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| Giovanni Rosadi Note in margine IntraText CT - Lettura del testo |
VI.
Elena tirò la corda dell'aerostato, lo svotò dell'orgoglio che l'aveva enfiato e lesse.
Scriveva il Vivaldi che da lungo tempo aveva promesso la sua fede alla buona fanciulla. "Nel colmo della nostra passione" soggiungeva "sciolsi la promessa e fui sincero. Certo non fui con lei generoso. Oggi ho rinnovato la promessa e sarò generoso con te. Mi unirò con lei in prigione, se domani sarò arrestato, e il vincolo legittimo redimerà il disonore che cade su di lei, intanto che sarà risparmiato il tuo e quello della tua casa. Sono per essere interrogato, e so già, per esperienza fatta oggi, che non sarei creduto se non presentassi una testimone del fatto, e l'innocente non sarebbe salvo. Se lui sarà liberato, forse io dovrò prendere a lungo il suo posto. Non importa. La mia sposa è pronta al doppio sacrifizio. Io la mando a te perchè tu creda al nostro disegno e non ti venga fatto di turbarlo. Per amor di Dio e de' tuoi figlioli, non ti tradire con parole incaute o atti folli. Metteresti lo scompiglio nella nostra opera di sacro dovere e ci trascineresti nella tua stessa rovina. Ti giuro che di fronte alla tua rassegnazione io considererò la mia sposa non più fortunata di te, nè più generosa.
Elena era fuori di sè. Nelle sue mani il piccolo aerostato si rigonfiava dalla passione mortificata, e saliva a sbalzi a ogni colpo di vento, qual'era la notizia dell'antica promessa alla fanciulla e il proposito delle nozze imminenti, si perdeva nelle nuvole dense di tempesta all'idea del sacrifizio assunto, che non valeva il suo. Per lei che non lo aveva chiesto, se pure avrebbe dovuto desiderarlo, quel sacrifizio era un'usurpazione violenta, in grazia del quale la fanciulla prendeva il suo posto. A' suoi occhi abbagliati non era il posto del disonore, ma della gioia invidiabile di legare la propria sorte a quella dell'uomo ardentemente amato, fosse pure sorte infelice, della gioia di assumere l'epilogo dell'audace avventura, che apparteneva a lei, nel nuovo aspetto eroico, onorevole, che purificava lo stesso disonore. Ella vi scorgeva la propria salvezza; ma questa considerazione fugace, ricorrente solo al pensiero dei figlioli, levava al colmo la sua esaltazione, togliendole il diritto di condannare la generosità e di rifiutarla. Era gelosa dello scandalo che la salvava. Tutto ciò pareva pazzia, ma era amore.
Anna si affannava a richiamarla alla ragione: tanto era fuor di strada.
- Insomma - concludeva - accetta il sacrifizio o rinunzia ai tuoi figlioli.
- Ma sì, io l'ho chiesto, l'ho implorato in ginocchio per loro, fino a un momento fa, un sacrifizio, ma non questo. La vista di quella donna, la sua parola, la sua fortuna legata in tutto e per tutto a quella di lui, mi ha fatta disperata più di prima. Dovrei accettare la salvezza da lei, perchè se ne faccia un titolo di merito e di eterna riconoscenza con lui? E io stessa dovrei offrirle questo titolo? Cederle il mio posto? Ah no! Non renunzio.
- Non renunzi? ma sai a che cosa?
- Alla verità che è mia, alla colpa che è mia, tutta mia; a lui, intendi?
- Sicchè penseresti di venir fuori e smentire la sua rivelazione?
- Trascineresti lui, l'innocente, la tua casa nella rovina.
- Questo voglio.
- Elena, mi fai ribrezzo. Ti lascio. Non mi importa di ritornar sola.
- Nè a me di rimaner sola. Non sarà giorno e avrò tutto confessato a mio marito, che ha il diritto di conoscere la verità e di vendicarla con mia grande soddisfazione.