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Giovanni Rosadi
Note in margine

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DAVANTI A MICHELANGELO.

 

Nel mio compartimento del convoglio che correva verso Roma sedevano tre biondi figlioli di Arminio. Veramente, più che sedervi vi abitavano: tanto era libero e sconfinato il loro esercizio di comodo egoismo, proprio dell'uomo viaggiatore. Avevano fatto alzare dentro una temperatura graveolenta, da bachi da seta. Il metallo dei caloriferi esalava un acre odore di aceto bollito e tutta la scarsa atmosfera esalava il sapore degli elementi di cui l'ambiente era costruito.

Dovetti uscire nel corridoio per non soffocare. Dietro a me balzava una bellissima viaggiatrice straniera. Fu spontaneo l'incontro dei nostri, pensieri: il torpido sangue alemanno in contrasto col dolce clima d'Italia!

Il convoglio divorava la valle del Tevere, dove il corso delle fulve acque disegna una brusca risvolta, a tredici chilometri dalla città eterna. In questo punto, per una foce breve, appare alla vista del viaggiatore la cupola di Michelangiolo, eretta su pochi contorni e spiccata in tutta la sua altezza, quale non si scorge da nessuna parte della città. Forse il fiume dall'umile origine toscana ha voluto aprire questo varco alla contemplazione anticipata del miracolo del suo conterraneo portentoso. Additai alla bellissima viaggiatrice questa visione celeste. Ascoltava, guardava, piangeva. Mi vantai conterraneo dell'artefice che nacque in Casentino e crebbe in Firenze e mi mostrai commosso di questa mia relazione col più sicuro genio dell'arte.

Ma perchè piangeva? Ricordava o temeva?

Mi parve temesse; e tentai con sottile cautela di penetrare nel fondo della sua anima ignota.

- Ah! quella cupola! È un tristo ricordo per me - diceva la viaggiatrice.

La allettai a dire di più. Ma non soggiungeva altro se non che aveva bisogno di consiglio e di aiuto. Mi dichiarai capace di darle almeno consiglio, già che le avevo rinnovato il triste ricordo. Al nostro arrivo a Roma mi aveva dato un convegno.

Quel braccio sinistro della grande crociera di San Pietro, che è sotto la cupola di Michelangiolo, si slarga in un'ampia tribuna, dove sono disposti otto confessionali. Sulla fronte di ciascuno è indicata la lingua straniera usata nella confessione; su quello a destra dell'altar maggiore è scritto: Pro hungarica lingua.

La mia bella consultatrice, ungherese d'origine e per vincolo coniugale, soleva appressarsi a quello scanno di penitenza, abbisognandole tutta l'agilità del proprio linguaggio per confessare le sue colpe. Qualche giorno prima del suo incontro con me si era inginocchiata in quel confessionale aspettando il penitenziere. Come questi venne a sedersi al suo posto e aprì lo sportello soprammesso alla grata, cominciò la confessione. Il sacerdote parlava in pretto ungherese e si mostrava minuto, pedante.

La penitente confessò di aver peccato di adulterio. Allora il sacerdote si fece rivelare ogni particolarità intorno al modo e al luogo dei convegni peccaminosi. Poi, invocato l'esempio della grande misericordia del Maestro che perdonò all'adultera, assolse l'amorosa peccatrice.

Il giorno di poi, lei essendo sola a Roma e il marito a Orvieto, riceveva la visita di un giovane ungherese, addetto a un'ambasciata in Roma. Costui aveva da un anno posto assedio di seduzione alla sua bellezza, ma senza fortuna. Questo giorno, ritornando all'assalto, si era sentito ripetere ancora una volta l'inviolabile fedeltà coniugale. Allora l'assediante girò la posizione e si dette a battere la breccia da un lato nuovo e per la prima volta scoperto. Le disse:

- E i convegni coll'ardente giovane italiano nei pomeriggi del martedì e del sabato?... E il pianterreno della casetta bianca ai Prati?... E il basso divano arabo?... E la fida guardia dell'amica austriaca alla finestra del primo piano?... E la corrispondenza d'amore nella quinta pagina della Tribuna coi nomi di Ellera e di Spino?...

La bellissima magiara si sentiva vulnerata nella parte più debole della sua colpa. Dove si era costui munito di questi segreti? Per maggiore efficacia di intimidazione volle rivelarglielo egli stesso: era stato il suo confessore dell'ultima penitenza, dove era scritto: Pro hungarica lingua. Aveva indossato un abito talare, si era accreditato presso la basilica come sacerdote ungherese, e aveva aspettato la penitente all'ora e nel luogo consueto per la confessione. L'esito dell'audace impresa si riassumeva ora in una intimidazione vile: o cedere o esporsi alla rivelazione della colpa presso il marito: rivelazione che quell'uomo farebbe in nome dell'amicizia fraterna e del vincolo connazionale.

Era una condizione terribile. Lucrezia, dal suo soglio di Roma, le insegnava a morire piuttosto che cedere; il rispetto al marito e l'amore dei figlioli le rappresentavano rovinosa la minaccia. Andò frattanto a Orvieto presso il marito, occupato in rilievi al naturale dell'architettura orvietana, per solo bisogno di indugio. Ne ritornava il giorno del nostro incontro, sul convoglio infocato che attraversava la valle tiberina in vista dell'opera di Michelangiolo. Ecco perchè a quella vista pensava e piangeva; ed ecco di che chiedeva a me consiglio e aiuto.

- Non avete altro da dirmi? - le domandai, dopo che mi ebbe raccontato il suo caso.

- Vi ho detto tutta la verità, come la dissi a chi mi confessò.

- Ebbene, datemene incarico, e io confesserò lui.

Infatti lo chiamai in luogo adatto e gli parlai conciso:

- Ho l'incarico di farvi un'intimazione invece che un'accusa, se così preferite. È accertato che voi, ospite straniero in Roma e addetto a un'imbasciata, avete creduto lecito e onesto vestire l'abito del prete cattolico, entrare sotto questa veste in San Pietro il giorno 13 decembre e confessare una signora ungherese.

- Non può essere che la signora che lo dice.

- Dunque è vero. E se la signora lo dice, ecco che vi sta contro una testimone. Ma voi sarete anche riconosciuto dalla sacrestia, dove vi siete presentato prima della confessione. Non manca dunque che sottoporvi a una recognizione personale, se pure non preferite accordare una pronta riparazione.

Esitò, tentò tornare indietro negando la colpa, protestò della sua dignità inconciliabile con una bassezza; ma bastò ricordargli i particolari della confessione e la minaccia del riconoscimento da parte della sacrestia per rimoverlo da una resistenza inutile e rovinosa.

- Sicchè - gridò in piedi - la signora vuole affrontare il suo disonore!

- Insieme al vostro! Costretta, parlerà e potrà anche essere salva dinanzi al marito, ma voi necessariamente perduto; perchè se voi non confesserete il vostro trucco non sarete creduto nell'accusa e vi dimostrerete un calunniatore, e, se lo confesserete, vi cadrà addosso non solo la colpa del sacrilego abuso ma anche quella dell'impuro attentato, non ostante l'amicizia fraterna e il vincolo connazionale.

Il confessore era confessato. Allora si convinse che era preferibile per lui dichiarare in iscritto il doppio torto e promettere di non dar molestia alla signora, convenendosi che la dichiarazione sarebbe rimasta segreta presso di me nello stesso vantaggio di lei, purchè egli non desse mai alla sua trama conseguenze maggiori.

Nel separarmi volli aggiungergli un consiglio: farsi trasferire presso altra ambasciata e in una capitale dove la Chiesa non appresti la confessione in hungarica lingua.

Il giorno di poi accompagnavo la bellissima magiara a Orvieto. A tredici chilometri da Roma, ritti nel corridoio del convoglio, ci volgevamo a guardare la cupola di Michelangiolo, eretta su pochi contorni e spiccata in tutta la sua altezza, quale non si scorge da nessuna parte della città.

Ella ascoltava, guardava e rideva.


 

 

 




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