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Giovanni Rosadi
Note in margine

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VII.

 

La giustizia è femmina e però ha anche l'istinto del dispetto della propria debolezza. Celso Vivaldi le aveva reso un prezioso servigio correggendo un suo grave deplorevole errore; ella, la debole dea, se ne indispettì e fu ingrata, condannando il generoso esibitore, ad onta della testimonianza di Livia, a sette anni di reclusione, come reo di omicidio consumato per eccesso di difesa.

E dire che doveva ringraziare la sorte se per poco gli fu concessa questa scusa, che scemava grandemente la sua pena! Infatti si riseppe che quattro giurati, i quali avevano votato in favore sul quesito della legittima difesa completa, come furono a votare su quello subordinato, col quale si domandava se l'accusato avesse agito per necessità di respingere da una violenza attuale ed ingiusta, ma eccedendo dai limiti imposti dalla necessità, risposero no. E spiegarono questo voto asserendo che secondo loro l'accusato non aveva ecceduto affatto ed aveva agito di piena ragione!

Dopo il giudizio furono celebrate nel carcere le nozze tra Livia e il condannato. Fu un rito lugubre. Era uno dei testimoni il capo delle guardie; l'altro era Jacopo Segni, l'ortolano, tolto da una cella di quel triste ospizio, e prescelto come simbolo significativo e auspicio dell'avvenimento. Egli rimaneva detenuto finchè non si esauriva la formalità di un altro giudizio e di una sentenza che sancisse l'errore della sua condanna. Livia procedette con passo tremante al suggello della sua fede di sposa in quel sepolcro di vivi, dove le anime e i nomi non sono che numeri, dove gli uomini dal ruvido saio bianco e giallo paiono sacchi colmi di miseria, e non sapeva dove posare i suoi occhi senza incontrare un oggetto di dolore.

Quando l'ufficiale dello stato civile, cinta la sciarpa tricolore nello scrittoio del guardiano, pronunziò la formula "la moglie è obbligata ad accompagnare il marito" non seppe resistere alla beffarda ironia della legge ed abbracciò lo sposo. Se non fu il primo amplesso, fu l'ultimo. Ma ella seppe fecondarlo col cogliere in quel momento i frutti benefici del sacrifizio. In quello stesso amplesso, che rendeva puro e sublime l'amore perchè immolato all'altrui bene, susurrò all'orecchio dello sposo:

- Sappilo e ricordalo: è pentita. Il marito offeso le ha assegnato nella casa un angolo di espiazione, e lei fa la buona madre più ora di prima; sì, più ora di prima. Lei stessa è venuta a dirmelo ieri, mostrandomi due angeli e invocando su di loro la ricompensa del nostro dono. E così l'onore e la pace spirano sul capo de' due innocenti. E non vedi qui un altro innocente che piange di tenerezza? Guardala, (e accennava all'ortolana) quest'altra povera vittima, salvata dalla tua generosità. E quale maggiore dolcezza ci può concedere il dolore, che la gioia di tre innocenti?

Infatti, mentre nessuno più parlava per la commozione, l'ortolano fece forza al pianto e alla sintassi, per dire:

- Dovessi fare millanta miglia a piedi, con rispetto, dovessi dare per strada negli assassini, andrò a Roma, mi presenterò laggiù dove si fanno le grazie, e dirò che mi hanno tenuto dentro senza ragione e che io avanzo qualcosa da loro per via dei loro imbrogli e che questo me l'hanno a dare in tutti i modi per metter fora chi m'ha salvato.

E sorrise nell'aspettare invano, in mezzo al silenzio profondo, un'eco delle sue parole, a quel modo stesso che sorrise quando fu condannato innocente, cercando nel vuoto una ragione e un rimedio dell'iniquità insolente ed esprimendo un'inconsapevole ironia verso la matta umanità.


 

 

 




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