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Francesco Vettori
Scritti storici e politici

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IV.

VITA DI PIERO VETTORI

 

 

[2r] VITA DI PIERO VETTORI L’ANTICO

SCRITTA DI FRANCESCO SUO FIGLIUOLO

 

Volendo io scrivere la vita di Piero Vittori mio padre, confesso quella non scrivere perché stimi da altri avere a essere letta et aprovata perché in me non è né stileeloquenzia che abbino a tirare alcuno quella a leggere; né delle cose del padre al figliuolo, ancora che in la verità ne parli, è costume prestargnene fede, benché che io per testimonio non solo la conscienzia mia chiami, ma ancora molti e’ quali al presente vivono e che la più parte delle cose ho a scrivere sanno. Questa, adunque, scrivo a mia consolazione, a utilità di quegli nasceranno di me o di mia frategli, acciò che, leggendola, gli egregi fatti d’esso e loro et io c’ingegnamo imitare.

Visse Piero, insi<no> a anni trentaquattro, occupato la prima adolescenzia nelle lettere, nelle quali, ancora che fermare non si potessi, fece non mediocre profitto; dipoi, sendo constretto a tôrre donna e mancandogli el padre, el quale morì lasciato lui d’anni 22, alle faccende della casa et alla mercatantia fu necessario si dessi perché gli rimasi un fratello ancora fanciullo e 3 sorelle a maritare; et una, poco poi restata vedova, bisognò a nuovo marito congiugnessi. Maritò, adunque, le sorelle secondo che lo stato suo e di suo fratello richiedeva, e nelle mercantie in modo s’essercitò che onore et utile insieme acquistò. Pervenuto dipoi a anni 34, fu eletto capitano di Volterra, alla quale, sendo di nuovo stata presa, bisognava preporre uomini e di buono iudicio e consiglio.

Era l’anno 1478 nel quale, come ogni uomo può sapere, fu nella città nostra grande novità per la morte di Giuliano de’ Medici e ferite di Lorenzo; di che seguì la morte di quegli l’assaltorono e rebellione e confini. Lui in quel tempo, come io dissi, a Volterra, quella città dubbia e sospetta molto bene ritenne in fede, dipoi, finito l’uficio, a Firenze tornò.

Nel qual tempo e dal Pontefice e dal re Ferrando fu mossa alla città nostra grande e pericolosa guerra, e la città, avendosi a difendere, e soldati assai condusse e creò Dieci di Guerra, come in simili tempi è consueto fare; e’ quali in loro proveditore Piero elessono, et a quello in gran parte la cura della guerra commessono; et, ancora che uomini eccellenti e gravi et esperti per commissari mandassino, nientedimeno lui sempre ne’ campi tennono; lui a Faenza a tenere quel signore in fede mandorno; lui, mentre in quello di Siena, che f<anterie> si pigliavano, mentre le nostre si difendevono a ogni pericolo sempre s’espose. Et essendoci mossa la guerra dalla parte di Siena, dove lui aveva la possesione e beni assai et olii e bestiami, quasi ogni cosa si perdé, in modo che poco altro gli rimase che la possesione; nientedimeno, preponendo sempre il publico al privato, ogni cosa con tanta diligenzia e celerità essequiva che essi Dieci maraviglia n’avevono.

Era in quel tempo e nella città e ne’ campi la peste grandissima, e lui in mezzo a quegli viveva come se fussi in aria salubre e tra uomini sanissimi. Acquistò in quel tempo et a presso amici et inimici tanta fama che avendo l’essercito inimico rotto i nostri al Poggio Imperiale, e la rotta era a punto succeduta in tempo che e’ Signori Dieci l’avevono per qualche bisogno chiamato in Firenze, fu certo l’eccellenzia d’Alfonso duca di Calavria e capitano dell’essercito inimico avere dopo la vittoria esclamato: «L’assenzia di Piero Vittori ci ha fatto vincitori». Le lettere ancora, scrittegli e d’Alfonso [2v] duca e da Federigo, duca d’Urbino governatore del campo inimico, questo medesimo dimonstrano, delle quali io qui la copia non pongo per non essere lungo più che il bisogno. Ercule Estense, duca di Ferrara, capitano della Lega, Ludovico marchese di Mantova, Nicola Orsino conte di Pitigliano, Gostanzo Sforza signore di Pesaro, tanta affezione gli portavono che ogni volta del campo s’aveva a partire grandemente se ne dolessino, e, dopo la guerra, quante volte da esso di cosa alcuna richiesti furono, gratamente gli compiacquono.

Finita questa guerra nell’anno 1480, attese a rassettare quelle poche cose gli erono rimaste per potere la sua famiglia nutrire; e, sempre stando in fatica, per il contado di Volterra e maremme di Pisa, cercò se potessi trovare miniera da fare allume, e, con gran fatica, qualcosa trovò, ma non di molto utile.

Venne l’anno 84, nel quale la Repubblica nostra, per qualche iniuria ricevuta da’ Genovesi, deliberò por campo a Pietrasanta, dove lui con alcuni altri cittadini fu mandato commissario.

Fu la espugnazione di detta terra assai dificile; lui notte e sempre stava pel campo ordinando quello bisognava, spesso visitando l’artiglierie, la qual cosa, per il gran pericolo, pochi sono lo voglino fare, anche che importi assai. E fu lodata molto la industria sua nel pigliare un monte sopra Seravezza, così è detto il luogo vicino a Pietrasanta, dov’era un bastione; e qui fu necessario condurre l’artiglierie, che fu cosa mirabile perché il monte era dificilissimo; nientedimeno lui, a piè, tanto gli altri confortò che vi si tirorno. Fu preso il bastione che fu cagione dell’acquisto di Pietrasanta; la quale acquistata, lui fu deputato quivi commessario per ordinare quella terra, dove stette qualche mese mettendo ad essecuzione quello gli pareva fussi di bisogno.

E’ Genovesi in quel tempo, parendo loro avere ricevuto e danno e vergogna di Pietrasanta, deliberorno por campo per mare a Livorno; et ordinato armata grande e con essa uno ingegno chiamato il pontone, nuovamente trovato, dove si posavano l’artiglierie, e’ traevano con gran forza alle rocche di Livorno. Per questo fu subito mandato a Piero a Pietrasanta lettere che a Livorno si transferissi, dove cogli altri comessari attese a riparare quanto era possibile.

Ma meritò grande laude perché un giorno deliberò vicitare una torre scosta a terra circa a un miglio, chiamata il Fanale; e quivi, con poca compagnia andando, non fu sì tosto giunto che l’armata gli fu drieto, e lo schifo che l’aveva portato tolse e cominciò aspramente a dare la battaglia. Erano in quella torre pochi fanti, non credo passassino 12, la battaglia era aspra, soccorso non si vedeva; lui quasi al primo colpo fu ferito nella testa, nientedimeno tanto quegli pochi attese a confortare, tanti ripari ordinò, anzi di sua mano quasi fu necessario facessi, che i nimici sanza la vittoria, dubitando de’ nostri che di terra cominciorono a trarre loro, furono forzati partirsi. E così fu per sua opera salvata quella torre, la quale, se era presa, era di ignominia grande alla città nostra, e molto facile a offendere Livorno, in modo che, presa quella, si giudicava spacciato. [3r]

Seguì non molto dipoi che Innocenzio ottavo, creato di nuovo pontefice, deliberò privare del regno Ferrando, et a questo effetto tutti e’ baroni d’esso Regno quasi fece ribellare. <+>cente cominciò a seguitare Alfonso duca di Calabria, el quale per aiuto alla Lega era rifuggito. La città nostra deliberò aiutarlo; fu mandato Piero commissario, el quale tanto operò che le gente della Lega, ridotte a Pitigliano, per paese inimico a Bracciano condusse, e la guerra che il Papa a altri voleva fare, in su le porte di Roma provò; et il signor Virginio Orsino e gli altri Orsini, che alquanto vacillavano, nella fede del re Ferrando ritenne, e tanto operò che onorata pace si conchiuse.

E ricordomi che, andando dipoi qualche anno Piero a Napoli imbasciadore, passando da Roma vicitò esso Innocenzio, el quale, me presente, gli disse che in quella guerra gli aveva più nociuto lui e le sue lettere che tutti gli altri che di quella s’erano impacciati.

Trovossi ancora commissario a rompere e’ Genovesi a Sezanello e porre il campo a Sezzana, e pigliarla; dove durò tanta fatica, tanti vigilie ancora che non fussi ben sano e pieno di carne, che non fu uomo che lo vedessi non restassi amirato. E Lorenzo de’ Medici, el quale circa l’espugnazione di quella quivi s’era transferito, usò dire che dove era Piero Vittori sempre credeva s’avessi a vincere.

Posata questa guerra e la città posandosi, alle sue private cure alquanto attese; ma sendo morto il conte Girolamo e la città rivolendo Piancaldoli, che lui ci aveva usurpato, e mandatovi qualche gente e soprastandovi alcun sanza fare frutto, mandoronvi Piero, el quale non prima fu giunto che il castellano liberamente la fortezza dette. E subito tornato, fu mandato ambasciadore a Napoli nell’anno 1488, dove stette circa a uno anno; e tanto amore gli pose il re Ferrando, e di tanto gran iudicio gli parve che di rado di cose d’importanza aveva a trattare che non pigliassi il consiglio suo per il migliore. L’eccellenzia del Duca, che prima l’avea conosciuto, tanto onore gli fece che poco sanza esso voleva stare, et in nessun modo volea si partissi; pure, sendo tratto vicario di San Miniato e l’aria di Napoli non la trovando al corpo suo sana, ottenne licenzia et a San Miniato stette, et in modo si portò che non v’era uomo non l’amassi.

Volle la Repubblica allora mandarlo a Faenza commissario per cose importante e levarlo da l’uficio; lui per essere indisposto del corpo lo ricusò. Né stette molto dopo la tornata sua in Firenze, che sendo Pistoia, il contado e la montagna, in grande disensioni, né si trovando modo a posarla, fu eletto commissario insieme con Giovan Battista Ridolfi, uomo eccellente e per governare la città drento e per ministrare le cose di fuori. Né molto dopo la giunta loro ridussono ogni cosa in pace; nientedimeno per potere meglio solidare quella città, parve a chi governava la Repubblica stessino qui circa a mesi 20, nel qual tempo la ridusson in modo che nonché disunita ma unitissima pareva; né qui facevono sangue, come era consueto, comandavono nessuno operassi arme e chi le adoperava gastigavono.

Tornò, ridotta Pistoia in buon termine, e non molto dipoi morì Lorenzo de’ Medici et incominciossi per Italia a spargere [3v] qualche voce che il re di Francia voleva passare in Italia per pigliare el Regno di Napoli. Quella parte di Romagna, la quale tiene la Città nostra, era in grande disunione, et ogni vi si faceva furti et omicidi assai; per questo la città diliberò di comporre inanzi che arme s’avessino a muovere perché, sendo su confini, era pericoloso averla disunita.

Per questo s’ordinò una provisione di mandare in quella parte un rettore, che lo facessino gli Otto di Pratica e non si traessi a sorte. Non si vinceva la provisione perché già lo stato non eragagliardo come nel tempo governava Lorenzo, e credevono gli uomini che Piero de’ Medici vi volessi mandare uno perché guadagnassi; in modo fu necessario che el Nove delle Riformagioni dicessi quando ebbe letta la provisione: «Io vi fo intendere questo, che questa provisione si fa perché il tempo lo richiede e che sarà fatto capitano il migliore uomo di Firenze».

Allora, tutti giudicando avessi a essere Piero, si vinse la provisione, e lui fu eletto et in quella provincia si portò in modo che quasi tutta l’unì e fermò gli omicidi. Ma, sendovi stato un anno, amalò e non poté finire l’uficio, ma fu necessario tornassi in Firenze per medicarsi.

In questo tempo e’ romori di Francia più si sparsono, e dopo la fama venne la cosa in fatto: el Re passò in Italia, et in Firenze seguì la rinovazione come e’ più sanno. Quante volte lo viddi io in questo tempo piagnere, affermando che vedeva la rovina della città, e ch’e’ Franciosi venivano per comune distruzione d’Italia! Nelle mutazione dello stato sempre consigliò si perdonassi e che gli uomini s’unissino a mantenere la libertà.

Mentre che e’ Franciosi stettono in Firenze sempre animava gli uomini a sperare bene e non temere. Et un che e’ Franciosi presono l’arme e cominciorono a correre per la terra, lui, sendo in casa, fece aprire gli usci e, postosi a sedere, si stava in mezzo la sala in modo che qualche francioso vi passò; l’ebbono in reverenzia, et, al detto suo solo et alla fede a quegli parlò, posorno l’arme.

Partito il Re, lui fu fatto de’ Dieci; nel qual tempo, sendo la città in grande angustie e pericoli per la perdita di Pisa e per la infidelità del Re, molte volte andò commessario in quello di Pisa e l’essercito condusse in Val di Serchio, guastò le mulina a’ Pisani, liberò Librafratta dall’obsidione e passò colle genti sulle mura di Lucca. Dipoi andò a Montepulciano, che s’era ribellato, et a Cortona per obstare agli Orsini et a Piero de’ Medici che da quella parte ne veniva, el quale, come intese essere quivi con m<olt>e gente, indrieto si tornò; e lui andò a Pistoia dov’era suto eletto capitano.

Et in quel tempo a punto el castellano della fortezza di Pisa, che a noi la doveva restituire, a’ Pisani la dette; di che come Piero intese in tanta mestizia cadde che subito sé infirmò di febre gravissima, né mai per cosa alcuna gli fussi detta si potette rallegrare; e vicitandolo Piero Capponi e Cosimo Ruccellai, e’ quali lui amava grandemente, niente si rallegrò e così confesso e fatto quello si richiede a buono cristiano, passò di questa vita adì 22 di gennaio 1495, d’età d’anni 52.

Uomo certo che se la fortuna gli avessi concesso esser suto principe, non sarebbe suto inferiore a qualunque degli antiqui, e’ quali dalli antichi scrittori sono tanto lodati. [4r] Attese, come nel principio dissi, alle lettere latine in modo che in quelle fece assai profitto e scrisse versi ancora nell’ultimo dell’età; nelle lettere greche ancora s’essercitò, et era di tale ingegno che in quello sarebbe stato eccellente se per le occupazione gli fussi stato lecito attendervi. Fece versi volgare molto buoni, et in prosa molto bene scrisse; e cominciava istoria de’ tempi sua, la quale lasciò imperfetta; veggonsi le lettere scritte da lui a’ principi et alla Repubblica et a Lorenzo de’ Medici, le quali sono da compararle a qualunche scritte ne’ nostri tempi. Fu di mediocre eloquenzia non atto a parla<r> in concione pubbliche né a persuadere popoli, ma in ogni altro luogo era attissimo; e quello diceva sempre con buone ragione confermava, e quasi ogni uomo a chi parlava si faceva benivolo, adducendo sempre essempli assai, perché era di memoria tenacissi<mo>.

Continentissimo circa alle cose veneree insino nella adulescienzia; e trovandosi a Bracciano d’età d’anni 40, infermò, e, promettendogli il medico la salute molto presta volendo usare il coito, volle più tosto quella qualche tempo più sopportare. Circa il mangiare e bere tanto temperato che non credo facilmente un altro se ne possa trovare, ogni volta che fussi stato bisogno, per pubbliche faccende o per private, del cibo niente curandosiavedendosi quello si mangiava.

Liberale quanto le sue facultà sopportavono, e mai quando era fuori per cose publiche, considerava quello spendessi; teneva uno che spendeva, el quale sempre menò quasi seco, né mai gli vedeva conto se non alla tornata. Doni alcuno ne’ magistrati non voleva, né ancora cose da mangiare, affermando essere cosa servile obligarsi e che chi piglia doni s’obriga, in modo che ancora che avessi buone possessione e nelle mercantie non perdissi et assai tempo stessi con salari publici, nientedimeno a’ figliuoli altro che le possessione non lasciò perché agli amici venuti in bisogno ogni volta lo richiedevono sovveniva e qualche volta senza essere richiesto.

Tanto benivolo inverso tutti gli uomini che non si potrebbe esprimere, et ogni volta che fra cittadini vedeva nascere dissensioni s’ingegnava comporle come lo monstrano le sua lettere le quali non adduco per non caricare alcuno. Gli amici tanto amava che per loro ogni pericolo, disagio, spesa essere necessario comportare giudicava; e massime Piero Capponi col quale alle volte 5 o 6 ore e tutta una notte parlava.

E’ contadini molto stimava e quegli a presso ogni magistrato s’ingegnava difendere; e quand’era in campo, e’ guastatori che sono contadini e’ quali sempre a’ pericoli dell’artiglierie si sogliono esporre, si sforzava fussino riguardati et avessino quei ripari fussi possibile. Coservi tanto facile che quando divenne a morte n’ebbe di quegli che mentre stette malato mai da lui si partirno, e poi che fu morto, ci fu dificile custodirgli che la vita non si togliessino.

La donna, e’ figliuoli amava assai, ingegnandosi imparassino buone lettere e buoni costumi, lasciando loro sempre in casa e nelle cose sue la medesima auttorità aveva lui. [4v]

Paziente oltra modo, in modo che io affermerei non l’avere mai veduto adirato se non una volta, e quella fu nell’ultimo, più presto per la malattia che l’aveva infastidito; d’animo grandissimo, et in quanti maggiori pericoli era, meno s’aviliva. Quando andò per soccorrer Librafratta e levarne e’ Pisani, fece portare vettovaglie per il bisogno dell’essercito. Inanzi fussino pervenuti al luogo e che avessino cacciati e’ nimici, gli uomini del conte Rinuccio toglievono delle vettovaglie. Mandò a dire al Conte che vietassi gli uomini sua dalle vettovaglie: non lo fece il Conte, in modo che lui fece venire tutte le genti inanzi a sé e comandò al Conte e gli uomini sua ponessino giù l’arme e scendessino. Poi, inteso quanto pane avevon tolto, lo fece loro pagare; poi disse al Conte che voleva essere ubidito e che rimontassi, e seguitò il cammino.

Religioso era quanto bisogna, ma non superstizioso, facendo una volta l’anno quello comanda la Chiesa; e così udendo la messa e’ festivi, estimava ch’el fare elemosine a chi ha bisogno e sovvenire l’uno all’altro fussi quello dovessi fare un cristiano < . . . >

E benché in lui fussino tutte queste virtù, non era però biasimatore degli altri, né ancora ne’ magistrati rigido essecutore; puniva sola<mente> gli omicidi e furti e molestie, nell’altre cose chiudeva gli occhi. E, sendogli ricordati gastigassi e’ giucatori e chi portava arme, diceva ch’e’ giucatori avevono pene assai a perdere, e che gli bastava punire chi adoperava l’arme ingiustamente, e che il gastigare simili delitti era volere ragunare danno negli esserciti.

Quanto valessi, di sopra è dimonstro; amavonlo tanto e’ soldati che con lui a ogni gran pericolo si sarebbono messi; e ricordomi io sentirlo più volte e col duca di Calabria, col marchese Gian Iacopo da Triuzi, col conte Nicola Orsino dell’arme disputare, del difendere una terra, d’offenderla, d’apiccare gli esserciti, quale sia atta sorte d’artiglierie e, secondo il giudicio de’ più, ne intendeva tanto quanto gli uomini in detto mestiere molto esperti.

Morì, come ho detto, nel tempo che Italia e la città nostra era in grande tribolazione, e dipoi è stata in maggiore, e fu a quella di danno assai, et ardirò di dire, forse presuntuosamente, che io credo lui a molte cose arebbe riparato.


 

 

 




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