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Giovanni Rosadi
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VI.

 

Il matrimonio non ebbe per me l'allettamento comune alle spose, la curiosità. In compenso l'innata bonomìa di mio marito evitò i contrasti che sarebbero derivati dalla profonda differenza di temperatura nelle nostre relazioni. Mi amava senza chiedere di essere riamato altrettanto; ma la sua passione discreta, il benessere che mi procurava, il rispetto che mi conferiva sapevano di concessione, di dono, e mi costringevano a un vincolo di gratitudine legittimo e giusto ma tiranno. Mi pareva di ritrovarmi ancora una volta in prigione sotto un'autorità penitenziaria dolce, benefica, che aveva fatto d'oro le sbarre, ma che pure non mi lasciava libertà di vivere e di sentire secondo il mio cuore. Quella condizione di perfetta e costante normalità mi faceva sentire la monotonia fino allo sgomento di sopportarla. Nondimeno fui una moglie attenta a tutti i miei doveri. Dell'abuso della mia sensibilità eccitata non mi vendicai; e ciò basti a lodarmi di non essere mai stata una civetta, benchè caduta una volta a vent'anni.

Ma non sento la voglia di esporre le intimità della mia vita coniugale, io che dianzi ho provato piacere a soffermarmi con minuzia prolissa sugli incontri avventurosi dopo la liberazione. Mancherei di rispetto verso mio marito, che in fondo è stato sempre buono e generoso. Non mi tenta neppure il ricordo delle due gite che feci con lui al mio paese. In nessuna mi accadde di rivedere Lorenzo.

 

 

 




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