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Giovanni Rosadi
Note in margine

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IV.

 

Cìncica e Perchia, studenti senza vocazione, questi di Lucca, quegli di Camaiore, si immatricolavano nel novembre del '47 all'ultimo anno di legge nell'università di Pisa: gli altri tre anni avevano trascorsi in quella di Siena.

Cìncica studiava contro tutte le disposizioni della sua natura. Afflitto da una frigidità che non gli consentiva di esser giovane, si ritrovava a vent'anni già invecchiato nella tristezza, e male ne avrebbe cercato sollievo negli studi, non trovandovi allettamento in sè, nè profitto nelle applicazioni, perchè non necessarie alla sua esistenza. Ma il padre, ricco e grossolano coltivatore della propria terra, voleva ch'ei compisse gli studi avviati e minacciava di respingerlo dalla sua casa se non vi ritornasse incoronato del lauro di dottore. Ma doveva ancora cimentarsi in tutte le prove di studio intanto che già l'ultim'anno avanzava.

Perchia era un giovane libertino, insaziabile d'ogni piacere, bugiardo e incosciente, il quale s'era giocato a carte le tasse scolastiche di tre anni e non era innanzi nel profitto più di Cìncica; ma aveva più di lui agile l'ingegno e più impronta l'indole. Era notevole nella sua bocca ingorda e mendace un prognatismo accentuato, che gli valse il soprannome di Perchia. Quello di Cìncica sembra derivasse dall'idea di cinciglio o di cincischio, suggerita dalla sua natura sbrendolata e impotente.

Tra questi due soggetti opposti corse spontaneo un disegno: barattarsi la persona per un anno. A questo fine convennero, nel lasciarsi in luglio a Siena, di trasferirsi a compiere l'ultimo anno d'università a Pisa. Là, dove nessuno li conosceva, si sarebbero scambiato nome e condizione: Perchia diventerebbe conte di Camaiore, sosterrebbe le prove d'esame e prenderebbe la laurea in nome del conte; questi cederebbe quasi tutto il paterno assegno mensile a Perchia in compenso del suo sacrifizio.

Nel novembre, ottenuto dai genitori il consenso a lasciar Siena, si inscrivevano con la convenuta inversione nel quarto e ultimo corso di legge presso l'università di Pisa. Da quel giorno trascorsero sotto il nome del conte di Camaiore audaci avventure, rischi disdicevoli, vizi vergognosi, fin che non si divulgò un clamoroso avvenimento per la piccola città.

Massimina, la bellissima figliola della signora Teresa, la locatrice della stanza occupata dal finto conte di Camaiore, era fuggita dalla casa materna in avventura d'amore con lui. Egli, ragionandole della sua sviscerata passione per lei, l'aveva convinta, se non persuasa, che per indurre il padre di lui, aristocratico e superbo, a permettere le nozze del suo unico erede con una fanciulla volgare bisognava ricorrere a questo espediente, la fuga.

Una sera della fine di marzo, Massimina salì il letto, dove soleva dormire insieme alla madre, ma non s'addormentò. Anzi, dopo buon'ora, ne discese senza rumore e brancolando nel buio si diè a raccogliere pochi panni di suo uso e ne compose un fardello; poi indossò una sottana e così mezza vestita risalì il letto. Alla torre della città sonavano le tre. Massimina sollevò il capo e stette in atto di ascoltare, poi udì di lontano un rumore di ruote e poi da vicino un triplice schiocco di frusta, che parve sterzare le tenebre dense della notte. Era il segnale della fuga.

La fanciulla si scosse, tremò in cuore e nella persona, balzò dal letto, raccolse il fardello del panni, e scalza e discinta com'era si avviò all'uscio della stanza. Qui si voltò indietro, stette ad ascoltare, quindi singhiozzò più che non disse: - mamma! - Ma quest'unica stentata parola, che sonava astuzia e pentimento, calcolo e imprudenza, contrasto e risoluzione, non fu intesa dalla madre addormentata, che in quel momento distendeva l'uno dei bracci verso il lato deserto del letto, sognando forse di posare sul cuore fidato della figliola. Questa, incoraggiata dal silenzio, usciva allora dalla stanza.

Giunta alla porta di casa, credette di essere chiamata e si mise di piè fermo ad ascoltare, ma nulla intese; aprì la porta e la varcò; subito dopo fece per respingerla e rientrare, ma era già chiusa. Allora, con quell'ultima risoluzione che togliamo volentieri da circostanze estrinseche e accidentali, in cui vogliamo scoprire il consiglio del destino, scese frettolosa le scale e si diede in braccio all'amante, che la caricò, quasi merce furtiva, nella carrozza che l'aspettava. Questa si mosse verso l'Arno vicino e ne percorse lungamente la sponda contro il corso delle sue acque.

Ormai i due amanti erano per una via che andava altresì contro il corso di tutte le ragioni umane; e prima le acque dell'Arno che i due amanti potevano ritornare indietro.

A Pisa, tra le comari della signora Teresa e i condiscepoli del rapitore, si parlò allegramente di questo ratto, come dello scandalo del giorno; ma chi avrebbe potuto parlarne con qualche frutto, che non fosse la soddisfazione dello scandalo e la malignità, chi avrebbe potuto con tutto il petto gridare al ladro dietro a chi si era rubato un tesoro era solamente la signora Teresa. Ma dopo qualche settimana la povera donna, già da tempo malata, non parlava più e il rapitore non fu scoperto nè cercato nel suo orto di erbe e fiori, come chiamava rettoricamente la bellezza di Massimina scrivendo a Cìncica. In verità, una fanciulla fresca del più bel verde di bellezza, con tanta luce di occhi, con tal ombra di chioma, con tali sentieri di forme, era pure un orto d'incanto. Tutto questo scriveva a lui, proprio a lui. Ma gli amanti disprezzano le spine quando son cadute le rose; e l'amante di Massimina si sentì dopo tre mesi punto dalla spina di una fredda sgomentevole realtà e fuggì.

Massimina lo attese, lo cercò, lo pianse invano; invano tornò alla città de' suoi amori e percosse alla porta che si era chiusa da sè; invano sperò il perdono della madre: era morta. Non cercò altro, non desiderò nulla, aborrì da ogni pensiero, e fredda, cupa, stordita, lasciò la terra che ricopriva le ossa della madre abbandonata.

Singolari avvenimenti intanto scotevano l'anima afflitta e rassegnata di Cìncica. Lo spirito di riscossa, che tante volte era sorto in Italia contro l'oppressione straniera, risorgeva nella primavera del '48 tra i meno fiacchi italiani di Toscana, benchè l'opera del risorgimento si ridestasse nelle provincia lombarde. La scolaresca dell'università di Pisa, che da qualche tempo si era costituita in guardia universitaria, già vestita com'era della sua divisa, cinta delle sue armi, esercitata alla sua disciplina, accolse il cenno di moversi contro l'odiato nemico come la bambinetta abbigliata dalle mani della mamma riceve la spinta che la licenzia a' suoi giochi infantili.

Il 22 di marzo la guardia universitaria, ordinata a battaglione di guerra, marciava fuori delle porte di Pisa. Erano trecento e ottantanove e si avviavano per lontane regioni e verso incerti destini: indossavano camiciotto turchino con largo goletto e polsi scarlatti: imbracciavano pesanti fucili a pietra od a fulminante: procedevano in sei compagnie comandate da maestri creati ufficiali: due soli tamburi cadenzavano la marcia ispirata e solenne.

Tra i soldati di quel battaglione marciava il conte di Camaiore, che aveva dovuto mantenere anche per questa via di gloria il falso nome assunto, lasciando il suo alla fama e alle conseguenze di un'ignobile azione. Di fatti Perchia, mentre il suo vero nome si ricopriva d'onore, come quello d'un soldato volontario della patria, giaceva nelle dolci primizie del ratto compiuto.

Intanto nessuno di quei volontari portava seco tanta volontà quanta il conte di Camaiore: volontà di combattere, volontà di essere valido a qualche cosa, volontà di morire. E la morte vi chiamava tutti, giovani e spensierati competitori di un nemico tante volte più numeroso e potente di voi; ma l'aspetto della morte non vi parve più tristo di quello della miseria; e correste avanti. Avanti avanti, su pei valichi dell'erto Appennino e per le valli fiorenti di messi e i colli verdeggianti d'ogni primavera; avanti avanti, attraverso gli spalti lombardi, fino alla sponda del Mincio, dove poche case bagnate dalle sue acque allaganti serbano il nome caro e benedetto di Curtatone. Là il sole del 29 di maggio rischiarò a voi la via del sacrifizio e un cenno di guerra vi condusse sotto il cannone e la mitraglia tedesca: strumenti di offesa sette volte più formidabili, che 35000 erano i nemici e 5000 voi. Il numero doveva sovrastare al valore, l'arte delle armi alla poesia della patria. Ma quel sogno di primavera è la realtà di questo inverno ingrato e scettico, che in segno di scherno chiama quarantottesco l'impeto generoso d'ogni poesia della storia.

Nella fine di giugno gli scolari superstiti alla battaglia di Curtatone ritornavano alle università per riprendervi gli studi interrotti. Ma poi fu deciso che agli ascritti dell'ultimo anno si conferisse la laurea senza una vera prova di esami. Perchia era dunque laureato. Soddisfatto di questa fortuna, come l'avesse vinta al gioco, andò a iniziare l'avvocatura a Lucca e ripetè almeno una volta al giorno, alla pari di qualche altro patriota della sua tempra, che era un avanzo di Curtatone.

Al conte non restò se non di riprendere la via del sacrifizio e tornare a casa. Male accolto dal padre, riparò presso il mare, sul confine tra la pineta di Camaiore e quella di Viareggio, in una casetta dei possessi paterni, fiancheggiante la fossa di confine, sul di cui uscio è tuttora una madonnina di gesso. Dopo qualche tempo, morto il padre, ne fu unico erede in tutta la sua vasta fortuna. Ma fu ricchezza senza valore. La sua natura, che gli rendeva sterile la giovinezza e inutile la vita, lo indusse a rinunziare al mondo ed a vestire un abito che lo tenesse distinto anche nell'aspetto e appartato dalle relazioni degli uomini. Per questa ragione si fece diacono, renunziando poi sempre al sacerdozio, sì che fu generalmente chiamato l'abate.

 

 

 




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