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| Francesco Vettori Scritti storici e politici IntraText CT - Lettura del testo |
Interlocutori: Basilio et Antonio
Basilio: Ben sia venuto il mio Antonio!
Antonio: Ben sia trovato Basilio!
Basilio: Io t’arei veduto sempre volentieri, ma molto più ti veggio di presente perché io tenevo per certo che tu fussi morto, perché sono già passati sei mesi che Roma, dove tu eri, andò a sacco e di te mai ho inteso cosa alcuna. E pensavo che tu fussi morto o di ferro, nell’entrare degl’Imperiali in Roma, o poi di peste.
Antonio: Io ho patito tanto, e nella persona e nella roba, che sarebbe suto meglio per me ch’io fussi morto.
Basilio: Non voglio dica così perché io non potrei avere cosa più grata che vedere un tale amico vivo e sano. Ma se non se’ molto occupato, vorrei parlassimo un poco insieme perché desidero sapere a punto come passò la ruina di Roma et i casi che a te sono accaduti.
Antonio: Se bene io non ho occupazione alcuna e, quando io n’avessi, lascierei per te ogni faccenda, parlo malvolentieri di quello mi ricerchi, sì perché mi rinnuova il dolore, sì perché è di necessità biasimare alcuni e di quelli a’ quali per le buone qualità loro porto affezione.
Basilio: Deh, Antonio mio, per l’amicizia nostra antica satisfammi di quanto t’ho ricerco! Perché, circa il dolore, n’hai avuto tanto che non lo puoi aver maggiore, e se dannerai qualcuno, non lo farai per odio, ma per dirne il vero : et è ben possibile che uno uomo abbi molte buone parti et in qualche cosa erri.
Antonio: Orsù, io ti voglio contentare. Ma sarebbe necessario, a voler darti bene ad intendere ogni cosa, repetere molte azioni insino al tempo di Lione, ma sarei troppo lungo e però ometterò molte cose e mi sforzerò esser breve. Ma quando, per la brevità, il parlar mio non ti paressi aperto a sufficienzia, non ti sarà grave interrompermi e domandarmi di quello non intendessi.
Che hai a sapere che, come il duca d’Urbino, capitano de’ Veniziani e governatore in fatto di tutto lo essercito della Lega, ritirò le genti di Milano, dove quelle erono condotte animosamente, pensando avere a dare la battaglia a quella città et ottenerla, subito papa Clemente cascò d’animo e cominciò a navicare per perduto, perché conobbe che il re di Francia non faceva la guerra vivamente e non osservava quello aveva promesso, non per voluntà, ma per non potere più. Conobbe che i Veniziani cercavono d’indebolire Italia e destruggere prima la Lombardia e poi la Toscana e Roma et il Regno di Napoli, e che avevono capitano che gli serviva a punto secondo volevono, perché desiderava vivere.
Conobbe, ancora, che li era mancato la reputazione e che non poteva più fare provisione di danari che bastassi a reggere tanta guerra. E benché amassi assai la città di Firenze, amava più sé medesimo e però, contro a quello che era di diretto contrario all’intenzione sua, cominciò a lasciarla aggravare oltre a modo di danari. E ciò fece per provare se questo remedio bastassi, indicando che, se lui si salvava, non li mancherebbe modo a satisfarla de’ danni patiti e, quando lui rovinassi, non gli pareva inconveniente metterla in pericolo che insieme seco andassi in ruina.
Basilio: Non iudicavi tu che egli facessi male a mettere in periculo la patria sua, per mezzo della quale e lui e li sua erono venuti in tanto grado?
Antonio: Come s’io iudico che facessi male! E per questo ti dissi che malvolentieri parlavo di tal materia, per non dannare uno al quale porto affezione e reverenzia. Ma siamo tutti uomini imperfetti e la grandezza quasi tutti ci fa deviare dal cammino dritto: e se ne potrebbono dare mille essempli. Et è verissimo quello proverbio che dice che li onori mutano i costumi, e quell’altro che dice: ‘Il magistrato fa cognoscere li uomini’.
Ma seguitando il parlare, ancora che li Fiorentini spendessino assai, non fu possibile resistere agl’inganni de’ Veniziani né supplire alla povertà et inavertenzia del Papa.
Basilio: Tu di’ che il Papa faceva spendere a’ Fiorentini? Come poteva lui, stando a Roma et avendo già perduta la reputazione, come tu di’, stringerli a spendere?
Antonio: Tu sai che io non sono stato in questa città quaranta anni sono, né posso saper bene il modo del governo. E tu ne puoi essere meglio informato di me che eri sempre, secondo intendo, tra’ primi chiamati dal cardinale di Cortona il quale governava qui per il Papa. E so bene che, se il Cardinale non avessi acconsentito alle inoneste domande del Papa, circa i danari, che il Papa era constretto ad avere pazienzia. Però tu, che sei stato qui, dimmi la causa perché Cortona facessi questo.
Basilio: Se bene tu hai detto che io ero tra’ primi chiamati da Cortona, tu hai a intendere che io e li altri ci pasciavamo di questo. Et è poco più d’uno anno che, domandandomi il Papa in qual cittadino Cortona più confidassi, io gli risposi che credevo confidassi in me più che in alcuno altro, e che di me non si fidava punto. Et in fatto, è gran difficultà a saper tenere lo stato in questa città et è necessario che chi lo tien bene, sia uomo di eccellente ingegno e poi sia nato e nutrito in essa, et a pena ancora gli riuscirà perché bisogna pasca gli uomini di speranza, di cenni, di parole e di fatti, né facci altro che investigare la inclinazione delli uomini per potere, quando gli vengono a parlare, accomodarsi secondo quella, et all’uno dire le nuove, all’altro parlare de’ paesi dove è stato, ad un altro de’ casi et iudici mercantili, a chi di possesione e di cultivare, a chi di edificare, a chi di belle donne et a chi di cacciare et uccellare.
E certo quelli che aiutono tenere lo stato in questa città, sono uomini ambiziosi, avari, rovinati, viziosi o sciocchi. Perché li uomini che sono alieni dall’ambizione non si travaglieranno volentieri né di stato come quello hanno tenuto li Medici, né d’altro. Perché io fo poca differenzia da quello stato che molti chiamano tirannico a questo che al presente molti chiamano populare, o vero republica, perché in quello conosco molta servitù et in questo ancora il medesimo.
E però uno uomo, che non sia tirato dall’ambizione, vorrà godere la sua quiete, né si implicherà in uno stato pericoloso né in una repubblica turbulenta. Similmente, chi non sarà avaro, starà contento al poco né penserà con lo stato tôrre il suo a questo e quello. Chi arà le sue faccende ordinate, seguiterà quelle, ma chi sarà rovinato e fallito, sempre s’ingerirà nel governo e, quando non li riuscirà participarne, cercherà mutazione. Quelli che sono dediti alla gola et alla libidine, non possono mandare ad effetto i loro inordinati desideri in questa città, se non si vagliono dello stato. Gli sciocchi si pascono delle dignità della città né in quelle hanno fine alcuno, se non che pare loro una bella cosa essere de’ Signori, delli Otto o de’ Dieci.
Et avendo a trattare il cardinale di Cortona con questi uomini che io dico, non era di tanto ingegno da saperli maneggiare, perché se gli ambiziosi si tengono sanza degnità, non stanno pazienti e cercono movimento, se ne dai loro troppe, fanno lo stato odioso agli altri e diventono insolenti. Se agli avari non si dà, non reggono ne’ pericoli, se si dà loro, si toglie quello delli altri e spesso, come son fatti ricchi, pensono più alla conservazione loro che alla tua, e vanno essaminando come possino restare in piè ad ogni stato. E se dai dignità a’ rovinati, dai loro causa d’imbolare per riaversi et acquisti odio universale. Se non consenti a’ viziosi, manchi del favor loro, e’ quali spesso sono di più ingegno e di più animo che li altri, se li contenti, offendi Iddio e gli uomini. Se adoperi gli sciocchi, lo stato viene in derisione, se non li adoperi, non hai ne’ magistrati chi facci a modo tuo.
Il cardinale di Cortona, che era nato a Cortona e nutrito a Roma, non discorreva queste cose a punto e li pareva che la grandezza dello stato consistessi in farsi ubbidire e che li magistrati non facessino cosa alcuna sanza suo ordine. E pensava che in Firenze fussi un numero di cittadini i quali fussino constretti seguitare la fortuna de’ Medici in ogni evento, e poterli trattare come li pareva; e non pensava ad altro se non satisfare al Papa in ogni cosa e compiacere a’ cardinali et altri prelati e signori e gran maestri, con danno e disonore della città. E benché li fussi ricordato che lui era mandato in Firenze per essere di quella difensore, e che aveva ancora a difendere il Papa, il quale glien’arebbe poi buon grado, non lo voleva credere. E pensava che chi gliene diceva, lo facessi per non poter sopportare quel modo di vivere, e seguitava in fare spendere la città senza discrezione. E da questa spesa procedè che l’aggravò di dua accatti, che si venderono i beni dell’arti, che si fece imposizione a’ preti, in modo che non ci restava uomo che non fussi malcontento, poiché l’amore che hanno i popoli a chi li governa, procede tutto dall’utile e, quando quello manca, l’amore si converte in odio.
Antonio: Intendo molto bene come si governò il cardinale di Cortona circa a’ danari.
Ma seguitando dico che, levato che il duca d’Urbino ebbe lo essercito da Milano e ridotto a Marignano, attese a fortificare un campo come una città, pensando di consumare lo Imperatore con la spesa; e non s’avvedeva che consumava molto più i collegati e, se e’ se n’avvedeva, non se ne curava. E per consumare più tempo e pigliare una città vicina al dominio de’ Veniziani, mandò una parte dell’essercito a Cremona, dove stette a campo più settimane. Morironvi molti valenti uomini et animosi e si spesono danari assai, e poi la prese a patti.
Et in questo mezzo seguì a Roma il caso di che tu hai molto bene notizia, che li Colonnesi e don Ugo messono a sacco il Borgo di Roma et il palazzo e la chiesa di San Pietro, et il Papa ebbe a fuggire in Castello, e seguì lo accordo con don Ugo, o vero triegua, per quattro mesi. E puoi pensare che il Papa, in questo caso, perdé se punto di riputazione gli era restato, e rimase come attonito né sapeva che partito si pigliare perché, se non osservava la triegua, non vedeva modo a difendersi da’ Colonnesi e da don Ugo, e, se l’osservava, conosceva certo che li avversari lo ingannerebbono, come avevono fatto altra volta, e gli torrebbono Roma e forse lo piglierebbono et amazzerebbono.
E prese un modo d’osservare nel principio, tanto che li avversari si discostassino da Roma. Poi soldò fanti in Roma, faceva venire di campo et Italiani e Svizzeri e ragunò assai buona banda di gente e la fece alloggiare nelle terre de’ Colonnesi. E questo alloggiare era un modo di ruinarle perché li soldati sono venuti in tanta insolenzia che, quando bene sono tenuti stretti, mettono in rovina li luoghi dove alloggiono, sì che puoi pensare quello facevono in quelle terre, quando era dato loro la briglia in sul collo. Il cardinale Colonna, e per questo e perché il Papa procedeva alla privazione sua, cominciò a querelarsi con don Ugo che il Papa non osservava.
Et intanto vennono nuovi Tedeschi d’Alamagna, et il Viceré arrivò al porto di Santo Stefano: cose che tutte sono note, però io non te le replicherò, ma solo dirò che, avendo fatto processo lo essercito del Papa nel Regno, il Viceré, temendo di Napoli, accordò con il Papa per mezzo di Cesare Fieramosca. E venne detto Vicerè in persona a Roma.
Basilio: Deh, fermati un poco! Tu di’ che il Papa aveva fatto, cioè l’essercito suo, processo nel Regno e che Napoli era in pericolo. Se questo è vero, perché accordò il Papa e non seguitò la vittoria?
Antonio: Perché non aveva danari né modo alcuno da farne.
Basilio: Perché non faceva lui cardinali, come hanno fatto altri papi, quando sono stati in manco necessità et in minor pericolo che non era lui?
Antonio: Non li voleva fare. E veramente lo intento suo era buono, perché non voleva vendere dignità né benefizi. E se avessi possuto fare di non entrare in guerre, arebbe fatto ogn’opera di ridurre la Chiesa, non voglio dire come quella primitiva, ma in modo che si sarebbe iudicato, all’apparenza di fuora, che li pontefici, cardinali et altri prelati, se non potessino essere immitatori di Cristo, almanco potevono non li essere in tutto contrari, come sono stati da molto tempo in qua. Ma seguitando il mio parlare...
Basilio: E’ mi pare che questi preti abbino detto compieta, e li chierici voglino serrare la chiesa.
Et io non ti vorrei questa sera lasciare prima che m’avessi finito il ragionamento incominciato, et ancora ci restono a dire molte cose. Però tu mi farai piacere grande a venire questa sera a cena meco e potrai ancora dormire in casa mia, perché non ho altri in Firenze che uno servitore. E manderò a dire a casa il tuo nipote che non t’aspetti.
Antonio: Io farò quello ti piace, ma per la via non voglio seguire la materia principiata, ché voglio stare con commodità per ricordarmi meglio d’ogni particulare. Ma ti voglio domandare d’una cosa e ti priego me ne dica il vero: se questo vivere populare, o per dir meglio republica, ch’è ora nella città, ti piace.
Basilio: Se io ti volessi rispondere a quello mi domandi, non bisognerebbe parlassimo d’altro questa notte, perché io non ti direi questo modo dispiacermi, se io non adducessi le cause, né direi piacermi sanza fare il medesimo.
Et a volere far questo sarebbe necessario discorrere tutta la Politica d’Aristotile e la Republica di Platone, e venire poi alli essempi delle republiche di Grecia, poi alla Romana e, ne’ nostri tempi, alla Veniziana et alle republiche d’Alamagna. Né io sono per entrare in questo, perché t’infastidirei, ma ti dirò bene assoluto, che se la città nostra non amplia di dominio o d’entrate o non scema la metà de’ cittadini, che in quella non può essere republica stabile.
E se tu noterai, da dugento anni in qua che la città nostra cominciò a crescere, sempre una fazione ha superato l’altra et una parte ha avuto le dignità e gli utili, e l’altra è stata a dire il giuoco. E questo procede perché l’aria in Firenze è molto generativa e ci multiplicano assai uomini et il dominio non è sì grande né l’entrate sono tante, che si possino pascere tutti; e però, una parte si pasce e l’altra sta malcontenta et aspetta il tempo per fare il medesimo.
Né credere che in questa città sia uomo che pensi a vivere libero, ma ciascuno pensa all’utile suo. E questi essempi di Bruto e Cassio, che si danno tanto per il capo, sono favole da dirle al fuoco, perché similmente loro non si mossono a congiurare contro a Cesare per zelo di Libertà o della patria, ma per ambizione et utilità perché, vedendo che in quel modo di vivere non potevono avere i primi gradi, come pareva loro meritare, non si curorono, per l’ambizione, mettere sottosopra tutto il mondo e far diventare la città di Roma, non serva, ma stiava a tanti crudeli tiranni o vogliamo dire uomini bestiali, quanti dipoi la dominorono.
Ma io non voglio procedere più oltre in questo parlare, e massime che noi siamo già a casa. Poserenci qui in camera terrena e, mentre s’ordinerà da cena, tu seguiterai il tuo parlare.
Antonio: Io lasciai che Carlo della Noy, viceré di Napoli, per fermare meglio lo accordo col Papa era venuto in Roma. E di quivi mandò Cesare Fieramosca in campo a monsignor di Borbone, che era vicino a poche miglia a Bologna, a significarli che aveva fatto composizione col Papa e che li mandava ducati sessantacinquemila tra del Papa, Fiorentini e suoi, perché li distribuissi all’essercito e lo ritirassi verso la Lombardia.
Borbone gli parve strano aver a ritirare lo essercito nel ducato di Milano, del quale pensava avere a essere duca, e li pareva, mentre vi stava questo essercito, che guastassi la città et il paese, et esserne signore in nome, ma in fatto patroni ne fussino li soldati. E pensò d’ingannare il Papa et il Viceré e, sotto questo accordo, procedere avanti e trovare il Papa sprovisto di gente e di danari e che, avendo fatto l’accordo, non avessi più modo a riunirsi con la Lega. E suburnati certi capitani che dicessino a Cesare che non volevano star contenti a sì pochi danari, lui, da parte, gli disse che facessi intendere al Viceré che l’accordo gli piaceva, e che era non solo utile per lo Imperatore, ma necessario, ma che le fanterie erono bestiali e che bisognavono più danari, accennando di ducati dugentomila; e, quando questi si provedessono, credeva che lo essercito starebbe paziente, ma che il Viceré non si maravigliassi se intanto lui procedeva, perché lo faceva per monstrare alle fanterie di fare tutto quello poteva a loro benefizio.
Il Viceré, inteso questo, subito si mosse di Roma in poste e venne in Firenze per confortare e pregare e’ Fiorentini, sapendo che il Papa non aveva danari, a provedere più somma che potevono. E dopo molte dispute, concluse che detti Fiorentini darebbono ducati centocinquantamila, ottantamila di presente et il resto per tutto maggio. E furono presenti a detta convenzione e consenzienti dua uomini di Borbone. E’ Fiorentini providdono li ottantamila ducati con grandissima difficultà.
E perché s’intendeva che del continuo Borbone procedeva, il Viceré determinò andare là in persona per fermarlo e darli li ottantamila ducati e trovò lo essercito presso alla Pieve a Santo Stefano. E Borbone e li altri capi dissono che questi erono ancora pochi danari, onde il Viceré, disperato e non si fidando tornare in Firenze, se n’andò a Siena.
Basilio: Se’ tu uno di quelli semplici che creda il Viceré non tenessi le mani a questo trattato?
Antonio: O semplice o astuto che io sia, io credo che gli uomini faccino quello che iudichino sia a loro proposito.
Questo accordo, che il Viceré aveva fatto, era molto a benefizio di Cesare e di esso Viceré, in particulare, perché lui non poteva desiderare maggior grandezza che godere uno Regno di Napoli pacifico. E considerava che se questo essercito procedeva, se bene era vittorioso, quel Regno si empiva di soldati e si ruinava, come era ruinato il ducato di Milano, ma, se lo essercito avessi perduto, era certo di perdere ancora il Regno. E non so che maggior dimonstrazione poteva fare di volere lo accordo, che venire a Roma in mano d’uno Papa che non li era stato molto amico, poi mettersi a venire a Firenze in poste e mettere in pericolo la vita e l’onor suo.
E credo certo che lui sia morto poi di questo dolore, perché li è parso che con questo accordo il Papa abbi perduto Roma e Firenze e si sia ridotto in Castello come prigione, e lui esserne stato causa né poter fuggire la infamia di traditore.
Basilio: Il medesimo stimavo io, ma alli più non si trarrebbe del capo che il Viceré e Borbone non sieno stati d’accordo a ingannare il Papa.
Antonio: Borbone con celerità seguì il suo cammino e lasciò tutte l’artiglierie a Siena e s’ingegnò d’avere più vettovaglie che potette da’ Sanesi. Et alli 4 di maggio, in sabbato arrivò con lo essercito in Prati. E per non monstrare gagliardia, di nuovo fece tentare il Papa d’accordo, ma voleva tanti danari che era impossibile a provederli.
Il Papa aveva in Roma il signor Renzo da Ceri et Orazio Baglioni e circa millecinquecento fanti sotto vari capi. Et il sabbato che arrivò, uscirono fuori certi cavalli leggieri di Giovan Paulo, figliuolo del signor Renzo, e più presto furono superiori che altrimenti.
Il Papa, ancora che avessi pochi fanti, non stimava che Borbone si mettessi a dare la battaglia a Roma, sanza piantare artiglierie almanco da levare difese; né sapeva l’avessi lasciate in Siena e si persuadeva, avanti che Borbone potessi avere ordinato di dare la battaglia, che una parte almeno della gente sua più espedita dovessi essere arrivata in Roma; e per questo stava di buono animo. E perché lì altri facessino il medesimo, aveva fatto bandi aspri che nessuno si partissi né levassi robe. Et alle porte erono preposti a questo offizio Romani, quali proibivono a ciascuno il partire e mandar via robe e non accettavono licenzia alcuna, se bene fussi del Papa. E però io, ancora che prevedessi questa ruina qualche dì avanti, mi trovai ingabbiato.
Alli 5, Borbone andò vedendo le mura del Borgo, né si vidde disegnassi piantare artiglieria alcuna. Pure inverso la sera fece dare un leggieri assalto alle mura, quasi drieto a Campo Santo, e lì fanti ch’erono quivi a guardia lo ributtorono, onde ciascuno prese animo. Et ancora che non fussi venuto soccorso alcuno né s’intendessi fussi per venire, il Papa pensava con questa poca gente difendere il Borgo dua giorni, e sapeva che, in capo di dua giorni, per mancamento di vivere o che lo essercito inimico tornerebbe indrieto, o passerebbe il Tevere per ridursi, prima nelle terre de’ Colonnesi, dipoi nel Regno.
Alli 6, che era in lunedì, Borbone ordinò di dare la battaglia a punto drieto a casa il cardinale di Cesis e poi presso al monte, dov’è, drento, la vigna di Santo Spirito e, fuora, quella di mastro Bartolommeo da Bagnacavallo.
Et accadde a punto che fu nebbia grandissima in modo che li bombardieri del Papa non vedevono dove avessino a indirizzare l’artiglierie per offendere li nimici. I quali dettono uno assalto gagliardo, pure furono ributtati, onde Borbone, disperato, prese una scala et andò verso le mura per dare animo alli altri a fare il medesimo. E, nell’andare, ebbe una ferita d’archibuso nella testa e subito morì.
L’inimici, per questo non inviliti, seguitorno di nuovo in dare la battaglia et essendo li ripari deboli, li salirno. E come furono al pari de’ defensori ebbono vinto, perché erono assai e li defensori pochi, e quelli pochi che volsono fare il debito del buon soldato, restorono morti. Li altri si missono in rotta et in fuga, chi per entrare in Castello e chi per fuggire per Ponte in Roma.
Il Papa, intesa la vittoria dell’inimici, ebbe fatica a salvarsi in Castello con pochi servitori e qualche cardinale.
L’Imperiali, poiché furono entrati in Borgo, lo missono a sacco, benché vi fu poca preda perché di pochi mesi avanti aveva avuto un repulisti da’ Colonnesi e don Ugo. Et ancora che avessino ottenuto per forza il Borgo, avendo perduto il capitano e restando loro a entrare in Transtevere e poi in Roma, non pareva loro avere vinto. E veramente che se fussi stata fatta loro un poco di resistenzia, erano in peggior grado che avanti avessino preso il Borgo, sì per la morte di Borbone, si perché la preda li aveva disordinati; e in Borgo non avevono trovato da vivere per un dì.
Ma i loro capitani, considerando che non era da dar tempo a chi era sbattuto di ripigliare l’animo, in capo di quattro ore, poiché ebbono preso il Borgo, dettono lo assalto alle mura di Transtevere dove, non trovando alcuno defensore, ebbono facilità di romperle e, per la rottura entrati alquanti, aprirono la porta vicina a Ponte Sisto. Restava loro a entrare per li ponti in Roma e questo riuscì sanza alcuna difficultà perché non vi ebbono opposizione.
E non credo che nell’entrare dell’Imperiali in Roma morissino cinquanta uomini combattendo. Ciascuno si stava alle case sua e guardando quelle, pensava li bastassi. E li Romani erono tanto insolenti e bestiali, che si persuadevono, chi per un mezzo e chi per un altro salvarsi, e che lo Imperatore avessi a pigliare Roma e farvi la sua residenzia, e dovere avere quelle medesime commodità, onori et utili che avevono del dominio de’ preti.
Io, che non ero atto all’armi né avevo in casa altri che un servitore tedesco, uomo di pace, mi stavo in su la mia porta, ché avevo una casetta in Campo di Fiore. E, per non avere possuto mandar fuora la roba, avevo in certo secreto riposto le scritture e panni e drappi per ducati duomila e ducati mille di contanti e cinquecento tra argenti e altre masserizie migliori, et avevo pure lasciato fornita la casa ordinariamente. Né ti dirò più oltre quello seguissi in Roma, perché io non lo so, e mi basterà dirti quello intervenne a me.
Come io intesi che l’inimici erono drento, sendo pure in Roma molte case infette di peste, feci mettere alla porta la insegna della peste et io, avendo una bolla in una gamba portata molti mesi, la feci con il sangue rossa intorno, poi, fasciatomi el capo, me n’entrai nel letto e dissi a quel servitore tedesco dicessi, a chi veniva, che ero malato di peste; et una serva fiorentina feci stare in su l’uscio della camera, afflitta e dolorosa.
Ecco comincio a sentire il romore per la piazza, vengono quattro tedeschi alla porta mia e, veduta l’insegna della peste, domandorno il mio servitore, che era a sedere in su l’uscio, quello voglia dire quella insegna. Lui risponde che al patrone della casa erano in pochi giorni morti quattro figliuoli e la donna di peste, e che lui era malato nel letto, onde loro, inteso questo, segnorono l’uscio col gesso e lasciorono uno di loro innanzi all’uscio e si partirono. E stettono a tornare circa a quattro ore e menorono con loro un becchino della peste tedesco, che aveva fatto lo essercizio in Roma più anni, e lo mandorono in casa a intendere come io stavo. Lui, o che mi trovassi alterato per la paura, o che indicassi avere a trarre più profitto quando dicessi essere peste, affermò che io ero malato, ma che credeva fussi per guarire, onde loro, lasciatolo quivi a mia custodia, si partirono. Et io attendevo a starmi nel letto, né volevo sapere cosa alcuna che seguissi in Roma.
E già erono passati quindici dì et io avevo fatto un parentado con quel becchino tedesco, in modo pensavo del male averne a patire manco degli altri. E mentre io mi pascevo di questa speranza, li tedeschi tornorono una mattina. E dimandando il becchino et il servitore mio come io stavo, e l’uno e l’altro dicendo male, cominciorono a sospettare e si missono a entrare in casa e dipoi in camera e tôrre tutto quello vi era. Et in ultimo mi posono di taglia ducati cinquecento, li quali dicevo non potere pagare perché ero povero, vecchio e malato di peste. Loro cominciorono a minacciarmi et in ultimo a battermi di modo che io dissi che, se avevo commodità mandare fuora di Roma il mio tedesco, provederei ducati trecento, di che loro si contentorono.
Io, simulando mandarlo a Tiboli, cavai del secreto ducati trecentocinquanta, de’ quali pagai loro trecento et il resto mi serbai in certo luogo della casa, che malvolentieri essi potevono trovare, e finsi che il servitore me li avessi portati. Loro, vedendo che io avevo provisto li danari presto, stettono dubi donde io li avessi avuti et entrò loro sospetto che io non fussi ricco. E quando io credevo, avendo avuto la taglia, mi lasciassino partire, loro mi tenevano, non però molto stretto. Pure male mi sarei potuto fuggire, massime di giorno, ma la notte, perché io ero malato o lo fingevo, loro non mi guardavono, onde io presi partito una notte partirmi. E conferito questo mio pensiero con il mio servitore e pregatolo mi volessi accompagnare, lui fu contento. E la notte sequente, che fu il primo dì di luglio, ci partimmo e la mattina, all’aprire della porta, uscimmo per la Porta del Popolo e, con gran fatica, arrivammo la sera a Civita Castellana. E se io non avessi avuto meco quel tedesco, sarei suto preso e rubato sei volte, ma lui diceva che avevo pagato la taglia al suo patrone e però mi accompagnava.
A Civita Castellana, trovammo male da mangiare e da bere e peggio da dormire. E per questo disagio e per quello avevo preso a camminare a piè insin quivi, e per li dolori auti in Roma, il dì sequente che io giunsi, mi prese una grandissima febbre. E venendo io di Roma, dove gli uomini morivono a migliaia, fu creduto certo fussi malato di peste e fummo, il mio servitore et io, serrati in una piccola stanza e da una finestra ci era porto un poco di pane e di vino, e bisognava pagarlo bene. La febbre andò seguitando di modo che, in capo di quindici dì, quelli che erono deputati sopra la peste furono chiari che il male mio non era contagioso, e dettono licenzia a me et al mio servitore d’andare per tutto.
Ebbi male dua mesi e quando fui presso a guarito, ammalò il mio servitore et in capo d’un mese morì. Et io avevo speso tanto tra il mal mio et il suo, che delli cinquanta ducati avevo portato meco di Roma, non me ne restavono che dua, e con quelli mi partì’ di Civita Castellana a piè, al fine d’ottobre, et in otto giorni mi condussi ad Arezzo; dove trovai un fratello di messer Paulo Valdambrino, che avevo già conosciuto a Roma, el quale mi fece carezze e mi condusse a casa sua, dove volse stessi quindici dì a riavermi. E lui mi dette notizia della mutazione seguita qui tanti mesi avanti e del termine in che si trovava il Papa e generalmente di tutte le cose che andavono a torno, delle quali io ero in tutto al buio. Poi mi dette danari e mi prestò una bestia et uno contadino che mi accompagnassi.
E quattro dì fu arrivai qui, credendo trovare Benedetto mio fratello. Et intesi che era morto lui e la brigata sua, né era restato altri di lui che Simone, suo figliuolo, d’età d’anni ventidue, al quale è parso strano che io li sia giunto a dosso vecchio e povero. Et avendo il padre goduto sempre come suo un buon podere che abbiamo in Mugello e la casa nostra qui di Firenze, non li par giuoco ch’io dica al presente volere di queste cose la metà. Et in verità, che se mi fussi restato altro modo a vivere, che io non enterrei a domandargli la parte mia.
Basilio: Che fu della roba che tu avevi nascosta?
Antonio: Quando io mi parti’, non l’avevono trovata. Dipoi non te ne so parlare, ma stimo bene, per esservi stati tanto, che non sia possibile non abbino trovato ogni secreto. Tu hai inteso in che modo io mi son condotto qui e ci sarebbe da dire assai altre novellette, ma vorrei cenare.
Basilio: Tu hai ragione et è suta poca discrezione la mia a non avere già fatto ordinare. Ma si farà subito perché la cena sarà da poveri come siamo tu et io.
Antonio: Che? Ancor tu sei povero?
Basilio: Povero, poverissimo! E’ mi è suto tolto da certi privati potenti la maggior parte di quello avevo. Ma non ti voglio parlare di questo, attendiamo a cenare di quel poco ci è.
Antonio: Deh! dimmi tu, che sei stato in Francia, se avevi notizia di questo duca di Borbone e che uomo era tenuto in quel tempo.
Basilio: E’ si può bene, mentre si cena, parlare di qualcosa attenente ad altri, come è questa di Borbone, che non dà perturbazione a parlarne. Io n’avevo notizia benissimo e mi parve sempre simulatore, vario et ambizioso.
Lui era della casa di Borbone, figliuolo di monsignor di Mompensieri che morì l’anno 1495 a Napoli dove era rimasto viceré, o vogliamo dire governatore, per il re Carlo viii. Aveva piccolo stato, ma, sendo del sangue regio, Anna duchessa di Borbone, ch’era stata moglie del duca Piero e sorella del re Carlo sopradetto, li dette una sua unica figliuola della quale ebbe grande stato, ma era brutta, quanto donna alcuna sia mai stata vista, brutta piccola, nera, gobba, non solo nelle spalle, ma nel petto. E lui era tanto simulatore, che dava voce per tutto che non usava con altra donna che con quella; et era tanto vano che, ancora che avessi grande entrata, spendeva tanto, per volere tenere stato non da duca ma da re, che faceva ogni anno debito molte migliaia di ducati et impegnava gli stati sua.
Nel principio che Francesco venne al regno, a Carlo di Borbone, secondo la genealogia dei re di Francia, toccava ad esser re, dopo il duca d’Alanson, i progenitori del quale, non so bene se l’avolo o il bisavolo, per avere fatto contro alla corona, erono suti privati della successione. Ma il re Luigi xii, volendoli dare per donna Margherita, sorella di Francesco, duca d’Angolem che è ora re, fece che il parlamento dette sentenzia che Carlo d’Alanson fussi riabilitato alla successione e fussi il primo dopo il duca d’Angolem.
Monsignor di Borbone, malcontento di questo, non voleva in modo alcuno che Carlo li precedessi, e però Francesco lo fece stare tacito con farlo gran conestabile. Il quale officio era stato molti anni sanza crearsi in Francia, perché si conobbe, quando il re Luigi xi fece decapitare il conte di San Polo gran conestabile, che tale officio si tira drieto troppo seguito e troppa reputazione. E Borbone, sendo fatto gran conestabile, cominciò, di umile che monstrava prima, a doventare superbo. Et essendo rimasto a Milano governatore, si portava da signore in modo che il Re, avvertito di questo, li dette per compagno monsignor d’Averre.
E quando l’imperatore Massimiliano venne presso a tre miglia a Milano nel 1516, Borbone, se Averre non lo riteneva, si voleva partire. Nondimeno, partendosi lo Imperatore sanza fare effetto, attribuiva tutta la gloria dell’aver difeso Milano a sé. Pure il Re non si contentò che restassi in Lombardia, ma lo richiamò in Francia, dove lui stava malcontento et attendeva a spendere per conciliarsi uomini.
E sendo morta la suocera, che lo sovveniva assai, e poi la moglie senza figliuoli, e trovandosi gran debito e sendoli mosso lite in su lo stato possedeva, s’accordò con lo Imperatore e re d’Inghilterra con uno accordo che so n’hai notizia perché è publico, il quale è tanto vergognoso per lui, quanto si possa dire. E si vede voleva, per l’ambizione sua, destruggere tutto il regno di Francia perché, se lui aveva odio col Re perché gli paressi governassi male o per qual si voglia altra causa, o che desiderassi essere re lui, doveva cercare d’amazzare il Re e li figliuoli et Alanson, generosamente, e non inducere Cesare et Inghilterra a destruggere Francia. Ma di Borbone sia detto a bastanza, che non merita se ne parli tanto, ché di simili uomini sarebbe bene che insieme con la vita s’estinguessi la fama, o buona o rea che la fussi.
Ma dimmi, avendo preveduto il male di Roma più mesi avanti, come tu m’hai detto nel tuo parlare, come fu possibile che tu non ti partissi a buon’ora e ne portassi teco più cose che tu potevi?
Antonio: Cotesta è una dimanda che a volerti satisfare richiede una risposta lunga. Et a me pare che tu non abbi né fame né sonno; et io son vecchio e desidero posarmi e domattina parleremo.
Basilio: Così si faccia! Ma perché staremo ambiduoi in questa camera, che ci sono duoi letti, se ti destassi questa notte, non ti parrà fatica, per passare il tempo, satisfarmi di quanto io t’ho dimandato.
Antonio: Io pensavo, poi che sono stato desto, che io andai a Roma a tempo di papa Paulo molto fanciullo, nondimeno sentivo dire tutto il giorno a’ Fiorentini et ad altri, che era impossibile, alle sceleratezze che si commettevono in Roma e massime per li preti, che quella città potessi indugiare a capitar male. Nondimeno Paulo morì felice, quanto al mondo, perché estirpò il conte d’Everso dell’Anguillara, il quale non stimava né preti né religione né Iddio.
Seguì Sisto, uomo uso ad essere frate, e col saper fare l’ipocrito et accomodarsi con ciascuno, pervenne a quel grado. E questi frati, con la loro logica e teologia, s’assettono una religione nella fantasia a modo loro, e vanno seguitando; e ciò che fanno pare loro ben fatto e lecito. Lui, sendo di vilissima condizione, fece fra Pietro cardinale, il quale molti dicevono che era suo figliuolo (lui diceva che era figliuolo d’uno savonese amico suo) e li dette tanta entrata di benefizi, che, insino a quel tempo, non si trovò mai cardinale alcuno n’avessi avuta tanta.
Questo fra Pietro, assueto ne’ poveri conventi, diventò tanto splendido e dilicato, che, nel vestire e nel mangiare e nell’abitare, poteva compararsi a qualunque re. Ma la fortuna lo levò di terra giovane. Et il Papa volse tutto l’animo suo ad un fratello di detto fra Pietro, chiamato Girolamo, e li dette Imola e Furlì e li dette titolo di conte. E volse che pigliassi per donna una figliuola di Galeazzo duca di Milano, non legittima; et in Roma non si faceva altro che quello che voleva il Conte.
Fece cardinale di San Piero ad Vincula uno figliuolo di uno suo fratello e detto suo fratello fece prefetto di Roma e gli dette Sinigaglia. Et in effetto fece, con l’essere papa, li sua grandi e di stato e di danari; fece guerre iniuste, concesse per danari tutte le grazie spirituali, e morì vecchio.
Successe Innocenzio, per patria genovese, ma nobile uomo, che per la facultà pervenne a quel grado e con non dire cosa alcuna che dispiacessi ma più presto adulando, inclinato a questo non per astuzia, ma per natura. Pure, nel principio, s’intrigò in guerra della quale rimanendo al disotto, inclinò l’animo alla pace. E tutto il resto della vita sua consumò in ozio et in quiete e pensò lasciare
il mondo come lo trovava, et attese a far buona cera. Pur dette qualche somma di danari a Franceschetto, suo figliuolo naturale, e li comperò l’Anguillara e certi altri castelli, e li dette per donna una figliuola di Lorenzo de’ Medici. Et infine, sendo vissuto qualche anno infermo, si riposò in pace.
E li cardinali si rinchiusono in Conclavi per fare nuova elezione. E sendosi considerato assai che cosa era il pontificato, più cardinali feciono ogni estrema diligenzia di pervenire a questa dignità. Ma sopra tutti la fece Roderigo Borgia Valentino, vicecancelliere, il quale pensò ad ogni modo con danari ottenere tal grado, di modo che non restò in Conclavi cardinale alcuno che volessi accettare, el quale da lui non fussi promesso grossa somma. E non solo dette a’ cardinali, ma a qualunque era in Conclavi. Ma sopratutto s’ingegnò guadagnare il cardinale Ascanio Sforza, parendoli che nel collegio avessi gran parte, e li promisse la cancelleria et un bel palazzo che lui aveva murato nel più celebre loco di Roma.
E seppe in modo usare quest’arte del donare che gli riuscì d’essere eletto pontefice. E come chi compra una possessione cara pensa di trarne più frutto che lui può, così lui, avendo comprato il pontificato caro, deliberò non perdonare a cosa alcuna per trarre danari assai e far li figliuoli (ché n’aveva tre maschi) grandi. Et al primo comprò uno stato in Ispagna e chiamollo duca di Candia; il secondo fece cardinale e gli dette benefizi assai; al terzo comprò il principato di Squillaci nel Regno. Una femmina che aveva, chiamata Lucrezia, dette prima al signor di Pesero, poi, non li parendo il parentado nobile a suo modo, non volse seguissi e la dette a uno figliuolo bastardo del re Alfonso, il quale sendo suto morto da Cesare, suo figliuolo cardinale, per parerli troppo in grazia al Papa, la dette dipoi ad Alfonso figliuolo del duca di Ferrara.
Ma Cesare, suo figliuolo cardinale, che si chiamava di Valenza, avendo uno animo efferato e che non pensava ad altro che a dominare, e parendoli che il duca di Candia, maggior figliuolo del Papa, ostassi a questo suo disegno, lo amazzò una notte di mano sua e lo gittò in Tevere. Di che il Papa ebbe grandissimo dolore, pure, non volendo arrogere male sopra male, finse non sapere chi avessi commesso tale omicidio e pensò dare quelli stati e quella grandezza che disegnava per Candia a Cesare; e lo disfece cardinale, facendo allegare che, non sendo legittimo, non poteva tenere tal dignità, et avendo prima fatto provare, quando lo fece cardinale, che era legittimo e nato d’un cittadino di Valenza, fece provare il contrario. E lo mandò in Francia a portare l’absoluzione al re Luigi xii di poter lasciare la moglie tenuta molti anni, per essere sterile, e tôrre Anna, duchessa di Bretagna, quale era suta donna del re Carlo viii.
Andò detto Cesare in Francia per mare con tanta pompa e fausto, quanto non si potrebbe scrivere e fu dal Re accolto con tutte le cerimonie e carezze che si possono usare. E fece con lui convenzione di ripigliare tutti gli stati che la Chiesa aveva per il passato dati in feudo e che erono in quel tempo occupati da questo signore e da quell’altro. Il Re promisse aiutarlo conseguire questo effetto.
Tornò in Italia pieno di speranza e cominciò ad assaltare Imola e Furlì; e ridusse dette dua città in sua potestà e prese la Contessa, e la mandò a Roma a stare in Castel Sant’Agnolo. Dipoi messe il campo a Faenza e, sendovi stato più settimane, la prese d’accordo; et ebbe prigione un giovinetto signore che vi era, e poi che l’ebbe tenuto più settimane in la sua corte, lo fece strangolare una notte al Bianchino da Pisa il quale adoperava per ministro in simili crudeltà.
Tolse lo stato a’ signori di Pesero, di Rimini, di Camerino, d’Urbino, e venne verso Firenze, pensando che vi nascessi qualche novità. Ma considerando poi meglio che, se vi rimetteva Piero de’ Medici, accresceva forza alla parte Orsina la quale desiderava annichilare, stato che fu alquanti giorni a Campi, e guasto e rubato il paese, si partì con certo accordo che volse più presto per cerimonia che perché pensassi s’avessi ad osservare. E ne andò verso Piombino e lo prese subito, et il signor Iacopo iv d’Appiano si fuggì.
Volse assaltare Bologna, avendo certo trattato co’ Mariscotti per cacciarne e’ Bentivogli e, non gli succedendo, scoperse detto trattato per fare in questa città maggior confusione, e li Mariscotti furono morti. Venne dipoi a rottura co’ Vitelli et Orsini che dubitavono della troppa grandezza sua. Nondimeno tanto gli seppe ciurmare che, sotto uno accordo, li prese e fece morire Vitellozzo et il signor Paulo Orsino et altri Orsini et il cardinale pure Orsino, e cacciò Giovan Paulo Baglioni di Perugia e Pandolfo Petrucci di Siena; e tutti li Colonnesi s’erono partiti dello stato della Chiesa e ritirati nel Regno di Napoli.
E detto Cesare si fece investire di gran parte delli stati donde e’ cacciò li signori e si chiamava duca di Romagna; et era salito a tanta superbia, che disegnava pigliare Siena per sé e Firenze. Et aiutò il re Luigi pigliare il Regno di Napoli e tôrlo a Federigo d’Aragonia. Il quale Luigi, per contentare il re Ferrando di Spagna, partì seco detto Regno, e Cesare pensò che per detta divisione dovessi nascere discordia tra loro et esser facil cosa che esso avessi a succedere in quel Regno.
Ma, mentre faceva queste cose e pensava a delle maggiori, sopravvenne la morte di papa Alessandro in tempo che lui si trovava malato gravemente, in modo che restò prigione del Papa nuovo e tutto lo stato che aveva preso con fatica, con arte, con inganni e sceleratezze, in pochi giorni mutò signore.
E veramente chi essaminerà bene la vita di papa Alessandro, la troverrà simile a quelli imperatori romani che facevono ogni cosa per regnare. Lui, per aver danari, vendeva tutti li benefizi; se alcuno prelato moriva in Roma, voleva tutta la sua eredità; se sapeva alcuno che fussi ricco, o di danari o di offizi, s’ingegnava farlo morire: prometteva, accordava e, sotto accordo e fede, pigliava gli uomini et amazzava.
Della libidine non voglio parlare, perché di lui si dicevono cose tanto infame, che mi è difficile crederle et io malvolentieri dico quello di che facilmente si può mentire, e, come i principi cominciono a essere odiosi, ciascuno accresce, finge et accumula in lui ogni vizio. Basta questo, che papa Alessandro, secondo e’ disegni suoi e quanto al mondo, morì felice.
Fu creato dopo lui Pio III, sanese, uomo vivuto lungamente nella corte romana e, secondo che sono li prelati, di assai buoni costumi, ma pochi giorni stette pontefice.
E dopo lui fu fatto Iulio ii, cardinale di San Piero ad Vincula, nipote di Sisto, chiamato Iuliano da Savona, di vilissima nazione e non solo confidente, ma più presto audace. In la creazione sua andorono a torno molte promesse di danari, come in quella di papa Alessandro. È vero che, poi papa, osservò quello che volse. Costui, nel principio del pontificato, attese a congregare danari, e delle guerre che andavono a torno fra il re di Francia e di Spagna, non travagliava; ingegnavasi rassettare Roma e dava gran libertà a’ preti.
Come ebbe congregati tanti danari che li parvono a bastanza a potersi scoprire pontefice formidabile, cominciò a pensare di liberare Bologna dalla signoria di messer Giovanni Bentivogli e ridurla al governo della Chiesa; e per questo fece lega col re di Francia et andò in persona a quella impresa, la quale gli successe. Poi, parendoli che Francia pigliassi in protezione Ferrara, disegnando ridurre ancora quello stato alla Chiesa et avendo per male che il re di Francia avessi sforzato Genova, fece accordo col re di Spagna contro a Francia, in modo che Francia rimesse li Bentivogli in Bologna et il Papa s’ebbe a fuggire a Roma quasi ruinato e, se era seguitato, il caso suo non aveva rimedio. Aiutollo la buona sorte; ché mandò a fare scendere Svizzeri et in pochi giorni cacciò Franzesi d’Italia et acquistò Parma e Piacenza, Reggio e Modona; e prima aveva fatto molte altre cose contro a’ Veniziani.
Basilio: A punto io volevo dire che tu avevi narrato le faccende aveva fatto papa Iulio e ne avevi lasciate assai, e massime quelle aveva fatto contro a’ Veniziani, che erono sute grande, perché aveva cavato loro delle mani Rimini, Faenza e Ravenna.
Antonio: L’intenzione mia non è narrare la vita di Iulio, ma monstrare quante cose fece contro a ragione che li successono bene. E benché fussi immerso ne’ vizi, si riposò alla fine in pace e fu tenuto un grande e buono papa.
Di Leone voglio parlare poco, perché le azione sua ti sono note come a me, e forse più. E, mentre che lui era papa, stette molto tempo a Roma; et in effetto, o per buona sorte o per buon governo, nel suo pontificato a Roma non fu peste, non carestia, non guerra. E benché in molti luoghi d’Italia fussi guerra, questo faceva che Roma era più abitata, perché ogn’uomo concorreva quivi, come in porto sicuro; e chi aveva danari comprava offizi e di quelle entrate viveva commodamente. Morì adunque Leone, quanto al mondo, felice.
Quello sia successo a tempo di questo lo sai tu. Fatto senza simonia, è vivuto sempre religiosamente e prudente quanto un altro uomo. Non vende li benefizi, dice ogni giorno il suo offizio con devozione; alieno da ogni peccato carnale, sobrio nel bere e mangiare, dà ottimo essemplo di sé. Nondimeno a suo tempo sono sopravenuti a Roma et a lui tanti mali che poco peggiori ne potrebbono venire.
Sì che ti ho fatto questo discorso de’ pontefici perché tu intenda che, se bene sempre è stato detto che i peccati di Roma meritano fragello, pure non è successo se non al tempo di questo Pontefice, quando io credevo avessi manco a succedere. E benché io prevedessi questo male qualche poco di tempo prima, però non potetti riparare a questo disordine, né levare le robe né me di Roma, per le cause sopradette. Onde, per concluderla, io voglio attendere a vivere questo resto che mi avanza di tempo e non voglio dibattermi il cervello a investigare le ragioni delle cose, né voglio pensare quello abbi a essere. Viverò in su questo mio mezzo podere il meglio potrò e te conforto a fare il medesimo.
Basilio: Io non voglio allungare più questo nostro ragionamento, ma che proviamo ancora a dormire un poco. Domattina ci leveremo e saremo a tempo a parlare di questa materia e d’altre.
Basta, che per questa volta m’hai satisfatto in tutto quello ch’io desideravo.