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Giovanni Rosadi
Note in margine

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INTORNO A UN TESCHIO.

 

Il teschio rideva con tutti i trentadue denti e portava scritto sulla fronte:

 

Io fui come tu sei.

Tu sarai come io sono.

 

L'omicida impunito lo guardava per la prima volta e pensava alla sua vittima invendicata.

Fu anche lui come sono io - diceva tra   - e sarò anch'io come è lui. A questo non ci avevo pensato; altrimenti non valeva la pena farlo morire per una semplice differenza di tempo fra la mia vita e la sua.

Era notte e l'omicida era solo, al lume di una candela, in custodia del luogo.

D'un tratto le orbite del teschio si illuminarono di luce sanguigna; l'omicida indietreggiò agghiacciato. Respirò quando quegli occhi di sangue si spensero, e subito afferrò il lume per uscire dalla stanza. Ma una nuova luce sinistra lo costrinse a voltarsi: tutta la teca del cranio era illuminata di una trasparenza orribilmente violastra. L'omicida cadde per terra e si sentì sempre più costretto a guardare, come se guardando potesse circoscrivere l'oggetto del suo spavento, anzichè immaginarselo più terribile e disposto a movere incontro a lui. Allora vide che le orbite si illuminarono di nuovo ma non simultaneamente, bensì una alla volta, con rapidità alterna e in espressione beffarda. I denti intatti consentivano ridendo all'orribile beffa.

L'omicida sbattè il capo in terra e voleva scongiurare a voce alta lo spirito che aveva animato quel cranio e promettere una pronta espiazione all'altro spirito spogliato del suo corpo da lui, ma lo spavento gli permise soltanto di gridare:

- Sarò come sei! Subito! appena sarò fuori di qui e avrò la forza di finirmi!

Ma un'altra sensazione violenta gli serrò il respiro. Uno stridore lamentevole, come di un chiavaccio che ne' suoi anelli, proveniva dal di del banco sul quale posava il cranio orribile. Era lo scienziato che entrava da un uscio fuor d'uso in questa sua stanza di lavoro.

Vi aveva fatto tornare a tarda sera l'omicida, che teneva presso di come inserviente, perchè lo aspettasse. Ma era stato un pretesto. Conosceva l'accusa sanguinaria da cui quell'uomo si era liberato per difetto di prova e aveva voluto ricercarne gli indizii per proprio studio. Al fine di sperimentare quella coscienza sospetta aveva adattato al teschio tante correnti luminose e le aveva regolate dalla stanza vicina, spiando da un foro dell'uscio la scena macabra. L'esperimento doveva parergli pericoloso, specialmente se non cadeva in anima vile, ma innocente; senonchè il professore insegnava medicina forense e aveva pensato che i suoi colleghi delle cliniche sfidano ben altri pericoli e dispensano per amor della scienza anche maggiori strazii.

Chiamò dunque per nome l'omicida, gli domandò in aria di meraviglia che cosa facesse per terra con la candela accanto, e lo rimproverò di essere ubriaco.

- Fosse vero! - balbettava lo sciagurato. - Se avesse visto che scherzi faceva il teschio quand'ero solo! Di chi era quel teschio? Di chi era?

- Del tuo compagno Malvino - disse il professore con la soddisfazione di poter riepilogare l'esperimento. - Di quel povero tuo amico Malvino ammazzato sulla strada.

- Questo no - saltò di terra per gridare l'omicida, trascinato dal bisogno di reagire allo spavento. - Non avrebbe tutti i denti che dianzi ridevano così male.

- E che ne sai? Gli facesti tu l'autopsia?

- Ma per lo meno un dente gli cascò nella rissa. Me lo trovai tra le mani.


 

 

 




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