, accostandomi alla finestra, vidi lui che già passeggiava davanti alla mia porta. Allora mi turbai, perchè mi persuasi che ieri non avevo saputo regolare a dovere la sua impazienza. Ma chi ha mai posseduto la misura nelle giostre d'amore? Si sa che l'uomo è sempre in anticipazione di almeno mezza strada nella corsa al desiderio e che spetta alla donna sfuggirgli a tempo e farsi raggiungere alla posta propizia per continuare di passo uguale il cammino; ma è un limite in ogni gara e un pericolo nell'eccesso della prudenza. Lo so io, che decisi così male nella gara tra Millo e Lorenzo.

Mi ritrassi per non anticipare la visita. All'ora fissata Millo, dopo un saluto che pareva un assalto, si aggirava nella piccola stanza come un orsacchiotto in gabbia, adocchiandone tutte le aperture, ma per tutt'altra ragione che per fuggire.

Io assunsi un contegno rigorosissimo, senza piegare un momento. È inutile che vi descriva la scena scabra. Il punto saliente era il matrimonio, che io opponevo come condizione e principio della nostra intesa e che Millo non respingeva ma differiva come un premio, una solennità finale. A un certo punto dovetti alzarmi e correre all'uscio in atto di estrema difesa. Allora Millo, nell'osservare i miei occhi fiammanti di sdegno e risoluti a tutto tranne che alla dedizione, tramutò la sua fervida passione in un senso cupo di paura, certo ripensando al ghigno della mia bocca scomparso e al soprannome smesso, uscì di traverso scansandomi, e quando fu fuori della stanza mi gridò:

- Caina!

Neanche la notte seguente dormii. Il pio benefico sonno, che rimargina i solchi della fatica e rinnova la freschezza alle fonti della vita, era sdegnato di me che da anni e anni non lo accoglievo con calma e in rassegnato abbandono. E quella notte non trovai conforto negli usati ragli festosi, perchè ero stata così atrocemente chiamata col nome che ricordava la mia vittima innocente.

In tutto il giorno ero stata raccolta nel disinganno della speranza nata e svanita in poche ore. Dico speranza, ma, intendetemi bene, io non amavo Millo, speravo nel suo amore, che un giorno, con quella differenza di passo che dianzi dicevo, resa anche più lenta dal mio stato d'animo, avrebbe destato in me una corrispondenza arrendevole e ragionata, mista di gratitudine e di tenerezza. Millo non mi era indifferente, perchè si confondeva nel mio passato, che ormai occupava tutta la mia vita, e si mescolava nella storia del mio amore fatale come un punto di confronto e di distacco, di contrasto e di associazione. Insomma io sentivo che mi sarei lasciata volentieri amare dal rivale del mio amore. Poi la bellezza della sua generosità e il vantaggio della mia rivendicazione mi commovevano; e quando noi donne siamo commosse possiamo far conto di essere innamorate o disposte ad amare.

La mattina mi riavvicinai alla finestra e vi rimasi lungamente. Lo credereste? io no. Millo passeggiava sotto la mia casa. Mi pareva di essere stata decorosa e severa abbastanza, anche per non essermi fatta viva fino a questo momento, e però aprii la finestra e mi affacciai. Millo mi guardava fisso, io lo adocchiavo di quando in quando e con sincera espressione di sentimento mortificato. Mi domandò con cenni se lo avrei lasciato salire e io assentii dopo qualche esitanza, che non era sincera.

Millo entrò nel salotto coll'aria di chi crede di avere tutte le ragioni e si offre a cederle in blocco a chi ha torto.

- Questo matrimonio - domandò imbronciato - in quanto tempo s'ha da fare?

- Non so - risposi. - Ma si deve proprio fare?

- Ah! ora che io mi faccio avanti tu dài indietro.

- No, penso che questo fatto offerto oggi non era accettato ieri e dubito che non venga dalla tua volontà ma da me e dal mio contegno. Sei libero, rifletti.

- Io non lo rifiutavo, ma mettevo avanti a tutto la spontaneità del mio amore. Tu rovesci le cose; e sia. Ma non vuoi nemmeno che il matrimonio si affretti?

- Non dico; quello che voglio è che si faccia di tua libera volontà.

- Bene, torno al paese e faccio le pratiche necessarie. Ora sei contenta?

In così dire si avvicinava a me, che ero in piedi come lui, sfiorava con le sue mani tremanti le mie, sospirava commosso presso la mia bocca, in tutto l'atteggiamento umile e anelante si mostrava sinceramente soggetto a me. Avevo vinto. Con la certezza e la soddisfazione della vittoria lasciai che le mie mani si confondessero con le sue, che la mia bocca si congiungesse con la sua bocca, e per la prima volta gli ricambiai il bacio che suggellava il nostro patto. Poi, per non mettere a troppo lunga prova la sua docilità, lo persuasi ad affrettare il viaggio, e nel congedarlo gli dissi:

- Ricordati, nel fare le pratiche, che il mio nome è Vanna....

Corsi a confidare il lieto disegno a suor Teresa, la madre superiora del carcere di Santa Verdiana. La buona suora si prendeva cura delle sue carcerate anche dopo la liberazione; cercava per loro una prima onesta dimora in taluna delle vicine casette di Sant'Ambrogio, e tale era la mia; poi si manteneva con loro in relazione nelle vicende successive, prodigando consigli, esortazioni, preghiere. Durante la pena provvedeva a ogni carcerata, secondo i vari desiderii, un lavoro manuale, ed a quelle che come me si consolavano della lettura ogni sorta di libri. Fin dalla prima prigionia il mio trasporto per la lettura aveva l'attrattiva e quasi l'impeto della disperazione; mi rapiva fuori di me e lasciava al posto dei miei torbidi pensieri quelli oziosi e tranquilli degli scrittori. Leggevo nelle ore di lavoro e di riposo e nella massima parte della notte, quando mi era concessa la grazia della candela dal medico del carcere, il quale doveva solennemente attestare la necessità di questa cura per la mia insonnia dolorosa.

Quando annunziai a suor Teresa il mio futuro sposo, ella disse:

- Per l'appunto il rivale! Ma come scherzate volentieri col fuoco, voi altre povere farfalle! Consiglierei almeno di non andare a vivere in paese e di non farci neppure il matrimonio.

Scrissi a Millo, che accettò il prudente consiglio in quanto al luogo dello sposalizio; rispetto alla scelta della dimora si riservò di ricercare un termine che si conciliasse con la necessità de' suoi interessi.

In meno di un mese, nella chiesa di San Giuseppe, la parocchia del carcere, fu celebrato, dopo il matrimonio civile, quello religioso. Era ministro del rito il buon prete di San Girolamo del mio paese, quegli che aveva informato Millo della mia presenza, ora venuto di laggiù insieme allo sposo. Suor Teresa assisteva in ginocchio e pregava. Pregava con quel fervore che già avevo notato in lei una volta, quando era inginocchiata al letto di una povera compagna inferma e in pericolo di vita.

 

 

 




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