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Francesco Vettori
Scritti storici e politici

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 [59r] LIBRO QUARTO

 

Essaminando qualche volta tra me medesimo quanti sieno li affanni, le turbolenzie, le guerre e pericoli ne' quali si truova non solo la città nostra, ma tutta Italia, e non solo Italia, ma quasi tutto il paese di che abbiamo cognizione, ho pensato non solo lasciare lo scrivere, ma omettere ogni altra cosa della quale potessi pigliare piacere alcuno. Ma meglio a quello che è passato pensando e per la mente rivolgendolo, ho conosciuto in ogni età quasi queste medesime cose essere successe; e poi che il mondo fu creato, non esser mai stato pacifico, ma sempre inquieto.

E mettendo da parte l'antiquità delli Egizi, Assiri e Medi, quelle republichette di Grecia e Lacedemone e Tebe e Atene e tante altre sempre stettono in risse e contenzione e sempre l'una consumò l'altra insino che si destrussono. Alessandro Magno grande briga al mondo dette, più popoli in servitù ridusse, molte provincie guastò.

Cominciorno poi e' Romani, che alla misera Italia, alla afflitta Grecia, all'Asia, all'Africa, a' Galli, a' Germani et a molte altre nazione furono per molti anni flagello durissimo. E quando furono cresciuti, nacquono tra loro le guerre civili, che furono causa che, in Italia et altrove, molte città a sacco e fuoco andorono, e che molte meschine verginelle in servitù fussino condotte.

Quanti pessimi tiranni in Roma [59v] si viddono! Quanti scelerati e pazzi in Roma dominorono! Quante volte la republica in mano di falliti e rovinati venne, insino che Costantino, d'Italia partito, non più una parte d'essa, ma tutta in preda a più popoli barbari la lasciò, a Unni, Eruli, Vandali, Gotti e Longobardi! Et essa Roma, da loro presa, fu in tutto messa in preda e desolazione; et il resto d'Italia fu guasto, rubato, dissipato et arso.

E così dipoi successivamente spesso li è accaduto; in essa sono venuti Galli, Germani, et altri popoli, Federigo Barbarossa, Federigo secondo, tanti Ottoni et Enrici, che quella, quando un poco s'è riavuta, di nuovo hanno prostrata. E se qualche volta cinquanta anni da' barbari è suta libera, non è che non abbi avuto continua suspizione d'essi e che tra sé medesima non si sia insanguinata.

Non è dunque maraviglia se ne' nostri tempi sono accascate le medesime cose che altre volte sono state. Non s'hanno per questo li uomini a ritrarre, per quanto è lor possibile, dalli studi et essercizi consueti, perché Iddio e la natura, che questa variazione lasciano seguire, niente fanno in vano e vogliono che questo mondo, quanto dura, del continuo più bello e più delettabile diventi. Né questo seguirebbe se li uomini, impauriti delle guerre, dubitando della morte, a niente altro che a dolersi attendessino. E però noi, che in questi tempi siamo, imitando e' passati che in simili travagli [60r] e forse più gravi si sono trovati, non desisteremo da fare quelle opere indicheremo a proposito: et io non desisterò dal mio scrivere.

 

Era già l'autunno passato e ne veniva il verno, e massime in Alamagna dove li freddi cominciono prima e durano più che in Italia. E per questo lo Imperatore, al principio di novembre, volle partirsi dalli monti e ridursi alle pianure in Svevia, et ordinò che il Legato e li altri oratori lo seguissino. E però messer Antonio da Venafro et io, a mezzo novembre, ci partimmo d'Ispruc con freddo grande e neve, e ci fermammo la sera a Delfo che è un buon borgo, distante da Ispruc quattro miglia.

Nella medesima osteria dove noi, erano la sera alloggiati uno archidiacono d'Erbipoli, che andava a Roma, et uno prete da Santes vicino al Paese Basso che veniva da Roma, dove era stato un tempo cappellano del cardinale di Pavia, et infastidito de' costumi della corte se ne tornava a casa. E come accade che chi vuole andare in un luogo volentieri parla e domanda quelli vi sono stati e che di quivi di poco si partono, l'archidiacono interrogava il cappellano di molte cose di Roma e, sendovi stato altre volte, lo ricercava se era vivo questo e quell'altro prelato, e molto lodava la corte di Roma, come è costume di tutti e' prelati ricchi che in essa stanno perché [60v] quivi sanza alcuno rispetto conseguono tutte le lor voglie. Il cappellano, che mal contento da Roma si partiva, dannava il Papa, i cardinali e tutti e' prelati, e li costumi e cerimonie della corte romana e, per scoprirli meglio, disse essersi trovato alla morte di papa Alessandro e che lui fu avenenato. E domandandolo io in che modo, rispose che e' segni del veneno si viddono certi, ma il modo è dubbio, e che lui n'aveva uditi contare tre.

Il primo, e che è creduto dalli più, fu che papa Alessandro, avendo bisogno di danari, pensò di dare il veleno a tre cardinali ricchi et ordinò che il cardinale Adriano lo invitassi una sera alla sua vigna, dove fece ancora chiamare quelli cardinali a' quali voleva dare il veneno e delli altri per levare il sospetto. E del modo del veneno dette la cura al duca Valentino, il quale fece tôrre dua fiaschi d'ottimo vino et in essi messe il veneno. E mandò detti fiaschi per un suo servitore alla vigna, dove avevono a cenare, con ordine fussino messi in fresco. Et era rimasto col suo credenziere a chi avessi a mettere di detto vino; né s'accorse il Valentino di conferire al Papa quello aveva ordinato. Occorse che il Papa giunse alla vigna avanti al Valentino et, avendo sete, gli fu dato bere del vino di quelli fiaschi. Et a pena aveva finito [61r] di bere che il Duca arrivò et ancor lui assaggiò un poco del medesimo vino et, accortosene, subito conobbe che il Papa n'aveva beuto assai e che non vi era rimedio. Et il convito fu tutto conturbato e per la sera non si cenò altrimenti, perché il Papa subito ammalò et in quattro giorni morì. Et al Duca ancora venne male, ma perché era giovane et aveva beuto poco, ebbe grande infermità, pure se ne liberò.

Altri dicono che il cardinale Borgia, nipote di papa Alessandro, il quale morì a Urbino, aveva un fratello, chiamato messer Ramirro capitano della guardia del Papa, e pensava che la roba del Cardinale avessi a essere sua. Ma, avendosela presa il Papa, lui ogni giorno con importunità la domandava, onde il Valentino lo cominciò avere in odio e pensò levarselo davanti. Et una sera che il Papa cenava alla vigna d'Adriano, fece invitare messer Ramirro, che v'andò malvolentieri perché era stato malato et ancora non era ben guarito. E però fu dato ordine al cuoco che ordinassi per messer Ramirro qualche vivanda a proposito. Et il Duca si compose con un suo servitore, el quale adoperava a queste cose, che mettessi in sulla vivanda di messer Ramirro certa polvere bianca, che era veneno. Il servitore, andato in cucina, domandò il cuoco se aveva [61v] ordinato niente da parte per messer Ramirro, et il cuoco disse di sì e gli monstrò certo biancomangiare in una pentola. Il servitore, stato alquanto in cucina, appostò che il cuoco fussi occupato e messe la polvere nella pentola e poi si partì. Il cuoco, come è di costume, assaggiando poi il biancomangiare, subito si senti cuocere la gola, perché il veneno era ancor di sopra, e pensò quello potessi essere stato, perché sapeva e' modi del Papa e del Duca. E, conoscendosi mortale, volle che delli altri, e gran maestri, morissino quando lui. Et avendo a fare una torta, prese la maggior parte di questo biancomangiare e ne compose la torta la quale, portata in tavola, offese più o meno, secondo la quantità ne fu mangiata.

Il Papa, al quale simile vivande piacevono assai, ne mangiò tanta che subito cascò malato e presto morì. Il Duca, che ne mangiò poca, ammalò ma guarì, e così feciono delli altri. Messer Ramirro, che mangiò la minestra, in dua giorni andò via.

Sonci di quelli che dicano che al Papa fu dato il veneno da un suo cameriere, nel modo che io dirò.

Era in Roma uno scrittore appostolico, cortigiano antico, uomo da bene, ricco e di buon costumi. A costui dispiaceva assai la vita di papa Alessandro e non aveva altro desiderio se non di sopravvivere a lui [62r] e, conoscendolo robusto e di gran complessione, pensò che, se non fussi aiutato morire, era per vivere un tempo. E per vedere se poteva venire a questo suo disegno, prese pratica stretta con uno cameriere del Papa, el quale era spagnuolo ma molto semplice. Et ogni giorno gli donava qualcosa e gli faceva conviti e l'accompagnava per Roma, onde il cameriere pose tanta affezione allo scrittore che non sapeva vivere sanza esso. Et essendo molto forte innamorato d'una vedova milanese e non trovando conrispondenzia in questo amore, lo conferì uno giorno allo scrittore, richiedendolo d'aiuto e di consiglio.

Lui rispose: «El consiglio che io ti darei, sarebbe che tu ti levassi dalla fantasia questo amore ma, quando tu non possa o non lo voglia fare, credo bene trovare modo di farti conseguire il desiderio tuo. Ma bisogna che quello abbiamo a fare sia secreto perché sarà forse necessario venire a certi incanti che, quando s'intendessi che io li usassi, potrei essere disfatto dal mondo. Però voglio mi dica il nome di questa tua innamorata et il luogo dove sta, et intra quattro giorni ne parleremo altra volta insieme».

Il cameriere gli disse quello che li domandava e li promisse tenere tutto secreto. Lo scrittore, intesa chi era la donna, l'andò a trovare e [62v] tanto con parole e doni e promesse la seppe persuadere, che essa si dispose in questo amore del cameriere governarsi appunto secondo la volontà dello scrittore. Onde lui intra duo giorni trovò il cameriere e gli disse che, se sapeva trovare ordine di fare dare alla dama certa polvere incantata nella vivanda, che vedrebbe che ella gli porterebbe tanto amore che ne resterebbe maravigliato. E rispondendo il cameriere che aveva tanta amicizia con una servente della dama, che non gli mancherebbe modo a darli la polvere, lo scrittore lo menò seco verso certi luoghi solitari di Roma. E, monstrandoli una erba che aveva le foglie molto grande, gli disse che la mattina, due ore avanti giorno, venissi in quel luogo e ricogliessi la polvere che troverebbe in su quelle foglie e di quella facessi poi dar mangiare nella vivanda alla dama. E come furono partiti l'uno dall'altro, lo scrittore tornò e in su quelle foglie messe certe polvere odorifere e partissi.

Il cameriere, la mattina sequente, all'ora ordinata, tornò a quel luogo e levò delle foglie quella polvere, e pensò che la notte dal cielo vi fussi caduta. E per un suo servitore la mandò alla servente della dama acciò gnene mescolassi nella vivanda. Lo scrittore, come intese questo, andò dalla vedova e [63r] la pregò che la sera, quando il cameriere vi passava, gli facessi buona cera e l'altro giorno lo mandassi a invitare a cena, tanto che, seguendo queste cose, il cameriere indicò che quella polvere fussi mirabile. La vedova era fine e non li compiaceva però d'altro che di parole e d'accoglienze e piacevolezze, ma a esso bastava questo, e gli pareva essere il più felice innamorato di Roma.

E pensando alla virtù di questa polvere et ancora che fussi cameriere del Papa non li parendo essere favorito a modo suo, ringraziò un giorno lo scrittore del servizio li aveva fatto, e li li conferì quanto fussi in grazia della dama e lo domandò se questa polvere opererebbe così in uno uomo come aveva fatto nella sua innamorata. Lo scrittore, che gli parve che la lepre andassi verso le rete, gli rispose che la virtù non era solo nella polvere, ma era nelle parole e che, quando lui gli dicessi a chi la volessi dare, farebbe lo incanto di nuovo, e che era certo ne seguirebbe il medesimo effetto.

Il cameriere allora li aperse l'animo suo che era che il Papa li ponessi più amore, acciò ne potessi trarre più, donde tutti a dua ne diventerebbono felici. E però lo scrittore li disse che andassi la notte sequente a il medesimo luogo e ricogliessi la polvere delle foglie e poi la dessi al Papa. E partitosi da lui n'andò e messe in sulle foglie [63v] veneno in polvere bianca la quale, raccolta dal cameriere e data nella vivanda a papa Alessandro, della quale mangiò ancora il Valentino, fu causa che l'uno morissi e l'altro infermassi gravemente. E così lo scrittore conseguì, con sottile arte, il desiderio suo e, venendo a morte, confessò il caso e ne volle l'assoluzione da papa Iulio.

 

Arebbe il cappellano detto molte altre cose e l'archidiacono risposto ma, sendo già gran pezzo di notte, noi volemmo cenare e poi dormire. E la mattina, rispetto alli diacci, non cavalcammo per tempo et avemmo fatica condurci la sera a uno villaggio chiamato Ulbach.

Nel medesimo alloggiamento trovammo certi servitori del Legato, intra quali n'era uno spagnuolo nominato Gaioso che, vedendo una nipote dell'oste, o forse bisnipote perché lui era vecchissimo (e dicevono le donne lo governavono che aveva più di cento anni) gli parve molto bella e, considerato la sera dove s'andava a posare, vidde andava nella stufa dove, in certe cucce separate, dormiva lei e quel vecchio. Et iudicò esser facil cosa, non sendo altri nella stufa, entrarvi la notte e menar via la fanciulla perché il vecchio non era atto a difenderla. Et in sul primo sonno entrò con un famiglio nella stufa e s'accostò alla cuccia della fanciulla la quale, con timore destasi, cominciò tanto forte a gridare che tutti quelli di casa, udito il romore, si levorono e chiamorono e' vicini, [64r] che armati corsono: e le campane cominciorno a sonare e tutto il paese si voltava quivi.

A noi pareva essere a tristo partito; pure, avendo certi servitori tedeschi, facemmo intender per loro alle brigate che venivono che quelli del Cardinale erano separati da noi in modo che scampammo quella furia. Gaioso et il servitore furon morti e certi altri spagnuoli che li vollono difendere; li altri furono lasciati liberi. Per questo pericolo noi, da quel tempo avanti, non volemmo alloggiare in osteria dove fussino ispagnuoli.

 

La mattina, sendo freddo, ci partimmo tardi e la sera ci posammo a Fiessen che è assai buon castello al principio di Svevia, signore del quale è il vescovo d'Augusta. Alloggiamo con un oste che pareva buon compagno: ma la notte vi stemmo, gl'intervenne un caso strano e piuttosto tragico che altrimenti.

Lui era d'età d'anni cinquanta et, essendoli morta la prima donna e restatoli d'essa un figliuol solo, d'età d'anni diciotto, gentile e grazioso, prese una altra donna giovane e bella. E l'amava fuori di misura, pure non la poteva contentare in tutto di quello che le più delle giovane donne desiderano. Teneva costui in casa, come è costume delli osti, più famigli, onde lei tra tutti ne scelse uno più galante et, in conclusione, con esso suppliva a quello che il marito mancava. Né questo poté fare sì cautamente che il marito, che [64v] astutissimo era, non se n'accorgessi e, pensando intra se stesso come se n'avea a vendicare, l'amore che portava alla donna fece che inclinò a punire il famiglio e deliberò amazzarlo. Dormiva questo famiglio in una camera presso alla porta della casa, nella quale qualche volta il figliuolo dell'oste, quando tornava tardi la notte, come fanno e' giovani, entrava per non esser sentito dal padre e quivi dormiva il resto della notte.

Accadde a punto che l'oste pensò essequire la sua fantasia la notte che fummo quivi. E quando li parve tempo che ogni uomo dormissi si levò et andò alla camera del famiglio, la quale trovando aperta, perché il famiglio era ito fuori di casa e lasciato nel letto il figliuolo dell'oste, accostatosi al letto, con dua ferite il proprio figlio amazzò, credendo aver morto il famiglio. E, perché non si ritrovassi, prese a dosso il corpo morto e lo gittò in un canale non molto lontano dalla casa sua.

La mattina per tempo l'oste si lieva e, fattosi alla finestra, vede il famiglio che spazzava avanti la porta e, tutto tremante e pallido, corre al canale e trovò il morto corpo in sulla riva e, sanza pensare a altro, nell'acqua furiosa si gittò e la misera vita finì.

Noi, che pensavammo a buon'ora mangiare, sentimmo a un tratto pianti e romore per l'osteria de' parenti e vicini e per questo, quanto più presto potemmo montati a cavallo, del castello ci partimmo e, con grande incommodo, la sera [65r] ci conducemmo a Cofpair, che è una piccola terra libera in Svevia.

 

Era in quel luogo alloggiato lo Imperatore perché, sendo terra di piano e con palude intorno, aveva commodità d'andare a caccia d'oche salvatiche e germani e simili uccelli; et aveva gran piacere nel pigliarli. Per essere il luogo stretto vi era dificultà d'alloggiamenti. Pure a noi fu dato uno oste ricco, ma oltre a modo fastidioso e villano e, perché vi stemmo quattro giorni, venne tanto in odio a' nostri servitori, che volentieri li arebbono fatto ogni male.

Lui non restava mai di gridare, sempre rimbrottando chi alcuna cosa li domandava. Faceva mercantia di vino e n'aveva sempre nella volta gran quantità, onde uno de' nostri, più astuto che li altri, chiamato Gianni, pensando di vendicarsi di questo vecchio, una mattina a buona ora andò in corte e, cantando come era solito con certi cantori dello Imperatore, venuta l'ora di far colazione come assaggiò il vino, disse che non valeva. E, rispondendo il mastro di casa che in quella terra non era il migliore, Gianni soggiunse che, se lui facessi cercare nella osteria dove era alloggiato il suo padrone, lo troverebbe buono e di più sorte. E però il mastro di casa fatta insegnare la stanza a' suoi servitori e così e' cantori non restorono in quello tempo vi stettono di mandare per esso. Il vecchio lo dava malvolentieri, ma non poteva negarlo; se non che, quando n'ebbe consumato circa cinquanta barili, cominciò a dire [65v] che il resto serbava per noi. Il che come Gianni intese, a tutti quelli che venivono per esso, diceva che del vino n'era assai, e che a noi non aveva voluto dare, e che ci bisognava mandare per esso fuori. E però quelli di corte a gara mandavono per esso; et il vecchio non voleva che l'attignessi altri che lui.

Onde Gianni, per fornirlo meglio, una mattina per la scala molte noce gittò e subito fece venire uno de' credenzieri dello Imperatore a domandare il vino per la persona di detto Imperatore. Onde l'oste, correndo giù per la scala, trovando le noce, cominciò al terzo scaglione a sdrucciolare e si condusse insino a basso. Era vecchio, aveva l'orciuolo in mano, in modo che si percosse tutto e si roppe una gamba: e così fu gastigato della sua avarizia e perversa natura.

 

Partendo di quivi lo Imperatore, noi lo seguimmo in un castelletto chiamato Mindelen e la sera alloggiammo in casa uno sarto. La casa era grande e più bella che non pareva ricercassi la condizione sua; e noi fummo ammirati che, sendo stati delli ultimi di corte a comparire, trovassimobuono alloggiamento vacuo.

Né prima fummo smontati, che il patrone della casa ci si fece incontro e ci disse: «Uomini da bene, io vi ricevo molto volentieri e di quello potrò vi farò onore e carezze. Doggomi bene che arete una incommodità grande circa il dormire, perché in questa casa è uno spirito che non resta mai in tutta la notte di fare romore: e però ci sto drento io che sono [66r] povero compagno, e di sì buona casa pago un niente».

Il Venafro, stimando che lui dicessi queste parole per metterci timore, acciò non stessimo quivi, li disse: «Buono uomo, pensa che da noi se' per trarre, perché ti satisferemo di tutto quello torremo del tuo, e largamente, sì che non bisogna ci metta paura perché ci partiamo, perché oramai non possiamo ire altrove».

Il sarto monstrò accettarci lietamente, ma replicò che lo spirito era verissimo e lo affermò con tanti giuramenti, che gli cominciammo a credere. Ma, non potendo partirci, pensammo vedere la notte questa festa e, sendo dieci in compagnia, ci riducemmo tutti la notte a stare nella stufa e quivi facemmo portare e' letti. Aveva seco messer Antonio uno che di sopra nominai Salimbene il quale, sendo soldato, volle fare la notte il bravo e promisse di volere vedere che spirito fussi questo. Cenammo molto bene poi serrammo molto bene l'uscio della stufa e ci mettemmo a dormire. Salimbene tenne appresso di sé un torchio et un lume coperto, da poterlo accendere.

Era già circa a mezzanotte, quando sentimmo aprire per forza l'uscio della stufa; et al romore tutti ci destammo e, stando in orecchi, sentimmo per essa strascinare a modo di catene che facevono romore grandissimo. Salimbene, subito, salta fuori del letto et accende il torchio e niente vedeva. Pure il romore del continuo cresceva e però lui si dispose seguitare [66v] questo romore e chiamò Ulivieri, mio servitore, che ancor lui si faceva di buone gambe, e lo menò seco. Et andavano a punto dove udivono il romore, il quale durò nella stufa più d'una ora continuo, poi se n'uscì; e Salimbene et Ulivieri drieto, e quasi per tutta la casa s'aggirorono seguendo queste catene. Quando fu presso a , il romore se n'andò verso le scale e scese da basso nella volta. Et allora loro referirono avere visto uno uomo grande, tutto vestito a nero lungo, che gli faceva tremare, con una barba lunga folta e nera, che copriva la qualità del viso; et a un tratto in un canto della volta essere sparito, e prima aver detto certe parole in tedesco, le quali loro, per non sapere la lingua, non avevono intese.

Tornorono di sopra tutti tremando e stettono più che mezza ora avanti potessino parlare; pure, ritornati in loro, dissono quanto avevono visto. Et il sarto si fece condurre in quel luogo e, cominciando a cavare, trovò ossa quasi consumate et appresso uno calderotto di rame, pieno di fiorini di Reno che erano più che quattromila. Andò alla chiesa pe' preti e fece portare l'ossa nel cimiterio; e li udimmo dire poi, più d'un mese che vi passammo altra volta, che non aveva sentito più romore alcuno. Se danari li tolse per sé o li dette al patrone della casa, non so; ma a' nostri fece buona mancia, che la meritavano.

 

E noi, seguendo lo Imperatore che era ridotto in Meming, in quel luogo [67r] il medesimo che lui giugnemmo, dove stemmo fermi quasi un mese. E perché io avevo poca faccenda, attendevo a passare il tempo con andare a torno fuori delle mura, che era dilettevole gita perché la terra è posta in piano et ha dua ordini di fossi, pieni d'acqua di pesci; e tra l'uno e l'altro fosso perché non vi possono ire e' cavalli, è bello andare a piè.

Et avendo preso pratica con uno della terra chiamato Guglielmo, ogni giorno con lui andavo una volta a torno alla terra. E, se bene non intendeva italiano, intendeva un poco di latino e tanto che di tutto quello domandavo ero da lui satisfatto. E lo domandai un giorno come si governavono.

Lui mi rispose che quella terra dava l'anno allo Imperatore fiorini trecento di Reno e, quando veniva quivi, li ordinavono l'abitazione e li donavono, quando giugneva, tanto che poteva valere fiorini venticinque in pesci e vino; dipoi lui non s'impacciava in niente nelle faccende loro. Creavono uno borgomastro per uno anno, e dodici consiglieri e questi iudicavono de' casi criminali e civili come pareva loro, et alle sentenzie d'essi non si poteva appellare. Et avanti finissino il magistrato, eleggevono da loro medesimi un nuovo borgomastro e dodici consiglieri. E così si faceva successivamente, né ragunavono popoloconsiglio altrimenti.

Avevono le loro entrate delle gabelle e del sale, delle quali pagavano [67v] il diritto all'Imperatore; poi tenevono guardie per potere castigare e' tristi, a fine che per il paese loro si potessi ire sicuro. Spendevano in rassettare ponti e vie; comperavono munizione e di vettovaglia e d'altre cose necessarie alla guerra e, se avanzava, cumulavano per potere aiutare le città e principi della lega di Svevia, quando fussino molestati. E mi disse che in quella terra era un vivere queto e pacifico e che ciascuno godeva il suo dolcemente.

Questo Guglielmo aveva preso tanta familiarità meco, che volle andassi una sera a cena con lui: non a convito, ma a cena più che ordinaria. Né mi pare inconveniente, per dare miglior notizia de' costumi d'Alamagna, scrivere l'ordine della cena.

Era del mese di dicembre et il freddo era grandissimo, e però era la stufa calda. Et a una ora di notte ci mettemmo a tavola, lui, la donna, un portoghese servitore del Legato et io.

La tavola era quadra et in ogni quadro stava uno; et il più degno luogo è quello che è volto verso il muro. Avanti ci mettessimo a tavola, ci lavammo le mani a un cannellino a vite, che era in un vaso di stagno appiccato all'asse della stufa, e sotto aveva un gran bacino d'ottone da ricevere l'acqua.

In tavola la prima cosa fu posto un cerchio d'ottone nel mezzo del quadro, dove s'avevono a mettere e' piatti, acciò non guastino la tovaglia. In su questo cerchio fu posto un piatto di lattuga da paperi et in su li orli del piatto [68r] quattro uova sode divise pel mezzo. Levato questo, vi fu messo un piatto grande, dove era un bel cappone e certi pezzi di vitella et il brodo con questa carne. E ciascuno aveva avanti una fetta di pane più bruno che quello che mangiava et in su detta fetta tagliava la carne che levava del piatto et, a ogni vivanda, da' servitori era mutato fetta. Dopo, venne un piatto piano, dove era pesce, e certi scodellini d'aceto; appresso un piatto di vitella arrosto; poi un grasso cappone, pure rostito; poi un piatto d'orzata con brodo di pollo; dopo, pere non buone e cacio tristo; vino bianco e vermiglio, di più sorte e buono, in bicchieri d'argento; et acqua con dificultà a chi la domandava. La donna non dimestica come in Franciaselvatica come in Italia.

Cenammo molto bene, parlammo di più cose e poi ciascuno se n'andò allo alloggiamento.

 

Io stavo all'Osteria del Sole in piazza, con uno oste ricco e buon compagno, il quale aveva la donna giovane. Alloggiava in questa medesima osteria uno spagnuolo, detto Castro, che era a presso lo Imperatore, per avere danari per capo di fanterie.

Era uomo piccolo e sparuto e superbo e vano, e gli pareva che ogni femmina si dovessi innamorare di lui. E sendoli piaciuta l'ostessa, che era piacevole come da quello essercizio e scherzava e motteggiava qualche volta seco, prese tanto animo che, apostata una sera la camera sua [68v] e sappiendo che il marito era ito a cena fuori, se n'andò a quella camera. E stimando esser da lei raccolto amorevolmente, entrato drento, subito gli gittò le braccia al collo.

Ella, spaventata, cominciò a gridare. L'osteria era piena: corsono assai garzoni e, tra li altri, il fratello dell'oste il quale, inteso il caso, gli menò d'una spada in sul capo e ferillo a morte: e tal fine ebbe la matta presunzione dello ispagnuolo.

Né voglio omettere di narrare una giarda, o per meglio dire un furto, che fu fatto in quel tempo a uno italiano, sottilmente.

Era alla corte un certo milanese, chiamato Franceschino, che diceva che negoziava per il signore di Pesero, tristo il possibile, dispettoso e baro, et avea fatto in modo, con suoi giuochi e barerie, che avea ragunato fiorini milleduecento; e li aveva messi insieme in un legato di canovaccio e gli teneva nella stanza dove stava in una sua bolgetta. E perché era vano e leggieri, come si trovava con altri italiani, parlava di questi suoi danari et, essendo stato scoperto baro, non era alcuno che volessi più giucare seco.

Era allora in Meming un veniziano, detto Polo, el quale era stato servitore di messer Vincenzio Quirino oratore veniziano et, innamorandosi d'una tedesca, era rimasto quivi. Et essendo povero et avendo più volte udito dire a Franceschino che aveva questi danari e [69r] che si voleva partire perché li consumava non trovando più con chi giucare, cominciò a stare spesso intorno a detto Franceschino e trarseli di testa, lodarlo, accompagnarlo e, perché il servitore suo s'era partito, a servirlo, tanto che, a poco a poco, Franceschino gli pose amore e si fidava di lui in ogni cosa. Et ancora che non li dicessi dove teneva e' suoi danari, usando spesso la camera, e con Franceschino e solo, s'avidde che non potevano essere altrove che nella bolgetta. E, presa una volta la commodità, trasse il legato della bolgetta e, scioltolo, prese e' fiorini, et in cambio di quelli, nel medesimo legato, messe quarteruoli. E, per fare che il legato pesassi come prima, vi aggiunse tanto piombo che a punto faceva il peso de' fiorini e, rassettato il legato, lo rimesse nella bolgetta.

Ma, ancora che avessi tolti e' danari, non sapeva come fare a partirsi e dubitava, partendosi, che Franceschino non se n'accorgessi e li mandassi drieto. Et, avendo a ire molte giornate per Alamagna e sendo veniziano, contro li quali lo Imperatore aveva dichiarato la guerra, temeva. E però pensò un modo che Franceschino lo mandassi fuori per tre o quattro giorni, ne' quali piglierebbe tanto campo che non potrebbe poi essere raggiunto. E, trovatolo una volta in pensiero e fantasia, li disse:

«Patrone mio, io conosco che tu stai maninconico perché pel passato hai giucato e vinto et al presente, non trovando più chi giuochi teco, spendi e consumi. Ma io crederrei darti un modo col quale non solo vinceresti quanto hai di bisogno [69v] per spendere, ma ancora congregheresti grossa somma di danari.

Tu sai che messer Vincenzio, mio padrone, stette questo anno in Augusta dua mesi senza faccenda alcuna et io, in quel tempo, quasi libero non attendevo a altro che a giucare. Et avevo trovato uno che pareva il migliore uomo del mondo che faceva carte alla romanesca, le quali io tutte conoscevo di fuori; et a ogni giuoco di carte guadagnai assai, e guadagnavo più se non fussi stato una volta scoperto. Ma qui non se ne sa nulla, e però io pensavo, quando ti paressi, d'andare insino in Augusta, per venti o trenta paia di simil carte. E bisogna che io vadi e non mandi, perché colui che le fa teme tanto, che non le darebbe a altri che a me. E, quando sarò tornato con esse, tu mi potrai far forte di danari, et io giucherò per te, che a me ogni piccola parte basterà. E seguiteremo la corte, vivendo grassamente alle spese d'altri, et avanzeremo ancor tanto da potere sguazzare in Italia».

A Franceschino, che era un fine tristo, non potette più piacere il partito e, perché potessi andare più presto, volle che menassi un suo buon cavallo. E così Polo, con il legato de' fiorini, la mattina sequente a cavallo si partì e, come fu fuori della terra, prese il cammino verso Italia.

Da Meming a Augusta sono dua giornate e però Franceschino, insino in cinque , non stette ammirato perché pensava che dua ne mettessi a andare, dua a tornare et uno a star . Ma come passò il sesto, cominciò a stare in fantasia e, per passarla, si pose [70r] a giucare con uno che ne intendeva più di lui. Et avendo perduto quanti danari si trovava acanto, mandò alla stanza sua per la bolgetta e, come fu venuta, ne trasse il legato e con uno coltello l'aperse e subito s'avidde che, in cambio de' fiorini di Reno, v'erano suti messi quarteruoli: e tardi conobbe che Polo l'aveva ingannato e, disperato, a piè si misse a volerlo cercare. Et intesi che, per la fatica e dolore, presto s'ammalò et in pochi giorni a una osterietta si morì.

 

Era già più che mezzo dicembre, quando allo Imperatore parve di partire da Meming per ire verso Italia perché e' principi e città cominciavono a mandare le gente a piè et a cavallo, convenute nella Dieta di Constanzia. Et a noi fu ordinato seguitassimo il Legato che andava in Augusta per vedere quella città, che in vero merita d'esser veduta volentieri. E però il Venafro et io ci partimmo un giorno dopo mangiare da Meming e, cavalcando per luoghi piani et acquosi, la sera arrivammo a un borgo detto Underberg e ci posammo a una osteria assai buona.

Quivi era la sera alloggiato Sigismondo tedesco, secretario del Legato, giovane d'anni ventidua e pulito e bello. L'oste aveva intra l'altre brigate una figlia, chiamata Margherita, d'anni diciotto, et ella ancora, secondo il costume della Magna, attendeva a servire e' forestieri. E nel servire e motteggiare gli piacque questo Sigismondo e pensò la notte, a ogni modo, dormire con lui. Et, ordinatoli una buona camera, quando tutti gli altri [70v] furono a dormire, fingendo rimanere nella stufa per rassettarla, n'andò alla camera di Sigismondo e si voleva spogliare per entrare nel letto. Di che lui accortosi, perché aveva il lume, gnene proibì, o che lo facessi per continenzia o per dubbio di non l'avere a pigliare per moglie, se fussi suto trovato, o, forse, per essere assueto qualche anno a Roma non li andassino le donne a gusto.

Basta, che lei non li poté mai persuadere, né con parole né con atti, che lui si contentassi che ella dormissi seco. Ma perseverando lei e con prieghi e lacrime, lui minacciò di fare romore; onde ella, avendo convertito l'amore in odio, deliberò vendicarsene. E la mattina quando fece colazione, o nel vino o nelle vivande che lui mangiò, messe veneno; e perché si partì per tempo mangiò solo et altri non portò pericolo. Come ebbe mangiato si partì; e noi dopo lui circa dua ore facemmo il medesimo.

E non fummo cavalcati dua miglia delle nostre, che trovammo il meschino secretario stramazzato nel mezzo della strada e, per il dolore grande, non restava d'esclamare; et aveva un servitore a presso. Noi ci fermammo e lo domandammo che male avessi e donde potessi procedere. Lui narrò quello li era intervenuto la notte, e pensava che la Margherita li avessi dato veneno. Il Venafro, che non era molto sano, faceva sempre portare seco utriaca et altre medicine, e fece [71r] trovare detta triaca e ne dette gran quantità a Sigismondo, in modo che in capo d'una ora cominciò a star meglio. E lo conducemmo a una osteria vicina e si conobbe che il veneno era suto debole et in poca quantità. Pure ne stette debole et intronato più che un mese, e portò la pena di non aver voluto ricevere nel letto quella che volentieri vi si posava.

 

Per tale impedimento non ci potemmo condurre la sera in Augusta, come era nostro disegno, ma stemmo lontano un miglio, in uno villaggio detto Trii, in osteria tanto trista quanto altra ne trovassi in Alamagna. E la causa ci fu detta da un contadino vecchio, il quale la sera in tal modo ci parlò:

«Io conosco che siete male alloggiati, ma non voglio ne pigliate ammirazione. Questa soleva essere una delle belle ville di questo paese e, tra l'altre cose, c'era una chiesa bella e ricca che aveva d'entrata più che fiorini seicento di Reno. Occorse che, morendo un prete vecchio che aveva governato questo beneficio anni quaranta molto bene, il vescovo, contro a nostra volontà, elesse per piovano un suo figliuolo molto giovane, et era dissoluto e disonesto, sanza lettere, sanza costumi, sanza cerimonie. E bisognò stessimo pazienti. Prese la possessione e subito cominciò a mettere in essecuzione e' suoi vizi: non diceva ancora messa, né ci teneva chi la dicessi, vespri o altri divini ufici non mai; confessione, se l'udiva, le ridiceva; rubava tutti noi popolani; voleva manomettere le donne e, se parenti non volevono, a chi dava et a chi prometteva.

Noi più volte ci querelammo di lui al vescovo, ma niente giovava, [71v] in modo che venimmo in tanta desperazione che, popularmente, pigliammo l'arme e l'andammo a trovare. Lui, sentendo il furore, si rinchiuse in chiesa con quattro servitori, ma niente li giovò che mettemmo il fuoco nella porta et, entrati drento, il tristo prete miseramente uccidemmo; e la chiesa in gran parte per il fuoco si guastò.

II vescovo, inteso il caso, procedé contro a noi come sacrilego profanatori de' sacri templi et interfettori de' sacerdoti; e, sendo signore di questa villa in temporale e spirituale, ci venne con armata mano. Il che noi intendendopensando potere resistere, tutti ci fuggimmo e ne portammo quello potemmo; onde lui, giunto qua, né ci trovando uomini, rivolse l'ira sua verso le case, le quali tutte arse e li uomini messe in bando. Pure, venendoci poi lo Imperatore, per intercessione di monsignor Gurgense, ottennemmo dal vescovo perdono. E ci siamo ridotti qui e, trovando le case arse, bisogna le rassettiamo e chi ci alloggia patisca come noi».

 

Stemmo la notte come potemmo e la mattina, a buona ora partiti, presto giugnemmo in Augusta, la quale è grande e bella città, posta in piano, con fossi grandi murati da ogni parte, grosse mura, pulite case et ordinate strade. La città è governata da buone legge e si vive a republica et allo Imperatore non più che fiorini mille l'anno.

Quivi alloggiammo in buona stanza e vi stemmo sei giorni e, per onorare il Legato nelle feste di Natale, qualche cittadino fece conviti e monsignor Gurgense fece recitare uno atto scenico in tedesco il quale, avendomi [72r] fatto tradurre in lingua italica, non mi pare inconveniente scriverlo a punto. E credo darà più diletto a' lettori, che non dette a noi che fummo auditori quando fu recitato.

 

 

<ATTO SCENICO>

 

ARGUMENTO

 

Constanzia da Casale di Monferrato è amata da Pietro da Nocera, da Ferrando spagnuolo e da Ulrico tedesco. Lei in fatto altri non ama che Pietro, ma con li altri finge per trarne. La madre ha in odio Pietro e vorrebbe che lei contentassi Ferrando. Ingannono quando uno e quando l'altro di questi amanti, et in ultimo si truova che Pietro è nipote di Ferrando, onde, d'accordo lui et ancora Ulrico, cedono la Constanzia a Pietro.

 

 

PROLOGO

 

Sono assai lodati dalli uomini litterati questi dua poeti comici Plauto e Terenzio, né io voglio essere tanto presuntuoso che nel conspetto vostro li danni. Pure non si può negare che non mancassino d'invenzione, perché, avendo a comporre favole nelle quale si può dire tutto quello che si pensa o s'imagina, sempre hanno voluto tradurre di greco, né di loro fantasia hanno composto cosa alcuna. Io liberamente confesso il vero e dico che questo atto è nuovo, stato recitato così in lingua tedesca e dipoi tradutto in italica. Né so per che causa le cose nuove non debbino piacere: et è stultizia di molti che con ammirazione considerano le cose antiche e le nuove disprezzano. Se tra voi spettatori è alcuno che la intenda in questo modo, partisi e lasci il luogo a quelli che delle cose moderne si dilettono. Li altri stieno con silenzio e, [72v] se lo atto piace, nel fine ne faccino segno.

Questa città, che vedetegrande, è Roma perché quivi intervenne il caso. Una altra volta sarà una altra città.

 

 

<SC. I>

Paulina, Constanzia.

 

Paulina: Noi andremo insino a San Pietro; tu resterai in casa. Et apri al cuoco che manderà Ferrando, e vedi che le vivande vadino per ordine e che li capponi sien lessi et il cavretto arrosto, e soprattutto non sia arso; e per entrare di tavola, uno guazetto di curatelle et animelle, poi, in ultimo, buono cacio e pere. E a Alonso che truovi buono vino corso, ché in questo tempo non è da bere altro.

Constanzia: Matre mia, poi che Ferrando provede la cena, vorrà dormire meco et io ho promesso questa notte a Pietro, e non li voglio mancare.

Paulina: Avendo la mala sorte condotto te e me a vivere in tanta meschinità, a noi bisogna fare l'arte in modo che se ne tragga frutto, e se seguirai e' consigli miei saranno di qualità che ci riuscirà questo effetto. Pietro è giovane e povero, Ferrando è ricco ma è spagnuolo e, mentre che lui regge a spendere, a mandarci roba a casa, darti veste e danari, è da fare ogni demonstrazione di volerlo contentare acciò non si sdegni. Pietro è in modo legato che non ti può fuggire e da lui puoi trar poco e quel poco non ti può mancare.

Constanzia: E mi pare strano romperli la fede. Ma che escusazione troverrò io con lui ?

Paulina: Ti mancheranno forse scuse che ti senta male, ch'el cognato [73r] sia venuto da Corneto, che potrà venire domandasera? Che dico io? Secento scuse arai, se tu vorrai!

Constanzia: Malvolentieri t'acconsento! Ma dimmi: tu vuoi che io mandi Pietro a domandasera; non sa' tu che tu et io promettemmo a Ulrico d'ire a cena con lui con animo che io vi restassi a dormire? Che dire ma' a lui? Mandianli a dire oggi che non possiamo andare.

Paulina: Questo non piace già a me, che non voglio in modo alcuno perdere quella cena. Lascia pur trovare il modo a me come tu ti possa partire. Ulrico è di buona pasta e non s'accorge delle nostre bugie. Et a lui bisogna dare buone parole e fare il fatto suo. Ha donna, ha figliuoli e non è per stare qua molto; e da esso non si può sperare cosa che abbi a durare.

Constanzia: In verità che Ulrico mi è stato buono amico, né gli ho chiesto cosa non abbi avuta! Pure farò a modo tuo. Seguitiamo la nostra via insino alla chiesa, acciò torniamo più presto in casa a preparare la cena, ché mi pare vi sia ordine di rallegrarsi perché io, a dirti il vero, come so avere ben da cena, tutto sto lieta e contenta, ma, quando non è bene provista, di niente mi rallegro.

 

 

<SC. II>

Agnese Serva, Alonso famiglio, Toso cuoco.

 

Agnese: Tu se' venuto a una bella ora! Che avevo pensato, avanti che le patrone tornassino, ci dessimo un poco di piacere insieme, ma è sì tardi ch'el tempo nol patisce.

Di' [73v] a Ferrando che qui non è comparso vino e che madonna vuole del corso, e così non ci sono legnefrutte d'alcuna sorte.

Alonso: Anima mia, a me per al presente basta baciarti! Questa notte poi dormiremo insieme a dispetto de' padroni! El vino corso sarà qui adesso; legna non crederrei già trovare di presente, ma torremo de' pali delle vite che sono nell'orto; frutte non sono di questo tempo se non mele, e di queste avete in casa voi, e massime la patrona vecchia! E la giovane ancora non delle sua malvolentieri.

Agnese: Deh, lasciamo andare il motteggiare! Provedi che il vino ci sia presto. Et io voglio andare insino in cucina a vedere come questo cuoco s'adatta, che mi pare, a vederlo, un cuoco ordinario da frati. Vedi che m'è riuscito, che ha già messo a fuoco lo arrosto e non sa che quello vuole esser cotto presto e con gran fuoco. Chi t'ha insegnato?

Toso: Se io avessi imparato non farei il cuoco.

Agnese: Oh, non hai tu imparato a cuocere?

Toso: Tu hai imparato meglio di me che, non che altro, sai cuocere te medesima. E mi pari più cotta che non sarà alla cena questo capretto!

Agnese: Tu mi di' villania e non sai che io sono sopra tutta la casa.

Toso: Se fussi sopra alla casa saresti in sul tetto, e tu se' in cucina. Attendi alle faccende tue e lascia fare l'arte mia a me.

Agnese: Tu se' il grande scimunito! Io [74r] voglio dire che governo tutta la casa, ma, per la croce santa, che io dirò ogni cosa a Ferrando et a madonna e più non parlerò teco, che mi pari una bestia.

 

<SC. III>

Pietro, Lancillotto servo.

 

Pietro: Che di' tu? Che t'ha detto Constanzia?

Lancillotto: Quante volte vuoi te lo dica? Che facci la scusa sua, che non può dormire teco questa sera perché li duole il capo, ma che domandasera sarà al piacer tuo.

Pietro: E questo t'ha detto?

Lancillotto: Questo m'ha detto.

Pietro: Deh, dimmi, per tua fe', pareva a te che si sentissi male?

Lancillotto: A me pareva sanissima.

Pietro: Eraci presente la matre quando li parlasti?

Lancillotto: Eraci, e del continuo gli sussurrava negli orecchi.

Pietro: Più volte t'ho detto che questa sua matre è donna che non è sì gran male non meritassi. La Constanzia è più tosto troppo libera che mala, ma quella non pensa a altro se non come possa trarre danari di mano a questo e quello, e non è sì vile uomo al quale non sottomettessi la figlia se ne credessi trarre. Non ha discrezione alcuna e consumerebbe il mondo! E credo che abbi straziato, in quattro anni che io la conosco, de' ducati più che cinquemila, che è gran cosa a una femmina, et ha condotta la povera figlia sanza onore e sanza roba. Perdio, che di Constanzia m'incresce! ma è tanta la malvagità di questa sua matre che ho deliberato non avere più pratica seco.

Lancillotto: Patrone mio, da una parte se facessi questo ti loderei, dall'altra [74v] no, perché io non ho conosciuto mai la più bella né la più dolce cosa che la Constanzia. E se la matre la fa errare che colpa è la sua? Da oggi a domani è poco, e credo che tu ti sia accorto già un pezzo che tu hai de' rivali e più di quattro. Piglia da lei quello che tu puoi avere, che hai tanto speso, secondo ho sentito, in essa, che ora ne puoi trarre qualche piacere alle spese d'altri. Perché in fatto lei è innamorata di te, ma la matre non la lascia fare quello che ella vorrebbe.

Pietro: Io non credo che in tutta Roma né in tutta Italia si potessi trovare la più scelerata donna che è Paulina e molto bene conosco mi vuole male, come quella che è ingrata. Et ora che non posso più spendere, non si ricorda di quello ho speso e de' benefici li ho fatti, che sono tanti e molti più che tu non sai e non pensi. Ma, poi che sono prolungato a domandasera, voglio sopportare con pazienzia, ma non sarò con loro più quel Pietro che solevo, che me la piglierò per uno ordinario. Andiamocene in casa.

 

 

<Sc.> IV

Sorbillo parasito, solo.

 

Non credo che sia uomo sotto il sole più infortunato di me, che mi sono condotto in Roma pensando con l'arte mia contentare più il ventre che in altro luogo, et il contrario mi riesce.

Ebbi in principio tanto favore che una volta fui condotto a cena col papa. Ma che mi giovò? Erono intorno alla tavola trecento; chi mi guardava, chi mi [75r] bestemmiava; quello non mi dava bere in modo che era di state et in tutta la cena non potetti bere che una volta. Ho provato dipoi più volte a volere tornare dal papa e mai ho possuto. Tutte le porte ho trovate chiuse! Di quelli camerieri nessuno conosce Sorbillo e, se lo conoscano, fingano nol conoscere.

Con questi signori cardinali mai ho trovato modo di potere mangiare; con altri prelati e cortigiani il medesimo. Pure a questi giorni, trovai in Santo Pietro un tedesco et, entrando con lui in parlare, cominciai a lodare l'Alamagna; e volendosi partire, m'invitò a desinare. Non aspettai il secondo invito e fui tenuto, sendo di quaresima, molto bene. E gli piacque tanto la mia conversazione, perché in vero ho mille detti salsi e belli, che nel partire mi disse che voleva che tutta questa quaresima cenassi seco e che, per non dare malo essemplo alli suoi, ci ridurremmo in secreto e che potremmo insieme far buona cera.

Satisfecemi assai il suo parlare e stimai, per un tratto, avere trovato la ventura mia. E come s'appressava a notte, n'andavo , et il pasto andava per ordine, e cominciavo a esser noto a tutti e' servitori di casa. Iersera mi riducevo in , secondo il consueto. Voglio entrare in camera; uno mi si para davanti e dice: «Non entrare, Sorbillo, che Ulrico ha questa sera occupazione».

Malcontento, risposi se avevo a cenare: dissemi di no. Puoi pensare se mi partì' dolente! E ritrassi da un altro servitore [75v] che la sera cenava seco una femmina, chiamata la Constanzia, e la matre, e che aveva inteso che, insino a Pasqua, vi verrebbono quasi ogni sera, in modo che io sono tanto avilito che non so che partito mi pigliare.

Il ventre è male avezzo et a cibi ordinari non sta contento. Voglio cercare in banchi se truovo qualche borioso e smemorato che si diletti delle mie buffonerie e, se non lo truovo, bisognerà mi getti in Tevere.

Ma mi parve vedere venire di qua Ulrico, tutto penseroso, e Gaspar suo servo. Metterommi qui da parte per vedere se potessi udire qualcosa a mio proposito.

 

 

<SC. V>

Ulrico, Gasparre servo, Sorbillo par.

 

Ulrico: Più volte t'ho detto che io voglio in ogni modo rompere con queste meretrice ribalde. E se mai fui in tal fantasia, ora vi sono, ché sono stato tanto iniurato da loro che non è possibile ne facci pace.

Gasparre: Che cosa è nata di nuovo tra voi? Ieri sera cenavi insiemeallegramente et ora molto presto ti veggo mutato.

Ulrico: Io ti voglio contare per ordine la trama acciò mi possa consentire abbi ragione. Come tu intendesti, la sera passata per loro medesime si profersono di volere cenare meco, né io le potetti ricusare. E, come furono giunte in camera, Constanzia si messe a sedere in sul letto dicendo: Ceniamo presto, che ho gran sonno e, subito dopo cena, voglio mettermi a dormire qui». Puoi pensare se tale parole mi piacquono! [76r]

Gasparre: Non solo lo penso, ma lo so di certo.

Ulrico: Cenammo di buona voglia e stati un poco a motteggiare, io chiamo Secondo, tuo compagno, che accompagni Paulina a casa. E, come è venuto, ella gli dice che chiami Guglielmo, suo servitore, perché li facci compagnia.

Gasparre: Oh, Secondo non bastava?

Ulrico: Ben sai che sì. Ma sta' a udire. Come Guglielmo fu giunto, Paulina, come era composta con lui, li domandò se nessuno fussi stato a casa. «Come!» rispose Guglielmo, «e c'è stato il marito di tua figlia!». Subito Constanzia e lei, impalidite e tremante, si rizzorono e Paulina disse: «Noi siamo ruinate! È lui ancora in casa?». Guglielmo rispose di sì e che aveva mangiato un poco e ch'el cavallo era nella stalla. Infine, per non multiplicare in parole, loro si partirono dicendo che Constanzia tornerebbe questa sera. A me venne tanto sdegno, non che si partissi, che non sono sì grosso che pensi tenerla a mia posta, ma che usassino simili arte e non dicessino liberamente volersi partire e mi stimassino di sì poco ingegno, che credessino darmi a intendere simili favole: che ho disposto che loro attendino a fare e' fatti loro et io e' miei. E da ora ti dica che in casa loro, per mio conto, non metta più piede né mi porti loro novelle. E ricordati te l'ho detto!

Gasparre: Patrone, se tu non l'hai per male ti risponderò liberamente quello intendo.

Sorbillo: (Vogliomi accostare un poco per udir meglio, ché, forse, li dirò qualcosa li gioverà).

Ulrico: Di' quello ti piace.

Gasparre: Spesso interviene che li uomini, quando ordinariamente non hanno d'avere passione, se la pigliono per qualche causa che non [76v] doverebbono. Tu, mentre se' qui, hai poco a che pensare e niente hai che ti dia molestia; nondimeno se' caduto in questa infermità d'essere innamorato. E t'ho veduto con tanta passione che qualche volta di te m'è incresciuto. Pure, alla fine, se' venuto al desiderio tuo et hai avuto la Constanzia tre volte e quattro e sette et otto, e non se' di tanta auttorità né di tanta ricchezza né di tale età, che tu la possa tenere a posta tua. Lei spende e però ha bisogno di guadagnare, te li pare aver legato, come è in fatto, e che tu non li possa fuggire. Se un altro tordo dette iersera nella rete, che non era per darvi ogni sera et ella il volse pigliare, debbi tu avere di questo maraviglia? E trovò quelle scuse che stimò t'avessino a esser capace. Parti, però, essere stato tanto iniuriato che per questo voglia rompere ogni pratica, la quale domani vorresti poi rappiccare?

Ulrico: Non voglio credere a tue parole e voglio sia tagliata ogni pratica.

Gasparre: Di questa faccenda non ho se non fastidio ma, se ti governerai col mio consiglio, andrai così seguitando tanto che l'amore per se stesso si raffreddi, ché tagliarlo a un tratto sarà impossibile.

Ulrico: L'animo è fermo. Pure, se tu vi vai, vedi quello che lei dice.

Gasparre:. Ora mi comandi che io non vi vadi, ora vuoi che io intenda quello ch'ella dice.

Ulrico: Dico che non vi vadi per mio conto! Ma se v'andassi da te...

Gasparre: Tu mel comanderai dieci volte, avanti vi vadi una.

Ulrico: Io nol te comanderò.

Gasparre: Né io v'andrò! Ma non voglia parliamo più di questo al presente perché veggo il parasito tuo che sta qua a origliare. Ben debbe [77r] avere poco dormito questa notte, perché iersera non cenò. È pur meglio dare il suo a una bella femmina come è Constanzia, che a un parasito briccone et adulatore che mai fa o dice altro che male.

Sorbillo: Io ti odo bene. E se Ulrico fussi prudente ti manderebbe a casa del diavolo.

Gasparre: Se fussi prudente, non vorrebbe mai li stessi a presso a un miglio, e ti fuggirebbe più che la peste!

Sorbillo: Te dovrebbe fuggire che sempre lo conforti et indirizzi al male! Non ho io al presente udito quello li dicevi, quando lui affermava volere lassare in tutto la Constanzia? Ma io non voglio più parlare teco e parlerò a Ulrico el quale da tutta Roma è amato et è tenuto un vero gentiluomo, ma, se seguita in questo amore, perderà l'onore e la fama e la roba.

Gasparre: Parla a chi tu vuoi, pure che io ti oda! Et a quello che non vorrà rispondere il padrone, risponderò io.

Ulrico: Hai tu udito, Sorbillo mio, quello ho parlato con questo mio servo?

Sorbillo: Ben sai che ho udito e mi pare che abbi parlato col sale.

Ulrico: Non iudichi tu che io abbi ragione a non volere più pensare alla Constanzia?

Sorbillo: Come! Ché, se vi pensassi, non ti terrei più in quel conto che io ti tengo! Ancora io fui già innamorato e so quello sanno fare le meretrice che ti toggono la roba e l'onore, consumanti la vita, et in ultimo, ti fanno perdere l'anima. Fingo alle volte non vedere, ma credi che io mi sono più d'una volta accorto in quanta angustia ti truovi quando [77v] ella ti prepone uno altro, quando non ti guarda con buon viso, quando non vuole rimanere teco sola, quando ti richiede di danari, quando di cose in presto, quando che parli a qualcuno, e non solo lei, ma la matre, il zio, il famiglio, la fante, ogni uomo che tu guardi per suo amore t'ha prigione! Che sarebbe meglio essere in galea che penseresti averne a uscire! Ma questo tormento non sai quando abbi a finire: ora temi che di lei non s'innamori un cardinale, ora un mercante! Che diavolo di vita è la tua, che aresti da trionfare più che uomo di Roma, favorito, amato, roba a sufficienza? E ti mancherebbono forse femmine, che crederrei fartele correre drieto per quattro iuli l'una? Ma questo tuo servo è causa d'ogni male che, come vuoi spiccare l'animo da essa, te lo fa rappiccare con sue novelle.

Ulrico: Conosco che mi di' il vero, ma è dificile seguire il tuo consiglio.

Gasparre: (Che vero patrone! Che mai, alli giorni suoi, lo disse che bisogna che lui biasimi tanto l'amor delle donne, che non è cosa al mondo di che tanto giovi all'uomo quanto d'avere in braccio la sua innamorata. Oh che felice notte è quella!) Né mi persuado che le femmine faccino perdere l'anima, perché la felicità di quella consiste nel esser beata e, quando l'uomo è colla amata sua, ha l'anima in beatitudine. Né la fama ancora ti toggano, ma te l'accrescono, perché ti fanno trovare nuove arte e nuovi ingegni, e ti fanno acuto [78r] il cervello: e con questi modi si viene in riputazione. Né consumano la vita, ma la mantengono, perché le cose che piacciono, giovano. E se fanno dissipare la roba a che fine si cerca d'averne se non per questo? Che vuoi tu spenderla in dare le spese a un goloso, ribaldo, adulatore, come è qui Sorbillo, o in altre simili brigate, o in tenere una caterva di servi? Non è più gentil cosa spendere in vestire e contentare una bella e galante figlia che, sola a vedertela davanti, ti fa stare tutto allegro e gioioso? Credi a me, patrone mio, che questi filosofi s'avviluppano e non seguitano quello che dicono. A me pare che si tragga un gran piacere d'una formosa e linda femmina! Et abbiamo sì pochi piaceri in questo mondo che, quando possiamo aver questo, lo dobbiamo cercare. O tu consumi quello che hanno avere la moglie e' figliuoli tuoi? Penso che la natura che li ha creati provedirà ben loro, et, a causa d'essi, non lasciar preterire una ora di consolazione. Io t'ho detto l'animo mio, e se farai bene, manderai via questo parasito. Et io me ne voglio ire a vedere Constanzia! E se tu se' irato seco a me ne duole e non voglio essere adirato io.

Sorbillo: Se lui non fussi partito sì presto, avevo messo in ordine di risponderli per le rime.

Ulrico: Tra tu e lui m'avete pieno il capo di confusione e l'amore di Costanzia mi tira.

Sorbillo: Deh, lasciamo da canto l'amore et andiamo a desinare.

Ulrico: Sono in tanto travaglio che questa mattina non voglio mangiare.

Sorbillo: (Oh, sventurato Sorbillo!) E questa sera a che ora ceneremo?

Ulrico: Non so. E però non venire se non ti mando a chiamare, ché forse sarò occupato.

Sorbillo: (Ora sono in tutto spacciato e voglio, in nome del diavolo, andare in qualche luogo a impiccarmi!). [78v]

 

 

<SC. VI>

Gaspar, Ferrando, Alonso.

 

Gasparre: (Ho sentito in casa sì gran romore che non voglio salire le scale et Agnesa m'ha accennato che Constanzia non v'è. Ma vedo uscire Ferrando tutto turbato. Fermerommi per udire quello parla con Alonso suo).

Ferrando: Credi tu che io sia bene infortunato? Che maledetto sia il giorno che io viddi questa falsa meretrice nella quale consumo la roba e la fama! Et in ultimo ci ho a perdere la vita!

Alonso: Non t'ho io detto mille volte che faresti bene a pensare a altro e che lei t'inganna?

Ferrando: El caso è potere! Non vedi tu che ora, che non so dove sia ita, che non mi posso fermare, e muoio di dolore? Questo che viene di qua mi pare Gaspar, servo d'Ulrico. Parlerò con lui per intendere se sapessi cosa alcuna di lei che, se pure fussi fuggita a casa Ulrico, arei manco dispiacere.

Gasparre: (Veggo Ferrando tanto turbato nella cera, che non voglio mi conosca e voglio fuggire il più presto che io posso).

Ferrando: Non fuggire, Gaspar!

Gasparre: (Ora mi viene volontà di correre).

Ferrando: Fermati, Gaspar, di grazia, e rispondimi!

Gasparre: (È pur forse meglio gli risponda). Quale uomo mi chiama?

Ferrando: Uno tuo amico mal contento. Vieni in qua.

Gasparre: Oh! Ferrando mio! Io non t'avevo visto, ma sentivo tanto romore in casa di Paulina, che dubitavo vi fussi seguito disordine.

Ferrando: E v'è ben seguito, e grande!

Gasparre: Che cosa è suta?

Ferrando: Constanzia è fuggita.

Gasparre: Fuggita?

Ferrando: Sì, fuggita.

Gasparre: Oh, patrone mio, mala nuova ti porterò! Ma dimmi dove è ita?

Ferrando: Questo non so. Ma ti voglio ben dire il modo.

Gasparre: Deh sì, che te ne priego!

Ferrando: Oggi tutto giorno sono stato a cianciare seco e rimasto d'accordo che mi dia questa notte albergo. Come sono dua ore di nuovo mi manda [79r] a sollecitare. Vengo e, come entro in casa, Paulina mi si fa incontro e mi dice che Constanzia parla con Pietro in sala, ma che me ne vadi alla camera sua e l'aspetti quivi. Parvemi questa proposta strana pure, tirato dall'amore, v'andai e menai meco Alonso; e stetti poco che sentì' Pietro venire verso la camera. Chiusi la porta perché tra noi non seguissi qualche scandolo. Constanzia venne alla porta e la volle aprire e non potette. E sentì strepito in camera, in modo che, o per paura o per qualche altra causa, fuggì nell'orto e si gittò a terra del muro e si misse a correre verso la casa del tuo patrone quanto poteva. Pietro, credo la seguissi. Et io ho aspettato insino a giorno per vedere se torna e, non sendo tornata, mi parto. Ho ben caro averti trovato per sapere da te se fussi venuta a casa Ulrico.

Gasparre: Mal caso è stato questo et a casa nostra non è venuta, né vi verrebbe perché Ulrico è adirato con lei.

Ferrando: Et io sarò il medesimo e, se saremo d'accordo Ulrico et io, staremo tanto a mettere il piede in questa casa, che ella e la matre ce ne pregheranno.

Alonso: Deh, patrone, lassa andare in che modo t'hai a governare in futuro e pensa come l'hai a ritrovare!

Gasparre: Io so così certo dove ella è, come io so che noi siamo qui. Lei è a casa Pietro né a altro fine s'è fuggita, se non per monstrarli quanto ella l'ami e che, per suo amore, abbandona te. Né va a casa Ulrico che è vicino, ma si mette andare per tutta Roma a mezzanotte.

Ferrando: Oh, come di' tu il vero, Gaspar! Ma per e' Vangeli di Iddio, che me non ingannerà [79v] più! Io li ho prestato mule e veste tutto questo carnovale per far maschere, donatoli danari e cose, provisto in casa da mangiare, e che al presente mi preponga Pietro non lo posso sopportare! E tu, se amerai il tuo patrone, lo conforterai a lasciarla in tutto.

Gasparre: Se li vorrò bene, m'ingegnerò conformarmi colla volontà sua, la quale so certo che è di sapere dove ella sia. E però voglio andare a cercarne.

Ferrando: Deh, se la truovi, viemmi a dire qualche cosa.

Gasparre: Non passerà una ora intera che intenderai dove ella sia. Va' intanto e dormi, ché n'hai bisogno.

 

 

<SC. VII>

Gaspar solo.

 

Bene è sciocco Ferrando, ancora che sia spagnuolo, se crede quando la truovi gli vadi a dire cosa alcuna. Se la truovo a casa Pietro, la conforterò a starvi e so che il mio padrone arà più caro che stia che qua, perché Paulina ogni pone una taglia a Ulrico e consiglia Constanzia male e vorrebbe metterla sotto a qualunque passa per la strada, pure che li dessi danari, e, per un paio di galline, acconsentirebbe che in sua presenzia la figlia li fussi abbracciata. Ma se starà a casa Pietro, non arà pratica con altri che con Lui e potrebbe essere che, stando lei discosto, l'amore che il mio patrone gli porta diminuissi. Ma io sono un matto perché questo sarebbe a proposito suo e non mio, perché m'adopera a questo. E solevo essere uno de' più vili servi avessi in casa, ora sono quasi il primo; comando alli altri e sono ubbidito; solevo ire a piè, ora vo a cavallo, vesto bene e mangio meglio et in casa non fo se non quello voglio, perché sempre ho scusa d'essere stato in qualche faccenda per Constanzia: [80r] e però, essaminato tutto, per me fa mantenere questo amore.

Et ora, quanto più presto posso, voglio ire a ricercare di lei per poterne dire novelle a Ulrico che, se stessi dua o tre giorni sanza intenderne nuova, l'amore comincerebbe apassire. E, per non essere tenuto in ponte a parole da qualcuno che m'incontrassi, andrò per Transtevere e passerò Ponte Sisto.

 

 

<SC. VIII>

Lancillotto e Gaspar.

 

Lancillotto: (Quante volte ho io visto, e non sono però vecchio, uno uomo desiderare una cosa et averla e, come l'ha avuta, venirli in fastidio, e pensare levarsela da dosso! Così interviene ora a Pietro, mio patrone, il quale come non è con Constanzia muore et usa ogni arte per essere seco et, al presente che lei s'è fuggita in casa sua, pensa il modo da rimandarla e per questo mi manda a trovare Ulrico).

Gasparre: (Per questa via non scontrerò alcuno e se riscontrassi non li parlerò. Qua sta la sorella di Constanzia: andrò per questa altra via perché non mi chiami).

Lancillotto: (Mentre cammino, vo da me medesimo essaminando quello abbi a dire a Ulrico perché non abbi a male che lei sia venuta più presto a casa nostra, che è lungi, che alla sua che è vicina. Se dico che lei picchiassi e non fussi udita, mentirò e potrei esser riprovato perché da' suoi servitori, quando picchiò gli fu risposto. Se dico che lei nol volessi destare, la conosce sia ardita et indiscreta che nol crederrà. Non so che dirmi! Veggo un che va molto ratto e mi pare [80v] Gasparre, servo d'Ulrico, che quasi corre; vorre'li parlare ma non potrò. Pure lo chiamerò: «Guasparre!» Sì, non s'è volto! Chiamerollo più forte : «Guasparre!».

Gasparre: (Vedi che non si può ire per sì solitaria via che l'uomo non sia impedito! Non mi voglio voltare).

Lancillotto: Gasparre!

Gasparre: (Chi diavolo mi chiama? Oh, è Lancillotto! Voglio tornare a lui). Che vuoi fratello?

Lancillotto: Cercavo di te e con diligenzia.

Gasparre: Et io di te e t'ho a dire cosa d'importanzia.

Lancillotto: Non mi dirai cosa non sappi.

Gasparre: Ben sai che quella puttana s'è fuggita!

Lancillotto: E certo lo so e però ti cercavo! Perché lei è in casa nostra e Pietro vorrebbe che ella ritornassi alla madre, perché stessi quivi con più onestà. E per questo venivo al presente a trovare il tuo patrone.

Gasparre: Con onestà starà una che è stata cinque anni in bordello ? Ma ti so ben dire che non bisogna per questo vadi a trovare il mio patrone, perché lui non ne vuole udir parlare.

Lancillotto: Come faremo dunque a farla ritornare a casa?

Gasparre: Che tu pensi forse che Paulina non la rivoglia? Che se non fussi lei stenterebbe come un cane!

Lancillotto: Penso che ella fingerà non la volere e vorrà fare un poco l'adirato.

Gasparre: E quando questo fussi, ve la rimetteremo per forza, avanti che gli togga ciò che ha in camera.

Lancillotto: Non farà però gran prechi. Ma dimmi: quando vogliamo noi rimettervela?

Gasparre: Come si fa notte.

Lancillotto: Vieni adunque meco a casa e rimarremo d'accordo del rimenarla e la conforterai a tornare [81r] per parte d'Ulrico, perché lei sta dura e non vuole tornare da Paulina.

Gasparre: Andiamo! E son certo che come li parlo farà ogni cosa.

 

 

<SC. IX>

Constanzia, Lancillotto, Gaspar.

 

Constanzia: Come una femmina nasce, si vorrebbe batterli il capo nel muro, e massime quando è figlia a matre inonesta, perché cerca sempre che lei diventi simile a sé. E non è al mondo la più meschina cosa che una femmina meretrice la quale perde l'animo, sta sempre del corpo inferma perché mangia e bee troppo, veglia assai, usa lisci et altre acque nocive, al mondo è vituperata, e' parenti la minacciono e nessuno ne tien conto; roba non può congregare perché di raro si truova un solo che possa e voglia farla ricca e, se ha pratica con più, faccendo piacere a questo dispiace a quello, e sta in continua ansietà. Et io lo pruovo, che mi è testimone Iddio che mia madre, contro a mia voglia, m'ha condotto come sono e mi truovo inferma, povera e meretrice. Che maledetto sia il giorno che io nacqui ! Pietro cominciò aver pratica meco da putta: posegli amore. Ora lui non mi stima e li è parso mille anni li esca di casa e temeva non m'avere a dare le spese quattro giorni. Oh infortunata Constanzia, che bisogna per forza torni a sottomettermi a mia madre et a Ferrando!

Lancillotto: Madonna, che giova lamentarsi? Dove non è rimedio è di necessità andare avanti e far buon cuore e non si ricordare [81v] delle molestie che hai, ma de' piaceri. E prima non cuci, non fili, non fai cosa alcuna di quelle fanno le donne oneste. Mangi bene e bei meglio e non pensi donde venga; dormi sempre accompagnata e, se questa sera non ti piace uno n'arai domandasera un altro che ti satisferà . . . Ma pensiamo, ché siamo a casa, come abbiamo a entrare. Va' un poco avanti, Gaspar, e batti alla porta.

Gasparre: Ho battuto e mi è stato aperto sì che possiamo andare sicuramente. E tu Constanzia, se farai a mio senno, te n'entrerai in camera, sanza parlare a nessuno di casa questa sera; e Lancillotto et io staremo presso alla porta della camera, perché nessuno ti possa fare iniuria.

Constanzia: Così mi piace.

 

 

<SC. X>

Ferrando, Paulina, Constanzia.

 

Ferrando: (Io non voglio consumare il tempo in dolermi d'Imene e dell'arco e delle saette, perché ne sono scritte tante cose che, a leggerle, mi vengono in fastidio; e così credo faccino alli altri. Una volta io voglio bene a Constanzia e questa notte mai ho potuto chiudere occhio. Sommi levato per tempo per ire a intendere se è tornata . . . La porta è aperta. Sento Paulina ciarlare secondo il solito. Non voglio perdere le parole in salute):

«È tornata Constanzia ?».

Paulina: Sì, col male che Dio li dia e la mala Pasqua! Che si sarebbe fatto per me esser prima morta che la partorissi, che è il vituperio di casa nostra e per suo [82r] amore non mi pare potere alzare li occhi. Io non li ho parlato e, se non avessi riguardo al vicinato, non li arei aperto, ma l'arei lasciata morir di fame col suo Pietro. Ma se lei stessi cento anni dove io, non sono per parlarli.

Ferrando: Ah! Paulina, sangue dolce! non se' tu stata mai innamorata?

Paulina: Sono, ma con discrezione, né ho fatto le pazzie che fa lei.

Ferrando: Deh, lasciamo da canto tante querele, andiamo da essa!

Paulina: Ferrando mio, ogni altra cosa se' per ottenere da me che questa.

Ferrando: Et io non voglio altro e bisogna che venga meco... Ben tornata madonna Constanzia!

Constanzia: El mal venuto sia Ferrando!

Ferrando: Oh, perché questo? Che iniuria ha' tu ricevuta da me?

Constanzia: Attendi alli fatti tuoi e di me non t'impacciare.

Ferrando: Se io lo potessi fare non bisognerebbe me lo dicessi, ma voglio essere amico tuo, o vogli o no.

Constanzia: Sta' discosto!

Ferrando: Dilli qualcosa, Paulina.

Paulina: Che vuoi che io li dica che crede quello a me che a quel muro?

Constanzia: Io t'ho creduto tanto che mal per me, che a tua causa mi truovo povera e puttana e tu, poi che hai gittata la roba di nostro padre, m'hai condotto in questo termine.

Paulina: Condotta ti se' da te, che da me non avesti mai che buoni essempli.

Ferrando: Non romori, attendiamo a fare buona cera! Alonso mio ha portato, perché siamo di quaresima, due lacce et altri buoni pesci et un vino corso dolce, che mai assaggiai il migliore; et a tavola farem la pace. Però va', Paulina, et ordina [82v] il pranzo!

Paulina: Non so dove mi voglia andare, tanta ira m'è venuta!

Constanzia: Et io non so dove mi voglia stare, tanto sdegno ho contro a te a ragione!

Ferrando: Magnamo prima e poi farem la pace. Et io mi offero esser iudice tra voi.

Constanzia: Sento la porta esser battuta molto forte et esser dimandata. Ferrando, andiamo da basso.

 

 

<Sc. XI>

Diego solo.

 

Sono lasso per andare tanto cercando Ferrando. Avanti un pezzo che io partissi di Sibilia ebbi lettere da lui per le quali mi significava esser secretario del cardinale di Pavia: è vero che sono più di tre anni.

Come arrivai a Civitavecchia, domandai di questo cardinale e mi fu detto era stato morto e che la famiglia sua era tutta dispersa. Fui malcontento ma, sendo sì presso a Roma, diterminai condurmi qui et investigare se ne potevo intendere cosa alcuna. E, perché sapevo che lui si dilettava assai delle femmine, come giunsi, cominciai a andare a casa le più celebrate ci fussino.

Fui a casa l'Albina, a casa l'Angioletta veniziana, a casa la Gumberta, a casa la Zazerona fiorentina, a casa molte altre e tutte non lo conoscevono, in modo ero quasi disperato dal trovarlo. Ma passando iersera da Torre di Nona, viddi in su una porta una femmina grassa che mi disse si chiamava la Nannina. Andai da essa e la domandai se conosceva questo mio fratello e li dissi di sua qualità e statura; e lei mi affermò che lui stava [83r] col cardinale Cornaro. Ma, sendo l'ora tarda et io poco pratico per Roma, mi stetti con lei; e questa mattina levato, subito ne venni a casa Cornaro. Domando di Ferrando. Sono menato alla sua camera e mi disse un suo famiglio che era partito poco fa per ire a casa madonna Paulina che stava vicina e disegnavami un luogo che mi par questo . . .

Ho battuto la porta e non risponde alcuno. Batterò di nuovo.

 

 

<SC. XII>

Ferrando, Diego, Paulina, Constanzia, Lancillotto, Pietro, Ulrico, Gaspar.

 

Ferrando: (Per mia fe' che nel farmi alla finestra ho visto quello che batte che mi pare mio fratello Diego! Voglio correre alla porta... È esso certo...) O fratel mio! o refugio mio! o consolazione mia! Come se' così qui?

Diego: Sonci solo per vederti e t'ho cerco più mesi fuor di Roma et in Roma molti giorni; e la cagione è perché ti vorrei condurre al paese.

Ferrando: Tu sia il ben venuto! Ma di condurmi al paese non parlare, che siete tanti che la roba che abbiamo non vi basta. Io voglio stare qua a seguire mia fortuna la quale, insino a qui, non ho avuta molto prospera.

Diego: È necessario che tu facci pensiero a ogni modo tornare perché, di tanti fratelli, sono rimasto io che sono vecchio, come vedi, e non atto a avere figliuoli e tu e però bisogna sia quello che rilievi la casa nostra.

Ferrando: O come è possibile che sieno morti tutti nostri fratelli?

Diego: Così è. E nessuno ha lasciato figli.

Ferrando: O avevono pur moglie!

Diego: È vero! Ma nessuno ebbe figli, se non Sancio [83v] che n'ebbe uno il quale, pervenuto all'età d'anni dieci, sendo battuto un giorno dalla matre, per sdegno, con un famiglio se ne fuggì. Et il famiglio è dipoi tornato e dice che lasciò Pietro, che così aveva nome, in uno piccolo castello, chiamato Nocera, e che stava per ragazzo con un povero uomo.

Ferrando: Almeno si trovassi questo Pietro, che lui sarebbe atto a rifare la casa nostra, ché io non sono per pigliar moglie! Ma tu debbi molto ben ricordare, partendosi di dieci anni, della effigie sua.

Diego: Come se io me ne ricordo! A punto come se l'avessi avanti alli occhi! Era collerichetto e leggieri, nero e sparuto et, intra gli altri segni, aveva una margine nella coscia destra che li fece la madre incautamente col fuoco.

Constanzia: (Per mia fe', madre mia, che Pietro ha questo segno che dice questo forestiero! Et ho inteso da Lancillotto, più volte, che lui è di Nocera . . .) Se vedessi questo Pietro ora, riconoscerestilo?

Diego: Ben sai che sì, figlia cara!

Constanzia: Deh, Lancillotto, corri per Pietro!

Paulina: Lui è un contadino e ne fa ritratto, né è nato di gentiluomo come sono questi.

Pietro: Che vorrà adesso da me? Sempre ho a fare la pace?

Lancillotto: Non so, ma mi disse ti pregava venissi presto.

Constanzia: Guarda se conosci costui.

Diego: Ardirei di dire che questo è Pietro mio nipote.

Pietro: El cuore mi balza e pare m'intervenga qualche cosa nuova. Io non ho mai voluto dire la mia progenie perché non mi sarebbe stata creduta, ma questo forestiero mi pare Diego, mio zio.

Diego: Non posso contenermi non lo abbracci.

Pietro: Perché tante carezze?

Diego: Perché tu se' mio nipote e questo è Ferrando, tuo zio.

Pietro: Te [84r] mi pare conoscere come per un sogno, ma questo altro non viddi mai se non in Roma. Se siete miei zii tanto meglio: et io voglio essere vostro nipote.

Ferrando: Et io ti voglio per nipote e da ora voglio pigli per moglie Constanzia, se lei e Paulina se ne contenta.

Constanzia: Sta bene, che io me ne contento. Va', Gaspar, e chiama un poco Ulrico.

Ulrico: Ho inteso da Gaspar cosa che mi piace e di che sono molto allegro. Facciamo questo sposalizio.

Pietro: Faccisi presto.

Paulina: Io lo vorrei fare intendere alli miei.

Constanzia: Io non lo voglio fare intendere a altri. Andiamo in casa, su, Ferrando e Diego!

Gasparre: Non aspettate più di vedere o udire altro. Drento si farà il desinare e la cena, drento si faranno le nozze, drento sarà il notaro che rogherà il contratto e poi il marito e la moglie se n'andranno a letto e faranno quello hanno fatto più anni insieme; e Lancillotto et io be'remo e mangeremo quanto potremo. Valete!

 

 

 




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