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| Giovanni Rosadi Note in margine IntraText CT - Lettura del testo |
X.
Ora sono tranquilla. Porto definitivamente l'abito grigio e le candide ali delle Piccole Suore dei Poveri e sono ancora destinata a un ospizio di vecchi cadenti. Nell'opera quotidiana di benevolenza senza benefizio ritrovo la fede, che è la ragione di bene operare con la sola umana ragione di bene meritare.
Io mi sento al mio posto, a contatto della vita che inaridisce e non fermenta nel lievito di passione e di desiderii. La consuetudine con uomini spogli della pronta arroganza e della segreta riserva sessuale, che conquide la donna, mi emancipa dalla soggezione femminile e da ogni imbarazzo. Quando curo i miei vecchi, li lavo, li vesto, li adagio sul letto che anticipa la bara, ripenso all'uomo che già riguardai come il dio irresistibile della favola, con l'arco teso e il turcasso pieno di freccie roventi, e ora lo considero come una macchina smontata de' suoi futili congegni, già animati e mossi da una semplice forza di calore.
Ho trentacinqu'anni, sebbene mi si creda giovane e ancora procace. Dico la verità: mi sento vendicata, perchè ho conquistato il raro invidiabile segreto di soprastare alla condizione supina e recettiva della donna, destinata a far da macero a quella forza brutale. Ho spogliato l'idolo virile e scoperto il suo ridicolo fusto. E quando passo per le strade con gli occhi bassi e più di uno sciocco vagheggiatore loda le mie ciglia dense e nere, provo più forte la soddisfazione di non aver più nulla da lodare nè desiderare nell'uomo.