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| Giovanni Rosadi Note in margine IntraText CT - Lettura del testo |
II.
Apparve nella stanza il presidente, poi il pubblico accusatore, che aveva giurato su' suoi cordoni dorati per la certezza dell'accusa infallibile, poi il difensore, poi il cancelliere.
- Qui - cominciò a dire il capo cercando a stento le parole - succede un fatto strano. Avevamo risposto a maggioranza Sì, al quesito della responsabilità dell'accusato, quando uno di noi ha dichiarato che l'omicidio l'aveva fatto lui.
I quattro sopravvenuti guardarono l'uomo isolato, guardarono gli altri in massa, si guardarono tra loro. Poi il presidente disse:
- Come è possibile?
- Possibile? - rispose il quinto giurato, trovandosi quasi a fianco del presidente. - È vero. Sono io che ho ucciso il cantoniere Pucci. L'accusato è innocente.
- Lei, signor.... - domandò il presidente cercando nella memoria il nome.
- Domenico Scarpelli - soggiunse il cancelliere consultando le carte che aveva seco. - Non è questo il mio nome - riprese il quinto giurato. - Mi chiamo Celso Vivaldi. Quando s'iniziò il processo contro l'innocente avrei voluto prendere il suo posto, ma me lo impedì una ragione potente che non era il calcolo dell'impunità. Seguii le vicende del processo, e, come seppi che si faceva questo giudizio, riscontrai nelle liste pubbliche i nomi dei giurati estratti per questa quindicina, e riuscii a farmi consegnare la cedola destinata al giurato Domenico Scarpelli dimorante in paese lontano, qualificandomi col suo nome. E sotto il suo nome venni qui e sperai di essere, come fui, sorteggiato fra i giudici. Il resto a voi, signori.
Il presidente, sorpreso dalla novità del caso, abbozzò una breve inchiesta su due piedi:
- Che relazione aveva lei coll'ucciso?
- Lo vidi per la prima volta la sera del 9 settembre.
- Per necessità di difendermi dalla sua violenza a mano armata.
- Ha testimoni per provare il suo asserto?
Questa risposta parve a tutti una rivelazione, anche ai giurati, i quali si dettero a sussurrare tra loro: - una donna.... in un giardino pubblico a sera tarda.... è chiaro che il cantoniere li sorprese.... e tentò un ricatto.... e lui reagì.... Che c'entrava l'ortolano?... e per un semplice alterco che avrebbe avuto qualche ora prima?... Quello è innocente.... innocentissimo.
Intanto il presidente domandava:
- Non posso rivelarlo - rispondeva con sincera dignità il Vivaldi.
- Male! - uscì fuori a dire il pubblico accusatore. - A questo modo un giudice che voglia liberare un accusato non ha da far altro che dichiararsi colpevole del fatto, lui.
Con maggiore serenità il presidente si fece a svolgere questo medesimo concetto e pose al Vivaldi un dilemma inesorabile: rimanendo nell'ombra l'unica testimone del fatto non si crederebbe alla nuda rivelazione e rimarrebbe condannato l'innocente, oppure, credendosi alla rivelazione, si condannerebbe il rivelatore senza la prova della giustificazione del fatto. Ma fu vana riflessione, che il Vivaldi ripetè:
- Non posso indicare la testimone.
Allora i dettami del rito giudiziario, che han per ufficio di comprimere e non risolvere le difficoltà, rinchiusero la questione in una schermaglia di mestiere. Il difensore diceva:
- Intanto io chiedo sia messo fuori di causa l'accusato e sia rilasciato subito in libertà.
- No davvero - rimbeccava l'accusatore. - È stato votato il verdetto e deve essere pubblicato. Poi, se resulteranno fatti gravi e provati per una revisione, si provvederà a suo tempo.
- Ma c'è il fatto - ribatteva l'avvocato - che un giurato ha preso il posto di un altro; e questo fatto rende nullo fin d'ora il giudizio.
- Ma anche questa - replicava l'accusatore - è una semplice affermazione del giurato. E se non basta la sola parola per credere alla sua confessione, non può nemmeno bastare per provare la sua sostituzione. Le nullità e le altre ragioni saranno fatte valere a tempo e luogo. Non può essere rimesso all'arbitrio di nessuno troncare a questo punto il giudizio, che è esaurito.
Il presidente dichiarò che non rimaneva se non andare in udienza per pubblicare il verdetto e applicare la pena.
Non erano state accordate le circostanze attenuanti, nessuno avendo pensato a votarle. Jacopo Segni fu condannato a diciotto anni di reclusione.
Il condannato non seppe dire una parola. Si passò una mano sui capelli, guardò verso la giurìa, poi nel vuoto, come cercasse lontano una ragione e un rimedio di quanto gli accadeva. Finalmente contrasse la bocca a un sorriso di inconsapevole ironia verso la matta umanità.
Il quinto giurato, dritto sul suo scanno e bianco in viso, ma sicuro nella voce, gridò tra la commozione del pubblico, già informato dello strano avvenimento:
- Il condannato è innocente. Giuro che non sconterà la pena. Fosse dieci volte più dura quella che mi aspetta, l'innocente sarà salvo. E coloro che lo condannarono pretendendo far giustizia dovranno riconoscere a loro vergogna che uno solo fra i giudici dell'omicidio fu giusto. E fu l'omicida.