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| Giovanni Rosadi Note in margine IntraText CT - Lettura del testo |
VIII.
La guerra spezzò il mio pensiero fisso. Millo e Lorenzo, arruolati nello stesso distretto, partirono con lo stesso reggimento nel settembre del 1915.
Non pensate che io voglia affliggervi con una cronaca di guerra. Ho scivolato sul tema del matrimonio; farò altrettanto su questo. Son due temi che si assomigliano per ragione di lotta, disciplina, sacrificii, eroismi, e riguardano ugualmente un fatto organizzato, nel quale le virtù prendono vantaggio e scapito dall'organizzazione. I condannati alla pena non sanno riconciliarsi coi fatti più perfetti della società. Quando mio marito partì non faticai a convincerlo a non lasciarmi sola con la mia angoscia, accresciuta dall'ansia pe' suoi cimenti, ma a permettermi di prendere l'abito di Piccola Suora dei Poveri. Suor Teresa aiutò anche questo mio desiderio.
Confesso che nel nuovo stato non portavo con me una piena fede. Credevo fin troppo nella vendetta del cielo. Malafede è terrore? Se è speranza, se è amore, ecco io non amavo la patita vendetta, nè speravo in alcuna clemenza, giacchè tutto era finito per me. Eppure avevo bisogno di credere per non disperare, di chiudermi, velarmi alla vista del mondo, che non aveva più un posto per me. L'esempio assestò questo bisogno. Nel carcere avevo veduto suor Teresa e le sue sorelle di fede vivere serene e contente della prigionìa volontaria che si erano scelta. E sì che qualcuna era ancora giovane e di elette forme! Il loro esempio, quando contrastava apertamente con la mia condizione adirata, non mi invogliava affatto a imitarlo; ora sì, ora che sentivo il bisogno di ritornare nell'ombra come per richiamo del destino, di chiudermi un'altra volta per rifarmi del forzato sacrificio sofferto con la scelta di un libero e volontario sacrifizio eguale.
Su la fine del 1916 ricevetti da Millo una lettera a matita, piena d'orrore. Pareva l'avesse scritta tornando da un lungo misterioso viaggio in un mondo perso, dove avesse lasciato la ragione. Ma dalle frasi tronche si ricavava che era reduce da uno sbalzo sanguinoso. Diceva di scrivermi alla luce della luna, che rivelava il campo tutto coperto di morti in posizione supina e con gli occhi fissi al cielo. Per la prima volta nominava Lorenzo e raccontava che lo aveva veduto cadere ferito e lo aveva raccolto e trasportato sulle sue spalle in un posto di medicazione. Soggiungeva che il ferito gli aveva chiesto perdono per me e per lui. - Per i miei figlioli che raccomando a Dio prima della mia anima - gli aveva detto - ti giuro che spero nel loro bene per via del vostro perdono. Fammi perdonare da Vanna. Tu hai imparato da lei la generosità. Non pentirti di avermela accordata in quest'ultimo momento. Io la porto con me in eterno. - Poi i suoi occhi si erano contratti in alto e d'obliquo, scriveva Millo, avevano guardato lontano lontano e si erano spenti. Avevano guardato lontano lontano, io pensai, certo in fondo al viale alberato del paese, dove si smarrì la nostra opera di vita.
Il sentimento che provai a questa notizia era di distacco più che di dolore nuovo; assomigliava a quello di chi vede portar via dalla soglia la persona diletta, già pianta alla sua morte. Per me l'intervallo dalla morte di Lorenzo nella mia anima a questo suo ultimo distacco era stato lungo e però mi faceva provare più profonda la distanza tra i due sentimenti penosi. Il perdono chiesto a Millo mi commoveva e consolava; quello domandato per me rimbalzava alla durezza dell'ultimo ricordo. Disse a Millo: fammi perdonare da Vanna; ma non una di queste parole, non quella sola di Vanna aveva proferito su la soglia della sua casa nell'occasione del nostro incontro. Ora mi sentivo come affrancata da un vincolo che era stato intrattabile ma seducente, sfuggevole ma sempre pronto a invilupparmi in ogni nuovo passo; mi sentivo affrancata ma sempre più vuota e sola, perchè aveva finito di abbattermi e di suscitarmi il mio unico destino.
Restava il pensiero della sorte di Millo. Ma questo era confuso e incerto tra il sentimento di benevolenza e di gratitudine per lui e la mia stima attuale della vita, non potendo considerare la sua se non in relazione alla mia. E come potevo augurargli la vita, se non sapevo aiutarlo a sostenerla con me? se anzi avrei dovuto chiedergli di staccarla dalla mia persona perchè di questa potessi fare olocausto della sua salvezza? Se Bindo fosse vissuto, allora avrei considerato la sorte del padre naturalmente legata a quella dell'innocente; ma la reliquia delle sue ceneri, che tenevo sempre appesa al collo, mi ricordava che portavo con me le ceneri dell'umanità.