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| Francesco Vettori Scritti storici e politici IntraText CT - Lettura del testo |
COMPOSTA PER FRANCESCO VITTORI
E MANDATA ALLA ILLUSTRE E PRUDENTE MADONNA CLARICE,
SORELLA DEL SOPRADETTO DUCA E MOGLIE DI FILIPPO STROZZI.
Ho qualche volta meco medesimo pensato, illustre Madonna mia, onde proceda che de’ principi giovani pochissimi ne sieno lodati dalli scrittori. Et in verità si può credere che pochi ne sieno stati che abbino meritato laude, perché e’ giovani sono traportati assai dalla libidine, la quale è poi causa d’avarizia e di crudeltà e d’infiniti altri mali. E se noi vediamo li giovani privati, tirati dalla voluptà, commettere mille scandoli e non considerare a’ pericoli, che dobbiamo noi credere che abbi a fare uno principe el quale può ciò che vuole, non è sottoposto alle leggi, né ha a rendere conto delle azioni sue se non a sé medesimo ?
Puossi bene considerare che la causa di dannare e’ principi giovani proceda in qualche parte dagli scrittori e’ quali, il più delle volte, si mettono a scrivere quando sono nell’età matura e quasi senile. Et è il costume de’ vecchi avere invidia a’ giovani e dall’invidia nasce l’odio, dal quale accecati, ogni piccolo errore d’uno giovane principe accrescono e le virtù, ancora che grandi, deprimono e diminuiscono.
Ma c’è ancora una terza causa, la quale è che uno principe giovane rare volte si regge da sé medesimo, e quando ha madre, quando zii, quando altri parenti, quando amici o servitori ordinati dal padre, che li abbi in osservanzia, in modo che spesso li errori d’altri sono imputati a lui e le buone opere sue sono attribuite a altri. E questo massime interviene quando che chi si mette a scrivere le azioni d’un principe, non sa a punto li secreti né le cause particulari le quali, quando s’intendessino, escuserebbono assai quel principe del quale s’ha a scrivere.
Iudicando, adunque, essere officio mio scrivere la vita di Lorenzo de’ Medici, duca d’Urbino, non solo per esserli suto intimo servitore, ma per satisfare [59r] a Voi a che porto la medesima affezione e reverenzia che portavo a lui, e tanto più volentieri l’ho fatto perché credo che, chi la leggerà, abbi a conoscere egli essere da connumerare tra li ottimi principi, perché esso è dannato di molte cose, nelle quali si conoscerà più presto meritare commendazione, che avere colpa alcuna. Né alcuno sia che pensi che io per affezione mi sia partito dal vero, perché, sappiendo io quanto lui, vivo, aveva in odio le falsità et adulazioni, stimerei offenderlo così, morto.
Nacque Lorenzo sopradetto del mese di febbraio l’anno millequattrocentonovantuno, poco inanzi che morissi il magnifico Lorenzo, suo avolo. Il padre fu Pietro, de’ progenitori del quale dire cosa alcuna iudico al tutto superfluo, perché sono notissimi i gesti del magno Cosmo e di Piero, suo figliuolo, e di Lorenzo, suo nipote. La madre si chiamò Alfonsina, di casa Orsina, figliuola del cavaliere Orsino, che fu figliuolo di Nipoleone e fratello di Virginio. Ma della nobiltà di casa Orsina, e così di quella de’ Medici, sono state dette e scritte cose assai, perché, in verità, possono non solo compararsi a qualunque nobilissima casa d’Italia, ma ancora esserli superiori.
Aveva poco più che anni dua, quando Piero suo padre, dubitando che nella venuta del re Carlo ottavo di Francia in Firenze non seguissi tumulto, lo dette a Piero da Bibbiena, suto secretario del magnifico Lorenzo, che lo conducessi a Venezia. Et essendo dipoi venuto detto re Carlo in Firenze, e parendo a Piero et al Cardinale, suo fratello, di cedere alla fortuna e partirsi della città acciò che quella avessi manco a patire, detto Lorenzo ordinorono stessi a Venezia. E fu allevato in casa e’ Lippomanni, gentili uomini, antiqui amici insino di Cosimo, dove stette insino all’età di sei anni. Dipoi, per ordine del padre, fu condotto a Roma e fattoli insegnare, secondo l’età, e lettere latine e greche, nelle quali fece tanto profitto, che l’una e l’altra lingua intendeva molto bene, e la latina scriveva e parlava. Andando dipoi Piero suo padre a Monte Casino, nel Regno di Napoli, a servire e’ Franzesi, egli, benché fanciullo, andò [59v] seco. E quando Piero annegò nel Garigliano per salvare l’artiglieria de’ Franzesi, egli era in Gaeta con la madre e sorella. E poco dipoi, per ordine del Cardinale suo zio, con loro se ne tornò a Roma et attese di nuovo agli studi. Et alla madre portava tanta riverenzia, che sarebbe impossibile a scriverlo, e così al Cardinale et a Giuliano et a messer Iulio, suoi zii, né mai usciva della volontà loro.
Mutossi lo stato in Firenze di settembre nel dodici. E li zii e lui tornorono nella città, dove usò tanta umanità e modestia, che, in pochi mesi, tirò a sé l’animo della maggior parte de’ giovani fiorentini, co’ quali familiarmente conversava.
Seguì, nella fine del dodici, che, sendo morto Iulio pontefice massimo, fu assunto al pontificato il rev.mo Cardinale suo zio, el quale si chiamò Lione decimo. Il che come Lorenzo intese, subito corse a Roma, pregando il Papa che fussi contento tenerlo appresso di sé, perché conosceva essere conveniente che Giuliano, suo zio, governassi lo stato di Firenze. Acconsentì il Papa a questa sua dimanda ma, venendo poco dopo Giuliano a Roma e non si contentando in questo modo, si mutò e volle che Lorenzo fussi quello che tornassi in Firenze e Giuliano rimanessi a Roma.
Acconsentì Lorenzo a quello piacque al Papa, e se ne tornò in Firenze per ordinare nella città un modo di vivere come quello che era a tempo di Lorenzo, suo avolo, e Piero, suo padre. E già ne aveva cominciato a gittare ottimi fondamenti e durava tanta fatica in dare audienzia, in comporre differenzie tra cittadini, in volere che le pecunie del Comune fussino amministrate rettamente, in dare opera che si facessi severa iustizia al povero, al ricco, al piccolo, al grande, che pareva maraviglia che uno giovane come lui volessi tanta subiezione e servitù. E la madre, che era avezza in terra di Roma e nel Regno, spesso lo riprendeva, monstrandoli che non teneva il grado suo, e che a’ cittadini fiorentini pareva essere suoi compagni, e che non era conveniente fussi così, e che, se egli voleva vivere in quel modo, ella voleva tornarsene a Roma a pregare il Papa che dessi al figliuolo stato nel quale [60r] avessi sudditi e non compagni. Lorenzo, ancora che alla madre portassi riverenzia assai, per queste parole non si moveva punto dallo instituto suo. Non poteva già fare che, facciendo ella molte cose che non erano convenienti in una città come Firenze, non le tollerassi perché dubitava che, sendo ella stata tanto vedova e riputata d’ottimi costumi, se veniva a rottura seco, non essere da ciascuno biasimato, e, senza venire a questo non era possibile la ritraessi dalla fantasia e modi suoi. Sopportavala adunque, ma con tanta molestia, che più volte ne l’udì’ sospirare e querelare né sapere che partito pigliare in questo caso.
Occorse, in questo tempo, che Giuliano, suo zio, prese per donna Filiberta, sorella del duca di Savoia, e dal Papa fu fatto capitano di Santa Chiesa. E per conroborare meglio il parentado di Savoia, promisse al conte di Ginevra, fratello del Duca, che opererebbe in modo che sarebbe fatto capitano de’ Fiorentini. Il che quando madonna Alfonsina intese, cominciò subito a esclamare col figliuolo, monstrandoli che, se questo seguiva, era il vituperio e ruina sua, e che nessuno lo iudicherebbe degno di tenere stato, e che questa era una occasione ragionevole a farsi grande nell’arme, perché poteva farsi capitano de’ Fiorentini e tirare seco molti gentiluomini e valenti, de’ quali in ogni tempo si potrebbe servire.
Egli, dubitando che la Città non fussi stretta dal Papa di osservare la promessa che aveva fatta Giuliano al conte di Ginevra di farlo capitano con gran soldo, il che li pareva e pericoloso e dannoso per la Città, acconsentì alla madre di volere essere lui capitano, con animo nondimeno d’essere contento al titolo tanto, senza soldare uomini né pigliare danari dalla Città, perché gli bastava con questo modo ovviare che il conte di Ginevra non venissi a tal grado. Ma volendo il re Francesco di Francia, primo di quel nome, passare in Italia per pigliare il ducato di Milano, e papa Leone, insieme con altri suoi collegati [60v] deliberando opporseli, ordinò di mandare in Lombardia Giuliano con molte genti a piè et a cavallo. El quale, partendosi da Roma, come fu giunto in Firenze, gravemente ammalò, onde il Papa fu constretto a dare il carico a Lorenzo che aveva dato a lui. E per questo bisognò che pigliassi il capitanato in fatto che aveva preso in nome e che conducessi trecento uomini d’arme e li pagassi: il che non li potette essere più molesto, ma non poteva mancare di non fare la volontà del Pontefice.
Partissi, adunque, di Firenze con le sue genti in compagnia di messer Iulio de’ Medici, suo zio, cardinale e legato in questa impresa, el quale si fermò a Bologna, iudicando così essere a proposito. Lui andò inanzi con le sue genti e si condusse a Piacenza, dove erono molti signori condottieri, dove era ancora don Ramondo di Cardona, viceré di Napoli, dove erono fanti assai et ispagnuoli et italiani.
Era giovane et era la prima volta era suto in campo, nondimeno rendé a tutti quelli capitani ottimo conto di sé, e nel consultare e nel deliberare si monstrò non manco prudente che animoso, né perdonava a fatica, o d’animo o di corpo, faccendo al bisogno l’uficio del soldato e del capitano, stando dì e notte con l’arme indosso, sobrio nel cibo, abstinentissimo da ogni altro piacere, in modo che aveva ridotto uno essercito, che prima era licenzioso e scorretto, obbedientissimo e regolato. Né vi sarebbe stato uomo sì ardito che avessi presunto molestare o donne o uomini che portassino vettovaglie, di qualità che Piacenzia, dove erono ridotti assai soldati, non un campo di gente d’arme, ma una città ordinatissima pareva. Et io, che mi trovavo allora seco per commissario de’ Fiorentini, posso rendere ragione quanto fussi amato e stimato da’ soldati e da tutti li altri ch’erano in quello essercito.
Seguì il fatto d’arme di Marignano per ordine del cardinale Sedunense. Né lui né il Viceré si potettono trovare alla giornata, ché, senza dubbio, sendosi trovati con il loro essercito, e’ Svizzeri restavono superiori. [61r] Furono rotti, come volle la fortuna che può assai in ogni cosa, ma massime nelle guerre. Nondimeno a Piacenzia venne nuova che i Franzesi erono restati inferiori, et il Viceré e molti altri capitani italiani erono d’oppenione si passassi subito il Po e si seguissi la vittoria drieto a’ Franzesi, che si credevono rotti. Lui, essaminando li avvisi né li iudicando certi, con buone ragioni dissuase il passare: il che quando si fussi fatto, e lo essercito della Chiesa e lo ispano era rotto e fracassato e tutta Italia restava a discrezione di Francia.
Venne poco poi la nuova vera, onde egli, dubitando che i Franzesi subito non facessino un ponte in sul Po e venissino a affrontarli, mandò Benedetto Buondelmonti fiorentino in campo de’ Franzesi a trovare il vescovo di Tricarico, oratore appresso il re di Francia per il Papa, e lo confortò a fare composizione in nome del Papa per raffrenare l’impeto de’ Franzesi. E di già Bartolomeo d’Alviano, capitano de’ Veniziani, e monsignor de Lautrec erono venuti verso il Po, e l’Alviano predicava che voleva fare il re di Francia signore d’Italia, pure, con la industria e diligenzia del Vescovo e Benedetto sopradetti, si fece composizione tra il Papa et il Re, d’un modo che il Papa avessi tempo quindici giorni a ratificare. El quale mutò certi capitoli, e massime stimolato da Lorenzo, perché e’ Fiorentini non avessino a patire. Et il Re facilmente tollerò detta mutazione,
Lui, sendosi conclusa pace, mandò le genti d’arme alle stanze et andò a Pavia a fare riverenzia al Re, dove fu onorato e carezzato assai. Et in Milano si trovò a molte feste con detto Re e fece ogni opera ch’el Re venissi liberamente a Bologna a rendere obbedienzia al Papa e così ch’el Pontefice confidassi nel Re. El quale venne a Bologna a baciare i piedi a Leone et, avendosi a partire, volle che Lorenzo tornassi seco a Milano. Il quale, sendo di natura libero né sappiendo punto fingere, conoscendo che il Papa, ancora che avessi fatto molte cerimonie e parole et offerte e carezze al Re, non era ben chia<ro> con lui, perché gli doleva avere perduto Parma e Piacenzia, e dubitando che [61v] di nuovo non avessino a venire a rottura, non volle mai avere a mancare della fede sua. E per questo non domandò al Re né ordine né lance né pensione, onde non restò alla partita di Milano molto satisfatto di lui.
Né molto poi, lo imperatore Massimiliano venne in Italia per tôrre lo stato di Milano al Re e condusse seco grande essercito di Svizzeri e Lanzchinet. Il che quando il Papa intese, arebbe voluto che Lorenzo fussi ito a fare riverenzia a detto Imperatore; il che egli recusò, sì per non mettere in pericolo e’ Fiorentini che erono in Francia e la roba loro, sì per non iudicare a proposito del Papa, né suo, che lo Imperatore ottenessi tale impresa. La quale non ottenendo, perché Milano si difese gagliardamente, detto Imperatore se ne tornò in Alamagna et il Re restò molto male satisfatto del Papa.
Morì al principio del sedici Giuliano de’ Medici e madonna Alfonsina cominciò a infestare il Papa che dovessi dare uno stato al figliuolo. E tanto operò con parole e pianti, ch’el Papa fu contento che Lorenzo cercassi di tôrre lo stato a Francesco Maria della Ruvere, duca d’Urbino, nipote di papa Iulio, allegando che nella venuta del Re in Italia, avendo presi danari da lui, non aveva voluto poi cavalcare. Dissuadeva Lorenzo tale impresa, dicendo che se bene riuscirebbe tôrre lo stato presto al Duca, riuscirebbe ancora il perderlo prestissimo, perché questo era uno stato povero nel quale il duca Federigo et il duca Guido avevono sempre messo, perché avevono avuto condotte da questo e quello altro principe, e non avevono tratto, perché erono stati il più che potevono nel paese, e che non era possibile che lui, che non era per starvi, ma quel poco ne traeva era per spenderlo altrove, vi fussi sopportato, e che ogni piccolo moto che si levassi in Italia, farebbe mutinare li uomini di quello stato. Il Papa, stimulato da madonna Alfonsina e dalla iniuria ricevuta da Francesco Maria, non volle acquiescere a queste ragioni, onde lui, contro a sua voglia, fu constretto assaltare [62r] quello stato, il quale, con arte, tutto in pochi giorni ridusse al dominio della Chiesa. E Francesco Maria con la moglie e figli se ne fuggì a Mantova.
Voleva Lorenzo che, poiché la vittoria era successa, il Papa tenessi il ducato di Urbino per la Chiesa, perché lui non si contentava pigliarlo in titolo. Né ancora a questo acconsentì il Papa, ma ne lo investì in Consistorio, secondo la consuetudine, e lo chiamò duca d’Urbino. Di che egli si dette tanto dolore, conoscendo per questo avere acquistato la inimicizia del re di Francia et avere avuto uno stato povero e debole et essere cresciuto, per il titolo del duca, di spese ma non d’entrata, che s’infermò di certa infermità, che qualche medico diceva essere male franzese, ma il più s’accordavono essere malattia procedente da umori melancolici. E gl’intervenne a punto quello che aveva pensato, perché come Odetto di Fois, luogotenente del Re in Italia, ebbe accordato Verona, Francesco Maria, con ordine del sopradetto, sollevò gran parte delli Spagnuoli, che erono in Verona, et una parte de’ Guasconi, che erono con Franzesi, et insieme con Federico da Bozzole vennono verso Romagna per ripigliare lo stato d’Urbino.
Lorenzo era in questo tempo a Roma, malato, e poco si poteva muovere, pure, intendendo questo moto e considerando gnen’andava lo stato suo, si mosse in poste e venne in Romagna, dove già erono Renzo da Ceri, Vitello de’ Vitelli, Guido Rangoni, condotti chi dal Papa e chi da’ Fiorentini. Et il Papa aveva commesso a Lorenzo che per ordine di questi capi lasciassi governare la guerra, e però vennono in consulta del modo del procedere.
A Lorenzo, sendo di verno e lo essercito di Francesco Maria sendo raccolto con pochi danari, occorreva non fare campo né grande spesa, ma solo a guardare e’ buon luoghi, perché gl’inimici, se così si procedeva, erono forzati presto a risolversi. Non piacque al signor Renzo questo partito, ma volle si soldassino fanti assai, perché a lui pareva essere in più riputazione mentre durava la guerra e che il Papa aveva bisogno di lui; et, oltre alla riputazione, [62v] sperava trarne danari. Soldoronsi fanti italiani, guasconi, tedeschi e spagnuoli e nondimeno Renzo non voleva venire alla giornata. Ma Lorenzo era d’oppenione contraria perché, avendo grande e buono essercito, gli pareva che, combattendo, la vittoria dovessi essere per lui et, ottenendola, avere finito la guerra, ma quando non fussi, gli pareva avere modo a rifarsi. E nel passare che volle fare coll’essercito Francesco Maria il Metro, Lorenzo ordinò le squadre per combattere e lui, così ammalato, era tra li primi soldati per dare drento; ma Renzo dissuase il combattere e sbigottì li uomini, di qualità che l’essercito inimico passò senza opposizione alcuna. E sendosi perduta l’occasione del vincere, Lorenzo fu constretto a ridurre l’essercito suo in su certi monti dove, sendo ancora di verno, patì assai.
Et avendo conosciuto quanto potessi confidare nell’animo e fede de’ capitani, pensò governarsi da sé medesimo. Et avvertendo che, stando quivi, presto l’essercito verrebbe in penuria di viveri, deliberò entrare in certo paesetto, chiamato il Vicariato, e tentare d’espugnare uno castello, detto Mondolfo, abbondante di grano e di vino. E nel volerlo sforzare, faccendo l’uficio del capitano e del soldato, fu ferito d’uno schioppetto nel capo. Nondimeno, così ferito, voleva persistere nella obsidione, ma, confortato da Iacopo Salviati che era con lui commissario pe’ Fiorentini, con gran fatica acconsentì d’andarsene per mare in Ancona, dove si conobbe la ferita essere importante. Quivi comparsono cerusici di più luoghi, e’ quali furono constretti scorticarli gran parte del capo e trapanarlo; e tutti questi dolori sopportò con tanta pazienzia, che non si potrebbe credere. E d’una ferita sì pericolosa, e con la buona cura de’ medici e con l’abstinenzia e tolleranzia sua, in dua mesi fu libero.
E nel tempo stette malato, nel campo procederono le cose con gran danno e vergogna del Pontefice, e si conobbe, allora, quello operava la persona sua. Nello essercito conobbesi ancora questo, ché, come s’intese lui essere libero e tornato in Firenze, [63r] e gli Spagnuoli e Guasconi, ch’erono con Francesco Maria, pensorono d’accordare, e Francesco Maria e Federigo da Bozzole il simile, e gli lasciorono lo stato d’Urbino libero, perché dubitorono che, sendo egli sano, non rifacessi essercito del quale dovessino ricevere danno e vergogna.
Come egli fu uscito di questa guerra, si dispose fare ogni opera di ridurre in fede il Papa col re di Francia, perché gli pareva che il Re avessi gran parte in Italia. E perché gli riuscissi più facilmente, pensò di tôrre moglie in Francia e scrisse a Francesco Vittori, che era oratore pe’ Fiorentini appresso il Re, questo suo disegno. El quale, parendoli a proposito, andò essaminando che figlie fussino in Francia conveniente a lui. E si risolvé che madama Magdalena di Bologna fussi più per lui che altra, perché era nobilissima et, alcuni dicevano, di quella casa che fu Gottifredi Bollioni di cui tante cose sono scritte; aveva una sorella maritata al duca d’Albania, primo signore di Scozia et al quale s’apparteneva il Regno, quando quel Re non avessi avuti figli maschi, sì ancora perché aveva buone entrate e non era assueta a molta spesa.
Scrissene detto oratore a lui e poi, di sua volontà, ne parlò al Re, in modo che il parentado si concluse. Et il Re gli dette, di suo proprio, in dota il ducato di Lavaur di rendita di scudi cinquemila l’anno.
Concluso il parentado, il Re si contentò che egli venissi in corte e per menare la donna e per tenere a battesimo il suo primogenito in nome del Papa. Dubitava il Pontefice mandarlo e gli era detto da qualcuno che il Re lo riterrebbe in Francia per avere una sicurtà di lui. Nondimeno il Duca, che così si chiamava poi che riebbe lo stato d’Urbino, confidato nelle lettere del sopradetto oratore fiorentino per le quali gli scriveva che andassi liberamente, ch’el partire e lo stare sarebbe a posta sua, andò e fu dal Re onorato eccessivamente.
Tenne Francesco suo primogenito a battesimo in nome del Papa, menò la moglie, et il Re fece la spesa delle nozze. Fecionsi feste e balli e giostre; et il Duca in ogni cosa monstrò la gentilezza e destrezza sua, e [63v] massime in giostra. E di tanti signori che giostròno in quella festa, fu iudicato che nessuno avessi provato meglio di lui. Il simile fece poi in assaltare uno castello, nel quale assalto, armato tutto d’arme bianca, monstrò agilità et animo.
Stette in quella corte circa tre mesi e si partì con grande grazia del Re e di tutta la corte, e massime di madama Luisa, madre del Re, e d’Artù di Buissì, gran maestro, che allora governava assai. Divise, avanti si partissi di Francia, col duca d’Albania lo stato appartenente alla moglie et, onorato per tutto il cammino, la condusse in Firenze, dove fece nozze splendide e suntuose alle quali furono molti signori d’Italia.
Parendoli, adunque, avere solidato con questo parentado l’amicizia tra il Papa et il Re, pensava lasciare il capitano de’ soldati fiorentini et il ducato d’Urbino, e ridursi a ordinare uno stato in Firenze civile e che potessi durare ancora a’ figliuoli. Et a questo effetto voleva ire a Roma per conferire col Papa, ma la madre, troppo ambiziosa, non gli potendo dissuadere questo suo pensiero con ragione, s’ingegnava lo mandassi in lungo. Et essendo malata, fingeva la infermità più grave, acciò che lui non avessi a ire dal Papa. Pur egli deliberò andare e lo trovò a Montefiasconi e, conferendoli questo suo disegno, ci trovò il Papa inclinato et il cardinale de’ Medici inclinatissimo. Ma madonna Alfonsina ogni dì scriveva al Papa lettere di fuoco pregandolo non lasciassi seguire tanto disordine, e perché il Duca s’avessi a partire senza conclusione, gli fece scrivere che stava per morire e che, se la voleva vedere viva, venissi subito. Il buono et amorevole figliuolo, credendo fussi vero quello li era scritto, presa licenzia dal Papa, senza altra conclusione si partì in poste. E per l’amore e reverenzia portava alla madre, dubitando non la trovare viva, corse sì presto che poco poi che fu giunto in Firenze, infermò de febb<r>e acuta e fu consigliato da’ medici si traessi sangue. Il che in quindici giorni lo liberò dalla febbre, ma restò tanto debole et estenuato e pieno d’umori grossi, e’ quali gli feciono venire dolori colici. E furono chiamati a questa cura, oltre alli medici fiorentini eccellenti, [64r] delli altri da Bologna, da Napoli, da Venezia. E’ quali, vedendo e’ dolori grandi, furono constretti a darli acque minerali et altre medicine le quali lo indebolirono tanto che lo condussono etico. Et in capo di sei mesi che il male li era cominciato, morì.
Sopportò in questa egritudine dolori intollerabili, prese medicine assai e mai deviò dall’ordine de’ medici, sempre ebbe la mente libera e lo intelletto sì spedito, come se fussi stato sano. Conobbe, molti giorni avanti, non potere scampare di quel male e fece chiamare il suo solito confessore e si confessò con diligenzia grandissima, poi prese la comunione divotamente. Volle fare testamento, ma la madre lo proibì, con ordinare non avessi a posta sua né notaro né testimoni,
Mentre stava così malato grave, madama Magdalena, sua moglie, partorì una figliuola alla quale lui fece porre nome Caterina. E la moglie, dopo il parto quattro giorni, morì, di che lui si dette tanto dolore che non visse più che sei dì dopo lei. E morì a dì quattro di maggio l’anno dicianove, nel vigesimo settimo anno dell’età sua.
Lasciò la figliuola femmina, come ho detto, et uno naturale chiamato Alessandro. Amava, oltre a modo, madonna Clarice sua sorella, moglie di Filippo Strozzi, e, se poteva fare testamento, lasciava a lei et a’ figli d’essa gran parte della roba che aveva, perché la figliuola gli pareva avessi assai di quello della madre.
Fu di statura mediocre, di volto bello, nel quale somigliava assai alla madre, e del corpo gagliardo et agile. Cavalcava così bene quanto a ’n altro alli tempi suoi; correva e faceva tutti li altri essercizi, ne’ quali si monstra destrezza e gagliardia. Dormiva poco, sobbrio nel bere e mangiare, piacevonli le femmine, ma per esse non offese mai alcuno e si contentava di quelle gli volevono acconsentire, dalla oscena libidine de’ maschi tanto alieno, come se fussi nato in mezzo d’Alamagna. Dilettavasi di giucare et alla palla et a ogni altro giuoco, ma, quando giucava con li amici, non arebbe voluto vincere. Della roba era assegnato e non arebbe voluto debito, ma con gli amici liberalissimo. Amò assai Filippo Strozzi, Francesco [64v] Vittori, Alessandro de’ Pazzi e Gherardo Bartolini. Era alieno da ogni invidia e detrazione, dilettavasi della caccia di cani et uccelli et in ultimo pigliava piacere di tutte quelle cose che debbe pigliare un vero signore e gentiluomo.
La morte sua fu di danno assai alla città nostra, ma non è ancora stato cognosciuto per la bontà e prudenzia del rev.mo cardinale de’ Medici, el quale in modo fa amministrare la Repubblica Fiorentina, che ciascuno ragionevolmente se ne può contentare. Nondimeno, se il duca Lorenzo fussi vivuto e messo ad essecuzione il pensiero suo, ordinava uno governo di qualità che arebbe potuto sostenere qualunque impeto di fortuna ancora che gravissimo.