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| Giovanni Rosadi Note in margine IntraText CT - Lettura del testo |
III.
Fu chi nel ritrarre un'intima e grave condizione spirituale pensò far dire all'uomo in lotta con sè: sei sola, anima mia, non mentire a te stessa. Non così pensava Perchia in quell'ora della sua massima costernazione. Mai come allora la sua coscienza, mai come in tali casi la coscienza d'ogni uomo, è stata così poco sola e ferma in se stessa, perchè anzi in questi casi si sdoppia, discute in contrarie voci, lotta tra le strette della verità, e non mentisce.
Perchia entrò dunque in una lunga e appassionata discussione, nella quale aveva di fronte il più debole dei contraddittori, se stesso, e si vedeva davanti il più parziale dei giudici, la propria ragione. Una frase articolava commosso, di tanto in tanto: la mia figliola! Passeggiava la stanza, poi si arrestava, ora fissava il pavimento, quasi volesse evocare un'ispirazione di sotto terra, ora la finestra, come per ottenere un barlume tra le tenebre della mente, ora nel vuoto della stanza, come per distrarsi e correggersi di tutti i pensieri formati e cercarne dei nuovi, poi tornava a passeggiare, e si diceva e si contraddiceva:
- Posso farlo? Posso chiedere ai giudici che la mia figliola sia dichiarata la figliola di altri? Io stesso? Sarebbe la più grande delle scelleratezze! Rinnegare il mio sangue, tradire un'altra volta un amico, rovesciare in altrettanti argomenti di colpa tanti suoi benefizi verso quell'innocente!... Non debbo farlo; non lo faccio. Mi confesso padre e divento galantuomo.
- Non è possibile! Darei a Fortunata un padre inutile, anzi infame, in cambio di un padre onesto e utilissimo. No. Sarebbe questa la più grande delle scelleratezze. Bisogna che sia iniziata la lite e che il conte di Camaiore sia dichiarato padre di Fortunata. Ecco fatto!
- E costui godrà del nome di padre? e io dovrò conquistargli questa dolcezza? io stesso? È vero che lui non desidera nè chiede questa sublime esaltazione della vita, che non gli spetta; la ricuserà e la combatterà, anzi; ma quando l'avrà a suo dispetto provata, vi rinverrà un'illusione e un compensò che gli faranno gradite le iniquità e la calunnia. E quell'angelica creatura, che crederà di aver conquistato il padre col diritto, procurerà di guadagnarselo col sentimento, e gli porgerà tali dolcezze che non saranno meno giuste e sincere. Non è mica vero che la natura parli alla ragione; ma la ragione parla alla natura. Mi aveva mai detto la natura che io ero padre, prima che me lo dicesse per quelle poche carte la ragione? Ha detto forse la natura alla mia figliola che non è la figliola del conte di Camaiore? No. Fortunata è la mia figliola. Devo riconoscerla per mia.
- Ma sarebbe una ben triste fortuna! Il suo nome, aggiunto al mio, urlerebbe come la più aspra ironia. Che sarà il mio nome tra poco, se non infamia e forse un numero? Quel patrizio sciocco e testardo, che è il marchese di Lambrate, sdegnerebbe sempre più che il suo nome purissimo si unisse a un nome ignominioso, se già ha tanto sdegnato la mancanza di un nome. E avrebbe ragione. Sono io che non ragiono.
- Eppure, se quei tre sciagurati avessero pietà di me e del mio stato e mi risparmiassero la sorte che io tentai risparmiare a loro, non sarebbero tutti vaneggiamenti i miei! E mi sarebbe pur caro rivedere nell'aspetto d'una figliola il mio aspetto stesso! stringere tra le mani la carne della mia carne! respirare un alito di vita che è la vita mia! inginocchiarmi a lei e chiederle e darle la benedizione del cuore sopra gli affetti e le vicende di giorni migliori! Sarebbe pur caro, sì, ma è impossibile! I tre sciagurati non aspetteranno otto giorni a denunziarmi e tutti gli altri miei guai si rovesceranno con questo gran guaio sopra di me. No, non è possibile!
- E chi troncasse d'un colpo tutte queste incertezze tormentose e si levasse da questa disperata alternativa? Ah no, neppure la morte! Io solo, io che ho creato la sorte infelice di Fortunata, debbo a qualunque costo salvarla. Io solo, che misi nell'equivoco e nell'inganno un amico, posso tenerlo ancora nell'equivoco e nell'inganno. Io solo posso compiere un'ingiusta azione per raggiungerne almeno questa volta una buona. Ho risoluto. Devo iniziare la lite con lui....
- Giusto lui!... il maestro!... Ma non ha gravi sospetti sopra di me? Non gli son venute all'orecchio tante voci indiscrete di questa città maligna? Non mi ha chiamato apposta, per mettermi alla prova in questo terribile contrasto? E come farò a presentarmi a lui e dirgli che la lite è giusta e che mi posso mettere al suo fianco per sostenerla?
Il pensiero del maestro cancellava tutti gli altri pensieri, anche quello che si conciliava con la prerogativa delle ingiuste azioni. Ma bisogna conoscere la natura dell'errore per misurare lo stato d'animo dello sciagurato davanti a questa particolare difficoltà.