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| Francesco Vettori Scritti storici e politici IntraText CT - Lettura del testo |
Reverendissimo Signor mio,
a volere determinarsi che qualità di governo sia conveniente pigliare, ci bisogna essaminare quanti nimici abbiamo nella Città e di che qualità. Et essaminando questo, troverreno delli giovani atti all’armi che hanno, come usiamo dir noi, el benefizio averne inimici, delli cento, novanta. Né procede questa inimicizia da iniurie che abbino ricevute pel passato dal nostro governo, ma procede perché tutti li uomini sono tirati dalla voluptà, e li giovani libertini, con la licenzia dello stare armati, giudicavono esser signori delli altri uomini, avere ben da mangiare, meglio da bere, aver femmine et altri senza timore di legge, vestire come volevono, far debito e non pagare, commandare in casa al padre et agli altri fratelli non atti all’armi; in modo che non è cosa non facessino, non è pericolo al quale non si mettessino per ritornare ne’ medesimi termini.
Abbiamo dipoi inimici tutti quelli libertini, da trentacinque anni in su, che frequentavono il Consiglio, i quali si giudicavono esser felici nel primo grado quando si trovavono nel Consiglio a deputare e’ Signori, li Dieci, li Otto e li altri magistrati d’onore e d’utile della Città; e’ quali non è possibile contentiamo, e sempre saranno intenti alla ruina nostra.
Sonci dipoi quelli che conseguivono e’ primi magistrati: erono de’ Signori, di Collegio, de’ Dieci, delli Otto, de’ Nove, delli Ottanta; e’ quali avevono un piacere incredibile quando un di noi, a chi erono soliti domandare d’esser veduti Gonfalonieri o de’ Settanta, capitava loro alle mani o con difficultà otteneva d’essere udito. Di questi, che son forte ambiziosi, ce ne potreno fare amici alcuni più deboli; ma li maligni, se non son dati loro e’ primi gradi, non si muteranno e non ci possiamo fidare di darli loro.
Restono nella Città li artefici minuali, che non intervenivono nel Consiglio, né partecipavono di governo, e’ quali ci doverremmo sforzare farci amici; ma non lo possiamo fare, perché le spese necessarie che abbiamo ci constringono a porre danari: e l’amore de’ popoli verso il principe procede dall’utile. Questi commessari ecclesiastici cercono di tôr loro compagnie e spedali per mettervi monache, e’ quali loro hanno posseduti lungamente e fattoli con le loro spese e fatiche; e, quando ne saranno privati, resteranno in malissima satisfazione. Hanno ancora questi artefici, nel tempo della guerra, comperato da arte e da spedali perché guadagnavono, et ora il privarneli gli dispererà in tutto.
Considerato adunque l’inimici che abbiamo, siamo necessitati a pensare di tenere questo stato per forza, né possiamo avere molti respetti che ebbe Cosimo e poi Lorenzo.
E sarebbe forse il più vero modo di tenere questo stato che il duca Alessandro ne ottenessi l’investitura dall’Imperatore e se ne facessi in tutto signore et avessi il titolo e li affetti. Ma questo non approverrà, perché l’Imperatore è uomo giusto e, nella capitolazione che fece don Ferrando con la Città, promisse conservarli la libertà; e sarebbe possibile che, quando fussi ricerco da Nostro Signore di questa investitura, la negassi: di che seguirebbe qualche alienazione d’animo tra l’uno e l’altro, il che iudicherei pernizioso e per Nostro Signore e per noi. Ma dato che l’Imperatore acconsentissi, a me pare che il Papa ne sarebbe biasimato da tutti li uomini; e, soprastandoli un concilio, non credo fussi a proposito di Sua Santità incorrere in questa nota. Perché quello è seguito insino al presente si può molto bene difendere et escusare per molte ragioni, le quali quando io adducessi sarei troppo lungo, ma il pigliarne il titolo, non si potrebbe escusare. E però siamo necessitati venire a un modo: che in fatto Alessandro sia padrone e facci quello ch’e’ vuole, et alla Città resti questo nome vano di libertà.
E perché, com’io dissi di sopra, non possiamo procedere co’ modi che procedeva il Magnifico Lorenzo, perché abbiamo pochi amici, ci bisogna senza respetto pigliare quelli modi che iudichiamo essere a più nostra sicurtà, perché chi trovò il Consiglio, trovò l’opposito a punto al governo di Cosimo e di Lorenzo, perché Cosimo, quando confinò tanti cittadini nel ’34, tirò su, in cambio di quelli, molti uomini nuovi, e’ quali li aiutorno conservare lo stato.
Ma noi non possiamo fare così e la sperienzia ce l’ha monstro, perché li più di quelli a chi noi abbian dato lo stato dal dodici in qua, ci sono stati contro. E questo procede perché a un uomo nuovo non si posson dare li primi gradi, ma è fatto de’ Signori e di Collegio, poi resta quivi; ma lui che sa che, mutandosi modo, per aver acquistato il benefizio sarà del Consiglio e si troverrà a fare li Signori e li altri magistrati, desidera la mutazione e, poi ch’è seguita, fa ogni opera che si mantenga lo stato populare.
Non potendo, dunque, noi usare li modi di Cosimo e Lorenzo, siamo necessitati imitare Pandolfo Petrucci, il quale, o voglianlo chiamare tiranno o primo cittadino, si governò in modo che merita d’essere lodato et imitato. E però noi terremo la guardia, con buon capo, bene ordinata e ben pagata; e leveremo l’arme, massime all’inimici, e non la lasceremo portare a persona, perché non possiamo fare cosa più utile alla conservazione della Città e nostra che ridurre li uomini all’arte et a’ piaceri, e Lorenzo non studiò in altro.
Ma perché, volendo mantenere quest’ombra di libertà, abbiamo bisogno delli uomini, io credo che sia bene ingegnarsi di avere bisogno di pochi. E però io non farei più Collegi, ridurrei la Signoria a cinque, ché ci gioverebbe a aver bisogno di manco uomini et a spender meno, farei li Otto di Pratica e li Otto di Guardia, dieci Accoppiatori, tredici Procuratori, e mi governerei con questa Balìa, la quale, avendo da vincere le deliberazioni per la metà, raro sarà che non s’ottenga quello che si prepone. E quando intendessi che nessuno che fussi in questi magistrati andassi variando, non dico in cose frivole, ma in quelle che concernessino lo stato, subito bisognerebbe privarlo; et avendo tanti nimici quanti abbiamo, non si ha a guardare di averne più o manco uno. Et in effetto noi siamo constretti a tenere lo stato con timore, perché tutti li uomini sono amatori, per natura, della vita, ma e’ Fiorentini più che tutti li altri.
Lo squittino delli ufici che danno qualche utilità, credo sarebbe a proposito fare, con animo, però, che li Accoppiatori imborsassino a punto quelli che paressi loro e non guardassino a chi avessi vinto o no; in modo che lo squittino fussi per cerimonia e non per altro effetto. Questo squittino farà che li uomini stimeranno pure poter avere qualche ufizio e pagheranno le loro imposizioni con questa speranza; le quali sarebbe gran difficultà riscuotere con avere a pigliare tutti li uomini e gravarli. Importa assai, pigliando questo modo di vivere, avere ministri a proposito, e massime alle Reformazioni, alle Tratte et alli Otto di Pratica e di Guardia, perché, in fatto, abbiamo di necessità di ministri secreti e che faccino a punto a modo nostro e che non la guardino pel sottile.
Ma quello che importa il tutto è che il Duca sia uomo che pigli piacere d’esser signore in fatto d’una città come questa e d’un paese che non è il più bello in Italia: e se bene è di presente consumato e ruinato, egli è sì giovane che può credere averlo a vedere tornare com’era prima.
E perché non sarà possibile che egli pensi a molte cose che occorrano, sarà necessario che Nostro Signore pensi darli un uomo appresso, di buona qualità. E perché, insino ch’el Duca non viene, siamo constretti andarci ordinando, e Vostra Signoria mi ricercava con chi avessi a consultare, a che io rispondo, a quello che a me occorre, che Vostra Signoria chiami li Otto di Pratica e li Procuratori, o insieme o di per sé, secondo la qualità delle cose che accade essaminare: perché chiamando altra pratica, certi che ci sono di buona qualità, restando indrieto, resterebbono ancora poco contenti, et il chiamare assai, oltre al generare confusione, fa poca riputazione.
Non voglio mancare di ricordare a Vostra Signoria che, non potendo noi mancare della guardia che costa scudi tremila il mese, si facci ogn’opera di mancare dell’altre spese. Noi abbiamo San Secondo, Bellotto et il figliuolo di Malatesta, con cavalli leggieri, che costono l’anno scudi quattordicimila. Io crederrei fussi bene, quando si trovassi modo, che non tenessino cavalli e che si dessi a loro tal provisione, si contentassino: ché quando se ne dessi a loro quattro o cinque, non sarebbono male spesi, e rispiarmare il resto. De’ cavalli non abbiamo che fare e ci consumano el paese, e per le fazioni che occorressino, ci varremo più d’un bargello che delli cavalli leggieri.
Sarebbono molte altre cose da ricordare, massime come noi altri cittadini ci doverremmo portare, le quali Vostra Signoria prudentissima per sé medesima intende e, di giorno in giorno, intenderà meglio. E prego Vostra Signoria mi abbi escusato se con questo mio scritto non ho satisfatto a Quella, perché confesso essere stato sempre poco atto a scrivere sopra e’ negozi tanto importanti, e l’età e la dessuetudine me n’ha alienato in tutto. Pure non ho potuto mancare non satisfare a Vostra Signoria di quanto mi ha ricerco; alla Quale del continuo mi raccomando.