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Giovanni Rosadi
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IL LIETO EVENTO.

 

Anche nel travaglio del parto la giovane gestante conservava il perfetto candore della sua carne, che intonava perfettamente a quella del marito presente, un uomo biondo come ottone stropicciato.

I due nati da quella coppia, allontanati ieri da casa con la promessa che la mattina seguente vi avrebbero trovato un fantoccio vivo, portato da una pastora della Sambuca, conservavano, oltre i cinque anni, la bianchezza e le grazie di due Cherubini delle antiche Glorie.

Quando la levatrice, dopo un grido supremo della madre, raccolse il nuovo nato, indugiava a mostrarlo al padre; ma finalmente dovette lasciarglielo vedere.

Ai capelli, alle nari, alle labbra, al colore di tutto il corpiciattolo proporzionato, non era più possibile dubitare; era il più nero e perfetto tipo di un moro.

Il marito fuggì dalla stanza; e alla sorella che fuori della soglia gli domandò "un'altra femmina?" rispose bruscamente: "no". Alla cognata che esclamò a modo di felicitazione "un maschio!" gridò: "neppure". E seguitò la sua corsa fuori di casa.

- Nato morto! - si dissero le due donne. Ma allora allora provenivano dalla stanza nuziale alti vagiti di tale accento pecorino, che parevano belati. Le zie innutte ruppero il riserbo che le aveva trattenute fuori, entrarono e videro. Lo spavento empì tutta la casa.

Furono consultati ginecologi e legulei. Un'azione per disconoscimento di paternità, un'accusa di adulterio, questi erano i prevalenti pareri dei saggi, quando una vecchia donna di casa volle dire il suo. Raccontò che il padrone aveva fatto, alcuni mesi prima, un bel regalo alla moglie nel suo natalizio. Le aveva fatto trovare in camera, quando vi doveva rientrare di sera e sola, una figura di moro in legno e di grandezza naturale: forse un antico torciere chiesastico, convertito in mondano portatore di gioie. E di nuove gioie splendide aveva accompagnato il dono. La gracile donna, entrando nella stanza, ne aveva provato un tale spavento che era caduta in deliquio. Ma al marito aveva celato questo esito infelice della sua premura e gli aveva fatto gran festa fino a tarda sera; anzi diceva la vecchia che un po' di festa era continuata anche la notte.

Allora ginecologi e legulei furono concordi nel giustificare il caso innocente. Il moro, distratto dal suo impassibile e pio incarico di sostener viticci a gloria e luce del Signore, si era intruso nelle oscure intimità degli uomini spandendovi ferace potenza e biechi sospetti.

Perciò fu dato alle fiamme. Se fosse stato di carne, lo avrebbero condannato a pochi giorni di detenzione.


 

 

 




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