Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Giovanni Rosadi
Note in margine

IntraText CT - Lettura del testo

Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

LA FOSSA DELL'ABATE.

 

I.

 

Chi non ha mai approfondito il carattere di una città ducale non sa che sia la serena malinconia dei luoghi; non conosce il piacere di sentirsi vivo in una città morta. Il tenore di una Corte angusta come il regno che la sosteneva, e però influente a fondo su tutti i costumi e gli aspetti della città, vi lasciò la sua impronta giallognola, di doratura sbiadita, con traccie stanche di stile impero, che nessuna vicenda è mai bastata a cancellare. Si direbbe che la Corte, abbandonando la sede del suo dominio, si sia portato via ogni segno di fasto e di benessere istituito per suo motu-proprio e vi abbia lasciato gli staffieri, i ciambellani, i funzionari, oggi viventi tutti con grado e in aria di pensionati. Le forme edilizie, mute per devoto silenzio, non hanno cambiato espressione col cambiare d'uso. Si ha voglia di inchiodarvi stemmi e insegne e scritte di nuovi uffici! Uno spartito ampio di finestre e di porte, un vestibolo luminoso, una tribuna capace, una fuga di archi spaziosi ricaccia la nuova occupazione nella protesta di un insolente anacronismo. Gli stessi funzionari occupanti, vengano dalla Sicilia, scendano dalla Valtellina, prendono una posa storica, smarrita lungo un secolo addietro, sonnacchiosa e piaccicona più che altrove. Le aziende, le officine, le botteghe, quelle amabili caratteristiche botteghe con l'apertura a T, se hanno mutato etichetta, non pare abbiano mutato attività. Si direbbe che vi si rifinisca un lavoro incominciato al tempo del duca e ordinato da lui.

Lucca è una delle città che più deliziosamente conservano il carattere ducale. Il cerchio alberato delle sue mura serve particolarmente a chiuderla nella castità della sua storia. Quando il cielo coperto cala sul rigido cerchio, il forestiero crede di trovarsi dentro un cofano perfettamente chiuso; ma se ha scorta sufficiente di preparazione e vena discreta di fantasia può vivere in un giorno la vita avventurosa di un secolo. Le quattro porte, dalle saracinesche alzate e riposte in fitti drappi di ragnatela, come preziose antichità scampate al furor del museo, rintronano ai rari passi di chi entra e esce, contando il ritmo tranquillo della città. Il suono dell'ore si diffonde sui tetti e negli orti frequenti e per le vie deserte come un richiamo ascoltato da tutti e non sopraffatto dai rumori alla realtà della vita che scema. A mezzogiorno canta la cuccumeggia.

Quando due forestieri provenienti da Milano furono a Lucca nell'estate del 1868, il ducato era finito da pochi anni, il cielo era coperto. Non pensate, l'impressione provata da loro non fu diversa da quella degli altri forestieri; ma vi si aggiungeva l'orgoglioso rimpianto dei grandi palazzi settecenteschi, degli spaziosi bastioni spagnoli, dell'ampia distesa del duomo. Che è, a paragone di questa, il biscanto cieco di San Martino e la sbilenca basilica conclusa in un angolo della piazza fuor di simmetria, dalle linee sublimi nell'espressione del mistero, coi sobrii bassorilievi petrosi? Che sono, a confronto dei bastioni, le mura cerchiate come verde odorata ghirlanda? Che mai il placido sonno di Ilaria, composta nell'eternità della sua divina bellezza, in contrasto col rumore e la festività delle strade affaccendate della capitale lombarda? La visita fu breve, a volo d'uccello. Questi voli sono il capriccio di altri animali, non degli uccelli, saggiatori sapienti e curiosi d'ogni granello di nuova terra, d'ogni diverso aspetto di umana opera. Quelli che volano sulla mesta città posano a lungo sulla quercia verdeggiante in cima alla Torre dei Guinigi e beccano alla sera nelle alture e tra i merli dei campanili e dicono nel canto le lodi della città e le sue antiche storie.

Dopo il breve giro entravano nello studio di un avvocato, presso la salita del Bobolino, per un affare d'amore, come dissero al giovane di studio, che li accoglieva. Il signor Davino, veramente, non era giovane, ma ormai si ritrovava, oltre i suoi settant'anni, a sentirsi chiamare giovane, secondo questo modo di amabile ironia toscana. Informatosi meglio sulla natura di quell'affare d'amore e convintosi dei termini di una lite civile, si affrettò ad annunziare i clienti all'avvocato, che si intratteneva nella sua stanza con un modestissimo criminale, e non ne uscì finchè non ebbe condotto fuori l'importuno dicendogli più volte: - via via, galantuomo! - I giudicabili chiamava sempre galantuomini; i litiganti, signori. Antitesi spiccia tra una giustizia per galantuomini e una da signori!

Francesco Carrara, come si chiamava l'avvocato, era uomo oltre i sessant'anni e presentava una figura strana: faccia grande e più larga in basso, capelli raggruppati in due grossi ricci sotto le tempie, naso adunco ma senza espressione di grifagno, occhi acuminati e dallo sguardo lungo, piccoli baffi, ciuffetto di peli sotto il labbro inferiore, orecchie forate con campanelle appese. L'ampia rivolta della camicia si rammodernava nascondendosi sotto la giacca capace; ma i pantaloni di tela greggia tradivano un antico e già disusato costume continuando fin oltre il piede, al quale facevano da calza, come si scopriva alla scarpetta scollata. Nel silenzio e nella tristezza della sua città natale quell'uomo, benchè esercitasse l'arte della discordia nel fôro, aveva scritto da poco sette aurei volumi, coi quali aveva tratto nell'ordine di una meravigliosa potenza dialettica tutte le conseguenze giuridiche delle sua concezione classica del delitto. Aveva da poco salito la cattedra invertendo il metodo comune dei dottori, ossia instaurando la dottrina sopra l'esperienza. Aveva nel cervello un diamante, col quale tagliava nettamente ogni questione, come fa il diamante sul vetro, senza disturbare le molecole della materia disputabile, invertendo in questo il metodo comune degli avvocati, che scompongono gli elementi della disputa e li mescolano in tesi artificiosa.

Come i due clienti furono alla sua presenza, l'uno incominciò:

- Io sono il marchese di Lambrate e questo è il mio unico figliolo. Premetto che porto questo nome da tre secoli.

Il Carrara fece saltare le scarpette dai piedi imbracati; ma quegli, senza badargli:

- E mai in tanto tempo ha subìto incrociature. Incrociature! Incrociature!

E come seguitava a gridare, così il Carrara lo interruppe:

- Cose da cani! Il marchese ha ragione.

Il giovane, che aveva abbassato il capo alle nuove furie del padre, lo alzò a questa osservazione, come se i cani lo riguardassero in qualche modo. Allora l'avvocato:

- Forse il giovanotto si è invaghito di una ragazza di basso nome?

Il marchese non lo lasciò finire:

- Precisamente! Cioè.... La ragazza non ha neppure un modesto casato, non ha nome, è bastarda. Ecco l'orribile incrociatura. Cose da cani! Ben detto!

Il giovane supplicava il padre con gli occhi e cominciava a esporre il suo caso; ma il marchese riprese la parola:

- Ecco, il mio figliolo, in fondo, è degno del nome che porta; la sua ostinata passione per quella ragazza è il suo unico torto; ma d'altronde la ragazza è di buona indole e anche di fina educazione, e non pare neanche di ignobili natali. Per intenderci subito, sebbene spuria, ha da provare la sua paternità. Anzi par certo che sia figliola d'un ricco signore, d'un conte; però d'una contea che non è da paragonare col mio marchesato; ma insomma ha da acquistare un titolo e un nome. Ecco il tema della lite; ed ecco il patto che io metto al mio consenso al matrimonio. Anzi sono qui anch'io per impegnare una lite, se c'è fondo. Il conte dimora in questo circondario; e per questo siamo qui. Potevo fare di più per questo ragazzo innamorato?

- Badino - disse l'avvocato - che la ricerca della paternità è permessa soltanto nei casi di ratto della madre o....

- Siamo nel caso - interruppe il giovane precipitando. - Ma ecco che abbiamo raccolto le notizie minute sul fatto.

E consegnò un nitido manoscritto all'avvocato, che prese a sfogliarlo. Una circostanza presto adocchiata lo colpì, poi un'altra. Leggeva a sbalzi, puntando gli occhi su ogni circostanza saliente, li dilatava ad ogni segno d'intelligenza, scoteva le campanelle appese alle orecchie, finchè, a un certo punto, la sua curiosità parve raccogliersi in una rivelazione. Allora cessò di leggere, rinfilò le scarpette e disse:

- Non hanno altro da aggiungere?

- Tutto quello che sappiamo è costì - risposero i due.

- La storia è lunga e anche complicata. Parrebbe un romanzetto, se non fosse vera.... Chi sa! Chi sa!... Ho bisogno di leggere attentamente. Domani sarò in grado di conferire con loro. Domattina alle undici.

I due facevano a gara nel movere domande e anticipare osservazioni; ma l'avvocato si schermì dicendo seccamente:

- Domattina alle undici.

Il marchese volle tuttavia chiedere se la fanciulla, vincendo la lite, avrebbe rivendicato anche il titolo nobiliare del padre. L'avvocato ripetè:

- Alle undici.

Il vecchio giovane dette di leva alla sua grave persona al passare dei clienti, puntando le mani sull'opera sua di alcune scritture avviate, e per poco non si cavò la berretta ducale, diventata ormai parte inseparabile del suo capo dal giorno che il ragazzo di studio gli incendiò l'ultima parrucca di color locale, giallognola, come di doratura sbiadita.

 

 

 




Precedente - Successivo

Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (V89) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License