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| Francesco Vettori Scritti storici e politici IntraText CT - Lettura del testo |
Quando il duca Lodovico Sforza nel 1499 ritornò in Milano, donde era, pochi mesi avanti, suto cacciato da Lodovico re di Francia, sendo molto essausto di pecunie et avendo bisogno d'assai per mantenere quello stato, in tutti li modi poteva s'ingegnava congregarne domandandone a più principi e comunità, et in presto et in dono. Et [39v] intra li altri che ricercò furono e' Sanesi a' quali mandò uno uomo in poste e richiese in presto ducati dodicimila. Consultorono e' Sanesi quello dovessino rispondere al suo mandato. E messer Niccolò Borghesi, che era allora riputato de' savi uomini di Siena, diceva a ser Antonio da Chianciano, che era capitano di popolo e per tal degnità gli toccava a rispondere, che lui rispondessi che la comunità voleva prestare al Duca li danari ricercava, ma che era affannata e sopraffatta dalle spese e, destramente, monstrassi che non poteva. Ser Antonio, poiché ebbe udito un pezzo le parole di messer Niccolò, disse: «Io non so parlare la lingua toscana se non in un modo. Volete voi che io li dica che la comunità gnene presterà, o no? Ché questo 'destramente' io non lo intendo e quello non intendo non crederrei far capace a altri».
Così voglio dire io che sono certo sarò biasimato, perché in questi miei scritti non sia altro che giunsi, venni, arrivai, partì', cavalcai, cenai, desinai, udì', risposi e simil cose le quali, replicate spesso, a il lettore fanno fastidio. Ma io non ho imparato il parlare toscano se non in questo modo et, avendo a dire queste cose e replicarle spesso, non posso usare altri vocaboli né altri termini: et ho preso tal materia perché mi è piaciuto. Chi non vorrà leggere li miei scritti gli lasci; chi [40r] se ne infastidisce, letti che li ha un poco, gli posi.
Iberling è castello distante da Constanzia un miglio tedesco, pure in sul medesimo lago. Il paese intorno è abbondante d'ogni cosa da vivere e massime di vino. E si afferma per li abitanti che ciascuno anno entrano in quel castello diecimila fiorini di Reno di vini, che si vendono fuori del paese. Quivi giunto, alloggiai in casa uno orafo, chiamato Bartolo, uomo, a mio iudicio, di buoni costumi, come mi parve ancora fussino li altri di quello castello, perché osservano molto la iustizia. E viddi questo che mi parve cosa mirabile : uno essere preso per la vita e stare, la notte et il dì, in sulla piazza sanza guardia alcuna, solamente colli piedi ne' ceppi, né essere uomo che ardissi di toccarlo.
In quel luogo non avevo che fare e però me n'andavo a sollazzo fuori della terra, vedendo il paese, e poi me ne tornavo allo alloggiamento a parlare con Bartolo, el quale mi referiva le guerre che erono seguite in Alamagna a suo tempo. Ma le diceva senza ordine e con poca verità, come fanno ancora qui li nostri artefici. Pure, perché era suto in persona alla guerra che aveva fatta Massimiliano al Conte Palatino, narrava questa con più verisimili che l'altre. [40v] Filippo, conte palatino, ebbe per donna una figlia del duca Giorgio di Baviera. E, per essere il Conte ancor lui della casa di Baviera e per non avere detto Duca figli maschi, il Conte stimava l'eredità appartenessi a lui. Da altra parte il duca Alberto, che era nipote del duca Giorgio di fratello, credeva che a esso di ragione s'aspettassi. Morí il duca Giorgio et il Conte occupò tutto il suo tesoro, che fu grandissimo, et oltre a questo parte dello stato. Alberto, avendo per donna la sorella dell'Imperatore, li domandò soccorso parendoli essere oppressato iniustamente. Lo Imperatore, avuto consiglio da più principi Alamanni, fece più volte intendere al Conte che desistessi di molestare Alberto e che fussi contento che quello che era tra loro in diferenzia fussi iudicato di ragione. Il Conte, sendo caldo di danari e sostenuto dall'amicizia del re di Francia e de' Svizzeri, poco conto teneva delle parole dell'Imperatore in modo bisognò venire all'arme. E la Lega di Svevia tutta s'unì con Massimiliano e qualche altro principe a destruzione del Conte, perché pareva loro crescessi troppo.
La guerra si cominciò et andò in lunga perché, come il Conte fu molestato, fece muovere e' Svizzeri [41r] in modo che l'Imperatore fu constretto a voltarsi contro a' Svizzeri e lasciare lui. Così la cosa stette qualche anno ché quando si perdeva e quando si guadagnava, ma non si veniva al fine. Lo Imperatore, avvedutosi di questi modi del Conte e sappiendo il favore che lui aveva di Francia, deliberò accordare con quel Re e por fine a molte inimicizie avevono l'uno con l'altro. E, trattandosi questa pratica, se ne venne alla conclusione e nel 1502 si fermò lo accordo a Aganon dove fu presente il cardinale di Roano pel re di Francia. E tra li altri capitoli fu questo: che il Re non potessi in modo alcuno dare favore al Conte Palatino e, più, fussi tenuto operare che Svizzeri non l'aiutassino.
Fermo lo accordo, subito lo Imperatore ragunò in Augusta buono essercito a piè et a cavallo. Il Conte, inteso lo accordo, non cadde d'animo e, non potendo avere Svizzeri, condusse cinque mila fanti boemi, e messe insieme millecinquecento cavalli, e con questo essercito si fermò presso a un suo castello chiamato Brette. Lo Imperatore deliberò andarlo afrontare e si mosse d'Augusta col suo essercito. Il Conte, quando intese lo essercito inimico avicinarsi, conoscendo non essere pari alle forze dell'Imperatore, non li parve da mettere a pericolo sé e li suoi cavalli, ma volle che li fanti boemi facessino esperimento della fortuna. E disse loro che si voleva mettere in aguato con li cavalli per assalire [41v] poi lo essercito dell'Imperatore, quando fussino insieme alle mani. E con questo modo partitosi, si ritirò co' cavalli al sicuro. Lo Imperatore col suo essercito assaltò e' boemi, e' quali combatterono virilmente; ma, sendo di numero inferiori e non avendo cavalli, furono constretti a cedere e di nove mila non ne campò che cinquecento. Il Conte, inteso il caso, cercò per mezzi placare lo Imperatore e, lasciato tutto quello teneva della eredità del duca Giorgio et una gran parte del suo proprio, con dificultà ottenne la pace.
Queste e simili altre novelle mi diceva tutto giorno l'oste mio, le quali mi facevono passare il tempo. E bisognava, perché lui non aveva lingua né italiana né latina, che le dicessi in tedesco e poi mi fussino riferite in italiano.
Accade, nel tempo che ero quivi, a un medico cosa da volerla intendere. Costui avea nome mastro Enrico et era stato a medicare in Venezia, et essendo in medicina et in astrologia ben dotto, aveva ragunato molti danari. E già vecchio d'anni sessantacinque, s'era ritornato nella patria, murato una bella casa e comprato possessione. E perché era in ottima valetudine e buona prosperità di corpo, aveva preso donna assai giovane, ma era suto ingannato da chi aveva condotto il parentado: perché, volendo moglie bella, l'aveva avuta bruttissima e di qualità che non se ne contentava punto. Et avendo in [42r] casa una servente bella e fresca, d'età d'anni sedici, a lei pose il suo amore e spesso con essa si trastullava. Né poté fare questo sì cautamente che la donna non se n'accorgessi. Di che oltre a misura dolente, pensava che rimedio dovessi trovare a rimuovere l'animo di mastro Enrico dalla servente e tirarlo a sé; né poteva mandarla via perché temeva che il mastro non l'avessi tanto per male che cacciassi lei. E molte cose rivolgendo per la mente, gli occorse ch'el medico aveva uno fedele servo napolitano, chiamato Andrea, stato con lui insino da fanciulletto e però aveva preso qualche leggieri notizia di medicina, e spesso dava qualche rimedio alle infermità, così alla grossa.
Deliberò dunque con lui consigliarsi e, chiamatolo un giorno in secreto, gli fece intendere l'amore che portava il mastro alla servente et il dispiacere ragionevole che lei ne aveva. E lo pregò che gli dessi qualche rimedio, se alcuno ne sapeva, e che da ora, se seguissi l'effetto che essa desiderava, gli donerebbe dugento fiorini d'oro. Andrea, inteso la donna, sendo avarissimo, pensò vedere se poteva guadagnare e' dugento fiorini. Et alla donna rispose che de' rimedi c'erano assai e che molto bene gli sapeva e che, se essa seguiva il suo consiglio, il medico sanza dubbio alcuno, leverebbe l'amore alla serva et [lo porrebbe] [42v] a lei lo porrebbe, come era conveniente; e però volentieri se ne impacciava.
E pensò il famiglio comporre certo lattovario d'erbe calde e cose odorifere che fussi potente a incitare il medico alla libidine e che, incitato, non si potessi contenere dalla donna colla quale dormiva, e lei, vedendo questo fuori del solito, stimassi che il medico avessi rivolto l'animo a essa e subito li dessi e' promessi danari. E, trovato molte erbe calde, delle quali aveva già sentito parlare al medico, et altre cose aromatiche e fattone una composizione tanto calda che era come veneno, alla donna la dette e li disse la mescolassi in buona quantità ne' cibi del medico, e che stessi sicura che intra dua giorni seguirebbe l'effetto desiderato.
La donna non prima tal composizione ebbe che la sera nella cena del medico con uova la mescolò. El quale, avendo mangiato il cibo, sentì grandissimo caldo e, continuo crescendo, gli eccitò una ardente febre et intensa, la quale in ventiquattro ore lo condusse a morte. La servente, che sempre gli stava intorno et aveva veduto la patrona prima a secreto con Andrea e dipoi in cucina diligentemente ordinare la vivanda, a' nipoti del medico tale conietture referì, e' quali feciono ritenere Andrea alla iustizia et essaminare sopra questo caso. El quale confessò, sanza tormento, a punto come fussi successo. E però fu presa ancora la donna, [43r] benché fussi di buono parentado nel castello, e monstrando a altri medici di che erbe fussi la composizione sopradetta, fu iudicato essere pestifero veneno. E, se bene da Andrea e dalla donna non era ordinata a mal fine, per dare essemplo furono condannati a morire, et in pubblico decapitati.
Increbbemi veramente della povera donna, la quale, non per altro se non per casto amore del suo marito mossa, era incorsa in tal miseria.
In questo luogo, come ho detto, erano adunati tutti li oratori che seguivono lo Imperatore e molti altri italiani e spagnuoli. Eravi il Generale dell'ordine delli Umiliati, gentiluomo milanese da Landriano che, per più sua sicurtà, s'era ritirato in Alamagna insino quando il cardinale Ascanio fu preso da' Viniziani, perché allora era in sua compagnia. E con l'aiuto d'un buon cavallo scappò; e dipoi aveva sempre seguito Massimiliano e patito assai incommodi e dificultà, come avviene a chi seguita le corte. Narrava, intra l'altre cose, quello che dua anni avanti li era accaduto in sul Danubio. Lo Imperatore era ito alla volta d'Ungheria et il Generale lo voleva seguitare; ma lui, aspettando di fare compagnia a monsignor Gurgense, soprastette qualche settimana. E non partendo detto Gurgense, il Generale si misse in cammino con altri che trovò. E furono circa quaranta cavalli che si mossono d'Augusta al principio di quaresima e giunsono il Danubio che era mezzo marzo, et il diaccio si comminciava [43v] a dissolvere. Et arrivorno circa a ora di vespro a uno villaggio in sul Danubio, detto Firt. Et avendo a navicare qualche giorno per il fiume lui, per andare con più sua commodità, comperò una barca e condusse li uomini che la menassino; e si consigliava con li uomini del villaggio se era da imbarcarsi la sera o no. E qualcuno diceva esser pericoloso trovarsi la notte nel fiume, perché, dissolvendosi il diaccio, vengono qualche volta pel fiume gran pezzi d'esso e, non si potendo vedere per la oscurità, danno nella barca e la fanno affondare. Pure, dicendo qualcun'altro ch'era ora ché di giorno s'arriverebbe a San Gherardo, villaggio non molto discosto, dove era migliore alloggiamento che quivi, lui, desideroso d'andare avanti, si messe in barca con tutta la sua compagnia, eccetto che un vecchio tedesco che con tre suoi famigli, conoscendo il pericolo, non si volle imbarcare.
Né poterono andare si presto a il luogo destinato, che la notte non gli giugnessi. E per la oscurità d'essa non potendo vedere né fuggire e' grandi pezzi di diaccio che giù pel fiume con rapido corso venivano, fu un tratto da un gran pezzo di quello la barca investita, di sorte che andò sottosopra e tutti quelli v'erono su nel fiume cascorono. Il Generale, apiccatosi alle redini d'un suo buon cavallo, a un pezzo di diaccio che nel fiume [44r] era ancora fermo, si ridusse; e sei altri delli suoi, notando, quivi approdorono molli e paurosi, e del continuo aspettavono la morte. Il freddo era grande, la notte tenebrosa; non avevono da mangiare et in fine non vedevono modo alcuno di poter campare. E così stettono tutta la notte et il dì sequente e poi l'altra notte. L'altro giorno a ora di nona passò una barca la quale, chiamata da loro, gli levò e gli condusse salvi in terra. E mentre stettono in sul diaccio non mangiorono altro che un tordo el quale, stracco, tra loro si posò; e loro così crudo sel divisono e mangiarono.
Stetti a Iberling tutto agosto e poi insino alli 6 di settembre nel qual giorno mi parti' per ire a Ulmo. E si accompagnò meco uno messer Matteo Davis, el quale era appresso lo Imperatore per il signore di Camerino, uomo pratico e molto piacevole. E la prima mattina ci fermammo a desinare a un borgo di case detto Mituac. E, mentre s'ordinava la vivanda, capitò nell'osteria il prete della villa e cominciò a parlare con esso noi una certa gramatica grossa e domandare di molte cose di Italia. Et intendendo che Matteo era servitore del signore di Camerino et avendo udito dire più volte della Sibilla cose grande, lo pregava gnene dicessi il vero. Matteo, accortosi che il prete era semplice, li diceva le maggior bugie del mondo e di qualità che quelle del Meschino sarebbono parse un niente, [44v] et affermava essere stato nella stanza della Sibilla et uscitosene che a pochissimi riesce. E tanto infiammò colle parole il prete che si dispose a ogni modo volerci seguire perché Matteo lo conducessi là. Al quale parve avere messo mano in pasta e si escusava dicendo che aveva che fare assai in Alamagna e che era per starvi molti mesi. In effetto non gli valsono escuse né parole a fare che il prete non fussi a cavallo quando noi; e seguitò poi Matteo insino in Italia. E pel cammino n'avemmo sempre buona compagnia, e ci faceva trovare buone osterie e spendere manco che li altri. La sera, il prete ci voleva condurre a un castello detto Bibrac, ma, sopragiunti dalla notte, ci fece alloggiare in casa un villano suo amico, lontano un miglio da detto castello.
Questo villano aveva una bella moglie la quale doveva esser piaciuta al prete altre volte che v'era passato. E la sera non se li partì mai da torno né fece altro che ridere e motteggiare con essa. Et, avvedutosi che nella stufa era a nostro modo una zana da tenere fanciulli che poppano, stimò che la donna la notte avessi a capitare in questa stufa. E però disse al villano che volentieri, per darli manco molestia, dormiremmo nella stufa. Onde lui recò certe materasse sopra le quali ci posammo. Ma io, vedendo in quella zana non esser né fanciullo né altri, del luogo dove era la mossi [45r] et in essa entrai perché era assai grande, in modo che il prete, a mezzanotte desto, per la stufa della zana andava cercando e, non la ritrovando, salì in su una panca per tastare se quivi fussi; e tanto s'avviluppò, che cadde e si ruppe un ciglio.
Il romore fu grande e tutta la brigata di casa si levò, et al prete fasciorono il capo stimando che, riscaldato dal vino, fussi caduto. E per la notte non si poté più dormire. Io stimai che lui, avendo rotto il capo, non volessi più cercare di Sibilla, ma fu il contrario, perché montò a cavallo prima di noi; et insieme seguitammo il cammino verso Ulmo.
La mattina ci fermammo a mangiare a un luogo detto Ander in sul fiume del Danubio, che quivi è ancora piccolo. Pure il nostro prete, volendo in quello guazzare il cavallo per il cammino stracco, non ebbe rimedio che non si mettessi a diacere nel fiume.
E bisognò che tutta la villa corressi in aiuto del prete; e fu riavuto molle e mezzo morto. Ma, avendoci fatto buona compagnia e volendo venire avanti, aspettammo tanto che tornò in sé e s'asciugò: e però la sera tardi ci conducemmo a Ulmo e, guidati da lui, andammo a una buona osteria dove stemmo dua giorni.
Ulmo è in Svevia, terra grossa, forte, populata e piena d'arte. È posta in piano e li corre a canto il fiume del Danubio, [45v] che quivi comincia a portare legni. Ha molti belli fossi murati e pieni d'acqua, ha dua ordini di mura e, tra l'uno e l'altro, un fosso profondo; la terra è quasi per tutto al pari de' merli. Li uomini sono molto religiosi: e mi fu affermato da un frate da bene che più che la decima parte ogni domenica pigliava la comunione divotamente.
Trovai in Ulmo Antimaco da Mantova, che ancor lui era appresso a Massimiliano per sua faccende. Era suto secretario del marchese Francesco di Mantova e, venendoli sospetto che non rivelassi secreti suoi a' Veniziani, fu constretto fuggirsi in Alamagna. Era uomo dotto e buono e molto religioso.
Era la Natività di Nostra Donna alli otto di settembre, et insieme visitammo qualche chiesa d'Ulmo; e tra le altre udimmo il vespro alli frati predicatori. E detto il vespro, il priore del convento, avendoci conosciuti italiani, ci fece carezze e ci menò per tutto il convento. Et entrati in sacrestia, vedemmo nella bara una giovene morta la quale era stata condotta quivi la mattina per seppellirla. Et inteso il priore che lei, avendo avuto nuove che il marito era morto in Fiandra, sendo gravida, era morta di subito, deliberò tenerla tutto il giorno avanti la lasciassi sotterrare. Antimaco, come fu giunto nella sacrestia, come uomo molto divoto, si pose in ginocchioni avanti a uno altare: [46r] io rimasi a guardare la donna e parvemi nel guardarla udire certo tenue mormorio. Domandai il priore che cosa fussi. Lui, preso una candela, s'accostò alla morta e trovò che li battevano i polsi e menava il meglio poteva i piedi e le mani legate e, colla debile voce, si ramaricava; onde lui chiamò subito li altri frati e fece recare aceto e vino et altre cose da farla rinvenire, et ordinò fussi portata in una camera.
Il romore andò subito per la terra: fecesi grande concorso di popolo e li più stimorono che per l'orazione d'Antimaco fussi resuscitata, perché fu veduto avanti l'altare in orazione.
E non era possibile si difendessi dalla moltitudine la quale, per divozione, gli lacerò una vesta lunga che aveva indosso. Et insino alla notte oscura non si potette trarre di quel convento, in modo che, la mattina sequente avanti giorno, per fuggire tal molestia si partì e rimase d'aspettarci a Meming, perchè io avendo bisogno vestirmi da verno, mi fermai tutto quel dì in Ulmo. E l'altra mattina a ora di terza cavalcammo e la sera giugnemmo a Meming, la quale è terra medesimamente in Svevia piacevole e bella, dove il vescovo di Triesti ci fece soprastare tre dì, dicendo che lo Imperatore doveva venire quivi.
Trovommovi messer Bastiano, elemosiniere dello Imperatore, uomo allegro, gran ciarlatore e vano che era preposto [46v] della chiesa principale. E, mentre vi stemmo, c'intrattenne e menò a torno vedendo la terra. Et un dì di festa ci condusse ne' fossi a vedere trarre colla balestra, che è cosa da considerare in Alamagna, ché in ogni minima villa è l'ordine et il luogo dove li uomini si riducono le feste, chi a trarre colla balestra e chi con lo scoppietto, e così s'assuefanno e questo ordine non si preterisce, et in ogni terra e villa io fui, lo trovai. E quivi era il luogo bene ordinato ne' fossi e gran concorso d'uomini, chi per vedere chi per trarre. Menocci ancora a un convento di certosini, distante dalla terra un miglio, e ci fece dire tutta la loro vita e regola. E, come è costume de' Tedeschi, quelli monaci ci dettono bere di più sorte vini che, ancor là come qua, questi conventi di Certosa stanno molto ben forniti delle cose da vivere. La sera ce ne tornammo all'osteria; et io con l'oste, ch'era buon compagno, parlavo dove ero stato il giorno e di questo convento.
Lui mi disse: «Io voglio che tu sappi che tal convento sono manco di venti anni fu edificato; et il modo ti dirò. Era in questa terra un ricco mercante, detto Arnaldo Spiner, el quale nelle sue faccende era suto fortunato e prudente, in modo s'era ridotto qui con grossa [47r] somma di danari. Non aveva donna né figli et, essendo d'età d'anni settanta, non era per torne; aveva dua nipoti e' quali amava grandemente, e si credeva che loro avessi a lasciare eredi.
In quel luogo dove è al presente la Certosa, era una piccola chiesa dove stava un prete molto astuto, ma aveva poca entrata. E, venendo spesso nella terra et inteso per fama la ricchezza d'Arnaldo, cominciò a esserli intorno e con parole e con qualche piccolo dono. Et in brieve tempo contrasse tanta familiarità con lui che il vecchio andava spesso alla chiesa sua e vi stava dua o tre giorni; et il prete non mancava di cosa alcuna da potere tenere uno uomo ben contento. Nondimeno con tutte queste arti poco ne traeva, perché Arnaldo amava tanto e' nipoti, che ogni cosa che dava a altri li pareva tôrre a loro.
E pensando il prete il modo da potere diventare signore della roba d'Arnaldo dopo la morte sua e cognoscendolo tanto inclinato e' nipoti, che con parole non vedeva ordine di tirarlo al disegno suo, deliberò vedere se poteva ingannarlo con colore di religione. Aveva un cherichetto allevato da piccolo che non era manco tristo di lui, e si consigliò seco di fare nell'assito della camera del prete uno canale che riuscissi a punto drieto al capo d'Arnaldo quando dormiva: perché il prete [47v] aveva piccola stanza, dove era una stufa con una camera allato con dua piccoli letti. Nell'uno stava il prete et il cherico, nell'altro Arnaldo solo quando veniva a stare col prete. Feciono dunque una buca nel legname, che si partiva dal luogo dove stava il cherico e riusciva dove stava Arnaldo; et iudicorono che lui non avessi a pensare vi fussi malizia, sappiendo che in quella casa non era altri che loro tre che si riducevono tutti in una camera.
Et una notte che il vecchio vi venne, il cherico, stando desto, come lo sentì sputare, come usano fare e' vecchi, messe la bocca al canale aveva fatto e disse: "Arnaldo, se tu vuoi esser salvo, edifica un convento e dotalo". E questo replicò più volte. Arnaldo, udendo le parole, stette attonito: pure la prima notte non lo mossono, perché dubitò sognare. Ma, stato alquanti giorni e ritornatovi, et avendo prima dal prete molte essortazione circa il disprezzare il mondo e quanto sia brieve questa misera vita a comparazione dell'altra, et udito la notte più volte le medesime parole, deliberò referirle al prete.
Il quale, inteso Arnaldo, li disse: "Tu puoi aver visto, Arnaldo mio, nel tempo che abbiamo avuto conversazione insieme, che niente altro mi ha mosso a portarti amore e riverenzia, se non uno ardente desiderio che, sendo tu oramai vecchio, l'anima [48r] tua alla fine in buon luogo si riposassi. Et in questo ho messo ogni mia forza et industria perché, avendo fatto professione di prete, di questo mondo non ho a portare altro. E potrebbe essere che il Nostro Signore Iddio t'avessi voluto illuminare per questo modo che tu mi di', perché a lui non è cosa più accetta che l'edificare chiese e monastieri, dove li religiosi congregati possino cantare le laude sua. Non di meno questo che hai udito potrebbe essere tua imaginazione, potrebbe ancora essere fraude diabolica; però non è da creder cosí al primo tratto né al secondo, ma stare a vedere se seguita, et allora disporsi a fare quanto l'angelo di Iddio t'ammonisce ".
Arnaldo, udito il prete, rimase satisfatto e ritornossi alla terra. E dopo quindici dì s'andò di nuovo a stare col prete, e stettevi tre notte, et udendo più volte le medesime parole, stimò venissino di buon luogo e si dispose al tutto della sua sustanzia edificare un convento e dotarlo grassamente; et al prete disse la sua deliberazione.
Il prete, considerando che l'ordine di Certosa ha bisogno di tante sustanzie che pochi si truovano che possino dotare un monasterio convenientemente, pensò che, sendo causa di fare seguire un simile effetto, facilmente otterrebbe dal Generale d'essere abate a vita, e che d'ogni altra religione non l'interverrebbe così. E però, [48v] lodato molto l'ordine di Certosa e predicando la santa vita di quelli monaci, confortò Arnaldo a fare uno ordine di certosini. Al vecchio piacque quello gli disse il prete et, ordinato il suo testamento, lasciò che in quel luogo s'edificassi un bello monasterio, come l'hai potuto vedere, e del resto della sua sustanzia si comperassino beni acciò che li monaci ne potessino abundantemente vivere. Et i miseri nipoti esseredò e' quali, avendo preso moglie sotto speranza d'essere eredi et avuto più figliuoli, oggi sono ridotti in somma miseria.
Arnaldo fatto il testamento non visse dua mesi et il prete, subito che fu morto, n'andò dal Generale de' certosini e, narratoli il caso, ottenne quello voleva. Et in mentre visse governò la badia a suo beneplacito. E morì uno anno fa il cherico, che dal prete li erono sute fatte molte promesse, se seguiva l'effetto desiderava. Non li piacendo, quando crebbe, star suddito al prete, tutto il fatto come era successo divulgò, ma il testamento non potè tornare a rietro, tanto ci hanno stretto con lor legge e capitoli questi preti e frati. Et è un tempo m'accorsi che loro usano ogni arte per torci il nostro e goderselo, e fare stentare noi. E sono molte centinaia d'anni che cominciorono a pensare a questo, e però diceva Braccio da Montone, perugino, capitano eccellentissimo a' suoi tempi, che le legge canoniche non contenevono altro che "tôrre a' laici [49r]e dare a' cherici".
Vedendo noi che lo Imperatore non veniva, facemmo pensiero andarlo a trovare e ci partimmo Antimaco e Matteo et io da Meming; e la mattina andammo a desinare a un castelletto chiamato Chent.
All'osteria non era altro oste che tre fanciulle galante. Matteo, sendo stato altra volta in Alamagna, aveva un poco di lingua tedesca e, motteggiando con una di loro, si compose seco che, se con lui voleva stare a darsi piacere una ora dopo desinare, gli donerebbe uno fiorino. La fanciulla accettò il partito e, dopo mangiare, subito il chiamò. Lui, seguitandola, con essa in una camera si condusse, la quale aveva nel mattonato uno sportello a uso di colombaia da potere discendere a basso in una altra stanza. E come fu in detta camera, gli disse che bisognava che scendessi a basso e quivi l'aspettassi, perché s'uscirebbe di quella camera et entrerebbe nell'altra da basso per uno altro uscio, e si stimerebbe per le genti di casa che essa andassi alla camera per qualche faccenda e non perché vi fussi lui, el quale era suto visto andare di sopra. Matteo acconsentì e, perché tornassi più presto e volentieri, il fiorino promesso li dette. Lei, come fu sceso, lo sportello con buone chiave serrò e partissi.
Noi, stati un pezzo e fatto conto con l'ostessa, di Matteo facemmo cercare e, non si trovando, pensammo fussi ito a spasso pel castello. E più che [49v] dua ora l'aspettammo e, non tornando, ci pareva strano, ma sendo tardi deliberammo partire e lasciare quivi il suo famiglio co' cavalli; e lo chiamammo prima per tutta l'osteria e lui non rispondeva perché non udiva. Io, sendo per montare a cavallo, in una corticella di là dalla stalla entrai e di nuovo chiamai Matteo. In su questa corte riusciva quella stanza dove Matteo era suto rinchiuso dalla fanciulla, et era luogo che raro alcuno vi capitava, onde lui, sentendosi chiamare e conoscendo la mia voce, rispose e mi disse il caso li era intervenuto.
Io allora, fatto chiamare l'ostesse, le pregai che al nostro compagno aprissino. Quella che l'aveva serrato, diventata un pochetto rossa, disse che, andando a dormire, da sé medesimo in quel luogo doveva essere entrato; e che quelli loro serrami tedeschi per loro medesimi si chiudano e difficilmente si possono aprire. E fece trarre Matteo di quella stanza el quale, sanza pensare altrimenti al fiorino, presto fu a cavallo e si misse in cammino. La fanciulla aveva pensato, vedendo Matteo piacevole e stimandolo ricco, che se quivi rimaneva e con lei si cominciassi a sollazzare, poterli trarre di mano buona somma di danari.
In effetto avemmo fatica, la sera, di condurci a Nesselban e, perché Antimaco usava dire un proverbio mantovano che "a gorga laudata non [50r] si debbe pescare", ci attenemmo al consiglio suo. E sendo quivi l'Osteria della Corona tenuta la principale, ce n'andammo a una osterietta, nella quale pochi forestieri dovevono alloggiare. Ma ci riuscì bene, perché ci dette buon vini e buone vivande et a Matteo il letto fornito d'una che andava cantando pel paese et in quel modo viveva. E così, quello che il giorno con prieghi e spesa aveva desiderato, né potuto avere, la notte con poche parole e pochi danari ebbe.
Il prete, ancora che della Sibilla cercava, si giaceva con l'ostessa mentre che l'oste giucava nella stufa, et avendo beuto la sera molto bene, presto s'adormentò. E volendo l'ostessa farlo levare, perché dubitava che l'oste, finito il giuoco, non lo trovassi quivi, non potette mai, in modo che corse all'oste e gli disse che, sendo stato insino a quella ora a rassettare la cucina e volendo ire a dormire, aveva trovato il prete nel suo letto né aveva rimedio a farlo levare. Il marito, inteso il caso e perdendo, si levò con ira e, preso un bastone, andò alla camera dove era il prete e tante bastonate li dette, che da esse fu svegliato e condotto nella stufa, dove il resto della notte stette. E la mattina si trovò mezzo fracassato, pure insieme con esso noi il cammino seguì. E ci posammo a fare un pochetto di colazione alla Chiusa, che è una osteria sola con uno castello di sopra [50v] con uno muro dal castello al fiume dove le mercantie, che entrano et escano del contado di Tirolo, pagano il dazio.
E quasi sempre interviene che, ne' luoghi dove è una osteria sola, e' forestieri sono male trattati, perché all'oste pare che chi passa dalla forza sia constretto alloggiare con lui. Et a noi accadde la mattina mangiar poco e spendere assai, sicché espediti presto, facemmo il dì gran cammino. E passammo la montagna e ci conducemmo a Nazaret ch'era tardi, e trovammo tutte l'osterie piene in modo che ci bisognò pregare un villano del borgo che in casa di grazia ci ritenessi. Et entrati in casa sua, trovammo lui e la donna che altro che piagnere tutta la sera non feciono, onde dissi al mio tedesco domandassi la causa di tanto suo dolore.
Et il villano alla dimanda rispose così :
«In questo borgo non è il più ricco contadino di me e di possesioni e di bestiame, et ho avuto una sola figlia chiamata Orsola, la quale allevai ben costumata e col timore di Iddio. Era già d'anni sedici e mai fu vista la più bella e gentil cosa. Accadde che un giovane qui del borgo, di buon parentado, nominato Gianni, di lei s'innamorò e sì disperatamente, che giorno e notte mai si partiva da questa casa: e l'Orsola monstrava punto di lui non si curare. Fecemela domandare per donna et io, satisfacendomi e del giovane e del parentado, [51r] volentieri gnene davo. E ne domandai l'Orsola, la quale rispose non volere marito insino che non aveva venti anni et in questo mezzo voleva attendere a servire a Dio come si richiede a una fanciulla. Et io, non la potendo sforzare, a Gianni feci intendere questa risposta e li feci dire che, se lui voleva aspettare ancora anni quattro, gnene darei volentieri. A lui parve il tempo troppo lungo e tanto dolore se ne prese che s'ammalò, e non si trovando alla sua infermità rimedio, in capo a dua mesi morì. Sparsesi la novella, né io m'aviddi che l'Orsola niente si turbassi. Viene il giorno che lui è portato alla chiesa et a caso ebbe a passare avanti la nostra casa. Sentonsi e' preti cantare, l'Orsola si fa alla finestra e, mentre che il corpo di Gianni passa da quella, si getta nella strada e tutta si rovinò, né s'intesono altre parole delle sua se non: "Seppelitemi a canto a Gianni". E così ordinai si facessi. E sono a punto oggi quindici giorni che tal caso segui, sì che nessuno si maravigli se io piango e sospiro sendo privato, privato dell'unica figliuola in modo tanto subito et extraordinario».
Con questi pianti non fu che il villano non ci tenessi bene, pure partimmo la mattina di buona ora e la sera ci conducemmo a Ispruc, dove era lo Imperatore.
Era a punto mezzo settembre quando arrivai <a> Ispruc, el quale è un piccolo castello nel [51v] contado di Tirolo; ma perché il duca Sigismondo, zio di Massimiliano, abitava in quel luogo assai e perché vi sono vicine le fornace che affinono l'argento, è accresciuto assai di borghi. Lo Imperatore vi ha un bellissimo palazzo e la state vi sta assai perché, essendo tra monti, vi si sente poco caldo. Passa a lato al castello un fiume grosso, che porta navili da condurre vettovaglie, e si domanda il fiume Is et ha un ponte di legname, donde è nominato Ispruc, che in nostra lingua vuol dire ponte a Is. Trovai in quello castello tanto concorso d'italiani e massime lombardi, che a me pareva essere in una delle buone terre d'Italia. Eravi il cardinale di Santa Croce, mandato da papa Iulio legato per confortare lo Imperatore a fare la impresa contro a' Veniziani, acciò che loro, impauriti, restituissino le terre tenevono della Chiesa. Et era tanta la paura in Italia della venuta dello Imperatore, che non era rimasto a rietro alcuno, benché minimo principe, che non avessi mandato uomini da Sua Maestà. E' Sanesi, ancora vi avessino Domenico Placidi, di nuovo vi mandorono messer Antonio da Venafro, iurisconsulto eccellente e nelle cose delli stati molto esperto e di lingua tanto atto a persuadere, che pochi credo ne abbi pari.
Io alloggiai in una stanzetta nel borgo di qua verso Italia, vicina a quella aveva messer Antonio. E perché esso era [52r] uomo affabile e faceto, presi grandissima familiarità seco; e perché non eravammo occupati in molte faccende, passavammo il tempo con dare a intendere qualcosa estravagante a un suo cancelliere molto semplice, o col farli qualche piacevole giarda.
Chiamavasi costui Deifrido da Piombino, et avea qualche lettera, ma se li sarebbe dato a intendere ogni gran cosa. Era, oltre a questo, fuor di misura voglioloso e, sendo di settembre, si ricordava dell'uve e de' fichi d'Italia e mai domandava se non se ne potessi avere. Messer Antonio, accortosi di questo, domanda una sera un suo servitore chiamato Salimbene, astuto quanto el diavolo, se fussi possibile trovare fichi in quelle parte, perché n'arebbe gran voglia. «Come!» rispose Salimbene, «e' ne son portati ogni mattina a vendere, ma, per essercene gran carestia, mai si conducono alla piazza perché sono venduti prima; e bisognerebbe tenere uno alla porta che ne comperassi quando sono recati.»
Deifrido, udito il ragionamento, s'offerse di starvi lui la mattina sequente. E così l'altra mattina vi stette insino a nona et i fichi non comparsono. E, parendoli già ora di desinare, se ne tornò a casa e disse non avere veduti fichi. Rispose allora Salimbene: «A che porta se' tu stato?». E dicendo lui: «A quella del ponte», messer Antonio cominciò a gridare e dire a Deifrido ch'era uno scimunito; e come lui voleva che dalla porta del ponte che viene di verso a' monti, venissino e' fichi, e che bisognava stare a quella [52v] che viene di verso il piano. Tanto che Deifrido, dalle grida stordito, andò all'altra porta e vi stette insino a sera, che non vidde né uva né fichi. E così il povero uomo che poco altro nella Magna desiderava che mangiare, fu tenuto con questa arte digiuno insino alla notte.
Un'altra volta el detto Salimbene, dormendo in una medesima camera con Deifrido, apostò a punto il luogo dove lui dormiva. E, fatto nel palco di sopra una buca e messovi una conca piena d'acqua e turatola bene, appiccò una cordella al turacciolo; et in su la mezzanotte, quando Deifrido era profondato nel sonno, tirò detta cordella. La conca si sturò e l'acqua cominciò a venire a dosso a Deifrido di qualità che, dalla moltitudine d'essa svegliato, si ritrovò tutto molle. E Salimbene li fe' credere che la notte fussi piovuto forte e che quelli tetti non resistono all'acqua come li nostri.
Intesi in Ispruc cosa da considerarla perché, come è noto a ciascuno, in Alamagna de' soddomiti si fa asperrima iustizia, in modo che si può credere che questo vizio di quella provincia sia quasi del tutto estirpato.
Erano alla corte dell'Imperatore dua piemontesi, e' quali cercavano la investitura d'un castello e per questo piativono insieme. L'uno si chiamava Simon da Chieri, l'altro Ioan Polo da Casale e, come interviene, per questa lite erano diventati inimici mortali.
E considerando Simone che Ioan Polo aveva [53r] migliore ragione, e gli pareva ancora fussi più favorito, deliberò provare se con uno scelerato disegno lo poteva mettere in ruina. E sappiendo che Ioan Polo teneva per ragazzo un fiammingo d'età d'anni quindici, un giorno che passava per la via lo chiamò et, avvedutosi nel parlare ch'el fanciullo non era molto bene contento del patrone, li disse che se lui voleva accusare alla iustizia, per un caso che lui gli direbbe, il patrone, lo farebbe per sempre ricco; e li donò per arra dua fiorini.
Il fanciullo, di natura maligno, volendo male a Ioan Polo, incitato da' doni et offerte, gli promesse fare quello voleva. E Simone disse che accuserebbe Ioan Polo per soddomito e che lui et il patrone sarebbono presi; e li ordinò quello dovessi dire, e li messe cuore che non dubitassi per minacce o spaventi li fussino fatti, ma sempre dicessi il medesimo, e che questo era il modo a vendicarsi del patrone e diventare ricco.
Il fanciullo, che non sapeva che cosa fussi soddomia né come in quel paese tal vizio fussi punito, rimase d'accordo di fare quello che Simone li ordinava; onde lui accusò Ioan Polo al borgomastro, secondo era convenuto col ragazzo. Il quale subito fece pigliare Ioan Polo et il ragazzo. Et essaminando Ioan Polo, che era innocente, trovò che audacemente negava. Ma il ragazzo subito confessò e dette tante conietture e verisimili, aspettando minacci e battiture, che Ioan Polo [53v] fu messo alla tortura. La quale e' Tedeschi danno in questo modo che distendano uno uomo in su uno desco, e poi li legono le gambe e le braccia, e tirano a lieva, come si fa a caricare una balestra. Et è questo sì gran tormento, che nessuno vi può reggere: sì che Ioan Polo, vinto dalla passione, confessò tutto quello che diceva il ragazzo, ancora che non fussi vero. E però furono sentenziati al fuoco lui et il fanciullo, secondo il costume del paese.
Era in quel tempo oratore appresso lo Imperatore per il re Federigo di Napoli messer Francesco de' Monti, famoso iurisconsulto et uomo molto da bene e prudente nelle cose del mondo. E trovandosi in Ispruc et avendo amicizia con Ioan Polo, teneva per certo che lui in questo caso non avessi colpa. Ma questo vizio è tanto nel paese abominabile che non arebbe usato parlarne, né raccomandarlo. E la mattina che si doveva fare l'essecuzione, gli occorse che fussi possibile che al fanciullo fussi suto promesso che non morirebbe, e però che lui stessi sì ostinato in accusare Ioan Polo. Et andato dal borgomastro, gli disse il dubbio che aveva e lo pregò che fussi contento far prima morire il ragazzo; al che il borgomastro acconsentì.
Sono menati Ioan Polo et il fanciullo al luogo della iustizia. Il borgomastro ordina che prima sia arso il ragazzo il quale, veduto avere a morire contro a quello li era suto promesso, ogni cosa per ordine cominciò a narrare e confessare chi l'aveva [54r] indotto a questo e con che arte. Simone, il quale era a cavallo a vedere, subito udite le parole del ragazzo, quanto più presto poté si misse in fuga. Ioan Polo fu libero et il fanciullo fu arso, ancora che fussi giovane, perché il borgomastro non volle che alcuno pigliassi essemplo di calunniare il patrone a torto. E Ioan Polo di poi, sendo libero, intra pochi giorni ottenne la sua sentenzia.
Lo Imperatore, mentre stemmo a Ispruc, ogni giorno andava a caccia; e, per festeggiare il Legato, fece un dì una caccia a Cirle, luogo quivi vicino a dua miglia. E fece estendere alquanti padiglioni in su una prateria, la quale aveva dalla man destra il monte e dalla sinistra il fiume, in modo che le fiere che si levavono nel monte erano necessitate, non potendo passare il fiume per essere largo e profondo, tutte venire a morire nel prato davanti a' padiglioni. E furono presi in quella caccia più che venticinque cervi e' quali, perseguitati da' cani, né potendo fuggire al monte per timore delli uomini che v'erano, si gittavono nel fiume; e lo Imperatore coll'arco gli saettava e poi mandava uomini con uno navicello a pigliarli; e quasi mai traeva saetta in fallo. E volle fare uno esperimento che li riuscì, che a un cervo, che avea le corna sì piccole che poco apparivono, trasse in maniera dua saette, che le fece uscire pel capo e tanto a punto che parevono le corna d'esso cervo. [54v] Fece ancora il giorno cacciare a' gems, le quale in lingua italiana chiamiamo camozze, in latino dorcas.
Abita questo animale ne' monti più aspri e dirupati che si truovino, perché in tali luoghi non li pare potere essere offeso, e massime dalli uomini. Pure vi sono uomini che vanno con certi ingegni per quelli monti e rupe, che è iudicato cosa impossibile. La camozza li aspetta in tali luoghi; e bisogna che loro sieno molto accorti perché con le corna gli ferisce e spesso gli fa ruinare giù per l'altezza de' monti, e si truovano a basso in pezzi. Et il giorno ne viddi l'esperienza perché in quello monte fu levata da' cani una d'esse, la quale si ritirò alto agli scogli e rupe, in luogo che cani non vi potevono salire. Uno uomo, uso a tale essercizio, con certi ferri a' piedi et una lancia lunga in mano, andò a essa; e già l'aveva presa per le corna, ma tanto s'avvilupporno insieme, che caddono giù pel monte: l'uomo si fracassò in tutto e la camozza, giunta sana al piano, da' cani fu presa.
Presso a Ispruc a un miglio è uno bel castello, chiamato Alla, in sul medesimo fiume, e quivi si fa il sale. El quale non si cava de' pozzi né d'acqua marina, come ne' paesi nostri, ma viene una acqua grossa d'un monte altissimo, la quale, bollita, diventa salina tanto bella, quanto si potessi imaginare, donde lo Imperatore [55r] trae grande emolumento. In questo castello, mentre stetti a Ispruc, si fece la fiera che durò quindici dì; e vi vengono assai mercantie d'Italia e massime panni non molto fini.
Intra li altri, in questo tempo vennono a detta fiera dua mercanti bergamaschi, nominati l'uno Andrea, l'altro Nicodemo; e per che causa si fussi menorono con loro le moglie giovane e belle, le quali aiutavano loro vendere e' panni e poi facevono l'altre faccende di casa. Andrea era vecchio e brutto, e la moglie, che Angiola avea nome, poco di lui si contentava e molto li piaceva Nicodemo. El quale, ancora che non fussi molto giovane, era appariscente e gagliardo, ma amava tanto la moglie, che Ferretta si chiamava, che l'Agnola si disperava potere mai ottenere da lui cosa che la volessi. Ma, accortasi che un giovane della terra, detto Vulgan, molto spesso stava a motteggiare colla Ferretta, pensò d'aiutare questo amore per vedere se con questo modo potessi mettere ad effetto il suo.
E venne a punto bene che Andrea, sendo stato otto dì a Alla, deliberò portare una parte de' panni più grossi a Sboz, luogo non molto lontano, dove sono le cave dell'argento, stimando finirli meglio. E lasciò l'Angiola che vendessi li altri e si stessi con Nicodemo come faceva prima. La quale, parendoli che la fortuna l'aiutassi, cominciò con destro modo a lodare Vulgan alla Ferretta e dirli che s'era bene [55v] avvista che Nicodemo aveva qualche pratica d'altre donne, e che si maravigliava che, avendo occasione di godere sì bel giovane, non la pigliassi; e che, se ella fussi amata da lui, non indugerebbe troppo a contentarlo. E tanto infiammò con queste et altre parole l'animo della Ferretta, che lei si dispose a far piacere a Vulgan, ma rimase che l'Angiola pensassi al modo. La quale andò subito a trovare il giovane, che molto bene parlava italiano, e compose seco che la sera, a notte, venissi e che lo metterebbe in camera sua a dormire colla Ferretta.
Nicodemo, sendo del mese d'ottobre, usava ogni sera aver cenato a una ora di notte, et a dua andare a riposare, e lasciava la Ferretta insieme con l'Angiola che rassettassino e' panni e li ordinassino per la mattina sequente. E come lui fu ito a dormire, ne venne Vulgan et insieme colla Ferretta n'andò nel letto dell'Angiola. E, sendo domandata dalla Ferretta dove essa dormirebbe, disse si starebbe nella stufa e, quando li paressi tempo, gli chiamerebbe acciò che Nicodemo non pigliassi sospetto. Né stette molto che in camera di Nicodemo al buio se n'entrò e con lui si messe nel letto. E cominciolli a fare tante carezze che Nicodemo si maravigliò perché la Ferretta sua non era usa a far così: pure fece il debito suo, e più d'una volta.
L'Agnola, per aver causa di levarsi quando gli pareva tempo, quando entrò in camera [56r] legò all'uscio una corda e la portò al letto perché, tirandola, facessi romore. E volendosi partire, tirò la corda, e l'uscio fece romore; e lei ebbe causa di levarsi per vedere che cosa fussi. E, tolto piano li panni suoi, andò dalla Ferretta e li disse ch'era tempo. La quale malvolentieri dal suo amante si partì, perché li parve che la trattassi altrimenti che Nicodemo. Pure, per non dare ombra, a lato al marito n'andò e per monstrare non essere stata con altri, gli fece più carezze non soleva, onde lui disse: "Donna, e' bisognerebbe che io fussi più giovane a contentarti! ora mi ti lievi da canto per il romore sentisti e di nuovo torni a darmi fastidio". La Ferretta in su queste parole stette sopra di sé, pensando quello volessi dire il marito; e li venne in fantasia quello era seguito a punto ma, trovandosi incolpata, non volle rimescolare questa materia.
L'Angiola, tornata in camera e trovato Vulgan solo né li parendo che Nicodemo fussi riuscito secondo pensava, a lato a lui se n'entrò e, trovandolo giovane, fresco e gagliardo, pensava un modo da poterlo ritrarre dall'amore della Ferretta e porlo a sé. E li venne per la mente questo che, stata alquanto nel letto, monstrandosi molto afflitta disse: "Vulgan mio, noi altre donne siamo tutte fragile e meritiamo escusazione perché così ci ha creato la natura. Tu puoi avere veduto quanto io abbi favorito l'amor tuo con la Ferretta e si può dire che io sia stata causa del peccato seguito tra voi. E questo ho fatto non tanto per lo amore [56v] portavo a te, quanto per potere giacere con il marito della Ferretta, ora che Andrea mio era a Sboz. E questa notte sono stata seco in cambio della moglie, di che mi pento insino all'anima. E mi duole che uno sì galante e pulito giovine, come se' tu, sia stato con la Ferretta, considerato al pericolo porti, perché ho trovato questa notte Nicodemo tutto piagato di male francioso; di che, come m'aviddi, sanza avere a fare cosa alcuna seco, impaurita mi partì'. E te conforto a non volere avere più pratica con la Ferretta, acciò che da lei non pigliassi simile male, che sai quanto è contagioso e quanti belli gioveni per questo sieno guasti e ridotti in miseria. E, se bene io non son bella come la Ferretta, non credo, quando converserai meco, dispiacerti ".
Il giovine, trovandosi nel letto e temendo di quello li era detto, a essa s'appiccò e li promisse di lasciare in tutto l'altra e così insieme el resto della notte si dettono piacere. La mattina il giovane, per tempo levato, si partì, e le donne e Nicodemo tornorono al loro mestiere usato di vendere e' panni. Né prima s'appressò a sera che la Ferretta, sendoli piaciuto Vulgan, pregò l'Angiola che la notte lo facessi venire; la quale gli rispose che quando si partì li disse che non potrebbe tornare l'altra sera, non di meno lo fece venire per sé. E così l'altre notte, quando con una scusa e quando [57r] con un'altra la Ferretta trastullava e con Vulgan si giaceva. Ma essa, dopo sei giorni, cominciando a dubitare di quello era, né li parendo che Vulgan la guardassi più come soleva, se ne volle chiarire e, postasi una sera in luogo secreto, s'accorse molto bene che Vulgan dall'Angiola andava e con essa dormiva. Onde, infuriata, tutto l'amore che all'Angiola et a Vulgan portava in odio convertì; e li entrò fantasia volersi vendicare.
E, sendo intra quattro giorni tornato Andrea, tutto questo caso per ordine gli narrò, monstrando farlo per affezione e per tener conto dell'onore suo. Andrea fu malissimo contento e non volle prestare subito fede alla Ferretta ma, dopo che fu stato in Alla dua giorni, disse alla donna, la mattina in sul desinare, che il dì voleva ire a Ispruc a riscuotere certi danari e che non tornerebbe la sera. La donna, sendo stata sei dì sanza l'amante, gli pareva ogni ora mille che il marito si partissi, et a Vulgan fece cenno che venissi la sera da lei. E sendo venuto et entrati insieme nel letto, il marito, che non s'era partito ma era stato ascosto in casa, a mezzanotte si scoperse e trovò li amanti nel letto. Ma Vulgan, veduto Andrea, niente impaurì: prese le sua arme e disse all'Angiola che seco se n'andassi. Andrea volle fare alquanto di resistenzia ma, sendo vecchio e debole, Vulgan irato l'amazzò e, presi certi danari trovorono di suo, [57v] lui e l'Angiola del castello si partirono.
Nicodemo, avendo la notte sentito il romore e veduto quello era seguito, deliberò la mattina per tempo con la moglie partirsi. E rassettate tutte le cose sua et ancora quelle d'Andrea, pensando, come s'usa per parte de' mercanti, della roba d'Andrea a nessun dare conto, e parendoli per questo non avere male guadagnato alla fiera, se n'andava assai contento. La Ferretta, conoscendo che il disegno suo era tutto riuscito al contrario e che l'Angiola era per godere Vulgan un tempo tutto libero, non poté stare paziente e pensò lasciare il marito e cercare se poteva ritrovare Vulgan. E però si compose con un famiglio tedesco che Nicodemo teneva e la notte s'andò a Mastera, dove si posorno il primo dì che partirono da Alla. Sappiendo dove Nicodemo teneva li suoi danari, quelli tutti tolse e la notte si partì col famiglio.
E così delli duoi mercanti che menorno le donne alla fiera, l'uno fu morto, l'altro restò sanza la donna e con pochi danari. Se la Ferretta trovò poi Vulgan o no, o quello di lei seguissi non so, a punto perché il caso nacque mentre ero a Ispruc. Ho bene inteso poi che si ridusse in Argentina con quel famiglio a fare osteria. E Vulgan ancora insieme con l'Angiola in Boemia si fuggì, dove bisognò stessi qualche tempo.
Come [58r] ho detto di sopra erano in Ispruc assai italiani, mossi in sulla fama della venuta dello Imperatore in Italia. Tra li altri vi era, per faccende di Ioan Paulo Baglioni, uno perugino chiamato ser Ciabattella, el quale era uomo faceto e sollazzevole. E non avendo molto che fare, spesso se n'andava a un munistero de' frati conventuali di San Francesco, che era poco fuori del castello. E, come interviene a chi pratica in un luogo, prese grande familiarità con uno d'essi frati, chiamato Ulrico. Et, ancora che ser Ciabatella non intendessi tedesco né il frate italiano, parlavano insieme una certa gramatica grossa in modo s'intendevano.
Aveva questo frate, al lato, un paio di gentili coltellini forniti d'argento, con un cucchiaio pur d'argento, li quali piacevono molto a ser Ciabattella, ma non poteva investigare modo di levarli al frate. Ma, considerando che il frate gli teneva appiccati al cordiglio con una cordellina di seta galante, cominciò a fare il divoto con questo frate. Et una mattina, andando da esso a buona ora, li disse che avendo a ire appresso allo Imperatore, che di quivi si voleva partire, aveva deliberato, remossa ogni cagione, avanti sua partita confessarsi, e che l'ora della morte è incerta, e che era ben contento mettere per il suo Signore la roba e la vita, ma non l'anima; e che lo pregava per carità l'udissi in confessione.
Il frate, prestando fede a tante sue divote parole, prese il carico [58v] d'udirlo e, cominciando la confessione, l'andava interrogando sopra e' comandamenti. E lui gli rispondeva che pareva la più divota persona del mondo. E così seguitando, quando il frate venne al precetto che dice: 'Non furare', lo ricercò se avessi mai furato cosa alcuna. Ser Ciabattella, che ad altro fine non si confessava che per tôrre e' coltelli al frate, messe a questa interrogazione un grande sospiro e, quasi lacrimando, rispose: «Io ho furato e furo». E mentre disse queste parole, con un paio di forbicine, più piano che possette, la cordellina tagliò e si prese e' coltelli.
Il frate di questo atto niente s'accorse; ma, attendendo alla confessione, ser Ciabattella, che aveva essequito la sua intenzione, si sforzò d'abbreviarla et in ultima, presa l'assoluzione e la penitenzia, si partiva con buon passo dal frate. El quale, cercando il cordiglio e non ritrovando e' coltelli, pensò subito che ser Ciabattella li avessi tolto e con gran voce indrieto lo richiamò. Ser Ciabattella alquanto fermatosi li disse: «Frate, non fare romore e sia contento non manifestare la confessione, che sai in quanta pena s'incorre! Io mi son confessato da te e detto che avevo furato e furavo, e tu non puoi in modo alcuno ridirlo». Il povero frate, considerando che ser Ciabattella diceva il vero, raffrenò la voce; e lui con li coltelli se li levò davanti.