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Francesco Vettori
Scritti storici e politici

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LIBRO SECONDO

 

Avevo al primo libro di questo mio cammino posto fine e lasciatolo a una nostra villa, detta Cepperello, dove trovandomi l'avevo scritto. Arrivò quivi a caso insieme con Pagolo, mio fratello, uno che, a suo iudicio proprio, è letterato; e gli vennono alle mani questi miei scritti. E stato qualche giorno tra quivi e Siena, se ne tornò in Firenze. E trovandomi disse che stava ammirato che io perdessi il tempo a scrivere cose frivole, novelle e favole, e che lui l'aveva lette e si pentiva aver perso quel tempo, né dannava il modo dello scrivere, ma la materia. Io li risposi poco, perché era uomo di sua oppenione e da non volere cedere alle ragione. E li dissi che l'avevo scritte per satisfare a me medesimo e non a lui, e che ciascuno ha sua fantasia e dove l'applica gli pare bene applicata. E finì' con lui il mio parlare.

Ho dipoi meco medesimo considerato quanta servitù li uomini, da loro [24v] medesimi, s'imponghino. Et avendo respetto al parlare di questo e quello, spesso si ritenghino da scrivere quello s'hanno proposto. Perché qual materia o quale spezie di scrittori è che non si potessi biasimare? E' teologi sono e' primi nella nostra religione che hanno fatto e fanno tutto tanti libri, tante dispute, tanti silogismi, tante suttilità, che ne son piene non solo le librerie, ma tutte le boteghe de' librari. Nondimeno il Salvatore Nostro Jesu Cristo dice nello Evangelio: «Amerai il tuo Signore Iddio con tutto il cuore tuo, con tutta la mente tua e con tutta l'anima tua, et il prossimo come te medesimo». In questi dua precetti pendono tutte le leggi e' profeti. Che bisogna, dunque, tante dispute della Incarnazione, della Trinità, della Resurrezione, della Eucaristia, cose che noi cristiani per fede dobbiamo credere e credendo meritiamo e le ragioni non v'aggiungono? Danneremo noi, però, per questo tanti santi dottori, tanti valenti uomini acuti e dotti, per avere questa suttilità seguito e scritto? Non certo, ma diremo che a buon fine l'hanno fatto e che avevano questa inclinazione.

Nel secondo luogo sono e' filosofi che hanno la lor dottrina divisa in naturale e morale. In ogni parte di queste, quante cose vane dichino, quante false, quante frivole, lascio indicare a chi li legge e ne ha più iudicio non ho io. Che diremo de' iureconsulti di tanti comenti, consigli, parafi, allegazione, cose tutte contra il decreto di Iustiniano che fece mettere le legge insieme e proibì non si potessino comentare? Sono dipoi li oratori e' quali [25r] con il lenocinio della lingua e' miseri popoli, la ignorante plebe seducano, faccendo, con il loro ornato parlare, il falso apparere vero et il vero falso.

E' poeti, che secondo Orazio e giovano e dilettono, che scrivono altro che finzioni e favole? E pure sono in tanta essistimazione. Sonci dipoi certi scrittori che si possono chiamare di titolo ambiguo come Plinio, Aulo Gellio, Macrobio, Apuleio e, de' nuovi, il Poliziano, il Pontano, il Crinito, e' quali, chi leggerà, troverrà pieni di dottrina, ma con essa ammiste molte cose debole e false e basse. Nondimeno sono letti volentieri et approvati.

Sono in ultimo gli storici, e' quali certamente sono da lodare perché danno notizia del passato, acciò che li uomini possino vedere per quelli essempli come s'hanno a reggere e governare. Ma quante cose false, quante per blandire et adulare li uomini grandi sono scritte! E di questo possiamo fare coniettura perché vediamo quelli che hanno scritto istoria ne' nostri tempi quanto dalla passione, negligenzia et adulazione sieno stati tratti fuori del retto tramite. E però possiamo credere che il simile facessino li antiqui perché erono uomini.

Vedendo, adunque, in ogni qualità di scrivere li uomini esser ripresi, e pure seguire quello hanno ordinatotemere le vane voce, farò ancora io il medesimo. E se alcuno dicessi [25v] che con queste novelle d'amore si malo essemplo e s'insegna a chi non sa, risponderei che, se questa ragione tenessi, sarebbe da fuggire il leggere come un venenoso serpe, perché sono pochissimi libri d'onde non si possino trarre mali essempli. La Bibbia non è ella tutta piena di storie lascive? Nel Libro de' Re non vi sono innamoramenti, fornicazione, adulterii, fraude, rapine, occisioni? Nondimeno si mette in mano insino alle tenere fanciulle. Le cose mal fatte non lodo nelli miei scritti, ma le danno; e con essi li uomini si potranno guardare di non incorrere ne' medesimi lacci, che sono incorsi quelli di chi scrivo. E però, sanza più lunga escusazione, seguirò il mio cammino.

 

Havevo lasciato come a 4 di luglio arrivai a Trento in sabato; e vi stetti tutto il giorno. E come accadeva in quelli tempi che si diceva che lo Imperatore voleva passare in Italia, li uomini erono molto curiosi investigatori chi passassi in Alamagna. Per questo vennono a me il giorno molti lombardi, che erono in Trento, per sapere chi fussi o dove andassi. Tra li altri vi venne un prete fiorentino, chiamato prete Tommasso, il quale per altri tempi avevo conosciuto. E li feci grata accoglienza e più d'una ora stetti con lui a ragionare di varie cose. Quando fu partito, che era tardi, l'oste, che m'aveva veduto parlare a lungo e solo con lui, mi domandò se io conoscevo ben questo prete. Io li risposi averlo già visto in Firenze e che m'aveva detto essere [26r] allora in Trento per certe sue faccende di benefici.

A che lui disse: «Questo prete è stato in questa terra circa dua anni e guadagna la sua vita col dire messa. E poi che è qui, ha tramutato dieci o dodici case perché si diletta sempre seminare scandoli, in modo che li uomini di questa terra ancora che nel principio lo ritenghino volentieri, come hanno cominciato a conoscere e' suoi costumi, presto se lo lievono da torno. E non è molto li fu fatto da uno uomo da bene un tristo scherzo.

Chiamasi costui messer Giovanni della Val di Sole, il quale aveva in casa la madre et una sorella d'età d'anni quaranta, rimasta vedova, in sulla dota della quale messer Giovanni, per avere avuto mala sorte, s'era ridotto a vivere. Prete Tommasso cominciò a pigliare pratica seco e s'accordò di tornare in casa sua e pagarli il mese fiorini tre di Reno. E messer Giovanni li consegnò una buona camera et onoravalo quanto poteva. Ma prete Tommasso, non potendo lasciare il suo abito di commettere male et iudicando non potere far nascere scandolo intra la madre et il figliolo, deliberò tentare se tra la sorella et il fratello poteva mettere zizania.

Et accortosi che messer Giovanni viveva in sulla roba della sorella, propose a quella di volerli dare marito, col dirli che era troppo giovane a star vedova, e che eraricca e di tal parentado da trovare ogni gentiluomo, e che quivi consumava la roba sua sanza onore, e che il fratello se la godeva. La donna, che era savia et amava [26v] assai il fratello, poche parole gli rispose. Et avendo deliberato star vedova, gli venne in odio il prete, considerando la sua grande ingratitudine e pessima natura, e riferì tutto al fratello, el quale deliberò vendicarsene.

E pensando al modo, li occorse di menarlo una sera a una sua villa, la quale è in su una isoletta che fa l'Adice, dove non è altra abitazione che la sua. E condotto quivi il prete del mese di gennaio in una barchetta, un che era bel tempo e quieto, ma freddo grandissimo, e quivi cenato e dipoi andati a dormire, a mezzanotte ordinò fussi fatto gran romore in una loggia che era avanti alla camera. Per il quale desti, messer Giovanni pregò il prete che aprissi l'uscio e vedessi che cosa fussi. Il prete corse in camicia, e messer Giovanni subito gli serrò l'uscio a dosso, e lo lasciò così in camicia nella loggia che era in sull'Adice. E per non sentire più la notte il suo chiamare o ramarico, vestitosi rimontò in sulla barca e se ne venne a Trento. Il prete tutta la notte e dipoi il sequente in camicia stette sotto la loggia, insino che vi passò un fodero che veniva d'Igne, in modo che era già pel freddo mezzo morto. E però alli uomini v'erono su ne increbbe e, levatolo di quivi, lo recorono in Trento allo spedale, dove penò dua mesi a riaversi; et in parte fu gastigato dell'errore commesso dalla sua maladetta lingua.

 

Stetti la notte in Trento e la mattina cavalcai per tempo. E mi bisognò andare a desinare [27r] a uno luogo detto Monti, distante da Trento ben quattro miglia, che sono venti delle nostre, perché vi erono molti luoghi vessati di peste. Raggiunsomi la mattina pel cammino dua gentiluomini, che ancor loro andavano dallo Imperatore: l'uno era mandato dalla donna che fu del re Federigo di Napoli, el quale aveva nome messer Luca Buonfini; l'altro, che si chiamava Borso da Mantova, andava per commissione delli signori Lodovico e Federigo da Bozzole, che sono di casa Gonzaga.

Accompagnammoci insieme e ci posammo per desinare all'osteria sopradetta, la quale era presso all'Adice e nuova e pulita; ma in quella non trovammo altri che una fanciulletta d'anni quattordici. E, volendo desinare, non potemmo avere altro che uova sode ancora che fussi domenica; il vino era assai buono. E noi mangiavammo fuori al fresco sotto una pergola di melo, come s'usa in Alamagna, quando giunse quivi el cavaliere del capitano di Trento che andava uccellando et, ancorché fussi tedesco, parlava molto bene italiano. Dolemmoci con lui che il primo alloggiamento che avammo fatto in terra tedesca c'era riuscito assai cattivo.

Lui disse: «Non vi maravigliate di questo, perché l'oste qui suole tenere chi va a torno molto bene, ma li è accaduto a questi giorni uno infortunio per il quale è suto necessario partirsi di qui con la famiglia, altrimenti saria capitato male. Lui ha nome mastro Antonio da Tremino. [27v] E sono quattro fratelli di detto luogo, divisi l'uno dall'altro, e stanno assai commodamente di roba. Detto mastro Antonio aveva dato moglie a un suo figliuolo una da Bolgiano, la quale è così bella cosa quanto abbi questa valle. Et il marito, benché sia giovane, è brutto e disadatto in modo che ella gli portava poco amore. Capitava qui spesso un nipote di mastro Antonio, detto Clemente, giovane pulito e bello, el quale cominciò a porre amore alla fanciulla che si chiamava Apollonia. Et in effetto s'innamororono l'uno dell'altro. E, non trovando modo come potessino essere insieme, rimasono che martedì passato, che era il di s. Pietro, l'Apollonia fingessi d'aver male per non andare alla festa a Marano dove il marito andrebbe da sé, e che Clemente venissi la notte e con una scala salissi alla sua finestra, e che quivi starebbono tanto insieme quanto volessino, ché altra via non v'era perché il marito, che n'era geloso, sempre, quando si partiva, la serrava in camera colla chiave.

Piacque a Clemente l'ordine, e venuta la notte del martedì con una scala s'accostò a questa casa e posela alla finestra della camera e, per essa salito, se n'entrò in camera con l'Apollonia. Accadde a punto che certi del paese che passavano, veduta la scala in quel luogo, dubitando non vi fussi stata posta per rubare, la levorono e la prostesono in terra. Clemente, quando fu stato tanto che iudicava il giorno esser vicino, se n'andò alla [28r] finestra per partirsi e, veduto non v'essere la scala, fu malissimo contento. Et essaminato intradiversi partiti, sendo giovane e gagliardo, pensò saltare a terra della finestra che altro modo non vedeva a salvare la vita sua e l'onore della Apollonia. E, saltando, male gnene colse perché, sendo la finestra alta braccia dodici e giugnendo giù in sulla scala che era suta posta in terra, tutto si rovinò in modo che la mattina a buona ora fu trovato morto. El romore fu grande. E stimorono e' parenti che lui fussi venuto con la scala per salire alla finestra e che, trovandolo, mastro Antonio et il figliuolo l'avessino morto: perché l'Apollonia, accortasi del miserando caso di Clemente, subito aveva la finestra stangata e confitta.

Clemente era molto amato, di qualità che si congregorono assai uomini del castello di Tremino per venire assaltare mastro Antonio. E lui, sendo avvisato, si partì con tutta la sua brigata e si ritirò nel castello di Tirolo.

Et io, oltre all'uccellare, passavo oggi qui per vedere se potevo fare qualche composizione. E però voi non vi maravigliate se non siete stati trattati come vi si conveniva».

 

Noi stemmo poco, dopo le parole del cavaliere, a montare a cavallo e la sera ci fermammo a un borgo detto Erce assai buono. L'osteria bene assettata e per ostessa trovammo una gentil fanciulla. Ponemmoci a cena [28v] Luca, Borso et io e, secondo me, fummo trattati bene.

Né a pena avammo la cena finita che venne il famiglio di Borso con un maniscalco del borgo e disse al padrone che avea fatto mettere un ferro nuovo al cavallo e che dessi al maestro quattro crazie. Questo Borso era il più iracundo uomo che io praticassi mai e, se bene faceva al presente l'essercizio di mandatario e tramatore, diceva essere stato soldato e tagliava e' nugoli. Et, udito quello gli diceva il famiglio, né avvertendo che era vicino a Italia a una giornata e che quivi intendevono tutti italiano come lui, cominciò a saltare e bestemmiare divotamente, con dire che amazzerebbe e taglierebbe e che aveva a essere l'utriaca de' tedeschi. E sempre aveva la mano in sulla spada, in modo che il maniscalco e certi altri che v'erono, rispondendo certe poche parole in lor lingua, si partirono.

Borso rimase sempre sbuffando e diceva al famiglio che non voleva gittare e' danari, e che bisognava monstrare il viso alli uomini come avea fatto lui. E, stando in su queste parole, udimmo per la villa suoni di tamburo. Io pensai lo facessino per festa, sendo domenica, ma presto comparsono nella stanza, dove eravammo, circa cento fanti, armati come se avessino a combattere con corsaletti, alabarde e scoppietti. Et uno se n'accostò a me e mi disse non dubitassi. Messer Luca et io, paurosi, aspettavammo il fine di questa cosa. Borso [29r] era diventato tutto palido e tremante: e così lo presono e con grida e tumulto lo menorno, dicendo volerlo dare nelle mani del capitano di Tirolo, perché aveva bestemmiato Cristo.

Io, veduto questo, feci dire all'oste per un tedesco avevo meco, che Borso era uomo nobile mandato all'Imperatore dal marchese di Mantova per faccende importante, e che non si poteva negare non fussi un poco collerico, ma che guardassino che l'Imperatore non avessi per male quello avevon fatto, e che chi era mandato a lui, esso lo poteva gastigare, e non era conveniente fussi gastigato da' popoli.

L'oste, udito il mio tedesco, andò a parlare alli altri del borgo. Et in effetto, la notte, Borso stette in prigione. La mattina lo rendorono, dicendo che lo concedevono a noi. Né so se questo atto fece rimutare Borso perché io, iudicandolo uomo da non potere conversare seco, mi partì' la mattina sanza aspettarli e mi posai a Marano, che è un borgo come un grosso castello.

L'oste mi tenne bene e, nelli più de' luoghi buoni d'Alamagna, quelli che fanno osteria sono ricchi in modo possono trattare bene chi va a torno.

 

Dopo mangiare, capitò nell'osteria uno ciurmatore e giucolatore di bagatelle et aveva gran seguito di gente. E, se bene parlava italiano, adoperava più le mani che la lingua, di sorte che ragunò, con questa sua articella, qualche somma di crazie. Quello facessi non dico, perché [29v] noi altri siamo tanto usi a vedere simil cose che scriverle saria superfluo. Né avea in tutto finito di raccorre e' danari e rassettare le sue bagatelle, che sopragiunsono quivi forse dodici famigli e con furia lo legorno e menoronlo. Domandai l'oste della causa. Dissemi:

«Tu cavalcherai per Alamagna e troverrà'la piena di danari, il contrario di quello che voi credete in Italia. E questo interviene perché noi Alamanni abbiamo gran considerazione di curare che del paese non eschino danari per conto alcuno. Costui era qui e con questi modi li portava via, et ancora che fussino pochi, venne a notizia al borgomastro e vi ha provisto in questo modo. E sommi già trovato in Augusta che vi era lo Imperatore, e con la Imperatrice essere uno Lombardo che guardava la mano e prediceva la sorte di questo e quello, e guadagnava qualcosa, et essere venuto tal cosa a notizia al borgomastro e consiglieri della città, e subito aver pregato lo Imperatore lo levassi via, et averlo levato».

 

Il giorno, dopo mangiare, cavalcai lungo un fiumicello e mi fermai la sera a una villa in gran parte ruinata, chiamata Orchen. Lo Imperatore, non molto avanti, aveva avuto guerra co' Svizzeri, e loro, scesi, avevano guasto circa dua giornate di paese, dove avevo a cavalcare. E tutto si trovava arso e rovinato, pure si cominciava a rassettare. Alloggiai con uno oste ricco di bestiame e praterie, ma la casa era tutta di legname [30r] e, perché era a canto al monte, l'acqua per tutto si conduceva insino presso al tetto. E per farmi più onore, mi fece cenare in su uno tavolato alto forse dieci braccia da terra che era avanti a una camera; et in su esso veniva una doccia d'acqua. Il vino era buono, et i cibi non erono tristi. Ma non avevo ancora mezzo cenato, che il tavolato ruinò e tutti noi che in su quello ci trovammo. Né io né alcuno delli miei sentimmo nocumento alcuno, perché cademmo avanti la stalla, dove era il letame alto un braccio. L'oste, non so come, si ruppe la gamba, credo per esser grasso e vecchio, in modo che, la notte, poco si poté dormire ché del continuo si senti romore per casa che faceva lui e quelli che lo medicavono.

La mattina cavalcai, trovando sempre paese guasto da' Svizzeri, e mi posai a una villetta detta Crust. E fu' forzato, per non trovare altro, stare in una osteria tutta fracassata che aveva solo rassettata e fatto quasi di nuovo la stalla: il resto era come essere allo scoperto. Eravi una ostessa di forse anni cinquanta, ma piacevole et allegra, e, secondo il luogo, ci trattò bene. Dopo mangiare lei faceva una gran gargagliata con uno tedesco avevo meco. Volli intendere quello diceva. Lui mi disse che, per la guerra fatta in quel paese da' Svizzeri, lei aveva marito e tre figliuoli e' quali, quando e' Svizzeri arrivorno qui, erono malati di peste in modo non si potettonoaiutarepartire e da loro furono morti, e la casa messa a sacco et in parte arsa. Ella, [30v] veduto questo e considerando che li nimici dovevono stare qui qualche giorno, deliberò, se bene dovessi morire, vendicare tanta iniuria. E, per potere mettere ad effetto tal pensiero, finse esser matta e cantava e saltava e rideva e faceva cose tutte contrarie a una afflizione nella quale si doveva trovare.

Era alloggiato in questa casa uno svizzero con tutta la sua famiglia, che aveva sei figliuoli tra maschi e femmine, e la donna. E tutti li avea condotti qui per fare allegrezza e traevonsi piacere di questa donna sbeffandola. E lei faceva il pazzo al possibile né li avevono li occhi alle mani, ma la lasciavono andare e stare dove ella voleva. Cominciava a venire il verno e però tutta la brigata del svizzero si riduceva nella stufa che dal fuoco aveva patito manco, in modo che essa, una notte, sotto questa stufa condusse gran quantità di legne e dua bariglioni di polvere, la quale loro tenevono in su questa piazza in su un carro, rispetto al fuoco. E così, ordinato tutto, in su la mezzanotte, quando ciascuno dormiva, messe fuoco nelle legne e nella polvere. La stufa era di legname, le legne secche, la polvere faceva romore di qualità che vidde ardere la casa, il svizzero e tutta la sua famiglia. E così vendicata, si fuggì in un bosco qui vicino e vi stette tanto che li altri svizzeri si partirono. Et al presente è ridotta qui, et ha qualche bestia e praterie, ma non ha che un piccolo nipotino, che in quel tempo non era in questo borgo.

 

Io, come ebbi mangiato, mi partì' subito perché il luogo arso monstrava maninconia. [31r] Et il paese dove avevo a cavalcare era assai fresco, perché cominciavo a salire il monte, il quale, se bene è grande, non è dificile, perché in Alamagna le strade sono molto bene assettate, e per tutto vanno li carri. La sera alloggiai a Nait, a piè del monte et, ancora che fussi di luglio, mi ridussi volentieri nella stufa calda. Nella medesima osteria erano la sera certi carrettoni che venivono d'Italia con mercantie. E con loro era un mercante bergamasco che era suto alla fiera di Marano con esse e, non l'avendo potute finire quivi, le voleva condurre a Lindo.

Questo mercante aveva anni sessanta et era piccolo e brutto: nondimeno, vedendo quivi, la sera, una fanciulletta dell'oste, piacevole che parlava italiano, gli piacque tanto che non si poteva saziare di guardarla. E considerò che lei quando andò a dormire entrò nella stufa allato alla camera dove dormiva lui e gli parve che l'uscio stessi aperto. E quando credette che per ogni uomo si dormissi, uscì di camera e così a tasto n'andò all'uscio della stufa perché, rispetto al fuoco, nelle case d'Alamagna la notte non stanno lumi accesi e, trovatolo serrato, stimò aver preso errore. Era presso a quello uno uscio ch'entrava in su uno palchetto dove era il necessario, che riusciva in su un fiume grosso e veloce. Il bergamasco, trovando questo aperto, entrò drento. Il cielo era oscuro, il palchetto sanza sponde, in modo che nel fiume rovinò e, nel cadere, cominciò a gridare. Quelli ch'erono nell'osteria subito si levorno e stettono alquanto [31v] avanti che del caso s'accorgessino. Pure, sentendo le grida, corsono al fiume e trovorno il misero bergamasco che notava e s'aiutava quanto poteva, ma non bastava contro all'impeto del fiume, fatto grosso per le nevi che si struggevono ne' monti. Alfine con fune gli gettorono, lo riebbono, ma in modo assiderato che non si poteva muovere.

Io, avendo avuto e l'altra notte e questa piena di romori, avevo poco dormito; e dormì' la mattina più che il solito perché, avendo a cavalcare per luoghi freddi, non importava il cavalcare tutto il giorno. Posà'mi a desinare a un castellato detto Cozer allato a un fiume. Volevo a punto cominciare a mangiare, quando per il castello si levò gran romore e ciascuno fuggiva. Stetti un pezzo avanti potessi sapere che fussi; pure poi intesi che fuggivano perché il fiume cresceva rispetto alla neve che si struggeva, e che era necessario ritirarsi ne' luoghi alti per non annegare. E già e' miei cavalli erono con l'acqua al corpo nella stalla; fecili cavare, e con gran fatica in su un monte vicino mi ridussi. E bisognò passare il fiume in su tavole messe allora quivi per fuggire tal pericolo. Stetti la mattina sanza mangiare e, per via strana e non usata, con gran circuito di miglia, la sera arrivai a Landec dove il fiume ha il ponte, et è luogo alto da non temer l'acqua.

 

Nella medesima osteria dove ero io, alloggiorono la sera quattro fanti tedeschi che dicevono [32r] venire d'Italia. E tra essi era uno che aveva molto bene la lingua italica e diceva essere stato più anni col duca Valentino per staffiere; e lodavalo in molte cose come dell'essere non che liberale, ma prodigo, ardito ne' pericoli, bel parlatore; ma diceva che era gran mancatone di fede, e che non aveva uomo appresso di sé che lui amassi. E soggiunse:

«Io ti voglio narrare quello intesi, non è molto, da uno spagnuolo suto trinciante del cardinale Borgia. Questo Cardinale fu mandato legato a Milano da papa Alessandro, quando il duca Lodovico era per perdere lo stato. E giunse che l'aveva già perduto e n'erono signori e' Franzesi. E perché lui era uomo molto leggieri, e del quale el Papa, ancora che li fussi nipote, poco confidava, mandò seco il vescovo di Setta, uomo prudente, al quale commisse che avessi cura alle azioni del Cardinale e le correggessi, bisognando. In modo che il Cardinale, accortosi di questo, portava al Vescovo odio grandissimo.

Giunti a Milano, trovorono il duca Valentino col Re. Il quale Duca faceva tante dimonstrazioni d'amore verso Setta, che non si potrebbe dire più. E questo accrebbe ancora l'odio del Cardinale verso il Vescovo e, traportato da quello, pensava di farlo morire. E chiamato un giorno questo suo trinciante, gli dette un cartoccetto di polvere bianca che era veneno e li ordinò lo mettessi in sulla vivanda del Vescovo. Il trinciante, se bene stimava assai il padrone, vedendo il Vescovo in tanta grazia del Duca, deliberò referire tutto a detto Duca [32v] forse per paura d'esso e forse stimando esserne di meglio. Il Duca stette a udire quello che il trinciante li disse e niente altro li rispose se non che dessi il veneno a l'uno e l'altro. Il che avendo udito il trinciante et iudicando gran pericolo per sé a non essequire il comandamento del Duca, messe detta polvere in sul cibo che avevono a mangiare il Cardinale et il Vescovo. E fu di sorta che il Vescovo in cinque giorni morì. Il Legato, avendo a ire a Roma per faccende, cavalcò in poste e per il cammino s'ammalò et a Urbino morì. Il trinciante non ne fu di meglio altro se non che ebbe qualche spoglio del Cardinale in su che è vivuto poi a Roma dolcemente. Né io presi ammirazione che il Duca facessi dare il veneno al Cardinale, perché si sforzava privare di vita qualunque fussi grato al Papa, ma mi dette che pensare assai che volessi far morire Setta nel quale pareva avessi tutta la sua fede. Et io lo so benissimo che allora ero a Milano seco; né passava mai notte che non stessino insieme a parlare insino appresso al giorno e, come avea a diterminare cosa grave, faceva chiamare il Vescovo. Et avendolo trattato così, si può dire esser vero quello dissi di sopra che lui non amava uomo alcuno e che tutti li servitori et amici ingannava, quando gli veniva a proposito».

 

Stetti la sera a Lundec, e la mattina poi andai a desinare a una osterietta a piè della montagna di San Niccolò dal lato di qua, dove trovai dua giovanetti da Marano che andavono a Constanzia. L'uno di loro era calzolaro, l'altro non [33r] aveva arte alcuna e dolevasi assai. Et io lo intendevo perché alle volte diceva qualche parola latina e, non avendo io altro che fare, lo domandai donde venissino tante sue querele.

Risposemi che si lamentava con ragione perché, sendo stato lasciato ricco, era constretto andar quasi mendicando, e che suo padre faceva la principale osteria di Marano, et aveva, tra case possessione e bestiame et altro, tanto che ascendeva alla somma di fiorini dodicimila di Reno o più, e che quando morì lasciò la donna e cinque figli maschi et una femmina, e lui era il maggiore di tutti, e che avevono certi statuti che provedevono che la moglie erediti la metà de' beni del marito, in modo che alla madre rimase più che fiorini seimila di Reno. E restando governatrice de' figlioli, che erono pupilli, si poteva dire potessi disporre di tutta la roba che era suta del padre. Onde lei, traportata dalla libidine, tolse per marito un giovane che stava per famiglio col padre e gli dette il dominio di tutto. Lui, caldo di roba e desiderando levarsi davanti e' figliastri, gli bastonava, percoteva, dava lor mal da mangiare e peggio da bere, di qualità che in dua anni n'erono morti tre. E lui, vedendo questo, aveva deliberato partirsi e cercare in qualche altro luogo sua ventura.

Increbbemi del giovane e li offersi che, quando fussi in Constanzia, li farei quello poco di bene che potessi. E considerai quanto pazzamente faccino quelli che lasciono le moglie a disporre di loro eredità, delle quali [33v] è qualcuna che la conduce bene, ma infinite che a cattiva fine le indirizzano. Né voglio dare di questa materia essempli perché sarebbero odiosi, ma chi andrà essaminando la città nostra troverrà esser così.

 

Passai il la montagna predetta, la quale è aspra. Et ancora che fussimo a 6 di luglio, v'era qualche poco di neve e freddo grande, e perché ero vestito da state, mi dette non piccola molestia. E la sera, fermandomi a un luogo detto Clost, poco potetti mangiare. Andàmene a dormire e mi parve mille anni fussi giorno per cavalcare. E mi posai la mattina a un castelletto nominato Nint in una osteria dove l'ostessa ordinò presto da desinare. Ma, mentre mangiavo, sentì' cantare preti: fecimi alla finestra e viddi portavono a sotterrare una fanciulla e la traevono dell'osteria. Feci domandare di che male fussi morta e mi fu detto di peste, in modo che rimasi mezzo attonito e subito mi partì' e del continuo mi pareva aver la morte direto. Pure la fatica del cavalcare mi fece dimenticare la peste e massime perché andai tutto giorno per vie piene d'acqua. E la sera tardi alloggiai a una casa sola, detta Paur, che in lingua nostra vuol dire villano, la quale era tutta di legname. Né v'erono stalle e però bisognò che i cavalli stessino fuora. Io volli e mangiare e dormire presso a loro con li miei servitori. E mi venne ben fatto perché, in su la mezzanotte, s'apiccò il fuoco nella osteria et arse tutta, benché non vi ardessi che un prete tedesco che avea tanto beuto che non si destò a tempo. [34r] E lui fu causa dell'arsione, ché accese un moccolo per dire l'uficio e si addormentò sanza spegnerlo. Il fuoco, trovando la casa di legname e calda per il sole, in una ora ogni cosa consumò.

Partimmi la mattina e non ebbi a fare conto perché quivi non era restatoosteostessa. Et andai a desinare a un castelletto in sul Reno chiamato S. Pietro. Quivi era il , come interviene ne' paesi nostri, che certi scioperati stanno in su l'osterie a parlare con chi va a torno. Uno vecchio, che diceva essere stato già servitore del magnifico Pietro di Cosimo de' Medici, cittadino principale della città nostra a' tempi suoi, e per aver inteso li discendenti suoi, per fazione civili, esser suti fatti essuli da Firenze, era diventato inimico a tutti e' Fiorentini. Et avendo saputo da un de' miei che ero fiorentino, non restava di mordermi e dire che li Fiorentini furono sempre inimici all'imperatori, e che ordinorono già che fussi dato il veneno a Enrico terzio nel sacramento, e che al presente ero mandato per ingannare Massimiliano.

Io, iudicando pazzia il risponderli, fingevo non intendere benepensare a cosa che lui dicessi. L'ostessa era presente et intese dal mio servitore tedesco quello che il vecchio diceva, e li disse che si partissi e mi lasciassi in pace. Ma lui allora più infuriava e minacciava e gridava, onde ella, partitasi, andò in persona per il borgomastro del castello. El quale, [34v] venuto quivi subito con un solo sergente, il vecchio chiamò et al sergente lo fe' mettere in carcere. Et a me fece grande escusazione, dicendo che li Signori delle Leghe, de' quali era il castello, volevano che pel paese loro ogni uomo andassi sicuro e fussi onorato. Ringraziò'lo, pregandolo che avessi compassione a quello uomo vecchio et affezionato a' discendenti del suo antico padrone.

 

E, partito, prima lungo il Reno e poi lungo el laco di Constanzia cavalcai: il quale è bellissimo, di circuito circa miglia cinquanta, dove sono molte terre e castelli buoni; l'acqua lucidissima che in ogni parte del laco permette vedere il fondo; fa molti pesci e buoni. Il smarrì' il cammino, perché il lago sempre rode la terra et aveva in qualche parte tanto roso, che bisognava scostarsi et andare per certi monticelli dove la guida mia più volte s'aviluppò.

Pure molto tardi giunsi a una osteria in su detto lago detta Sciat, dove erono ridotti la sera tutti e' villani del paese a lavarsi e radersi, perché quivi era a modo nostro una stufa, la quale i tedeschi usano la state dua volte alla settimana et il verno una. Stavano in quella stufa a lavarsi una ora, et uscivano d'essa bolliti e sudati. Et, accostatisi al lago, quelli massime che sapevono notare, vi si gittavano drento che arei creduto fussi loro diacciato il sangue a dosso e che fussino subito morti. Ma loro dicono che in quel luogo l'aria comporta così. E perché la sera ero stracco per il caldo e per aver errato [35r] il cammino avevo fatto maggior viaggio, onde li cavalli erono molto affaticati, feci cercare d'una barca che portassi me e li miei la notte a Constanzia, la quale dicevono essere a punto lontana dua miglia tedesche. E trovatola vi montai con li miei cavalli e servitori. E non potetti arrivare, per esser poco vento, prima che a ore cinque di giorno. Fermà'mi un poco alla porta per mandare a cercare d'alloggiamento, ma vi era concorsa tanta moltitudine d'uomini, per esservi lo Imperatore e tenervi la Dieta, che ogni casa era piena. Pure trovai uno araldo, ch'era suto in Italia, el quale in una osteria vicina mi fece alquanto riposare e mi disse che quella città era alli confini de' Svizzeri, e' quali avevon fatto ogni opera per ridurla alla loro volontà e mai avevon possuto, e che signore ancora nel temporale arebbe a essere il Vescovo, ma che li cittadini s'avevono usurpato il governo et avevono ordinato una repubblica.

Ha la città da una parte il lago, che da essa piglia il nome e si domanda il lago di Constanzia e quivi si riduce nel fiume del Reno. E vi è un bel ponte di legno che passa il principio di detto fiume. È città famosa pel Concilio che vi si congregò l'anno 1417, nel quale fu eletto papa Martino. E si congregò in detta città il Concilio perché, avendo il fiume et il lago, ha gran facilità di condurre viveri da potere nutrire [35v] gran quantità d'uomini. E però lo imperatore Massimiliano vi teneva la Dieta di tutti e' principi ecclesiastici e secolari d'Alamagna. La città non è molto grande, ma bene abitata.

 

Io, come dissi di sopra, giunsi in quella alli 11 di luglio e, riposatomi alquanto nell'osteria della Croce Bianca, cercai d'alloggiamento e per ordine dello Imperatore mi fu dato. Et in esso stetti tanto quanto detto Imperatore stette in quella città. Il padrone dello alloggiamento avea nome Giorgio e l'arte sua era navicare e per lago e pel Reno, e condurre vettovaglia e rivenderla, et in quel tempo guadagnava molto bene. Era uomo grande e grosso e molto piacevole.

Era alloggiato nella medesima casa uno imbasciadore del conte di Traietto di Frigia, che si chiamava messer Fizio Dornit, uomo veramente prudente e nobile, et avea veduto assai costumi d'uomini e varie città. Era stato in Italia, ma non sapeva parlare italiano, ma benissimo latino e tutte le cose che io volevo sapere da lui, volentieri me le diceva.

Domandà'lo quanti prelati fussino adunati alla Dieta. Dissemi che il primo verso Italia era il vescovo di Trento, il vescovo di Cur, il coadiutore del vescovo di Brissina, perché il vescovo proprio, che era cardinale, si trovava allora a Roma, il vescovo di Constanzia, di Basilea, di Salsburg, di Bamberg, d'Augusta, d'Erbiboli il quale è duca di Franconia, il vescovo di Spira e di Vorms, l'arcivescovo di Maganzia e di Treveri. [36r] Quello di Colonia non v'era perché, sendo molto grasso, non si poteva quasi muovere, ma vi era un suo procuratore. De' principi disse esservi dua figli del Conte Palatino, in nome del padre elettore, il duca Federigo di Sassonia, il marchese Ioachim di Brandiburg elettori, il duca Giorgio di Sassonia, il marchese Federigo di Brandeburg, il duca Alberto di Baviera, il duca di Mechelburg, il duca di Vertinberg, il duca di Bronsvic, il lancravio d'Assia, conti dipoi sanza numero. Ma e' conti non intervenivono a' colloqui della Dieta, ma v'interveniva uno di loro in nome di tutti. Poi vi erono li oratori delle comunità e città imperiali d'Alamagna, le quali città sono assai. E la lega di Svevia ha nella sua congregazione centoventi buone terre, delle quali sono le principali Augusta, Norimberg et Ulma. La lega delli Sterlini contiene settantadue terre grosse, tra le quali sono le prime Lubic, Colonia e Danz. Sonvi poi altre buone terre, come Argentina che ha tanto d'entrata che dicono aver congregato in comunità molte centinaia di migliaia di fiorini. Mentz ancora, in latino detta Mediomatrix, è una buona città vicina al paese dello Reno. Sonvene poi assai altre, come Ratispona, Francfordia, Erfordia, ma di tutte non mi ricordo. Il duca di Julic e di Clevi non vi erono in persona per esser lontani ma avevon mandati loro procuratori et il duca dello Reno imbasciatori.

Passavomi il tempo dolcemente con questo frigio, [36v] perché aveva poca faccenda e lo Imperatore non vuole che gli oratori frequentino la corte e, quando hanno da fare, vuole che lo faccino intendere, e lui poi li chiama.

Era in Constanzia molti italiani imbasciadori et altri: per il Papa il signore Gostantino Greco, per li Veniziani messer Vincenzio Quirino, per il duca di Ferrara messer Antonio Constabili, pe' Sanesi Domenico Placidi, e molti usciti lombardi e genovesi. E tutti quasi si trovavono la mattina nella chiesa maggiore e dicevano quello sapevano di nuovo. Ma delle cose ordinavono e' tedeschi poco s'intendeva, perché loro fanno professione d'essere molto secreti. Eronvi ancora certi mandati dal re di Spagna e certi essuli castigliani.

Io volentieri m'internavo a parlare con messer Fizio, ricercandolo de' costumi di Frigia, e del parlar suo pigliavo gran piacere. E, per esser ragunato gran quantità d'uomini in quella città, vi accadeva tutto giorno casi diversi, come ne acascò uno presso alla nostra abitazione.

Alloggiava a canto a noi uno abate di Vestfalia, el quale era venuto imbasciadore dell'ordine suo perché, possedendo certi castelli, ancora quello ordine era tenuto a sovvenire l'Imperatore ne' suoi bisogni. Questo abate era bene accompagnato, e fingeva semplicità e bontà con raro parlare, con udire messe, dire suoi offici, leggere, con dimonstrare di digiunare. Il padrone dell'alloggiamento nostro aveva, drieto a quello, [37r] una stanzetta dove entrava per il medesimo uscio che nella propria abitazione, nella quale teneva due sorelle che facevano piacere a chi le pagava. L'abate, avendo visto dalla finestra della camera la più giovane, che avea nome Magdalena, e sendoli piaciuta, per uno suo fidato li mandò imbasciata. E, consentendo la Magdalena, era spesso in quella casa, benché v'andassi più celatamente poteva. La fanciulla, sperando trarre da lui assai, vedendo che così si contentava, quasi tutti li altri amici aveva licenziati. Ma il disegno non gli riusciva, perché l'abate spendeva adagio; onde ella, avendo licenziato li altri, era constretta industriarsi di piacerli per trarne. E deliberò chiamarlo a cena et abergo, il che insino allora, stando in sul tirato, non aveva fatto.

E, convenutasi seco della sera che fu in martedì, fece ordinare una buona cena e, benché fussi di luglio, l'abate per non esser visto, entrò in casa di notte. E quivi mangiando e beendo assai, perché vi erano di più sorte vini, dopo cena mezzo cotto se n'andò al letto e la Magdalena con lui. Et erano stati poco insieme quando nell'osteria vicina, dove l'abate alloggiava, s'apiccò il fuoco, et il romore era grande. Onde l'abate, dubitando delli cavalli et altre cose sue, si levò e, presa la tonaca in spalla, corse verso l'uscio per sovvenire al fuoco. La Magdalena la sera uno uscio, che quasi mai s'apriva, [37v] aveva lasciato aperto perché, sendo il caldo grande, più vento entrassi in casa. Riusciva detto uscio in su una parte del lago, che entra in Constanzia per canale, dove e' cavalli beano e si sguazzono. L'abate, trovando tale uscio aperto, sendo l'aria oscura, credendo fussi quello donde era venuto, per esso saltó fuori e ritrovossi nell'acqua. Le grida eron grande per l'arsione vicina. Lui era grassosapeva notare. La Magdalena forse del suo cadere nell'acqua s'accorse, ma, essendoli rimasta la scarsella, tacette in modo che il meschino abate, ancora che poca acqua in quel luogo fussi, affogò. E, trovato la mattina da' suoi e vulgatosi il caso, il borgomastro fece diligenzia et essamine per intendere se vi fussi stato gittato. E non ritrovando confetture o verisimili di questo, si concluse che, per l'austerità della vita, li umori melancolici li avessino dato al capo e fattolo fare tal cosa. La Magdalena non fu mai richiestaessaminata, perché li servitori dell'abate non vollono dare al patrone infamia d'essere andato a dormire con una femmina. Onde essa si godé circa fiorini trecento che trovò nella sua scarsella; et a noi vicini, quando fu passata la furia, il caso come era successo narrò.

 

Alloggiava ancora, non molto lungi da noi, uno oratore del re di Portogallo, uomo leggieri e [38r] superbo, come è la maggior parte de' portoghesi. L'oste suo era calzolaro, povero uomo, et aveva una bella figlia della quale a questo imbasciadore venne voglia e, non avendo la lingua tedesca, non sapeva in che modo farli intendere la intenzione sua. Aveva un famiglio tedesco al quale conferì il suo desiderio. Il famiglio, come l'ebbe inteso, piacendo la fanciulla ancora a lui, pensò di vedere se poteva colli danari del padrone contentarsi. E, chiamato un giorno il calzolaro, dopo molte parole, li disse che volentieri torrebbe la figlia per moglie. Il calzolaro disse che gnene darebbe volentieri, ma che era povero e non aveva allora da darli dota. Il famiglio rispose che alla dota non pensassi perché, se si governava a modo suo, né a lui né alla figlia mancherebbe da vivere. E gli conferì come il padrone era innamorato della fanciulla e quello disegnava fare: il che piacque tutto al calzolaro. Onde, tornato al padrone, gli disse che la fanciulla, che aveva nome Illa, era contenta di compiacerli, ma che per niente voleva trovarsi con lui in casa il padre, perché n'aveva troppa paura; ma che a sua posta se n'anderebbe seco, pure che essa credessi che lui gli volessi bene, e per averne qualche arra voleva di presente cento fiorini, e che come li avessi avuti era contenta che il famiglio la menassi dove gli paressi, e che lui si potrebbe sempre escusare e dire che il tedesco [38v] l'avessi trafugata.

Lo imbasciadore approvò il modo, parvonli ben troppi e' danari perché non era molto in sul grasso. Pure il famiglio gli disse che gli riarebbe perché, come Illa fussi ferma seco, vedrebbe tanti segni di benivolenzia che gli renderebbe e' suoi danari. In effetto lo imbasciadore providde e' cento fiorini e li dette al tedesco con ordine menassi via Illa la notte sequente e l'aspettassi a Chent, perché intendeva che lo Imperatore voleva ire a quella volta. Il famiglio, presi e' danari e fatto la sera lo sposalizio d'Illa, montò con essa in una barca e la condusse la notte a Sangallo, terra de' Svizzeri. Il calzolaro era svizzero e la mattina, simulando non sapere dove la fanciulla fusse, ragunò otto svizzeri. Et entrando con essi nella stufa dove era l'oratore, cominciò a fare romore e dire che lui s'era portato villanamente a mandar via la figlia e minacciarlo che, se non la faceva tornare, l'amazzerebbe. Lo imbasciadore, fatto buono animo, prese l'arme sua e si ritirò in una altra stanza, dicendo non li avere tolta la figlia, ma che il tedesco l'aveva menata via da sé. Lui pure instava di rivolerla et allegava certe conietture e concludeva che non era per lasciarlo uscire di quella stanza, se la figlia non tornava. E' servitori suoi, che ne aveva quattro, impauriti, vedendo il loro patrone in tanto pericolo dettono notizia del caso all'Imperatore. [39r] El quale mandò alla casa uno delli suoi che intese la verità dallo imbasciadore e praticò di contentare il calzolaro con danari, e concordò in fiorini dugento, e' quali bisognò che lo imbasciadore pagassi subito. E gli parve aver buon mercato a uscire di tanto pericolo con danari. E la mattina sequente si partì per seguire la fanciulla e, giunto a Chent non trovò né lei né il famiglio, ma intese ch'erono a Sangallo e che il famiglio diceva che Illa era sua moglie. Ebbe pazienzia il meglio potette, e fece sanza danari e sanza la fanciulla, et il famiglio attese con essa a godere.

Così con poche faccende e con queste novelle passai il tempo in Constanzia. Et alli dieci d'agosto, sendo qualche avanti dissoluta la Dieta e licenziati e' principi, parve a Massimiliano partirsi. E perché voleva ire cacciando per luoghi aspri e salvatichi, non volle dalli imbasciadori esser seguito, ma ordinò andassino a Iberling e quivi stessino tanto che significassi loro dove l'avessino a trovare.

 

 




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