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Giovanni Rosadi
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VII.

 

La nascita di un sano e bello e graziosissimo bambino occupò provvidamente i miei pensieri, le mie ore, tutta la mia sensibilità. Lo nutrii del mio petto, lo crebbi tra le mie braccia, non lo lasciai un'ora sola. A tre anni il mio Bindo era una promessa di vita piena e perfetta. Suo padre gli voleva molto bene; ma, oh Dio! ne voleva tanto anche a me, cosicchè qualche volta ne era geloso.

La vigilia dell'Epifania che ricorreva quando il nostro nato aveva tre anni, Millo e io uscimmo per fare acquisti destinati alla sorpresa che gli avevamo annunziata da tanti giorni e in tanti modi favolosi. Fu un'ora di intima tenerezza. Accoppiati in uno stesso piacere, fissi in un solo desiderio, sentivamo in comune l'opera generatrice come dovessimo riplasmarla del nostro amore. In realtà rifacevamo un essere, non più dal nulla ma dalla gioia del suo crescere e del suo sentire.

Io scelsi varie scatole di ninnoli e di chicche, alcune pecorelle di gesso, un cane e un lupo, sapendo quanto volentieri Bindo si divertiva a mettere le cose in azione. Millo pensò a premiare la recente prova di coraggio che Bindo gli aveva dato per sua particolare soddisfazione coll'adattarsi a dormire solo nella sua cameretta: gli comprò uno snello tavolino e un piccolo lume a petrolio, tutto graziosamente adorno di frange rosse e fiorami.

La mattina di buon'ora, alla luce della lampada avuta in dono, Bindo era al lavoro nel delirio della felicità. Lavorò tutto il giorno senza dar pace agli animaletti disposti in tutte le direzioni sul suo tavolino.

La sera cenavamo di buon umore. Bindo richiamava tutta la nostra attenzione sui pericoli del lupo lasciato a poca distanza dalle pecore e sulla dubbia fiducia nel cane piantato nel mezzo a far la guardia. Poi aveva preso a tormentarsi col pensiero di mandare le pecore a dormire.

- Non sono mica grandi come me! - diceva. - E sono al buio! E non stanno a cena come noi! Eppoi noi siamo in tre e loro son sole!

Insomma voleva alzarsi da tavola; e io dovetti aiutarlo a scivolare dal suo seggiolino. Mi dette appena tempo di sfiorargli con un bacio la testolina ricciuta, odorante di aggraziato pollino, e corse a prendere per la mano Eufemia, la nostra servetta, per farsi condurre nella propria stanza attigua alla nostra. Di proveniva la tenue luce vermiglia, trasparente dalle frangie e dai fiorami, e la voce della coppia amica, che discuteva del lupo che dormiva e non dormiva oppure faceva le viste. Poi la donna venne intorno a noi per servirci. Si sentivano le piccole mani di Bindo battere forte sul tavolino e la sua tenera voce ora gridare al lupo e ora abbaiare con la gola di un cucciolo lattante.

In questo mentre Millo alzava la voce per rimproverare Eufemia che aveva rovesciato qualche cosa sulla tavola. La donna rispondeva e Millo sempre più gridava. Io dovetti metter bocca; certo dovemmo altercare per qualche tempo, perchè non avvertii più le piccole mani di Bindo la sua tenera voce alcun rumore nella sua stanza, finchè non vidi sull'uscio comune alla nostra piombare per terra qualche cosa che bruciava, un mucchio di trucioli e di cenci in fiamme, un fuoco strano, irriconoscibile, spaventoso.

Mi precipitai nella stanza di Bindo, saltando le fiamme. Era buio. Brancolai al suo posto, cercando la sua testolina. Più volte le mie braccia si chiusero per stringerla al mio petto che tratteneva il respiro per riprenderlo insieme al suo. Le mie mani anfanavano nel vuoto, poi urtavano nel tavolino, rovesciavano gli ammali, ma non afferravano nulla; i miei piedi cominciavano a pisticciare scheggie sgretolanti; un acre odore di liquido combusto mi troncò il fiato e mi levò fuori dei sensi.

Vidi poi e rivedo ora le larghe spalle di Millo erette presso il lettino sul quale per tre anni e in lunghe veglie mi ero piegata, porgendo prima i miei seni, poi tutto il mio cuore. Vidi poi e rivedo sempre le figure sconosciute che mi circondavano per terra e tardavano a rialzarmi, certo per non farmi vedere. Rivedo le mie mani intrise di sangue e di scheggie; rivedo tutta me stessa, inerte, stupida, irresoluta a guardare e chiedere, che mi stropicciavo disperatamente le mani per conficcarmi le scheggia e ricavarne il dolore capace di soffrire tutta intera la verità dell'atroce sventura. Poi, non so quando, ridestandomi da un sonno di morte, riconobbi Millo curvato sopra di me in atto di estrema misericordia. Non ero più in quella stanza; ma non c'era più nemmeno lui; dunque il campo della lotta e della speranza era abbandonato. Guardai Millo per interrogarlo. La sua pietà non aveva confini. Allora dovetti gridare, perchè questo grido ripetei per più giorni:

- Il fuoco! Espiazione!

Ma Millo mostrava di non resistere a queste parole, mentre io le credevo sempre più la voce del cielo inesorabile nella vendetta.

- Io non ho colpa col fuoco - singhiozzava Millo. - E Bindo, povero Bindo, era anche mio! Perchè la vendetta doveva colpirmi? e perchè i figlioli di Lorenzo non sono già stati colpiti? Vanna, Vanna, o tu smetti questa idea o io mi sopprimo davanti a' tuoi occhi.

Tacqui per sempre, ma il pensiero dell'espiazione ingrandì sempre più nella mia anima, convinto che non altrimenti che per ispirazione del cielo fu scelta la lampada infiammabile altrimenti nacque l'alterco che impedì l'aiuto e la salvezza. Mi sentii giustamente condannata e riconobbi nel mio strazio la prima e unica pena. Quella sofferta nel carcere ora mi pareva un casuale infortunio che avrebbe potuto tanto toccarmi quanto essermi risparmiato, secondo la fortuna di un giudizio umano; questa, al contrario, mi appariva necessaria, inevitabile, come legge e volontà divina.

Ero risoluta a non viver più di una condotta comune. Era una vita rovesciata, la mia. Già era stata questa la mia sorte, quando in grazia di un nome e di un segno innocente fui condannata a rappresentare una parte che non era la mia; questa la mia sorte, quando fui vittima nel mio agire da ribelle e servii all'altrui delitto soffrendo intera la pena; questa, quando sposai un uomo mentre avevo amato e amavo (bisogna pure che lo confessi come la mia unica colpa) amavo il suo rivale.

 

 

 




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