Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Francesco Vettori
Scritti storici e politici

IntraText CT - Lettura del testo

Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

II

VIAGGIO IN ALAMAGNA

 

LIBRO PRIMO

 

[2r] Tu m'hai più volte ricerco, Giovanni mio, che sia contento scrivere tutta la gita mia d'Alamagna distintamente. Io insino a qui te l'ho negato, iudicando che non meritassi essere scritta, ma che bastassi parlarne quando mancassi ragionamento. Ma instando tu al continuo, non ho potuto contradire come quello che alli amici ogni cosa concedo, e massime a te. Scriverrò, adunque, tutti e' luoghi dove sono stato, e non solo le città e castelli, ma li borghi e minime ville, e quello mi sia accaduto e con chi abbi parlato e di che. E, se ne sarò ripreso, tu ne sarai causa che, me non volente, hai constretto a scrivere.

 

Alli 27 di giugno 1507 partì' di Firenze con quattro servitori a cavallo. E perché disegnai non passare a Bologna, per essere quella infetta di peste, feci la via di Barberino, e quivi mi condussi la mattina a desinare, che era domenica. L'oste dove mi fermai era fiorentino, chiamato Anselmo di ser Bartolo e, per essere ridotto in povertà, col fare osteria s'ingegnava intrattenere sé e la famiglia sua.

Come ebbi mangiato, sentì' per la villa suono di tamburi e tumulto di gente. [2v] Domandai l'oste che cosa fussi. Rispose che il giorno si trovava quivi il conestabile del battaglione e che tutti e' fanti del paese s'avevono a ragunare in quel luogo per fare la monstra. Onde io, pensando di passare il caldo con qualche ragionamento, li dissi: «Anselmo, e l'età e l'arte ti debbe avere fatto e discreto et esperto. E però vorrei mi dicessi il vero se tu iudichi che l'avere introdotta questa ordinanza e dato l'arme a questi fanti, chiamati battaglioni, sia a proposito della città nostra o no».

Lui mi rispose che desiderava ne dicessi prima l'oppenione mia, la quale, quando fussi secondo la sua aproverrebbe, quando no, replicherebbe quello li occorressi. «In verità, oste mio» dissi io allora «che chi considerrà bene l'ordine di questi fanti, lo iudicherà et onorevole et utile per la città nostra. E ponendo da parte molte cose che si potrebbono dire, dico che e' Fiorentini hanno gran paese et abitato in gran parte da uomini usi allo stento et alla fatica. Oltre a questo, è forte per essere da molte bande circundato da alpe e da monti aspri, in modo che, se si mantiene questo ordine d'uomini armati et alquanto disciplinati nel paese loro, non che il duca Valentino e Vitellozzo con poco numero d'uomini, come hanno fatto pel passato, non ardiranno entrare, ma il re di Francia o qualunque [3r] altro principe con grande et iusto essercito dubiteranno d'accostarsi a quello. Ometto quanta facilità sarà nel congregarli, quanto minore spesa nel tenerli, di quanto timore saranno a' vicini; e voglio intendere la tua risposta».

Udito Anselmo il parlare mio, disse: «Perché le parole tue non monstrano la medesima oppenione che la mia, dirò quello mi occorre. E non fo dubbio che questi battaglioni, quando saranno armati et essercitati, potranno essere simili a quelli che sono tenuti buon fanti. Ma io non so già allora come noi Fiorentini staremo sicuri; né so in che modo li uomini armati et essercitati vorranno ubidire a' disarmati et inesperti. E dubito che non pensino, sendo stati un tempo sudditi, potere diventare signori. E credi a me, che tutto giorno li pratico, che loro non ci amano né hanno causa d'amarci, perché noi li tiranneggiamo, non li dominiamo. E se abbiamo paura delli insulti esterni, è meglio pensare redimersi da quelli che vengano de' quattro o sei anni una volta con danari, che temere di questi che possono venire ogni giorno. E se li possiamo congregare presto, questo medesimo posson fare da loro per nuocerci. E se a' vicini con essi metteremo timore, a noi medesimi metteremo timore e danno. Potrei dire molte altre [3v] cose, ma, sendo tu stato brieve, voglio fare il medesimo».

Le ragioni dell'oste non mi dispiacquono. E sendo già ora di cavalcare, montai a cavallo e la sera mi condussi a alloggiare al Piano in Bolognese. E perché l'osteria era piccola e trista, andavo per la villa a torno, la quale aveva sopra, poco lontano, una abitazione d'uno cittadino bolognese, chiamato Francesco della Volta, el padre del quale, secondo dicevano li uomini del luogo, era molto ricco. Ma, come avviene quando delle ricchezze s'hanno a fare più parte, a questo Francesco era tocco il palazzo con non molte terre a torno; e per spender meno si stava il più del tempo quivi. E vedendomi passeggiare venne da me, e mi domandò chi fussi o dove andassi. Risposi che ero mercante fiorentino et andavo a Norimberg per mie faccende.

Lui, come intese che andavo nella Magna, con grande instanzia mi ricercò se sapevo niente della venuta dello Imperatore in Italia e che grandemente lo desiderava, perché Bologna fussi per suo mezzo libera dallo insopportabile iugo del cardinale di Pavia, che era legato per papa Iulio. Al quale io dissi che mi persuadevo che la signoria di messere Giovanni e de' figliuoli fussi molto più aspra e dura che quella del Legato. Lui rispose che era vero che in Bologna, [4r] in quel tempo, non era sicura la roba, non moglie, non figliuoli, non la vita di quelli che erono inimici di messer Giovanni; ma, con tutto questo, che lui voleva mantenere la città e che quelli che erano amici suoi potevono sperare bene; ma che al presente nessuno vi era contento, perché il Legato non pensava se non a rubare ciascuno e, con ogni industria, guastare e dissipare la città, come quello che non si confidava poterla tenere insino non l'avea ridotta a niente.

 

Confortà'lo con quelle ragione mi occorsono, et all'osteria tornato, mi riposai. E la mattina sequente mi fermai a desinare al Sasso, distante a Bologna miglia otto, in sul fiume del Reno. Intorno a questo luogo sono molti palazzi di gentiluomini bolognesi, e' quali allora, rispetto alla peste, avevono quivi le loro famiglie. Desinai e di poi, per non dormire, mi messi a sedere avanti la porta dell'osteria. Et a caso vi capitò un frate dell'ordine di Camaldoli, che stava vicino al borgo in una piccola chiesa. Et entrando in ragionamento seco, gli domandai di chi fussi un palazzo molto bello in aspetto, quivi vicino. Disse quello essere d'un dottore, chiamato messer Lodovico Bolognini: «Il quale di legge [4v] forse qualcosa intende, ma d'ogni altra cosa niente. Ha una bella donna che la tolse che era già vecchio d'anni sessantacinque e lei ne aveva diciotto; et è qui a questo palazzo.

E ti voglio dire una piacevole novella che il verno passato gl'intervenne. Lui, come t'ho detto, sendo vecchio e morendoli la prima moglie, questa giovane e bella tolse. La quale, sendo stata presso a dua mesi seco e conoscendolo debile di corpo e di cervello, d'un medico giovane s'innamorò, nominato mastro Gualberto. Messer Lodovico, conoscendosi vecchio, era oltre a modo geloso; et in maniera la moglie, chiamata Dianora, guardava che non che altro avea fatica farsi alla finestra. E crescendoli ogni l'amore verso il medico e pensando il modo a venire a quello desiderava, finse essere gravemente malata, in modo che messer Lodovico subito mastro Gualberto fe' venire, il quale era uso spesso a medicarlo.

Et accostandosi il mastro a lei al letto a lume di lucerna ben piccolo, certi cenni et atti li fece, in mentre li toccava il polso, che lui molto bene s'avidde quello che essa desiderava e la confortò che presto la farebbe sana e contenta. E dipoi, ordinati alquanti remedi e chiamato messer Lodovico da canto, li disse che il male della Dianora era quartana e di mala sorte, e che aveva bisogno d'una essatta cura, e che lui non manche[5r]rebbe di diligenzia e sollecitudine. Messer Lodovico lo ringraziò e lo pregò che facessi l'uficio suo e che da lui sarebbe benissimo satisfatto.

E però il medico ogni giorno dua volte, e quando tre, la moglie visitava e li ordinava quando una unzione, quando un sciroppo, quando una pittima, e simil cose che costavono e poco operavano; e così fece circa un mese. Et in questo tempo molto meglio comprese l'amore che la donna gli portava; e con cenni e con parole gli monstrò che non manco ne portava a lei e che presto la trarrebbe d'affanno.

E chiamato un giorno messer Lodovico in luogo remoto, con una voce piena d'affezione e gravità, li disse: "Perché io vi ho sempre stimato come padre, non vorrei usare li medesimi termini con voi e cose vostre, che noi altri medici usiamo comunemente con li altri. Le quartane sono mali molto lunghi e de' quali e' medici cavono grande emolumento. Ma Avicenna mette un rimedio molto presto e salutifero, e quando voi vi disponiate su, sì io ve lo dirò: e questo è di fare qualche gran paura allo infermo. E la ragione c'è, molto evidente, perché tali febbre procedono il più delle volte da umori freddi, e' quali, né con cristeri né con medicine, si possono muovere, ma il timore grande è sì potente che gli manda tutti sottosopra. Ma [5v] bisogna avere gran rispetto che la paura non fussi di qualità che traessi lo infermo del cervello: e però è necessario che quello a chi è commesso questa opera, sia e pratico e prudente".

Al iurisconsulto piacque assai questo parlare, come a quello a chi rincresceva la spesa delle medicine e del medico, e rispose: "Mastro mio, io non so che merito vi possa rendere di tanta vostra affezione. El rimedio mi piace assai perché è scritto da' vostri dottori et è secondo la ragione. Ma poiché avete durata tanta fatica, voglio pigliate ancor questa di far tale paura alla Dianora".

Il mastro si scontorse un poco dicendo: "In verità malvolentieri piglio tale assunto, ma, per un tanto dottore come voi, son forzato a fare ogni cosa è di bisogno. Dunque in tal modo operate: domattina, dua ore avanti giorno, io verrò qui et arò meco una pelle d'orso, la quale mettendomi a dosso, in camera pianamente me n'entrerrò. Il lume in camera sarà piccolo, et io, come orso, in qua et in andrò saltellando. Lei si desterà e, veduto l'orso e temendo, comincerà a gridare. Io la lascerò tanto fare così che iudichi a bastanza, e poi m'uscirò di camera. Ma abbiate avvertenzia che in detta camera non sia alcuno e che, per romore che lei facci, [6v] nessuno vi entri".

Il dottore approvò tutto; et il medico vicitò la donna e li disse che la mattina seguente la voleva sanare, accennandoli in modo che, se non in tutto, in gran parte potette pensare quello avessi a seguire. E partitosi, una pelle d'orso procacciò. E la sera, d'una buona cena fornito, a casa messer Lodovico n'andò e, come era dato ordine, con la pelle d'orso vestito pianamente se n'entrò in camera. E la serva, che di ciò dal padrone era ammaestrata, aveva notato, l'ordine dato a venir quivi li disse, e però che lui, spogliato, allato a essa si metterebbe, ma che era necessario che lei del continuo gridassi. Onde, come il mastro gli fu a canto, cominciò a mettere le maggior grida del mondo; e per una ora che stette seco a sollazzarsi mai restò. E quando si volle partire, raddoppiava il romore perché la partita gli doleva. Pure lui, rivestitosi della pelle dell'orso et aperto l'uscio, saltellando fuori di camera uscì, Et è da pensare che rimanessi con la Dianora in che modo altre volte s'avessino a trovare insieme: tanto è che da quella ora in qua la quartana non gli tornò, e messer Lodovico per tutto Bologna ha predicato [6v] il remedio a guarirla».

 

Io, avendo udito la piacevole novella, mi partì' di quel luogo e, per dilettevole cammino e piano lungo il fiume del Reno, a buona ora arrivai al Ponte a Reno, distante a Bologna miglia dua. E, stando sotto una loggia dell'osteria, guardavo che era in molte parte guasta per la guerra, che l'anno avanti papa Iulio aveva fatto a messer Giovanni Bentivogli con l'aiuto del re Luigi di Francia, duodecimo di quel nome. Pure si vedevano, in più parte dell'osteria, dipinte le insegne de' Bentivogli, ancora che fussino in parte cancellate e guaste. E mentre a questo attendevo, sopravenne il signore dell'osteria, che veniva di Bologna, e, vedendomi intento a considerare quelle armi e leggere e' brievi che v'erono sotto, mi disse:

«Tu stimerai forse, vedendo qui tante insegne de' Bentivogli, che io sia stato tutto partigiano e sviscerato di quella casa, et, acciò non abbi a credere questo, ti voglio dire in che modo ci sono queste arme. Io mi chiamo Antonio Fantuzzi et ho qui questa osteria con certe terre intorno, e con questa entrata vivo il più commodamente posso. Et al tempo de' Bentivogli, attendevo a star quieto e farmi amare a ciascuno e poco travagliare.

Avevo una figlia molto bella, d'età d'anni sedici, la quale ho dipoi maritata, e la tenevo stretta, e la nutrivo con quelli onesti costumi che sono convenienti alle figlie ben nate. Non so in che modo di lei [7r] si venissi notizia a Ermes, figliuolo di messer Giovanni. E fu tanta la insolenzia e bestialità sua che, senza rispetto, mi fece dire a uno suo fidato che desiderava una sera cenare con essa. Puoi pensare se la proposta mi parve strana. Pure, sappiendo come si viveva in Bologna e che, faccendo il brusco, andavo alla manifesta morte onde lui conseguiva più presto la mia figlia, gli risposi che ero per fare tutto quello voleva, e che la mia figlia era fuori alla villa con una mia sorella, e che subito manderei per essa, e che mi tornassi a dire quando Ermes voleva fussi la sera della cena, che sempre mi troverebbe presto a compiacerli. E, partito da lui, a casa me ne tornai e feci, la sera, delle cose miei migliori più danari potetti, in modo congregai circa ducati cento. E la mattina, a buona ora, feci vestire la mia figlia di panni d'un mio ragazzo, e montai a cavallo et a piedi la menai meco. E quando fui lontano da Bologna un miglio, me la messi in groppa e, quanto più presto potetti, a Modona e poi a Reggio mi condussi. Intesesi in Bologna intra pochi come ero partito con la figlia, onde Ermes, infuriato, fece confiscare tutti li miei beni per e' Bentivogli, et in questa osteria ordinò fussino dipinte tante loro arme quante ci vedi, le quale, io come la rassetto un poco, tutte le farò cancellare».

Le parole d'Antonio mi monstrorno che questo Ermes fussi uomo di pessima [7v] qualità come altre volte avevo inteso. E che nell'anno MDI, quando il duca Valentino cercò di cacciare messer Giovanni di stato (e per condurre questo effetto tenne pratica con più gentiluomini bolognesi e tra li altri con messer Agamennone Mariscotti) e, non vedendo modo detto Duca che il suo pensiero gli potessi riuscire, perché li Orsini e Vitelli si opposono a questa sua fantasia, per mettere scandolo in Bologna e farla più debile, rivelò a messer Giovanni quelli con chi aveva tenuto pratica: e' quali furono tutti presi et incarcerati. E pensando messer Giovanni in che modo li dovessi far morire, Ermes con alcuni suoi compagni, armati, andorono a il luogo ove erono ritenuti e tutti in pezzi gli tagliorono: cosa aliena dalla religione et umanità, perché, se bene per salvare lo stato è conveniente amazzare li nimici, si debbe fare, massime quando sono presi, per via della iustizia e con quelle cerimonie et ordini che si ricercono.

 

Stetti la sera al Ponte a Reno e la mattina, dua ore avanti giorno, cavalcai tanto che giunsi a desinare a un luogo detto Buomporto in Ferrarese, posto in sul fiume del Panaro. Mentre desinavo, entrò nella stanza dove ero, uno giovane con una fanciulletta assai bella e galante, e quivi la lasciò tanto che andassi per la villa, cercando di provedersi d'una bestia. E, sendo lei rimasta sola, la domandai d'onde fussi e che appartenessi al giovane che quivi l'avea lasciata. Lei mi disse essere [8r] nata in una villa vicina a Firenze, chiamata Rovezzano, e che il padre era tessitore di panni lini e che teneva sempre in casa quattro o sei lavoranti. Aveva avuto moglie e di quella non li era nato altri figliuoli che lei. E morendo detta moglie, il padre ne prese una altra. La quale, cominciando avere figliuoli, come il più delle volte usano fare le matrigne, a lei, che Caterina aveva nome, tanto odio pose che non restava mai di gridare seco e, che era peggio, di batterla in modo che il vivere li era rincresciuto. E parlando un giorno con questo che la guidava, che era lavorante del padre, lo pregò che fussi contento partire di quivi e menarla seco. E lui, benché stessi alquanto renitente, alla fine s'accordò. E l'aveva condotta con grande onestà, né sapeva quello s'avessi a fare per l'avvenire: ma, facessi quello volessi, era contenta d'essere uscita delle mani del diavolo, che era sua matrigna. Tornò intanto l'uomo suo et, avendo trovata una bestia che la conducessi insino a Mantova, si partì. Et io, riposatomi alquanto, feci il simile.

E considerai nel cavalcare che, ancora che il paese monstrassi essere fertile di grano e vino, aveva grande incommodità d'acqua. E tutto giorno riscontrai carri che ne portavono a' luoghi dove n'era mancamento, e la traevono del fiume, [8v] el quale era tutto pieno d'uomini e donne, chi per lavarsi e chi per trarne acqua e portarla alle loro abitazioni lungi cinque o sei miglia.

 

La sera mi fermai alla Mirandola, castello che n'era allora signore il conte Lodovico, uomo nell'arme riputato assai. E come intese ero all'osteria, venne e, con una cortese forza, nella fortezza dove abitava mi condusse. E fatta ordinare la cena, come a un tale signore si richiedeva, et a lungo parlatomi della diferenzia aveva avuto col conte Giovanfrancesco suo fratello, e come n'era suto causa principale uno fiorentino, chiamato Pietro Bernardo che seminava certa nuova religione, e come lui lo aveva fatto ardere, e perché era già la cena finita, mi menò a una finestra che in una piazza fuori della terra guardava. E mi disse, monstrandomi un luogo, che quivi era suto arso Pietro Bernardo. E sappiendo io che erono dua anni, o più, che era suto morto e vedendo in quel luogo el segno del fuoco quasi d'un giorno, stetti ammirato e dimandai il signore della causa. Lui disse:

«Iermattina in cotesto medesimo luogo il nostro potestà fece ardere una donna, la quale aveva commesso tanti delitti che so rimmarrai attonito a udirli. Sono circa anni dieci che in questa nostra terra morì la donna a uno notaro, domandato Antonio [9r] Crivello, el quale, per essere sufficiente procuratore et avere avuto assai buona dota, era ricco. Riprese moglie una da San Felice, castello qui vicino, che aveva nome Simona, d'età d'anni venti: e lui n'aveva circa quarantacinque! La quale, conoscendo che il marito non era atto a scuoterla come arebbe voluto, s'ingegnò in qualunque modo cavarli le sua voglie. E quando il contadino e quando il servitore o vetturale adoperò. Et avendo già avuto una figliuola, pensò che meglio potrebbe la sua sfrenata libidine mandare ad effetto se sanza marito restassi e nondimeno potessi disporre della roba del notaro. E considerò che, quando il marito morissi senza fare testamento, la roba restava alla figliuola, e che a essa apparteneva esserne tutrice, in modo che ne potrebbe fare in gran parte la sua volontà.

Il notaio nel principio che la tolse, attendendo a procurare, de' disonesti portamenti suoi non s'accorgeva; ma nel processo del tempo vidde certi segni che lo feciono dubitare e stare di mala voglia. E quello che gli dava più molestia era che, oltre allo essere libidinosa, era tanto strana e ritrosa che mai restava di gridare et imperversare, e col marito e con ognuno di casa, di qualità che il notario non aveva mai una ora di quiete, in modo che ammalò.

[9v] Et allora parve alla donna che fussi venuto il tempo di colorire il disegno suo. E subito n'andò da un medico suo vicino, col quale aveva avuto qualche pratica, e li disse: "Mastro, io userò poche parole, perché sappi che noi ci conosciamo, e so che hai necessità di guadagnare et io di levarmi davanti il mio marito, el quale è malato. E per le miei persuasione chiamerà te alla cura sua e, se tu li dai una medicina che lo conduca alla morte, io ti donerò cinquanta ducati e la cosa sarà secretissima, e con essi potrai maritare la tua figliuola, et ancora aremo facilità di darci qualche volta buon tempo insieme".

Il medico, che era non manco tristo che bisognoso, accettò l'offerta. E, chiamato la sera allo infermo e considerata la infermità, disse che li ordinerebbe una medicina che presto lo sanerebbe. E per monstrare essere più diligente et amorevole, disse che piglierebbe a fare l'uficio dello speziale e che la mattina a buona ora la verrebbe a comporre. E cosí, avanti che fussi giorno, a casa lo infermo se ne venne e con suoi mortaietti ordinò la venenosa pozione e, messala in un bicchiere d'argento, s'accostava al letto del notaro per dargnene.

Quivi era presente la Simona con altri parenti la quale, [10r] pensando se poteva privare in un medesimo tempo il medico di vita come il marito e così essere libera dalla promessa delli cinquanta ducati et accostatasi al mastro, li disse: "Tu debbi sapere che io non ho cosa alcuna in questo mondo più cara che il mio marito. Però intendo che avanti li dia questa medicina ne facci saggio e ne bea più d'un sorso perché, non avendo Antonio figli maschi, so che ci sono di quelli che disegnono in su la roba sua e so ancora che si truovano di medici che tengono mano a simili sceleratezze, ancora che io non creda che tu sia di quelli".

Il medico, giunto a questo stretto, né potendo con ragione negarli tal richiesta, deliberò fare il saggio e poi partirsi e pigliare di quelli rimedi che si danno contro al veneno. La Simona volle vedere quando faceva il saggio e poi consentì la dessi al marito. Il medico, subito che l'ebbe data, si sarebbe voluto partire, ma lei lo intratteneva con parole, domandandolo a che ora aveva a dar mangiare al marito e molte altre cose simili. Poi aveva serrato con chiave l'uscio della camera e tutti li altri usci in modo che, avanti che il medico si potessi partire, il veneno s'era già diffuso per tutto il corpo. Onde lui, giunto a casa, conobbe subito la [10v] morte esserli vicina. E chiamata la moglie, li disse quello li era accaduto, e quello che l'aveva indotto a errare era suto il desiderio di maritare la figliuola, e come lui fussi morto andassi dalla Simona e li dimandassi li cinquanta ducati minacciandola che, quando non li avessi, farebbe noto il caso. Et in queste parole si morì. Il notaio, che aveva presa la pozione intera, non visse dopo l'ebbe in corpo una ora e la Simona restò della roba dominatrice come aveva disegnato.

passorno dua giorni che la donna del medico, chiamata Antonia, ne venne a lei, e la cosa per ordine li contò e richiesela della promessa. La Simona gli fe' buona accoglienzia e monstrò dolerli della morte del medico; e li disse che gli voleva osservare la promessa come era iusto, ma che desidererebbe avere un pochetto di quello veneno perché ancora aveva d'adoperarlo; e però che venissi la mattina sequente e menassi la figlia e li portassi il veneno, e che darebbe loro desinare e poi li cinquanta ducati.

L'Antonia, la mattina sequente, preso un poco del veneno in una scatoletta, con la figlia a casa la Simona ne andò, et il veneno gli dette. Il quale non prima ebbe avuto che in cucina [11r] corse, et in su certe vivande una parte ne messe, le quali ordinò fussino poste avanti alle forestiere per onorarle. E fu sì potente il veneno che la figlia del medico, avanti avessi finito di desinare, a tavola morì. L'Antonia, del caso avveduta e conoscendosi presso alla morte, di casa s'uscì et, appresentatasi al potestà, il caso per ordine gli narrò, et avanti a lui si morì. Il potestà, fatta pigliare la Simona, il tutto da lei inteso, al fuoco la condennò, et iermattina se ne fece l'essecuzione».

 

Parvemi il caso orrendo e, ringraziato il signore dell'onore m'aveva fatto et offertomeli, all'osteria a dormire me ne tornai. E la mattina seguitai il mio cammino e mi posai a desinare a Revero, villetta posta in Mantovano in su la riva del Po a rincontro d'Ostia. Trovai nell'osteria, dove alloggiai, uno canonico da Trento che andava a Roma per espedire certe sue bolle; e con lui di più cose, ancora che non molto esperto fussi, ragionai; et insieme mangiammo.

Dopo il mangiare, comparse l'oste, uomo di buona presenzia e di molte parole, e disse che nella villa erano de' gentiluomini mantovani e che era loro costume ridursi pel caldo a sollazzarsi in quella osteria con carte o dadi. Io li risposi che non sapevo giucare, [11v] ma che starei a vedere volentieri. Il canonico disse che ce li facessi venire. Partito l'oste, io dissi al messere che non sapevo come lui fussi pratico a ire a torno, ma che in su queste osterie sogliono il più delle volte usare bari. Lui rispose che non dubitava e che giucava a passa dieci, che era giuoco semplice, e che sempre portava dadi da sé per non essere ingannato.

Mentre parlavammo, comparse l'oste con dua, vestiti di drappo di seta. E, secondo dicevono, l'uno era gentiluomo mantovano nobile e ricco, l'altro, più giovane, cameriere del Marchese; et erono venuti quivi a sollazzo per qualche giorno per passare il caldo, et invitorno il canonico a giucare. Lui disse che non giucava che a passa dieci e che aveva dadi da sé, e così furono d'accordo. E giucava il canonico e li duoi mantovani e facevono d'un marcello per posta. Giucorno una ora e variava poco la sorte; pure il messere perdeva circa dua ducati in modo che quello mantovano più vecchio, avvedutosi che il canonico perdeva e che gli doleva e che bisognava stessi, si lasciò cadere tutti e' dadi sotto la tavola. Il palco era tristo onde, nel cadere, se ne perderono dua in modo che il mantovano disse che, non vi sendo dadi, si poteva [12r] lasciare il giuoco. Il messere che perdeva fece domandare dadi all'oste, il quale ne fece mettere in tavola circa venti. E con essi di nuovo cominciorno il giuoco e facevono le poste maggiore, et il canonico poche ne vinceva. Io, che stavo a vedere, rivolgevo e' dadi che erano da canto in su la tavola e mi avviddi che certi avevono dua sei e certi dua assi e, quando il messere aveva a trarre, che raro li accadeva, li mettevano avanti un dado che avessi dua assi, quando avevono a trarre loro, ne pigliavono uno che avessi dua sei. Io, accortomi di questo, al canonico mi accostai e tanto lo toccai che si levò da giuoco con perdita, però, di ducati dieci. Et avendomi riserbato alcuni di quelli dadi, fingendo fussino caduti dopo la partita de' mantovani, al messere li monstrai col farmi promettere che non ne parlassi insino non fussi partito che non volevo, mentre ero quivi, si facessi romore. Lui conobbe l'errore suo e serbò li dadi li avevo dati. Et io, perché era vespro, m'imbarcai per passare il Po, né so quello che il messere con l'oste e mantovani si facessi. Sentì' bene, mentre passavo il fiume, nell'osteria grida e tumulto.

 

Il , per essere il caldo grandissimo, cavalcai poco et alloggiai a una osterietta in Veronese, luogo detto Ronconuovo. Erono quivi fermi certi tedeschi che a piè da Roma venivono, [12v] co' quali era uno dello Reno che aveva aspetto d'uomo da bene; il quale diceva essere stato più anni col <cardinale di San Malò> e che aiutava scrivere a uno suo secretario. E domandandolo io perché s'era partito, rispose :

«Se tu mi domandi la causa che mi fa partire da Roma, ti dirò che noi dello Reno siamo buoni cristiani, et abbiamo udito e letto la fede di Cristo essere fondata col sangue de' martiri in su buoni costumi, conroborata con tanti miracoli, in modo che sarebbe impossibile che uno dello Reno dubitassi della fede. Io sono stato a Roma più anni et ho visto la vita che tengono e' prelati e li altri, di qualità che io dubitavo, standovi più, non che perdere la fede di Cristo, ma di diventare epicuro e tenere l'anima mortale. Se mi domandi perché io mi sia partito dal mio patrone, te la dirò. Ma ti priego non mi tenga maligno se lo biasimo, come sogliono il più delle volte essere tenuti quelli che biasimono i patroni, perché non li darò calunnia alcuna che non sia vera e che, avendomi trattato come ha, non sia conveniente. E per darti vera notizia della qualità e vita sua sarò un poco lungo, ma sendo tu fiorentino, come ho inteso, credo che questo [13r] mio parlare non t'abbi a dare fastidio.

Lui ha nome <Guglielmo Brissonetto> e nacque in Francia in uno villaggio presso a Torsì tanto vilmente quanto sia possibile. E crescendo si pose con un mercante di Parigi per aiutare al famiglio di stalla. Poi cominciò andare col padrone alle fiere di Lione, e, sendo già fatto uomo et assai bello, tentò la patrona d'amore, la quale li acconsentì. E così convennono insieme che, dato il veneno al marito, pigliassi poi lui. Et intra non molto tempo detto marito si morì o di veneno o d'altro, non si sa. Basta: che <Guglielmo> diventò marito della donna e padrone della roba et, intra duoi anni, e' figliuoli dell'altro marito o morirono o, per fuggire le battiture, si messono andare a torno pel mondo, eccetto una femmina che rimase a presso la matre. E <Guglielmo> seguiva le sue mercantie, o vogliam dire usure, e del continuo era alle fiere di Lione, et ingannando questo e quello con giuri e spergiuri e cedole e contratti falsi, ogni giorno diventava più ricco.

Et essendo morto il re Luigi undecimo e succedendo Carlo che era giovanetto, lui cominciò a praticare la corte e spesso portare avanti a il Re nuove fogge di drappi d'oro e di seta, [13v] in modo che li cominciò a esser grato e gli pose tanto amore che non voleva si partissi di corte. E venendo una volta a Parigi et essendo in età d'anni diciotto, vidde la figliastra di <Guglielmo> che era eccellentissima di bellezza. E, cominciandola a guardare, <Guglielmo>, che li era appresso, se n'accorse e tanto operò e con la moglie, che era sua madre, e con la figlia, che il Re possette pigliare di lei quello piacere che volle. E con questa arte venne tanto in grazia al Re, che poteva quello che voleva. E conoscendosi vile e da non potere ottenere stati temporali dal Re, pensò di diventare uomo di chiesa. E perché la moglie a questo obstava, con veneno se la levò davanti, avendo avuto d'essa più figli maschi e femmine. Et in poco tempo sendo diventato prete, ottenne dal Re e vescovadi e badie di qualità che aveva grossa entrata.

E pensando il modo a potere ragunare somma di danari presto, occorse che il signore Lodovico Sforza, governatore di Milano, a qualche proposito ricercò il re Carlo che dovessi passare in Italia all'acquisto del Regno di Napoli. E non trovando disposizioneinnel Re né tra li più savi signori di Francia, fece tentare <Guglielmo Brissonetto> che, per essere diventato vescovo, <da tutti di San Malò> era chiamato. Il quale, conoscendo che da detto signore era per trarre, [14r] e così poi dalle Repubbliche e Signori d'Italia quando seguissi la vittoria, non considerando quello potessi succedere quando caso avverso venissi e stimando più un ducato che potessi guadagnare in sua proprietà, che un milione che potessi avere di danno la Francia, e postponendo all'utile suo ogni vergogna che potessi avere il Re, gagliardamente lo cominciò a confortare all'impresa d'Italia. E furono tante le sue persuasione che, contro alla volontà de' più savi signori di Francia, la impresa si deliberò, e ne seguì lo effetto che è noto a molti; e per esser cardinale concluse con papa Alessandro quello accordo che lui seppe dimandare. Et a voi Fiorentini con varie arte tolse de' ducati cinquantamila per sé e, quando stimavi che vi facessi rendere Pisa, confortò e' Pisani a difendersi e, con li vostri danari, fornì la fortezza di quello gli mancava. Et aveva condotto il suo Re in luogo a Fornuovo per li danari li avevono dati e' Veniziani che, se non fussi stata la virtù de' suoi, rimaneva prigione; nondimeno sendo suto vittorioso, lo condusse a fare ignominiosa pace.

E parendoli dipoi che il duca Lodovico non lo tributassi a modo suo, di nuovo persuase il Re a muoverli guerra. Ma come il Duca gli donò ducati venticinquemila, messe sospetto al Re dell'Imperatore et ogni cosa tornò in fummo. Onde indignati contra lui, la gran parte delli signori [14v] di Francia deliberorno far noto al Re gl'inganni che li faceva San Malò, et in che precipizio lo conduceva. Ma lui, accortosi di questo e temendo l'ira del Re, fece venire in corte la figliastra e con essa si compose che nel coito avenenassi il Re, il che, secondo li medici, si può fare facilmente. E se ne vidde la esperienzia, perché il Re dormì con lei la notte, e non fu levato di quattro ore che cominciò a essere malato gravemente, et avanti che fussi sera finì li giorni suoi.

Dopo la morte del quale, pervenne il Regno al re Luigi duodecimo, a chi San Malò subito persuase che era bene che lo lasciassi ire a Roma perché potrebbe in molte cose giovare et a lui et al regno di Francia. Ma il prudente Re non volle acconsentirgli; onde per averlo propizio, gli donò nel principio del suo regno ducati trentamila e nondimeno il Re non volle che stessi in corte.

E lui se n'andò a un suo vescovado e quivi stette qualche anno quasi ascoso, et attese a scorticare li poveri preti della sua diocesi e fece in quella cosenefande, che il popolo una volta corse al vescovado per amazzarlo, ma lui se ne fuggì per certe vie ascose. E con gran fatica ottenne dal Re di venire a Roma, dove io m'acconciai con lui per aiutare scrivere a il suo secretario, et altro non mi dava che le spese. Pure [15r] stavo con lui sperando m'aiutassi spedire qualche beneficio sanza spesa.

Et ero stato seco già dua anni, quando ebbi nuove che nel mio paese era vacata una prioria di rendita di circa a ducati quaranta. Andai da esso e lo pregai me la facessi espedire. E come ebbe inteso il titolo del beneficio e la diocesi, lo fece conferire a sé e n'espedì le bolle, dicendo averlo fatto per fuggire la spesa e che me lo rinunzierebbe a posta mia. Ma io, avendolo più volte ricerco di questa rinunzia e perdutoli tempo adrieto uno anno o più, mi sono avvisto che lo voleva tenere per sé: e però mi son partito da lui, e mi pare d'essere stato ingannato et assassinato.

Ma chi avessi considerato la vita teneva in Roma, si poteva persuadere d'esso questo e peggio. Mai diceva officio, mai pensava se non a fare ordinare vivande e cercare di buon vini e tanto ne ingurgitava, che spesso diventava ebbro e diceva le maggior pazzie del mondo. E benché per sé volessi mangiar bene e bere meglio, la famiglia faceva stentare e voleva si digiunassi con vigilie che mai furono comandate. Se gli capitava prete alcuno alle mani, di Francia, per espedire qualche beneficio, tutti gli trattava come me. E, per farti conclusione, non credo che da cento anni [15v] in qua sia vivuto il più compiuto uomo in ogni vizio che è il <cardinale di San Malò>, e de' medesimi vizi, ne' quali lui è sommerso insino sopra e' capelli, danni li altri, superbo più che Lucifero, inimico a tutti li uomini e massime agl'Italiani. E mi sono maravigliato della viltà di voi Fiorentini che, avendovi fatto tante iniurie quanto ha, che in fatto tutto il male che avete avuto dalla venuta del re Carlo in qua e che siete per avere è proceduto da lui, non vi siate mossi popularmente, quando è passato per la città vostra, a estinguere e levare di terra uno uomo tanto detestando quanto è lui. E se l'avessi fatto, e' Franzesi medesimi ve n'arebbono avuto buon grado: ma spero che Iddio abbi a fare quello non hanno ancora fatto li uomini».

 

Io, vedendo il prete acceso in biasimare San Malò, parendomi l'ora tarda, a dormire me n'andai. E la mattina, quando fui a Isola della Scala, presi il cammino alla mano sinistra, perché non volevo passare per Verona, e mi fermai a una piccola osteria fuori di strada, che si chiamava Beccacivetta. E quivi oltre all'oste, trovai uno che si stava fitto in un canto tutto mesto e non restava di querelarsi, e battersi le mani. Domandà'lo della causa di tanta sua afflizione.

Lui disse: «Io te la narrerò volentieri e se l'odi non [16r] ti maraviglierai del mio dolore. Io sono stato servo di dua fratelli gentiluomini veronesi molto ricchi, e' quali hanno qui a torno le loro possessioni, et io ne ho cura. Ma è intervenuto questo anno al maggiore di loro il più strano caso del mondo ché è stato morto, et il modo ti dirò. Erono dua fratelli chiamato l'uno Iulio, l'altro Antonio Celsi. Questo Antonio è fanciulletto, né credo non abbi ancora anni dodici. Iulio, sendo molto ricco e gentile e d'età d'anni venti, una bella figlia prese per donna, chiamata Lucrezia, la quale gran tempo era suta amata da uno altro gentiluomo veronese detto Tiberio, et arebbela voluta per moglie. Ma per che causa si fussi, e' parenti della fanciulla la vollono più presto dare a Iulio mio patrone. Tiberio fu molto dolente di questo parentado, nondimeno prese per partito di monstrare di non se ne curare. Et essendo prima amico di Iulio, si dimonstrava amicissimo e si sforzava accrescere la familiarità et amicizia. Iulio menò la donna a casa e, come giovane liberale e ricco, ogni faceva conviti et intratteneva, intra li altri, molto questo Tiberio, stimando li fussi amico vero e fidato. Et ogni giorno cavalcavono insieme a piacere et a caccia, e non pareva potessino vivere l'uno sanza l'altro.

Occorse che il verno passato Iulio ordinò di fare una caccia a' cinghiali su alto nella valle dell'Adice, e Tiberio volle ire in sua compagnia. Ordinasi la caccia, viene il giorno deputato e Tiberio [16v] da Iulio ma' si partiva. Lievasi un porco, Iulio lo segue e Tiberio il medesimo. Iulio viene alle mani col porco, et allora Tiberio che lo vidde impedito, d'uno spuntone avea in mano, nella coscia ritta gli dette e lasciollo in preda al porco. El quale, trovandolo debile per la gran ferita, poco penò a spacciarlo in tutto. Era già notte. Suonasi a raccolta et Iulio non torna: Tiberio monstra averne gran passione. Pure, dopo che i compagni l'ebbono cerco gran pezzo di notte, lo ritrovorono morto e credettono fussi stato ucciso dal cinghiale. La novella venne in Verona e ciascuno universalmente ne fu dolente, ma sopra ogni altri la misera Lucrezia sua donna, la quale sparse assai lacrime e grida sopra il corpo del morto marito. E poi che furono fatte l'essequie, né notte restava di piangere et affliggersi.

Tiberio, in capo d'otto giorni, quando pensò che il dolore fussi alquanto mitigato, come amico del marito l'andò a vicitare. E non trovando la donna altrimenti disposta non pensava, non usò altre parole che generale e consolatorie. Adoperò ben poi certa donna per la quale fece intendere alla Lucrezia che un gentiluomo l'amava non dicendo il nome. Ma la Lucrezia con detta donna si scandalezzò e la minacciò assai.

Era Iulio d'un mese morto e fatte tutte le cerimonie che s'usano fare in simili casi, [17r] quando una notte alla Lucrezia che dormiva, apparve ferito e tutto insanguinato, et a punto come era seguita la morte sua li narra, e che si guardassi che Tiberio non ingannassi lei, come aveva fatto lui, e disparve.

La Lucrezia, inteso il caso, con virile animo il marito terminò vendicare e cominciò a prestare orecchi alla donna che li aveva parlato et a Tiberio far buon viso, di qualità che la messaggiera, preso animo, l'amore che Tiberio gli portava gli scoperse. Di che la Lucrezia monstrandosi lieta, la sera che da lei dovessi venire compose et, ordinato un pasto glorioso e vini eccellenti, aspettò la sera Tiberio. Il quale venuto e cominciando molto bene a mangiare e bere, sendo il vino un poco oppiato, non ebbe a pena finita la cena, che s'addormentò. La donna fattolo mettere in un letto, quando lo vidde profondato nel sonno, con uno ago tutt'a dua li occhi gli trasse e, serrata molto bene la camera, di quella s'uscì. E come fu giorno, andatosene alla sepoltura del marito e quivi come fussi successa la morte d'esso narrato, se stessa con un coltello uccise. Il misero Tiberio, sendo privato delli occhi et il caso già vulgato per Verona, fu preso dalla famiglia del potestà et essaminato. Confessando, fu punito di pena capitale».

 

Stetti a udire il servo con attenzione et il caso mi parve crudele, e lo confortai con quelle parole mi occorsono e poi montai a cavallo. [17v] E per la pianura di Verona cavalcando, lasciai la città a man destra, et ebbi per male non la poter vedere, perché intesi quella esser bellissima, abondante di popolo, piena d'arte. Ha el fiume dell'Adice che passa per mezzo d'essa; ha contado fertile di grano, vino e d'olio che in Lombardia è cosa rara; ha belle fortezze in poggio et in piano. Guardà'la di fuori il più possetti e, così guardando, a Ossolengo mi condussi, castello in su l'Adice, distante a Verona miglia sei.

Smontato all'osteria et alquanto rinfrescatomi, perché era assai buona ora, davanti alla porta d'essa mi posi a sedere che era in sulla piazza del Castello. Quivi era uno in su una banca che s'avea congregato un gran cerchio tra uomini e donne, e diceva andare al beato Simone a Trento per voto, e che per sua grazia era scampato in Bologna dalle forche, alle quale quattro avanti era suto appiccato, e che il capestro s'era rotto e lui scappato, e la causa diceva perché era servitore d'un gentiluomo bolognese, sospetto a il legato. Io che ero passato a canto a Bologna di tre avanti e nulla di tal caso avevo sentito, stavo ammirato e massime perché lui, da poveri uomini, ragunò una buona somma di danari. E quando ebbe colto l'agresto a suo modo, smontò della banca e ne venne all'osteria per fare un buono pasto. E perché quivi non erano altri forastieri che lui et io, lo domandai come aveva carpiti danari. [18r] E così, tirando l'una parola l'altra, lui domandò me donde venivo. E come intese ero passato presso a Bologna mi disse:

«Uomo da bene, io ho quaranta anni e sono da Pescara nel Reame; e sono vissuto con questi modi anni venti; e non fui impiccato a Bologna ancor che forse lo meritassi. Ma che bisogna parlare? Io non ho altra arte: con questa vivo, e vivo bene, che voglio sempre le miglior cose truovo in sull'osterie, e questa sera spenderò almanco dua marcelli. E quando uso un modo da trarre danari e quando un altro: stravolgomi e' piedi, le braccia, la bocca; quando fingo esser cieco, quando piagato; e muto spesso luoghi. E perché io so che t'accorgesti poco fa mentivo per la gola, t'ho scoperto il vero e ti priego di questa cosa: questa sera non parli. Doman poi muterò paese e cercherò ventura».

Promessili tacere e pensai intra me medesimo con quanti modi, con quante astuzie, con quante varie arte, con quale industria uno uomo s'ingegna ingannare l'altro. E per questa variazione, il mondo si fa più bello: il cervello di questo si fa acuto a trovare arte nuova per fraudare e quello d'un altro si fa sottile per guardarsene. Et in effetto tutto il mondo è ciurmeria; e comincia a' religiosi, e va discorrendo ne' iurisconsulti, ne' medici, nelli astrologi, ne' principi secolari, in quelli che sono loro a torno, in tutte l'arte et essercizi; e di giorno in giorno ogni cosa più s'assottiglia et affina.

 

[18v] Stetti la sera a Ossolengo e la mattina per tempo in su una barca passai l'Adice e, su per la valle d'esso, verso Trento cominciai a cavalcare. El fiume dell'Adice è molto rapido e grosso, e massime quando le neve si struggono. Ero ito circa miglia sette e trovai la Chiusa che è un luogo in su l'Adice el quale e' Veniziani guardano, perché è passo forte. L'Adice ha in quel luogo da ogni banda le ripe tagliate et alte, dalla man destra è solo tanta via che duoi cavalli insieme hanno fatica d'andarvi. Questo luogo e' Veniziani hanno chiuso con due porte, l'una di sopra e l'altra di sotto; e nelle rotture del monte hanno fatto certe piccole stanzette, dove possino stare fanti a difendere dette porte. Et a qualunque passa a piè o a cavallo fanno pagare un dazio e di questo emolumento pagano dette guardie. Passai quel luogo e, pure in su l'Adice, al Borghetto mi fermai, dove trovai uno oste tedesco molto piacevole. E per essere il caldo grande et il luogo fresco, vi stetti molte ore a piacere. Era venerdì, e però l'oste providde di più sorte pesci dell'Adice.

Era nell'osteria un vecchio veniziano che avea aria di buon compagno et entrando meco in ragionamento mi disse:

«Perché tu mi pari uomo da bene ti voglio dire, benché non me ne domandi, forse per più cortesia, la causa perché sto qui. Io mi chiamo [19r] Pietro e sono antico popolano di Venezia, e l'arte mia era esser libraro e, come tu vedi, sono assai bene oltre con li anni. Pure non è molto tempo che io tolsi una bella fanciulla bergamasca per donna, nominata Smeralda, la quale non era conveniente all'età mia, ma mi piaceva, et il padre me la dava volentieri, e mi volli contentare. E parvemi, da principio, l'avere questa fanciulla la più dolce cosa del mondo e del continuo con essa mi trastullavo, e lei mai si spiccava da me. Ma io, sendo vecchio, non potetti reggere molto a tal vita e cominciai a diradare, onde lei pensò con altri trarsi piacere.

In botega mia, come accade a un libraro, usavano del continuo assai giovani, e gentiluomini et altri; et in quel medesimo luogo dove facevo la botega era l'abitazione mia ordinaria. Et intra li altri vi praticava molto spesso uno giovane gentiluomo bello, galante e ricco, chiamato Achille Trevisano. A questo la Smeralda mia messe l'occhio a dosso, e lui a essa, onde io, che per l'età ero assai esperto, di qualcosa mi accorsi. Ma vietare a messer Achille l'usare in botega mia, era cercare di perdere la vita e la roba, che così usano fare e' gentiluomini, che di noi altri popolari sono crudeli tiranni: e però comandai alla mia donna non venissi più in botega. Lui conobbe questo e con una serva tenevo, la quale stimavo molto fidata, ebbe mezzo di mandare imbasciate alla Smeralda. E convennono [19v] in modo che più volte in casa mia, in su l'ora che avevo più faccende in botega, insieme si trovorno. Io, vedendo messer Achille non esser frequente in bottega all'ora solita, cominciai a dubitare. Et un giorno deliberai vedere se fussi vero quello di che avevo dubbio e volli andare di sopra, ma trovai chiuso l'uscio che di botega montava alle stanze da alto. Andai alla porta di rietro per la quale saliva messer Achille e vi trovai uno suo schiavo a guardia. Pensai vendicarmene sanza romore e, tornato piano adrietro, a un fanciullo che avevo in botega ordinai che dicessi allo schiavo che messer Domenico Trevisano, fratel maggiore d'Achille, diceva che andassi da lui in Rialto, quivi vicino, e che gli voleva dire una parola e subito tornerebbe. Lo schiavo andò e l'uscio rimase sanza guardia. Io subito presi dua giovani che stavano meco et armati corremmo su e trovammo messer Achille e la Smeralda in sul letto che si davano piacere. Fecigli pigliare e legare e li tenni così tutta notte e rassettai più della roba mia in danari che potetti. E la mattina, avanti giorno, legai in bottega mia messer Achille nudo e la donna in camicia. E quando fu ora che da ciascuno potessino essere visti, feci aprire la botega e mi fuggì' in su una gondola avevo preparato lor e me n'andai a Triesti dove intesi che [20r] li cavi de' Dieci, inteso il caso, avevono preso tutta la roba mia et alla Smeralda dati ducati dugento e mandata al padre. Tutto il resto avevono messo in sul monte di S. Marco e me avevono confinato in questo luogo per anni dieci e, quando non osservassi, tutti li miei beni diventassino di messer Achille. Et io voglio osservare acciò che lui non goda le mie fatiche, che ho d'entrata in su S. Marco ducento ducati l'anno. E già ho passati quattro anni di confino più dolcemente ho potuto, e così spero fare il resto».

 

Iudicai per le parole del libraro che lui della donna e di messer <Achille> sanza crudeltà si fussi vendicato. E perché, come dissi di sopra, l'oste mi pareva buon compagno, mi lasciai consigliare a lui dove dovevo andare la sera et a che oste. E così partendomi dal libraro e da esso, e cavalcando sempre lungo l'Adice, arrivai a Rovereto, castello de' Veniziani, e scavalcai a una osteria nel borgo verso Trento.

L'oste mi ricevé volentieri e, mentre che li cavalli s'assettavano, mi disse: «Uomo da bene, tu m'arai escusato se io non ti tratterò come sono solito trattare li altri pari tuoi. E' forestieri solevano alloggiare meglio in questa osteria che in altra che fussi di qua a Roma; ma ti voglio dire la causa perché la casa, come vedi, in gran parte è guasta e le masserizie sono sute tolte et ogni cosa è ito in ruina. Tu debbi sapere che non sono ancora dua mesi che il re di Francia molto gagliardamente espugnò Genova. Questa sì gran vittoria dette che pensare a' nostri Signori [20v] Veniziani temendo che il Re, succedendoli le coseprospere, non procedessi e contro a loro e contro a tutta Italia; et iudicorno fussi bene metterli qualche sospetto dell'Imperatore. E perché si credessi che lui dovessi fare presto la impresa d'Italia, feciono venire insino qui cinquecento fanti tedeschi, benché dessino voce di mille; e se bene si diceva che lo Imperatore gli pagava, in fatto credo gli pagassino loro. E li alloggiorono tutti fuori del castello in questo borgo, et in questa casa, che è qui a canto, alloggiò il capo d'essi chiamato messer Giorgio da Nuistat.

Questo messer Giorgio, mentre veniva in qua con la sua compagnia, si fermò un giorno a Sterzing, luogo lontano di qua quattro giornate, dove, andando in , potrai passare. Et a caso alloggiò in una osteria dove era una bella figlia, detta Magdalena, sorella carnale, o vero cugina dell'oste, la quale li piacque oltre a modo. Et adoperò tanto con l'oste e con minacci e con prieghi e con promesse e danari, che lui fu contento ne la menassi. Et a mezza notte la prese contra sua voglia, e la condusse qui. Di questa Magdalena era innamorato uno giovanetto, gentiluomo del contado di Tirolo, chiamato messer Arrigo da Serantaner, e, per l'amore gli portava, aveva preso casa nel borgo di Sterzing e quivi consumava tutta la sua entrata che non era poca. E la fanciulla era innamorata di lui et attendevono, più celatamente [21r] era possibile, a darsi buon tempo.

La mattina s'intese pel borgo come la Magdalena era suta menata via da messer Giorgio e ciascuno ne fu dolente, ma massime messer Arrigo il quale rimase tutto attonito e come insensato. Ma aveva tra li altri servitori uno chiamato Gaspar il quale molto l'amava e sapeva tutto questo amore della Magdalena. Il quale, vedendo il padrone in tanta mestizia, gli disse: "Padrone, io voglio andar drieto alla Magdalena et intra pochi giorni la ritroverrò e te ne darò notizia; e troveren modo che goderai più con lei che abbi fatto ancora. Attendi pure a ragunare danari per possere vivere uno anno fuori, se bisognassi ". E da lui si partì e si misse drieto a messer Giorgio e si condusse qui come lui.

Messer Giorgio era il più contento uomo del mondo e, toccando buon soldo et avendo la dama bella, attendeva a fare buona cera e si sforzava tenerla contenta quanto poteva, ancora che non fussi possibile farla dimenticare l'amore di messer Arrigo.

Gaspar ne venne di tratto a questa osteria, nella quale il podestà non aveva voluto entrassi fanti perché in essa si potessi ricettare chi andava e veniva, e cominciò a pigliar pratica con messer Giorgio e fece in modo che, avendo bisogno d'un servitore, prese lui. Et essendo venuto in parte a quello desiderava, lo serviva tanto bene che, in pochi , messer Giorgio gli pose tanto amore, che gli commisse la guardia della Magdalena. La quale, [21v] ancora che da principio l'avessi conosciuto, finse non lo aver mai visto insino che secretamente gli potette dire la sua voluntà. Allora Gaspar trovò un mercante che conosceva messer Arrigo e gli dette una lettera gli portassi, per la quale gli significava come avea ritrovato la Magdalena et accónciosi con messer Giorgio, e che subito qui ne venissi con quella compagnia iudicassi a proposito, e scavalcassi in questa osteria, e si facessi dare una camera su alta, tra la quale e quella dove stava la innamorata era a punto un muro di stuoia ricoperto di calcina. Messer Arrigo, avuto la lettera, prese quelli danari che potette e con tre servidori qua se ne venne e seguitò l'ordine di Gaspar.

El quale, come seppe era giunto, ascosamente gli venne a parlare e li disse come aveva a fare a trovarsi con la Magdalena: e che di notte non v'era modo, perché dormiva del continuo con messer Giorgio, ma il , quando andava fuori, lasciava lui alla guardia d'essa o un piccolo ragazzo; e che romperebbe il tavolato della stufa dove essa stava il (ché come puoi vedere la più parte delle stufe sono soppannate d'asse) e vi farebbe uno piccoletto uscio; e che, fatto questo, sarebbe facile rompere il muro di stuoia; e che per quella rottura la Magdalena verrebbe nell'osteria mia in camera di messer Arrigo; e che solo bisognava avere avvertenzia di tenere uno alla finestra, quando [22r] lei era seco, che vedessi se messer Giorgio tornassi in casa (el quale non poteva tornare che per una porta, perché più non ne aveva la casa) e subito lo dicessi alla Magdalena, acciò si potessi ritornare nella stufa.

Piacque il modo a messer Arrigo e così alla fanciulla. E la mattina sequente colorirno il disegno e si dettono un gra<n> pezzo piacere insieme, mentre messer Giorgio era pel castello; el quale usava sempre la mattina stare tre ore fuori di casa per udir messa e fare essercizio. E quando tornava, il famiglio ch'era alla finestra lo vidde e subito corse a dirlo, e lei si tornò nella stufa. Questa maniera tennono circa otto giorni continui.

Ma occorse una mattina che il ragazzo, che la Magdalena serviva, avendo persa una palla, ne venne a cercare nell'osteria. E salito di sopra, entrò in quella camera dove era la Magdalena con messer Arrigo, la quale stava aperta perché nessuno, se non della sua famiglia, era solito salire le scale. E vidde la Magdalena e messer Arrigo insieme sollazzarsi. E, pianamente tornato adrieto e scese le scale, ne venne a Gaspar che si stava a sedere in su la porta di messer Giorgio, e li disse: "Gaspar, noi siamo spacciati, perché sai che il patrone nostro ci ha commesso la guardia della Magdalena e quanto lui l'ama. Et io l'ho vista al presente qui nell'osteria con un giovane. Messer Giorgio lo intenderà e non credo gli basti torci la vita ".

A Gaspar parve male che il fanciullo l'avessi vista, pure faccendo buon cuore, li disse che nol credeva perché non era possibile, [22v] ché aveva tutta mattina guardato la porta e mai l'aveva vista uscire fuori, ma che quella doveva essere qualche altra femmina di partito, e che lui non doveva dar carico alla padrona, e che farebbe ruinare lei e loro, ma che se ne voleva chiarire. E però che guardassi bene la porta che essa non potessi tornare, e che andrebbe su nella stufa a vedere se lei vi fussi e, se non vi fussi, piglierebbe qualche partito alla loro salvazione. Et andato di sopra, chiamò la Magdalena e gli contò il caso e li disse che nella stufa si ponessi a cucire. E, tornato da basso, trovando il fanciullo li disse: "Non sapevo io che tu avevi beuto a buona ora e non sapevi quello dicevi! Hàila tu vista uscire per questa porta ? "

"Non io ": disse il ragazzo.

"Ècci altra porta alla casa? "

Il fanciullo disse di no: che messer Giorgio n'aveva molto bene fatto guardare.

"Or va' di sopra e troverrai la Magdalena nella stufa che cuce".

El fanciullo andò e, trovandola, stette stupefatto. Et ella cominciò a gridare seco e dirli che era un ribaldello e che la voleva mettere in sospetto a messer Giorgio. Il ragazzo, temendo, gli chiese perdono e la cosa per allora si posò.

passorno dua giorni che, sendo di nuovo una mattina la Magdalena con l'amante e dua fanti di messer Giorgio avendo fatto quistione e feritisi et uno sendo rifuggito qua nell'osteria, messer Giorgio infuriato lo seguitò. E salì presto le scale in modo che vidde una fanciulla in una camera, [23r] che era la Magdalena, ma per l'ira non la scorse bene. Pure dubitò non fussi essa e volle, avanti facessi altro romore, chiarirsi se era in casa e con gran furia scese le scale. La Magdalena, che di questo subito s'accorse, presto nella stufa tornò. Et era a punto posta a sedere, quando messer Giorgio, quasi fuor del senso, giunse e, trovatola, fu tutto riconsolato e stimò avere errato.

Messer Arrigo, avendo avute tante paure, dubitò una volta non avere il danno. E però, consigliatosi con Gaspar, fece venire da Igne, sopra Trento, uno fodero di legname che qua chiamiamo zatta, in su la quale s'usa andare giù per l'Adice. Et una mattina, con la figlia e Gaspar et altri suoi servitori, vi montò su e vi condusse ancora e' cavalli, e tutte le altre sue robe. Il fiume è veloce in modo che, avanti che messer Giorgio sapessi niente, la zatta era lontana miglia venti. Il quale, tornato in casa, né ritrovando la MagdalenaGaspar, e riscontrando col ragazzo e seco medesimo quello aveva visto, stimò quello era suto: che lei con messer Arrigo fussi fuggita e subito nella mia osteria corse. Io, vedendolo venire con tanto impeto, per una porta di rietro mi fuggi'. Lui allora quasi tutte le miglior cose dell'osteria rubò e poi vi messe fuoco; ma da' vicini fu fatto tanto concorso a spegnerlo che poco ne potette ardere, ma tutta affummò come vedi. Et a ogni parola diceva che sopra me si voleva vendicare, [23v] che allo inganno avevo tenuto mano. Et era vero che io della pratica m'ero accorto. Ma, pagandomi messer Arrigo bene, tacevo, né ero tenuto a fare altrimenti. In effetto la roba mia e parte della casa andò male. E messer Giorgio, avendo licenziato la compagnia, con quattro servitori si misse a seguire la Magdalena. Quello che tra loro sia successo non ho poi inteso, perché non è ancora otto giorni che messer Giorgio partì».

L'oste mi disse questa novella, et io la credetti, perché con la esperienzia conobbi nell'osteria non esser cosa alcuna: mangiai male e dormì' peggio e, non che letto, non vi trovai una tavola da distendermi, ma, essendo gran caldo, passai la notte il meglio potetti.

 

E seguendo la mattina il cammino, giunsi a tre ore a Trento, la quale è piccola città posta in sull'Adice, ma molto abundante perché, ancora che sia tra monti, ha tra essi qualche miglio di piano che produce assai grano e vino; e nelli monti sta il bestiame. Signore della città, et in temporale e spirituale, è il Vescovo; e lui piglia l'entrate delle gabelle e d'ogni altra cosa. Lo Imperatore, come duca d'Austria e conte di Tirolo, vi mette un capitano, el quale tiene le chiavi delle porte e fa eleggere al capitolo de' canonici il vescovo, come pare a lui, perché sempre lo vuole confidente, perché il luogo è di grande importanzia in sul confine d'Italia et Alamagna, benché sia posto in Italia: [24r] perché il fiume del Lavis, di da Trento cinque miglia, divide l'Italia d'Alamagna, secondo dicono quelli del paese. La città non è forte né di mura né di sito, et è circumdata da monti alti, de' quali chi fussi signore presto diventerebbe patrone della città.

Arrivai, come ho detto, a Trento a buona ora e tutto il giorno mi fermai: e però fermerò ancora un poco la penna ponendo fine al primo libro.

 

 




Precedente - Successivo

Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (V89) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License