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Francesco Vettori
Scritti storici e politici

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III

RACCOLTO DELLE AZIONI DI FRANCESCO E DI PAOLO VETTORI

 

Io posso malagevolmente soddisfarvi della dimanda fattami di darvi conto dell’azioni dei fratelli Francesco e Pagolo Vettori, si perché io ho poca pratica nell’istorie, e quelle poche ch’io ho lette, sono state scritte da persone poche amiche della virtù di questi uomini, sì anche perché le scritture, lettere e memorie loro, dalle quali si sogliono per lo più cavare molte e vere notizie, non sono in casa nostra, per essere l’uno e l’altro di loro mancato senza figliuoli masti. Et alla linea d’un loro fratello, che pur dopo loro si mantenne, è poi avvenuto il medesimo, sì che tutte le cose loro sono, con donne, passate in altre famiglie, e la maggior parte sono tenute da madonna Maddalena di Bernardo Vettori, moglie di messer Lodovico Capponi.

Ho voluto con tutto ciò, per farvi servizio, mettermi a raccorre insieme e scrivere quelle poche notizie che io ho potute, per lettura o per udita, avere del fatto loro.

E prima voglio che voi sappiate ch’eglino furono figliuoli d’un Piero Vettori, uomo molto reputato così per le molte lettere e perizia delle lingue latina e greca, come anche per la perizia nel trattare le cose della città, fuori in su la milizia e governi de’ luoghi sudditi, e dentro ne’ magistrati. Nelle quali azioni egli si portava con tanta virtù e sincerità, ch’egli fu adoperato parimente innanzi al lxxxxiiii, quando i Medici potevono assai in Firenze, e poi anche quando, cacciati quegli, il governo venne più largo nelle mani del popolo. E, secondo che io intendo, Niccolò Machiavelli diceva e scrisse ne’ suoi Diari, i quali egli faceva per seguitar l’Istoria, o in altro libro, che, s’egli fussi vissuto l’età ordinaria, sarebbono state operate da lui tutte, o gran parte di quelle cose, che con tanta virtù e infinita gloria furono condotte da Antonio Giacomini, per ciò che Piero era equalmente amato e dal popolo e dai nobili.

 

Di questo grand’uomo nacque Pagolo, del quale io non truovo menzione in cose notabili (che i magistrati ordinari, ottenuti e prima e poi, et anche il supremo della città, gli lascio indietro) prima che nel 1512, quando egli si scoperse in favore de’ Medici che allora erano ancor fuori. E truovo ch’egli ordinò questa pratica, ch’egli ebbe con loro, di mutare il governo della città in una sua villa chiamata la Paneretta, posseduta oggi dalla detta madonna Maddalena. Questo luogo è molto solitario, in sul Fiorentino, vicino a’ confini del Sanese, sì che Giuliano de’ Medici poteva venirvi e stare sicuramente sconosciuto con quell’agio che ricercavano i negozi attenenti a simil faccende. Il trattato era ordinato in modo che, nello sbigottimento che fu in Firenze dopo il sacco di Prato, egli potette, lasciato da banda ogni ordine ch’egli avesse prima dato a’ suoi pensieri, pigliar subito espediente di chiamare a sé Bartolommeo Valori, Gino Capponi et Antonfrancesco degli Albizi, con i quali egli si era molto prima convenuto, et andare al Palazzo, dove la Signoria, quando i Medici entrorono nel paese de’ Fiorentini, aveva fatti ritenere circa venticinque cittadini come amici de’ Medici, dubitando non suscitassero qualche tumulto nella città. E trovato il gonfaloniere Piero Soderini, il quale era stato creato a vita insino l’anno 1502, quando si riordinò la città, gli dissono che era necessario pigliasse partito e non tenesse la città in pericolo di andare in preda come Prato. E rispondendo loro il Gonfaloniere parole grate et umane, e volendosi partir da loro senza venire a conclusione e ritirarsi in altra stanza, Antonfrancesco, e più giovane e più ardito degli altri, lo prese per la vesta con dire che prima partissi di quivi, voleva rilasciassi i cittadini ritenuti. Egli, essendo troppo rispettoso e dubitando non avere a fare male ad altri e che ne fussi fatto a lui e giudicando che, se si veniva al sangue, dovessi seguire la rovina della città, fu contento rilasciarli. E pensando quanto fussi stato l’ardire di questi quattro giovani, e massimamente quello di Antonfrancesco, e sospettando che non mancherebbe loro ardire a tentar più oltre, mandò subito Niccolò Machiavelli, segretario della Signoria, per Francesco Vettori fratello di Pagolo. Il quale, essendogli fatta l’imbasciata instantemente, andò subito a trovarlo con dimandare quel che voleva che operassi. Il Gonfaloniere gli disse che era disposto uscir di Palazzo, pur che fussi sicuro di non esser offeso. E benché Francesco replicassi che il governo suo era statogiusto e santo, che non si voleva far compagno di chi gliene toglieva con cavarlo di Palazzo, fu finalmente costretto a’ preghi sua di pigliar la fede dai confederati di non l’offendere, e lo condusse a casa sua e di Pagolo. E la notte medesima lo cavò di Firenze per lo sportello e con molti cavalli l’accompagnò a Siena.

 

Teneva Antonfrancesco per cosa molto difficile che il nuovo governo si potessi stabilire mantenendosi il capo del vecchio, uomo molto amato e reverito per la singulare sua bontà e giustizia. E però, condotto ch’egli fu a casa i Vettori, voleva pure pigliar partito di assicurarsene e l’arebbe fatto, se, e con ragione e con autorità, i duoi fratelli non glielavesser vietato. E così fu trattata sì gran mutazione con tanta destrezza, massimamente dei duoi Vettori, che in essa non si versò pure una gocciola di sangue de’ Fiorentini: cosa che non mai, o rare volte, sarà avvenuta.

 

Fu di gran momento in questo negozio et accrebbe assai lo sbigottimento del popolo e, per conseguenza, dette grand’aiuto ai collegati di Pagolo la relazione di messer Baldassarri Carducci, il quale, insieme con Niccolò del Nero, come imbasciadore della Città aveva parlato al Viceré dopo la presa di Prato. Perché egli, tornato la sera medesima, volendo riferire quello che aveva eseguito avanti i Signori e molt’altri cittadini, come quello al quale pareva aver molto bene l’arte oratoria, tanto accrebbe la vittoria degl’inimici, tanto fece grande l’occisione de’ soldati fiorentini, con tante lagrime deplorò il sacco, il sangue, gl’incendi, gli stupri et i sacrilegi fatti a Prato, che a ciascuno pareva di avere già i rabidi inimici non solo nella città, ma nelle proprie case, e che i medesimi casi o più atroci succedessero quivi.

Uscito che fu il Gonfaloniere di Palazzo, essendo stato solennemente privato, per soddisfare a’ confederati, dai magistrati che avevano l’autorità, fatti chiamare e ragunati insieme ad instanzia dei medesimi, si prese partito di venire a composizione con il Viceré. E però fu mandato subito Pagolo con messer Cosimo de’ Pazzi, arcivescovo di Firenze, et Iacopo Salviati oratori a Prato. I quali convennono che i Medici ritornassino in Firenze come privati e potessero, pagandogli, recuperare i loro beni, e che pagassino scudi centoquarantamila al Viceré, de’ quali egli doveva far parte agli altri collegati della Lega. Et egli si obbligò a lasciare libero il castello di Prato et uscire con l’esercito del paese de’ Fiorentini, i quali entrarono anche nella Lega.

I motivi che poco dopo il loro ritorno feciono i Medici, i quali non si contentavano di star come privati, furono consigliati e fomentati dai medesimi giovani che avevano convenuto di rimetterli, secondo che da qualcuno è scritto, et ha del verisimile. Ma perché altri dicono che furono i vecchi, che si erano trovati a tempo di Lorenzo de’ Medici, e perché io non ci trovo particolarmente nominato Pagolo, non mi ci voglio estendere, ma tutto lascierò risolvere a chi più di me ha pratica in questi negozi racconti. Con la quale potrà anche dire risolutamente se egli fu fra quegli che ebbero la cura dalla Balìa di riordinare il governo.

 

I Medici conobbono molto bene quant’eglino potevano confidare nella virtù di Pagolo e però l’ebbero sempre mai per consultore in tutti i loro negozi. Et il Cardinale, il quale in capo a poco tempo fu assunto al pontificato, non lasciò, anche in quel grado, di participar seco de’ suoi pensieri e, conoscendolo per uomo non solo da discorrere, ma anche da operare, gli dette la carica della sua armata, la quale egli tenne in mare con molta riputazione.

In questo maneggio egli fece cose, in diversi tempi, degne di esser raccontate. Ma perché non le ho trovate scritte e mi furono raccontate in tempo che non ne poteva essere in tutto capace, non mi voglio assicurare a scriverle. Dirò bene ch’elle furono tali, così per il Papa come per i Fiorentini, ch’egli meritò che Leone gli facessi dar l’isola della Gorgona con quella fortezza che nella sommità d’essa si ritruova. Il che può a ciascuno essere manifesto segno dell’amor grande ch’egli gli portava, dimostro dal medesimo Pontefice anche nel tempo che Pagolo era prigione nelle mani de’ Turchi, perciò che egli con istanzia grandissima procurò il suo riscatto e, sebbene importò molte migliara di scudi, volse che tutti fossero sborsati dalla Camera Appostolica, senza che la casa sua ne sentissi disagio alcuno. E fu osservato che il Papa non commesse mai sborso alcuno di danari con maggior contentezza d’animo di questo, conoscendo e dicendo che, per questi danari, riguadagnava uno atto, e per la fede e per la virtù, ad esequire i suoi pensieri, quanto alcuno altro ch’avessi appresso di sé. La causa della presa sua fu tale che, avendo egli inteso che nel mare di ... erano alcune galere turchesche, deliberò di voler dar loro l’assalto. E consultato e risoluto con i suoi uomini di guerra del modo che si dovessi tenere, fece muover la capitana a ciò che, mettendosi egli innanzi, gli altri avessero a pigliar animo e riscaldarsi tanto più a combattere valorosamente. All’apparir de’ legni pontificali, i Turcheschi si messero in fuga e, seguitati gagliardamente da Pagolo, furono da lui sopraggiunti et uno di essi investito. Il che fatto, quegli che insino all’ora l’avevano seguitato, o per mera poltroneria o per grandissimo assassinamento fermorono il corso, né mai, per l’ordine dato prima, né per i cenni ch’egli facessi di voler soccorso, né per la cosa stessa che dimostrava il bisogno, vollono a patto alcuno aiutarlo. Del che avvedutisi gli altri legni turcheschi, che ancora fuggivano, vennono, rivoltatisi, ad investire la capitana cristiana, la quale, benché sola si fussi quasi impadronita di quella ch’ella aveva prima affrontata, fu finalmente, stracca e rimasta senza soldati, menata con Pagolo prigione.

Ancora i cardinali, i quali dopo la morte di Leone, creato il nuovo Pontefice, si erano diviso il reggimento della Sedia Apostolica insino a tanto che il Papa venissi in Italia, seguitarono di servirsene e gli detton la cura di andare a trovare Adriano, che si trovava ne’ regni di Spagna, lasciatovi, ancora cardinale, da Carlo per un’ombra di governatore, quando egli andò in Germania.

Tornato Pagolo di questo viaggio, i Fiorentini, i quali per opera del cardinal de’ Medici si collegarono, l’anno 1523, con il Papa, Cesare, re d’Inghilterra et altri stati d’Italia con le condizioni scritte nell’istorie, vollono ch’egli fussi commessario delle genti ch’eglino mandorono in Lombardia per difesa dello stato di Milano, quando il re di Francia venne a Lione per passare personalmente in Italia: il che benché egli non facessi per il sospetto giusto che gli dette la congiura del duca di Borbone, mandò con tutto ciò il suo ammiraglio con grandissimo apparecchio.

Questo commessariato mi fa dubitare di quello che alcuno afferma che Adriano mantenessi a Pagolo il governo delle galere, né veggo come egli si potessi servire i suoi cittadini in Lombardia et il Papa in mare: e cosa chiara è che il commessariato non fu di pochi , perciò che egli vien nominato nella triegua quando, non potendo più l’ammiraglio sopportare i disagi di tutto l’esercito et i protesti degli Svizzeri, si convenne, in su’ ripari di Milano, fra Alarcone, Pagolo, il Morone, il Visconte et il general di Normandia e si trattò di sospender l’arme per tutto maggio.

Creato che fu Clemente pontefice, avendo veduto quanto confidava Lione in questo uomo e per sé stesso conosciutolo nelle medesime azioni, seguitò di adoperarlo ne’ suoi negozi e gli mantenne, o concedette di nuovo che si debba dire, il governo della sua armata, non lasciando però di valersi della sua prudenzia anche nelle cose di terra, come egli fece quando il re Francesco, avendo fatto grand’esercito e grossa spesa per soccorrere Marsiglia, essendone partiti gl’inimici, prese risoluzione, infelice per lui benché gloriosissima, di venir l’anno 1527 alla volta di Lombardia. Perciò che sforzandosi il Papa con ogni rimedio opportuno, mentre che Francesco era all’assedio di Pavia, di condurre ad accordo il Viceré con il Re, mandò ad uno messer Matteo Giberti et all’altro Pagolo, a persuadergli che convenissero, con scusarsi insieme con il Viceré del passo conceduto per necessità al duca d’Albania, che andava ad assaltare il Regno di Napoli. Il qual accordo se non riuscì, non avvenne perché i mandati non trattassino tutto con maravigliosa destrezza e che a Pagolo non riuscissi di persuadere al Viceré quel che voleva, perciò ch’egli l’aveva indotto ad accordarsi, ma o per le dissuasioni del duca di Borbone, che aspirava alla ducea di Milano, o vero perché il marchese di Pescara, con la sua solita alterigia, detestò tal partito e mostrò prudentemente ch’era ben seguitare quella impresa dalla quale risultava la somma d’ogni cosa.

Volle anche il medesimo Pontefice, intesa la liberazione del re di Francia dopo che fu stato prigione circa tredici mesi, che dal medesimo Pagolo fossero trattati i negozi attenenti alla confederazione, ch’egli aveva in animo di fare contro all’Imperatore. E però Io mandò subito, correndo, alla corte di Francia con ordinargli che, giuntovi il Re, palesemente dimostrassi solo di esservi mandato per allegrarsi della liberazione e fargli sapere gli sforzi che Clemente ne aveva fatti. Ma in segreto ordinò che Pagolo tentassi l’animo del Re intorno alla capitolazione fatta con Cesare e, caso che lo trovassi volto a non osservare, si scoprissi a offerirgli lega e lo inanimissi a far gagliarda guerra all’Imperatore. Per l’occasione della qual cosa, essendosi messo Pagolo in cammino, giunto in Firenze, si ammalò di malattiagrave, ch’egli non la potette superare, essendo già di anni quarantanove e molto malsano per infiniti disagi patiti.

La sua morte fu di grandissimo dispiacere al Pontefice et a tutti quegli, così di grande come di mediocre e basso stato, che avevano trattato seco. E dispiacque tanto più perché egli non lasciò figli masti, perché uno che egli ne ebbe di molta grande espettazione e che si credeva che avesse a pareggiare il valor del padre, molto desideroso di farsi grande, stava del continuo esercitandosi in sul mare e, trattenutosi una volta qualche giorno in un porto, dove era aria pestilente, aspettando di assaltare certi legni barbareschi, fu assaltato, senza potersi difendere, dalla morte.

 

Francesco Vettori, nato del sopranominato Piero, fu anch’egli uomo di singular virtù et, insino da’ suoi primi anni, cominciorono ad apparire in lui segni tali che lo messono in molta espettazione. La quale egli, con trattenersi nelle lettere et governarsi accortamente nelle cose che di tempo in tempo gli occorrevano, seppe in modo mantenere che, subito che l’età sua cominciò a comportare ch’egli fussi adoperato ne’ servizi della Repubblica, vi fu cominciato ad impiegare. Et il primo carico che gli fu dato di cose attenenti al benessere del publico, mostra evidentemente esser vero quel che ho detto del credito grande in che egli era. Perché, l’anno 1507, egli fu eletto e mandato imbasciatore all’imperatore Massimiliano, nel tempo ch’egli congregava la Dieta a Constanzia, quando tutta l’Italia e gli altri potentati stavano parte sospesi, parte impauriti, essendosi sparsa la fama che l’Imperatore aveva deliberato di passare in Italia con esercito grandissimo per pigliare la corona dal Pontefice e perseguitare il re di Francia, dichiarato ribelle dell’Imperio, con pretesto ch’egli era venuto in Italia per far crear pontefice il cardinal di Roano, e sé Imperatore. La qual legazione Francesco trattò in modo che gli riuscì acquistare per la sua patria la grazia di Cesare e risparmiare molte migliaia di scudi, che a questo effetto gli fu comandato ch’egli dessi all’Imperatore. Il qual fatto, benché, quando egli lo trattava non conforme alla commessione, in Firenze non fussi approvato, come quelli che avevano fisso nell’animo che la cosa non si potessi condurre se non con danari e, non essendo in sul fatto, non potevano ben rimaner capaci come il negozio si poteva altrimenti trattare, con tutto ciò, condotto ch’egli l’ebbe a fine, ne fu per lettere ringraziato e lodato et alla sua tornata ognun diceva del gran risparmio fatto prudentemente alla città.

 

Crebbe per questa legazione assai la riputazione di Francesco, onde, risoluto che fu in Firenze, con grazia del re di Francia, che i cardinali Franzesi non venissino al Concilio di Pisa con la milizia che avevano ordinata o per sicurtà, o per autorità, o riputazion loro, et inteso che il cardinal di San Malò, capo di questa impresa, dava buone parole, ma pur veniva innanzi con l’arme, bisognò pigliare partito di mandarvi persona di molta autorità: e però fu eletto Francesco. Il quale, andatolo a trovare al Borgo a San Donnino, risolutamente gli disse che i suoi Signori non lo volevano ricevere in Pisa e gli protestò che, s’egli non rimandava le genti d’armi indietro, sarebbe perseguitato come inimico. Onde il Cardinale, commosso e persuaso da lui, le rimandò di dall’Appennino, ritenendosi, con il consenso de’ Fiorentini, centocinquanta soldati con i quali venne innanzi.

In Firenze si deliberò di mandare a Pisa duoi commessari che attendessero alle cose di questi che congregavano il Concilio, l’uno dei quali fu Francesco, l’altro Neri di Gino Capponi.

Io truovo che in questi tempi fu eletto Francesco la seconda volta imbasciadore a Massimiliano, ma che poco dopo si risolvé che non fussi bisogno mandarvelo. Non so già, né ho trovato scritto, quali negozi movessero i Signori a ordinare questa legazione, però, come io risolvo che l’elezione fussi fatta, così mi astengo di conietturare la causa lasciandone dare la resoluzione a persone più pratiche.

Ottenuto che ebbero i Medici, nella Dieta fatta a Mantova, che l’arme del Viceré e de’ collegati si voltassero verso Firenze per mutare quel governo e ridurlo in mano de’ Medici, si fecero in Firenze, con quella prestezza che si potette, i ripari che comportava la brevità del tempo, causata dalla prestezza del Viceré. E, fra gli altri, fu quello che si deliberò di condurre nella città molti soldati per fare quivi lo sforzo, acciò che non vi seguissi alterazione o tumulto. E di questi soldati fu fatto commissario generale, con alcuni altri cittadini, Francesco. Nel qual tempo, seguita l’alterazione che si è raccontata parlando di Pagolo, Francesco prese subito partito di uscirsi della città, giudicando che non poteva esser contro al fratello senza manifesto pericolo (il quale anche non arebbe potuto profittare), et avendo fatta ferma resoluzione di non voler esser contro al Gonfaloniere. Ma fu ritirato da questo partito, fatto chiamare dal Gonfaloniere come si è detto. Il che mostra manifestamente il concetto grande in che egli era di sincero e dabbene, poiché il Gonfaloniere volse piuttosto eleggere per sua sicurezza d’andare a casa Francesco, casa ancora del suo avversario, che alla propria.

Da questo partito che Francesco pigliava, si può manifestamente cavare ch’egli non era consapevole, come qualcuno crede, del trattato del fratello.

Avvenne a Francesco in queste mutazioni, benché diverse, quel medesimo che in altri tempi era avvenuto a suo padre: perciò che, benché si mutasse il governo, nel quale egli era molto stimato e tra’ principali, con tuttociò la virtù e realità sua fece che i Medici seguitarono di adoperarlo senza sospetto (risoluto ch’egli fu di seguitar la loro fazione) ch’egli avesse a pendere dalla fazione del cardinal di Volterra, fratello del gonfaloniere Soderini, che ancora fomentava, conce egli fece sempre, l’antico governo.

Però fu risoluto di dargli la carica di risedere imbasciadore a Roma appresso al pontefice Giulio la quale egli continuò anche per qualche tempo nel pontificato di Leone successore.

Dalla qual legazione tornato che egli fu in Firenze, pensarono di servirsene in cose di maggior importanza. E però l’anno che Leone gli costrinse a mandar le loro genti in Lombardia et eglino volsero eleggere Lorenzo de’ Medici per loro capitano, il quale poi, per la malattia di Giuliano che vi andava con le genti del Papa, fu eletto in suo luogo, fu deliberato che vi andassi commessario, con le genti de’ Fiorentini, Francesco. Questo commessariato fu retto da lui con molta autorità e fu alla Città di molto gran giovamento, poiché, per accorgimento di Francesco, fu fatto che il re di Francia, contro il quale si facevano le provvisioni, non ebbe occasione di venire in indignazione contro a’ Fiorentini, perciò ch’egli, oltre alle diligenzie fatte con Lorenzo a questo fine, deliberò di scoprirsi più apertamente.

Onde, quando arrivato Lorenzo a Piacenza, si risolvé fra lui et il Viceré, se ben con poca sincerità, che si passassi il Po, Lorenzo fece passare parte degli ecclesiastici e, volendo far passare la sera medesima le genti de’ Fiorentini, Francesco, all’entrata del ponte, gli protestò che i Signori Fiorentini non intendevano in modo alcuno che i loro soldati andassero ad offendere il re di Francia, ma si bene erano contenti che stessero alla guardia di Parma e Piacenza e per amor del Papa le difendessero, senza passar più avanti, imperò, se egli voleva passare, lo facessi come luogotenente del Papa, ma per niente come capitano de’ Fiorentini; pertanto gli protestava che, passando, non correva più soldo né a lui né alle genti. Dalla qual protesta animosa et inaspettata, Lorenzo, soprastato quella notte per consultare quel che dovessi fare, deliberò di passare il seguente come ministro del Papa, ma non fu bisogno, perché il Viceré, mutatosi, ritornò di qua dal fiume. Accordaronsi poi il Papa e il Re, onde i Fiorentini volson mandare al Re oratori come, insino quando egli fu incoronato, avevano destinato di fare, ma, rispetto alla guerra che sopraggiunse, erano stati impediti. E vi mandorono i medesimi che a principio avevano eletti, che erano stati Francesco Vettori e Filippo Strozzi. E Francesco prese la legazione a Reggio con ordine che, trovato Francesco Pandolfini che risedeva imbasciatore appresso al Re, si rallegrassino tutti insieme in nome della Città, che egli fussi venuto al regno e della vittoria ottenuta fra San Donato e Milano.

 

Rimase Francesco appresso al Re imbasciatore residente et in questa legazione dette segni tanto manifesti della sua prudenzia, che si poteva dire ch’egli d’imbasciatore, fussi diventato consultore di quel Signore, onde egli, alle sue persuasioni, non solo permesse che Lorenzo de’ Medici potessi aver per moglie Maddalena, figliuola del conte d’Alvernia, la quale, con la moglie del duca d’Albania, sua sorella, aveva eredità di molte migliaia di scudi di entrata, ma vi aggiunse anche in dote la ducea di Lavaur con entrata di scudi cinquemila.

Teneva il Re tanto conto del giudizio di Francesco, ch’egli voleva in molte cose di momento il suo parere. E della stima in che egli era appresso di lui, senza che mi affatichi in molti argomenti, ne può essere manifesto segno che il Re gli ordinò pensione assai grande e da’ Fiorentini, i quali molto ben conoscevano che della fede sua non era punto da dubitare, gli fu permesso ch’egli la accettassi. Et ella gli fu sempre pagata, ancora che lasciassi quella legazione, anzi, quand’egli lasciò di pigliarla, il Re, con generosità inaudita, gli fece ricordare che seguitassi di mandare per essa.

La causa che fece risolver Francesco a non la riscuotere fu che, nelle dissensioni che nacquero poi fra il re di Francia e la città rispetto a’ Medici, Francesco, seguitando la loro fazione, si dichiarò apertamente imperiale. E però, sì per non dare sospetto alla sua parte sì anche, e questa fu la vera cagione, perché non gli pareva cosa conveniente a persona nobile pigliar provvisione da quello del quale egli seguitava la fazione avversa, si risolvé di non la far più riscuotere. Il che fatto sapere al Re, Sua Maestà dette ordine a un suo gentiluomo, che nella mutazione del governo di Firenze, nel 1527, fu subito mandato qua, che facessi chiamare a sé Francesco con dirgli che il Re aveva saputo ch’egli non godeva più la sua liberalità; e però, qual si fussi stata la cagione di questa sua mutazione, egli gli faceva sapere che la volontà del suo Signore era che quelli, i quali per la virtù loro erano stati premiati da lui, godessero insino all’ultimo il suo premio; e però ch’egli seguitassi di mandare ogn’anno per la sua provvisione et allora riscotessi tutte l’annate insino a quel tempo decorse senza pigliarla. Ma per questo Francesco non si mutò del suo proponimento e da quegli che giudicavano le cose senza passione di miseria fu sommamente lodato.

Per la morte che seguì di Lorenzo de’ Medici, Leone deliberò di restituire alla Sedia Appostolica il ducato d’Urbino e dette a’ Fiorentini, per pagamento dei denari ch’eglino avevano spesi per lui in quella guerra, de’ quali erano creditori in Camera, la fortezza di San Leo con tutto il Montefeltro e il Pivier di Sestino. Ond’eglino, giudicando che in questo principio bisognassi mandarvi persona reputata e di grande autorità, dettero questa cura a Francesco Vettori.

 

Nella creazione di Clemente vii si fecero in Firenze grandissimi segni d’allegrezza e, con ogni sorte di dimostrazione, si sforzarono i Fiorentini di far conoscere al Pontefice d’aver avuta gran contentezza di questa sua promozione. E fra gli altri fu che, per la cirimonia solita di madargli a rendere ubbidienza, eglino elessero maggior numero di imbasciadori, che non erano soliti di fare agli altri che non erano Fiorentini; e questi volsero che fussino, secondo che conveniva, dei più qualificati della città, avendo anche l’occhio ad eleggere persone, le quali, per qualche loro azione, fussero grate al Pontefice. E furono questi: messer Francesco Minerbetti, arcivescovo turretano, Lorenzo Morelli, Alessandro Pucci, Antonio de’ Pazzi, Ruberto Acciaiuoli, Francesco Vettori, Galeotto de’ Medici, Palla Rucellai, Lorenzo Strozzi e Giovanni Tornabuoni, de’ quali il Rucellai fece un’orazione degna di qualsivoglia eccellente oratore.

Nella dimora che questi oratori feciono in Roma, Clemente volle consultare con loro del modo di regger la città di Firenze poiché egli, che qualche anno ne aveva avuta la cura, non vi poteva attendere e delli suoi aveva solo Ippolito et Alessandro, i quali, rispetto all’età, non erano per ancora atti a sì gran peso. E però aggiunti a questi oratori Iacopo Salviati e Piero Ridolfi che si trovavano in Roma, gli pregò tutti insieme che liberamente dicessi ognun di loro la sua opinione, senza aver rispetto a lui il quale, essendo in quel grado, aveva molte occasioni di beneficare i sopranominati giovanetti senza mandargli in Firenze. Di questi cittadini la maggior parte confortorono il Papa, o perché tale fussi l’animo loro o perché gli uomini volentieri dicono quel che credono che sia grato ai grandi, che mandassi Ippolito in Firenze, sotto la custodia del cardinal di Cortona, che reggessi quel governo secondo che Giuliano, Lorenzo et egli erano soliti di fare. Francesco Vettori, il quale fu seguitato da Ruberto Acciaiuoli e Lorenzo Strozzi, fu di diversa openione. E, come conviene a persona nobile, la volse dire e gli altri duoi seguitarla. E mostrarono che non era cosa né utileonorevole che a questo governo fussi preposto un vassallo de’ Fiorentini; e che l’essere egli cardinale in questo caso non serviva, perché quando, ancora cardinale, il Papa governava, non era alcuno che l’avessi riverito in quello stato come cardinale, ma sì bene come Giulio de’ Medici; e che se il Papa giudicava a proposito che Ippolito stessi in Firenze, vi si mandassi, e che quivi attendessi agli studi, insino a tanto che si potessi conoscere s’egli fussi atto al governo o no, et in questo mezzo lasciasse governare i cittadini, con fare egli uno gonfaloniere per un anno, suo confidente, e così egli potrebbe disporre della città, et a’ cittadini parrebbe avere il grado loro e si contenterebbono in questo modo di fare insin che si pigliassi altra forma. Ma, finalmente, udito che Clemente ebbe l’openion d’ognuno, il maggior numero vinse il minore e fu eseguito, ma con poca grazia dell’universale di Firenze.

 

Onde, quando in Roma seguì che i Colonnesi saccheggiorno il palazzo di Vaticano et il Borgo, sì che il Papa si rifuggì in Castello, quegli che tenevano in Firenze il governo erano di molto mala voglia, dubitando che, per avere perso il Papa assai in questo fatto, non nascessi tumulto. E però gli Otto di Pratica, che in quel tempo avevano il pondo di tutto il governo, dubitavano molto perché, volendo seguitare i ricordi del Papa, pareva loro andare a rovina manifesta; e partirsi da lui non volevano, per la riverenza che gli avevano, e perché ciò non si poteva fare senza mutazione di stato, dalla quale risultava certa rovina degli amici de’ Medici. E però mandarono subito Francesco Vettori, suo confidentissimo, per fargli intedere il tutto e sapere da lui che partito voleva pigliare intorno all’osservanza delle cose promesse nell’accordo per poter esser vigilanti, essendo avvertiti innanzi, a ogni sollevamento che nascessi in Firenze alla sua risoluzione. Et anche vollono che Francesco gli dicessi che andassi cautamente con le spese, perché i Fiorentini non si potevano strignere da lui, come altre volte, poiché gli era mancata tanta riputazione. Fu eletto a tal cosa Francesco perché era molto confidente del Papa, che teneva molto conto del suo giudizio, et egli gli poteva parlar liberamente. E tutto venne ben fatto perché egli si aperse con Francesco liberamente e, consigliandosi seco, provvedde, rimandandolo in Firenze, in modo alle cose, che per allora il governo stette fermo.

Fu la ritornata di Francesco molto utile alla città perché, nel tempo che l’esercito della Lega venne in Firenze, e che andava a soccorrere Roma per difenderla dal duca di Borbone, seguì nella città grandissimo sollevamento, causato dalla malissima soddisfazione de’ cittadini e fomentato dal pochissimo sapere e intelligenza delle cose de’ governi del cardinale di Cortona, sì che i Medici furono dichiarati ribelli. E quando il Cardinale col duca d’Urbino e gli altri deliberorno di volere sforzare il Palazzo, sarebbe seguita l’occisione d’una gran parte della nobiltà che vi si era ritirata, e forse il sacco della città, se Francesco, che anch’egli era in Palazzo, non si fossi molto affaticato insieme con Niccolò Capponi, suo cognato, per indurre quegli di drento all’accordo, dimandato instantemente dal signor Federigo da Bozzoli e messer Francesco Guicciardini per quegli di fuora. Nel che, se bene Francesco ebbe difficultà, con tutto ciò, mostrando il pericolo che loro soprastava e che non vi erano instrumenti atti a potervi riparare, con molta fatica gl’indusse a convenzione e distese una scritta, la quale da quegli di drento e quelli di fuora fu sottoscritta e contenne che le cose ritornassino nel termine di prima e di quel giorno nessuno si ricordassi.

Andò sempre in augumento l’autorità di Francesco sì che, quando egli stava nella città, la sua openione era sempre ricerca in tutte le deliberazioni d’importanza che si avevano a pigliare. E nella totale mutazione dello stato di Firenze, che seguì quando i soldati di Borbone messono a sacco Roma, papa Clemente lo volse avere appresso di sé, avendolo fatto chiamare, sì che per l’assedio di Firenze, egli visse appresso di lui esule confidentissimo e con tanta soddisfazione del Pontefice, ch’egli gli provvedde di grossa pensione sopra l’arcivescovado di Firenze. E quando Alessandro de’ Medici prese il governo della città, volle che Francesco si trovassi seco eletto del nuovo senato de’ xxxxviii, a ciò che egli avesse uno con il quale potessi participare confidentemente le cose più importanti del governo, com’egli fece; sì che in negozi di molta importanza egli potette sperimentare il valore di Francesco molto utile al suo reggimento.

Preso che Francesco ebbe a favorire et esaltare la parte de’ Medici, egli ne fu sempre grandissimo parziale e, per quanto si estendeva il suo potere che si estendeva pure assai, ne fu gran defensore, sì che, dopo la morte del duca Alessandro, nel qual tempo tutti gli altri senatori si stavano ritirati nelle loro case, pieni di sbigottimento e di paura, egli, intrepidamente, non cessava di operare. E, visitando e dando animo a quegli più reputati, operò di maniera che, sollevato in parte il loro timore, cominciorono a consultare seco de’ partiti che per loro si dovessero pigliare, non solo per la sicurtà di loro stessi, ma anche per mantenimento della parte che eglino seguitavono. Sì che, chiamati poi tutti a consiglio nel palazzo de’ Medici, si prese per partito di creare il signor Cosimo de’ Medici governatore della Repubblica Fiorentina, affaticandosi anche nel luogo dove era ragunato il senato Francesco, correggendo amorevolmente chi con poca pratica discorreva a chi si potessi dare il futuro reggimento et opponendosi liberamente a chi con molta risoluzione detestava il passato reggimento, con protestare che dissentirebbe da chi un simile ne proponessi. Sì che, ritiratosi con i principali che convenivano seco, furono da loro stabilite le cose in modo che il signor Cosimo, in su questi fondamenti, potette con la prudenzia e valor suo proprio, alzarsi a quell’altezza che tutto il mondo ha potuto conoscere.

Visse il restante della sua vita Francesco accettissimo a questo Signore e, col suo accorgimento, gli dette sempre quegli aiuti che gli furono domandati insino all’anno ... della sua età, nel quale, oppresso da grave malattia, egli passò a miglior vita, senza lasciare di sé alcuno figlio mastio.

 

 

Fu Francesco uomo di molta gran dottrina e singulare intelletto, sì che con questi mezzi e con l’altre virtù che si possono raccorre delle cose dette di sopra, egli fu accettissimo a tutti quegli Signori o privati uomini con i quali gli occorse trattare e del discorso suo era tenuto tanto conto, quanto di quello di qualsivoglia altro uomo di negozi dei suoi tempi.

Il tempo che gli avanzava dalle faccende pubbliche, dette di sopra, e da’ magistrati, de’ quali di tempo in tempo egli era creato, che furono assaissimi, con il supremo anche della città, il quale egli ebbe più volte, egli non lo consumava oziosamente, ma sempre leggeva libri d’altri, nel che si dilettò assaissimo, o scriveva cose che potessin essere altrui di giovamento. Però, quand’egli fu tornato della legazione di Germania a Massimiliano, egli si messe a scrivere un itinerario, nel quale narra le cose avvenutegli vedute, degne di memoria in quel viaggio. Questo è veramente degno d’esser letto, sì per la piacevolezza come per la varietà sua, perché vi sono cose da dilettare e da giovare assai al vivere. E nel fine di esso vi è scritta una sua commedietta, molto gentile e assai morale. Leggesi ancora di esso un Dialogo assai lungo, nel quale si discorre molto gravemente de’ governi. Scrisse anche la Vita di Lorenzo de’ Medici, quello che fu duca d’Urbino, scritta molto diligentemente. Et in essa sono molti particulari attenenti anche alle istorie, i quali egli poteva sapere e scrivere meglio che alcuno, con ciò sia cosa ch’egli fussi amicissimo di Lorenzo e de’ più confidenti ch’egli avessi, ancor che Francesco, nel tempo ch’egli fu commessario delle genti de’ Fiorentini, gli facessi i protesti detti per impedire le sue deliberazioni, perché Lorenzo conobbe molto bene che tutto fu fatto a buon fine e per causa e amore della nazione fiorentina, che era grande in Francia et arebbe portati gran pericoli, se il Re si fossi inasprito contro di lei. E chi considererà la cosa destramente, vedrà che Lorenzo con ragione non se ne poteva sdegnare, come l’evento dimostrò.

E quello che più d’ogni altra cosa è da stimare, egli lasciò un breve et eletto Sommario delli successi d’Italia, dal fine dell’anno 1511 insino al principio del 1527, che così chiama egli in una sua lettera questa sua istoria. Questa opera è molto bella e ripiena di molta gravità, e in essa sono concetti e discorsi molto rari, e le cagioni delle cose vi sono ritrovate assai prudentemente, sì che chiunque si metterà a leggerla, sarà a pieno accertato dell’intelletto e giudizio di quest’uomo e si dorrà gravemente della disgrazia che hanno avuta il nostro et i futuri secoli, poiché Francesco, occupato sempre in operare, non ebbe tempo di condurre a fine un’opera che arebbe molto illuminato chi, di tempo in tempo, avessi, per imparare e potersi esercitare, voluto leggerla.

Scrisse anche Francesco le cose fatte da Piero, suo padre, assai gentilmente e modestamente e più per dar lume de’ fatti di quel grand’uomo da bene a chi volessi pigliar la cura di distendere con ogni perfezione la sua vita, che perché gli paressi conveniente che un figlio scriva la vita del padre; perciò che egli se ne scusa e prega i lettori a non l’attribuire ad arroganza.

Delle molte azioni degne di esser considerate dei duoi fratelli sopranominati, ho potute raccorre, in queste tre feste, queste poche; e ve le mando scritte, più per mostrarvi che ho avuto desiderio di compiacervi, che perché mi paia averne raccolte tante di sì gran numero, che mi soddisfaccia e, conseguentemente, giudichi di aver con questo poco potuto soddisfare a voi. Scusatemi, dunque, con dare la colpa alla servitù che si tira drieto la nostra professione, et accettate il buon animo; e state certo che io farò opera di ritrovarne quand’una e quand’un’altra, e ve ne darò notizia.

 

Quanto segue è sopra una carta separata.

 

D. O. M.

 

Petro Victorio Pauli Leonis x pont. max. classis praefecti filio indolis optimae adolescenti morum probatissimorum vitaeque integerrimae quem cum maxima omnium expectatione inter mortales duceret heu abstulit atra dies et funere mersit acerbo. vixit ann. xvii. d. xvii. obiit anno salutis m. d. xvii. xvi cal. novembris.

 

Questa iscrizione mi è stata data da ser Giovanni Rofia, il quale dice averla trovata tra le cose di suo padre e che il sepolcro fu disfatto in Roma nel racconciare una chiesa, e non crede che il marmo vi si ritruovi.

 

 




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