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| Francesco Vettori Scritti storici e politici IntraText CT - Lettura del testo |
[6r] Noi intendiamo, per la tua delli tre, che Nostro Signore desiderebbe intendere l’oppenione nostra, se fussi di presente da fare una lega nella quale intervenissino Sua Santità, Veniziani, duca di Ferrara, Fiorentini e chi altri d’Italia volessi, contro a ciascuno che volessi molestare questi stati; o vero accordare con Cesare, o suoi agenti, con le manco triste condizioni che fussi possibile. Sopra che noi abbiamo pensato assai, perché, sendo di tanto momento e dall’una parte e l’altra possendosi dire molte ragione, non ci siamo potuti resolvere prima.
Noi possiamo pensare che Cesare aspiri al dominio di tutta Italia, e non solo d’Italia, ma della maggiore parte della Cristianità, e che sarebbe officio di tutti e’ potentati italici, e massime del Pontefice, ovviare a questo suo disegno. E cognosciamo ancora, che se li è permesso di presente che assalti il regno di Francia, il quale la ragione detta che debba essere pieno di mestizia, terrore e confusione, che sarà facil cosa ne diventi padrone; e, come questo li sarà riuscito, non vediamo che rimedio abbi Italia.
E però quando questa lega si facessi e si monstrassi allo Imperatore, conducendo prima gente d’arme e fanti e poi ancora Svizzeri, che detta lega vuole che lui tenga il Regno di Napoli in Italia, e che li altri stati sieno di chi li possiede, e che non vuole per niente che si facci signore di Francia, che lui e li suoi agenti si contenterebbono di quello tengono e non procederebbono più oltre; e veramente questa sarebbe impresa gloriosa e che si converrebbe proprio a Pontefice Massimo [6v] et illustrissimi Signori Veniziani: nondimeno tutto quello che apparisce glorioso non è poi utile.
A noi pare che questo corpo d’Italia sia infermo gravemente e che, dandoli una medicina forte quale sarebbe il pigliare la guerra, lo potrebbe liberare, ma lo potrebbe ancora condurre alla morte sùbita. Lo accordo mantiene il male a dosso e lo consume: pure il tempo assetta di molte cose e rompe molti disegni; et il pigliare il beneficio d’esso qualche volta è molto a proposito.
E’ principali che hanno a essere in questa lega sono il Pontefice e Veniziani. Il Pontefice entrò in uno pontificato consunto e, sendo stato poi del continuo il mondo travagliato e non avendo voluto fare cose extraordinarie, crediamo si truovi sanza un soldo et i danari sono il fondamento della guerra. Né può sperare molto dai Fiorentini e’ quali, dal ’21 in qua, abbiamo speso più che 600 mila ducati e ne abbiamo perduti per mare più di 200 e ne restiamo a riscuotere in Francia, cioè e’ nostri mercanti, più che 700 mila: et il cominciare accattare nel principio della guerra avvilisce chi l’ha a fare con questo mezzo e dà animo allo inimico, perché considera che non può molto durare.
E’ Signori Veniziani hanno avuto, da 15 anni in qua, spese e perdite infinite, pure crediamo arebbono modo a fare danari e gente. Ma non sappiamo come loro potessino, sendo assaltato Nostro Signore per la via del Regno di Napoli, mandando l’Imperiali gente contro a Piacenza e Parma per venire poi a Bologna et in Toscana, come loro potessino soccorrere Sua Santità avendo a pensare a l’altra parte dell’essercito che restassi in Lombardia, [7r] et ancora, bisognando che stieno provisti dalla banda della Magna, ché non è da credere ch’el principe don Ferrando, in tanto pericolo dell’Imperatore, non pensassi da quella parte fare qualche diversione. E’ Signori Veniziani hanno Brescia, Verona e Padova, oltre all’altre città, fedele forte e ben munite le quali sarebbono per tenere a tedio ogni grosso essercito qualche tempo. E quando bene la mala sorte dessi che si perdessino, hanno la città di Venezia nel mezzo dell’acqua e bene ordinata, con uno governo tanto perfetto et antiquato, che non porta pericolo né d’alterazione drento né d’assalto alcuno fuori. Ma la Santità di Nostro Signore e noi siamo in altro termine, e massime Sua Santità che in tutte le terre sue ha le fazzione, et in Roma medesima, in modo che gli bisogna e tenere essercito contro alli inimici, entrando in guerra, e poi tenere guardato con fanti molte delle sue terre.
E però noi saremmo di parere d’accordare di presente con Cesare, con quelle condizioni si potessino avere: cioè con dare qualche somma di danari in tempi, d’un modo che non fussi somma che ci conducessi alla morte sùbita; ché quando Sua Maestà volessi quello che non fussi possibile, si potrebbe pensare volessi e la libertà e stato di ciascuno, e sarebbe in tal caso da mettersi a ogni pericolo et a ogni sbaraglio et indicare che fussi meglio morire per man d’altri che occidersi da sé medesimo.
Né può Sua Santità scoprirsi apertamente in condurre Svizzeri, che sarebbono necessari in questa guerra, perché ha dificultà nel mandarvi e poi nel <ne>goziare; e sarebino prima scoperti [7v] e’ disegni suoi che li abbi, nonché coloriti, ma cominciati. Ma e’ Veniziani, che sono loro vicini e vi possono mandare sanza che nessuno ne abbi notizia, gli potrebbono bene tentare facilmente e con pochi danari, come fece papa Iulio nel ’l2, farne scendere gran somma; la quale, avendo gl’Imperiali ancora il re di Francia prigione in Italia, darebbe loro che pensare assai e, forse, dove al presente vogliono dare le condizioni a altri, s’accorderebbono a quello potessino. Ma Nostro Signore per le ragioni dette di sopra, bisogna proceda con altri respetti.