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| Giovanni Rosadi Note in margine IntraText CT - Lettura del testo |
Nè compagni nè carcerieri ne seppero mai il nome. Portava sul petto il numero di matricola 333, era rinchiuso nell'ergastolo da tredici anni e doveva finirci la vita. Era tuttora giovane, se non ingannava la sua rigorosa tonsura, e lavorava abilmente di calzolaio.
Il lavoro che gli riusciva assai male era quello che eseguiva per il cavalier direttore. Le scarpe fatte per lui erano una prigione, non una calzatura. Di fuori parevano un'opera accurata e fina, ma di dentro nascondevano tale insidia di stecchi e grovigli, che spesso si vedeva il cavaliere ispezionare il vasto penitenziario come se montasse un cavallo zoppo.
Evidentemente il 333 lavorava di suo talento. La sua passione dominante erano le scarpe da donna, che parevano modellate sul bel piede che Agnolo Firenzuola, ragionando della bellezza delle donne, vuole snello ma non magro, nè senza l'atto del salire del collo. E bisognava vederlo rifinire un paio di tali scarpe. Le sfregacciava con le sue mani viscide, le lisciava, le rigurdava lungamente; e in questa sua cura pareva trasfigurarsi per un intimo spasimo non represso. Poi le licenziava con un ultimo sguardo obliquo, tutto proprio dell'artista che ha scaricato una sua tensione nervosa, e pareva dicesse: andate, fate la fortuna di un piede libero e di uno sguardo appassionato.
Ma la sua salute andava decadendo, senza che il medico del carcere sapesse scoprirne la ragione. Costui non sapeva nulla di virtù afrodisiaca del cuoio nè di malsana sensibilità e di sogni a occhi aperti dei carcerati. Finalmente, in seguito a lenta consunzione, l'ergastolano non fu più neanche un numero.
- Era un feroce artista della toma! - disse il cavalier direttore, zoppicando davanti alla cella da cui era staccata la matricola 333.