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Giovanni Rosadi
Note in margine

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II.

 

Rimasto solo e indisturbato, come può concedere l'arringo professionale in una città del silenzio, il Carrara lesse interamente il manoscritto. Si sarebbe detto, a vederlo sempre più attento alla lettura, che lo invogliasse una curiosità personale più che di professione. Quando ebbe finito, prese una risoluzione che dovette parergli felice: tanto fu pronta e recisa. Chiamò il signor Davino e lo incaricò di ricercare Perchia, un collega della città, generalmente conosciuto con questo soprannome, e di condurlo subito presso di lui.

Il signor Davino non perse altro tempo se non quello occorrente a rincalcare il cappello al posto della berretta e dovette girare non poco per la piccola città, e correre due volte il Fillungo, deviare ora per via Buia, dove nacque all'armonia il soave Boccherini, ora nei diverticoli della Tor dell'Ore, dove fu la casa dell'amata Gentucca. Finalmente lo trovò in quei paraggi, in fondo a un'osteria, dove già aveva anticipato la sua refezione.

Come il Carrara l'ebbe davanti a sè, con un'aria che voleva dissimulare qualche cosa di misterioso gli disse:

- Mi capita un affare che mi pare adatto a te. Forse potremo trattarlo insieme. Devo dare la risposta domattina. In ogni modo desidero che ci sia dentro anche tu. Questo è un manoscritto che espone la storia del caso. Tu mi dirai la tua impressione, ma domattina, prima delle undici.

- Non vado neanche a mangiare! - disse Perchia. E mostrò una grande premura per l'onore e la deferenza usatagli dal collega maggiore.

In verità l'onore gli pareva immeritato, la deferenza strana. Certo erano una cosa nuova. Ma contrastavano col suo intimo stato d'animo, giacchè ora, attraverso alle sue disordinate vicende, si ritrovava alla vigilia della propria rovina. Tre malfattori, che intristivano da cinque anni ai lavori forzati in pena di un ingentissimo furto, gli minacciavano da tempo la esatta rivelazione della sua complicità nel delitto da loro commesso, per essersi fatto ricettatore di quasi tutto il compendio furtivo, se finalmente non ne restituiva almeno una parte alle famiglie. Avrebbe dovuto pagare oltre diecimila lire; ma ne aveva altrettante di debito verso clienti e usurai. Fra qualche giorno i tre malfattori avrebbero fatto le minacciate rivelazioni e il loro difensore li avrebbe seguiti nella medesima sorte.

In questa disperata condizione credette di intravvedere nell'atto del grande collega la mano della Provvidenza, il segno della propria redenzione. Gli pareva di avere scorto non solo nell'atto, ma nel modo stesso di porgerlo, qualche cosa di misterioso, vale a dire quel tanto che il maestro aveva creduto di dissimulare. Allora corse a chiudersi nel suo studio per leggere il manoscritto.

Chi avesse seguìto le sue varie impressioni avrebbe notato che anche in lui si accentuavano fin dalle prime pagine alla rivelazione di certe circostanze, si incalzavano a quella di altre, ma con rilievo più forte e repente. Sul punto della conclusione in cui il maestro aveva voluto confondervi lui, egli vi aveva già confuso se stesso. La conclusione era enorme, tremenda, maravigliosa. Il padre della fanciulla, che cercava il nome e l'origine propria per rendersi degna del casato dei Lambrate, era lui, Perchia, il sopracchiamato nella difesa per la ricerca della paternità.

Narrava il manoscritto che il padre della fanciulla era l'abate ***, conte di Camaiore. Ma Perchia non era stato mai abate, nè era conte, nè veniva di Camaiore. Nessun indizio raccolto nella cronaca accennava neppur lontanamente a lui. Dunque la cronaca raccoglieva un errore di persona e apponeva ad altri i fatti che Perchia attribuiva a se stesso. I fatti erano veri, ma si innestavano su un solo punto diverso dal vero, ignoto agli espositori, ma a Perchia notissimo. O egli riparava a questo difetto e doveva confessarsi padre; o si disponeva a secondarlo e doveva accusare altri della paternità che era la sua.

Allora sentì, in tutta la profondità della propria miseria, l'alta potenza del genio che lo aveva tratto dall'ombra per gettarlo tra gli urti di questo dilemma terribile. Nelle città silenziose si spande l'eco delle voci che emanano dalla verità come il suono dell'ore che vien dalla torre, ascoltato da tutti, non superato dai rumori, e anche al savio maestro non era sfuggita la voce di antiche avventure dello scioperato collega. La genialità dell'atto consisteva nel costringere la diceria, il pettegolezzo, nel tragico di una prova palpitante e con conseguenze estreme.

 

 

 




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