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Francesco Vettori
Scritti storici e politici

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II

<DEL MEDESIMO. ADÌ ... DI FEBRAIO.>

 

Non piacendo a Nostro Signore ch’el Duca diventi principe assoluto della città, è necessario che quella si governi comagistrati, e’ quali abbino el nome, ma il Duca sia quello che in fatto governi il tutto. Ma perché gli uomini che saranno ne’ magistrati e che hanno el nome, male si contentano se non hanno ancora il fatto, come tutto giorno proviamo per esperienzia, a noi bisogna pensare di levar via quelli magistrati, i quali si tiron drieto più riputazione, e quelli che la sperienzia ha monstro che son causa o, per meglio dire, danno il moto alla mutazione. E questi sono li Signori, perché è magistrato antiquato nella Città, et, a poco a poco, si ha tirato drieto tanta auttorità, che, ancora che non l’abbi dalle leggi, fa quello che vuole sanza averne a rendere conto. E si è visto nel ’94, nel ’98, nel 1512, nel ’27 dua volte, nel ’30, che li Signori, o per loro propria voluntà o sforzati, mutano lo stato.

Però io giudicherei che fussi a proposito nostro levare tal magistrato, e li negozi che fanno loro, parte darne alli Otto di Pratica, parte alli Otto di Guardia. Il levare la Signoria fa che loro, quando fussino d’accordo a nuocerci, non lo possono fare; fa, ancora, che non possono essere sforzati a nuocerci, quando fussino di buono animo. E se mi fussi risposto che quelli che saranno tanti potenti che possino sforzare li Signori, saranno ancora potenti a superarci e cacciarci, risponderei che questo non seguita, perché è possibile che venti o trenta uomini sforzino la Signoria, faccingli fare deliberazioni, faccingli sonare la campana, convocare il populo, mandare bandi et, infine, voltarci tutto l’universale contro; ma quando ci aranno a cacciare per forza, bisognerà che sieno superiori a noi e di numero e di valore. Il che non riuscirà loro, perché la maggior parte degli uomini, infino non precederà il partito della Signoria che levata non potrà precedere, starà da canto a vedere il giuoco, come si vidde fece a 26 d’Aprile nel ’27, perché, insino che la Signoria non fu forzata a far sonare la campana, pochissimi si mossono per ire a Palazzo.

Potrebbemi esser detto che, non potendo l’inimici sforzare li Signori, sforzeranno chi sarà in lor luogo, come dire gli Otto di Guardia: a che io rispondo che gli Otto staranno in Palazzo quattro ore del e non più, e sono ore che la piazza è più frequentata che l’altre, e mal potranno gli avversari congregarsi per nuocer loro, che non si vegga. Inoltre, non hanno ancora tanta riputazione, non possono sonare la campana, perché, se si leva la Signoria di Palazzo, è bene levare ancora le campane e non vi lasciare se non quella che convoca la Balìa. Non è ancora il medesimo pericolo nelli Otto che ne’ Signori, perché non hanno commodità di stare insieme tutto giorno, come e’ Signori; e nello stare e parlare si può ordinare molte cose, che non si può far così quando si trovono insieme poche ore del et in quelle hanno molte occupazioni.

Sarammi detto che questo è a proposito, perché gl’inimici non ci possino nuocere, ma che bisognerebbe trovare il modo a mantenere gli amici o accrescerli. A che io dico che questo si può fare con dar loro onori et utili; e, levando li Signori, si leva tanta spesa che si può dar utile alli magistrati che hanno onore: come sono Dodici Buoni Uomini, ch’è ora tutt’uno con li Conservatori delle mura, Otto di Pratica, Otto di Guardia, Conservatori di legge, quali sino a qui non hanno avuto salario, et al presente si potrà dar loro: e gli uomini sono tirati assai dall’utile.

Non approverrei già quello ch’io ho inteso dire a qualcuno, che si dichiarassino cinquanta famiglie nobili le quali avessino tutta la dignità et utilità, e gli altri tutti fussino plebeipotessino avere cosa alcuna. Perché, se voi pigliate le famiglie intere, pigliate molti che vi sono stati nimici; se ne pigliate parte, pigliate pochi uomini; se volessi pigliare molti uomini, non gli potete pascere; se pochi, rimangono debili.

Però io iudico che sia bene dare speranza a ciascheduno di poter essere de’ nostri. Né li Fiorentini hanno tanta generosità d’animo che ritenghino ostinatamente l’ostinazione delli avoli e padri loro; e ne’ nostri tempi abbiamo veduti molti, e’ padri de’ quali sono stati amicissimi de’ Medici, avere variato, e così di quelli che sono stati avversari, essere stati et essere al presente amicissimi.

Se si levono li Signori, ci sarà nella città da pascere molti uomini; o, se questo squittino per li altri ufizi fuora e dentro paressi troppo largo, il modo è facile a correggerlo, senza che lo sappi altri ch’el Duca e l’Arcivescovo e ser Bastiano delle Tratte, el quale è uomo astuto: così ne avessimo noi nelli altri luoghi! E fu necessario nel principio un poco allargarlo rispetto a fare gli uomini paganti delle gravezze.

Ma, se noi pigliassimo un modo, e non si ponessi altra gravezza che la decima, non importerebbe il fare gli uomini paganti: perché la decima io la vorrei vendere all’incanto, comune per comune, o per pieviere o populo, secondo ch’io trovassi, e quello si traessi per detta decima, vorrei rendere alle paghe del Monte, e non altro.

Et è ora mai questo Monte ridotto in luogo che le povere donne, o altri che ne hanno, parrà loro una bella cosa se si mantiene quello che è fatto quest’anno; e se vedranno assegnamento buono, tanto più ne saranno sicuri. L’albitrio il vorrei avere posto, ma per non lo usare se non in tempo di necessità. E cosìa, avendo ordinato el Monte, avendo ordinata la gravezza e le degnità e gli ufizi, si potrebbe dire che iI nostro stato fussi assai ben fermo.

E chi considera bene, la dissensione che è stata fra noi, non è stata fra gli nobili e plebei, come è al presente quella di Lucca; ma li tristi, gl’ignoranti e li poveri volevono superare li buoni e prudenti e ricchi. E però questi doverrebbono essaminare a che termine sono stati et a che termine verrebbono, se mala sorte dessi che perdessino; e però doverrebbono stare vigilanti, e non pensare ad altro che a conservare e difendere questo stato quando ne avessi bisogno.

Molte altre cose sarebbono da scrivere circa a questo, ma si possono molto meglio dire che scrivere. Et il tutto consiste, in fine, che il signor Duca, sendo di tanto buono ingegno quanto è, voglia durar fatica e mettere la fantasia a queste nostre cose perché le leggi non le possono regolare, ma lui bisogna sia quello che le regoli tempo per tempo. E volendo tenere questo stato, come è detto di sopra, comagistrati, bisogna abbi confidenza ne’ cittadini, né cosa alcuna fa più gli uomini partigiani che quando conoscono che sia confidato in loro.

Questo che ho scritto arebbe avuto bisogno di più considerazione, ma pensi Vostra Signoria proceda da affezione. E se altro mi occorrerà, essaminerò con più diligenzia e ne darò notizia a Vostra Signoria, alla Quale mi raccomando.

 

 

 




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