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Impressioni
sui moti del 1894 nel carrarese.
Victor Hugo, nel poema I castighi, dove egli
lumeggia così foscamente Napoleone il piccolo, parla con tristezza dei lamenti
sordi che avevano i fiotti dell’Atlantico quando trasportavano sul dorso verso
la nuova Caledonia, i pontoni sdruciti pieni zeppi di coloro che avevano
tentato di difendere la repubblica dagli artigli del triste Cesare la notte del
due dicembre. Piangeva il vecchio Oceano solitario con l’anima del poeta
Guernesey.
E a me
pareva così doloroso, quando qualche settimana fa, alla vecchia stazione di
Massa fischiavano i treni in partenza tra i primi sbuffi di vapore e il lento
cigolio delle assi, i treni che portavano lontano dai borghi natii, lontano dalle
madri, dalle spose, dai figli, dalle sorelle, ai reclusori del Piemonte, ai
reclusori del Mezzogiorno, coloro cui la legge militare e un tribunale di
giberne avevan detto insorti anarchici, e ferrei avevan colpito senza pietà,
senza riguardi, senza coscienza: senza saper neppure bene come colpissero, chi
colpissero, perché colpissero.
Erano scene strazianti. Per lo più quei tristi
condannati, quasi tutti giovanetti, erano fatti partire coi treni del mattino.
L’alba si levava lentamente sulle Apuane, i monti delle cave dove forse i loro
padri, i loro fratelli erano morti schiacciati da un masso rotolante per un
ravaneto, o sotto lo scoppio orrendo di una mina, per guadagnarsi un tozzo di
pane. La luce scendeva lentamente e gettava dei lividori sulle facce pallide,
smarrite dei condannati, sul filo delle baionette. Qualche madre, qualche sposa
li attendevano talvolta. E si slanciavano piangendo tendendo loro le braccia
disperatamente, prese da un invincibile desiderio di ribaciare coloro che
avevano allattato, o baciato dolcemente un giorno di nozze, figli, mariti,
coloro che, come vecchi assassini, andavano a marcire le carni in una segreta.
E perché sperare di rivederli?
Ragazzi di diciotto o venti anni assuefatti all’aria ossigenata dei loro
monti, al sole delle loro cave, devono scontare dieci, dodici, diciassette anni
di galera, due, tre, quattro anni di segregazione cellulare continua. E
potranno resistere! Perché sperare di rivederli?
Si slanciavano, si ripiegavano respingendo bruscamente, qualche volta anche
cadendo a terra, dalle mani brutali della forza, lo stridulo riso e il ghigno
dei gallonati presi di meraviglia che quelle madri, quelle spose di supposti
anarchici, avessero, intendete bene, un cuore che palpitasse, che piangesse, e
potesse anche gridare: misericordia!
Partivano i figli, i mariti pei lontani reclusori, ed
esse ritornavano alle loro case, cui gli usci, nei tristi giorni delle
perquisizioni e degli arresti erano stati sfondati dalla furia dei carabinieri
e degli alpini, col calcio del fucile, o a colpi di baionetta, alle loro case
dove altre donne ed altri figli piangevano con lo spettro del futuro negli
occhi, lo spavento della futura fame nell’anima.
Verrà l’estate, ritorneranno l’autunno e l’inverno, ma essi, mai mai, per
molti anni ed anni, forse mai più. E beate quelle madri cui è rimasto un
figlio; quelle figlie cui è rimasto uno sposo a consolarle! Non son rare le
madri che hanno tutti i figli e i mariti in prigione, non son rare le giovinette
spose da due o tre mesi che hanno il giovinetto consorte condannato a vent’anni
di galera.
Che vita! Quante esistenze infrante, quanta vitalità
perduta!
Nel paese di Ortonovo - una bianca borgata su un colle di olivi fittissimi,
tre ore dalle cave di marmo dove giornalmente molti uomini con molto sperpero
di forze si recano a lavorare - si possono senza fallo contare, tra un migliaio
di abitanti ed una quarantina di condannati, nove o dieci spose - giovinette di
sedici o diciassette anni - vedove per dieci, dodici, diciassette anni dei loro
giovanissimi sposi.
Leggete i resoconti dei processi che si stampano a Carrara da un editore
assai conservatore e che fa l’apologia di quei tristi tribunali - leggete dico
- quei resoconti di cui - nonostante ciò pubblicheremo qualche numero
interamente per eternare maggiormente la sapienza militare - e vedrete: sono
cose che fanno orrore. Dario Papa ha ragione: neppur l’Austria osò tanto.
E ciò tanto ributta, se si pensa che i burattinai di questa dolente epopea
sono coloro che consacrano marmi al Pellico e ai Confalonieri e affermano:
Mazzini è con noi!
Si condanna perché uno fu arrestato, perché un brigadiere
dei Reali, un poliziotto afferma che sa - egli - e da sue private informazioni
esser l’accusato un anarchico; si leggono deposizioni di testimoni non firmate,
come le denuncie che si gettavano nella bocca del Leone a Venezia ai tempi
dell’Inquisizione di Stato; si vieta agli imputati di scrivere a casa per
trovare testimoni e provare l’alibi, e se la famiglia se ne occupa appena due
ne son concessi, mentre prima in prigione a forza di pugni - lo dicono le
madri, le spose che sono state a trovare i condannati prima del loro invio ai
reclusori - si è fatto loro confessare come ai tempi dell’inquisizione
domenicana il misfatto che non avevano commesso ed accusare compagni e
fratelli. Oh, non per nulla s’inquarta un motto in uno stemma!
Se entrasse in una sala di quel tribunale militare uno che fosse assente
dall’Europa da trenta o quarant’anni, ignorerebbe completamente dalle
resultanze del processo di che vengono accusati, perché si condannano sempre,
così mostruosamente. Se egli potesse entrare soltanto quando vien letta la sentenza
potrebbe chiedersi: quante case hanno bruciato quei malfattori? Quanti soldati
uccisi? Deve essere durata molto la lotta!
M’è caro di non essere stato ad ascoltare i testimoni! Dev’essere stato un
vero orrore... Ebbene, sarebbe forse meglio, avrebbe ancora la coscienza in
pace, non avrebbe ancor conosciuto quante infamie commette la società in cui
vivrebbe, in cui viviamo.
E potrebbe ancora pensare: essi avevano molti fucili, delle mitragliatrici,
della polvere... della dinamite... Orrore!
Essi invece non hanno ucciso nessuno, eccetto un carabiniere che li ha
assaliti, non hanno bruciato neppure una capanna, devastato neppure un campo,
rubato neppure un chicco di grano... Essi non avevano che qualche centinaia di
fucili in due o tre mila, poca polvere, neppure una bomba di dinamite.
È vero volevano fare una rivoluzione, erano stanchi di essere sfruttati, di
morire per pochi centesimi al giorno - ignoti - sotto i massi e le mine delle
cave, ma i più non sapevano neppure cosa fosse una rivoluzione, quanto coraggio
e abnegazione ci vogliono a farla; e la prima sera della rivolta in
quattrocento o cinquecento, si sono sbandati come tante pecorelle dinanzi a due
carabinieri, uno già morto, uno quasi moribondo.
Vergogna! Oh, non così, non così, ritorneranno la pace e l’amore in quelle
regioni!
Il popolo non dimentica; questo è certo; come è legge fatale che dalla
rivoluzione succeda la reazione, e da questa, più grande e potente una seconda
rivoluzione.
Vico pel primo intuì questa terribile armonia nelle sorti dell’umanità.
State pur certi quel che succedette nessuno cui importi anche una quisquiglia
dimenticherà.
Si starà zitti per adesso, ma col tempo...
Oh! quelle donne, quei fanciulli di condannati, quelle vedove, quelli
orfani si diranno in cuore eternamente: Oh! deve essere assai ingiusta la
società per cui lavoriamo, se colpisce tanti uomini che non hanno mai rubato
come un Tanlongo, né mai assassinato come... ricordate il dramma della Regia?
se colpisce tanti uomini perché hanno pensato a un sogno d’amore e di pace, a
un giorno in cui non ci sarebbero più sfruttati e sfruttatori, e ognuno potrà
dire con sicurezza: stasera cenerò, avrò un poco di fuoco, due lenzuoli... deve
aver molta paura di quel giorno la società presente... e in fondo poi, perché?
non è giusto? deve essere ben giusto e grande se i ricchi ricorrono
all’ingiustizia... e all’inganno per colpire chi appena lo pensa, timidamente
lo sogna!
E forse più di tutto a quelle donne e quei fanciulli rimarrà in cuore
l’inganno con cui furono imprigionati tanti fratelli, tanti padri. Io me lo
rammento bene.
Non tutti i condannati vennero arrestati dai soldati. Molti negli ultimi di
gennaio erano i fuggitivi sulle montagne, tra le pinete e gli olmi onde son
fitte l’ultime propaggini montane dell’Alpe Apuana; costoro vivevano fuggitivi
dalle loro borgate, dalle famiglie, ai venti ai freddi, alle piogge invernali.
Ebbene, lo credereste? Il comando militare fece predicare dai prevosti, dai
parroci delle borgate in parola, fece predicare dai preti, alle famiglie, alle
spose, alle fidanzate degli accusati che se essi si fossero arresi nelle mani
degli ufficiali, presto tutto sarebbe finito; tolto lo stato d’assedio pochi
mesi di carcere agli insorti, e poi... soprattutto la grazia sovrana.
I preti non si accontentarono di ciò, andarono di casa in
casa, e dissero alle madri, alle spose: fate che i vostri figli si arrendano
nelle mani della forza, tutto andrà bene. E molti accusati spontaneamente
discesero dalle loro montagne impervie e sono andati da un brigadiere dei
carabinieri, da un sottufficiale degli alpini ed hanno detto: io sono il tal
dei tali, io sono innocente e poi spero in quello che avete fatto dire alla mia
famiglia... io sono innocente, lo ripeto, ma mi arrendo... E il tribunale rispose
un giorno: voi vi siete arreso, bene, invece di quindici... dodici anni di
galera! Pochi, ahimè, sono stati gl’increduli, pochi sono rimasti e pochi
rimangono nelle loro montagne, poveri fuggitivi, con la taglia feudale sul
capo, la fame nel petto, il desiderio di rivedere la famiglia nell’animo... e
alle famiglie di costoro, irritati che il dolo non valesse, ufficiali e sbirri
hanno invaso le case nelle notti di febbraio non curando grida di pargoli
spaventati ed hanno arrestato vecchi padri di famiglia cui l’amore del sangue,
che anche la legge rispetta, vietava di dire ove fossero i figli fuggenti:
ufficiali si sono introdotti nelle stanze di donne che appena da cinque o sei
giorni si erano sgravate di un bambino e con voce assordante han minacciato le
puerpere se non avessero rivelato dove era, che mai pensasse di fare, qual
audacia ancora avesse il fuggitivo consorte. E basta, è vero? Basta perché dir
qualcosa di più sarebbe troppo.
Io sono stato sui monti delle cave sotto il folgorio del sole, che acceca
riverberando sul bianco dei marmi. Tra il turbinio della polvere mossa dal
vento, tra gli schianti delle mine, tanti uomini salgono dalle verdi campagne
lunigiane a guadagnare di che sostentare la famiglia, la famiglia che vive
quietamente in un bianco casolare laggiù perduto tra macchie di pioppi e filari
di viti.
Io sono stato lassù a Fantiscritti e a Ravaccione, le supreme cave e
dinanzi all’immensità della natura che si estrinseca in una strana forma di
paesaggio roccioso, dalle tinte ciclopiche dinanzi alla mostruosità convulsa
dei monti e all’orridezza dei ravaneti, all’audacia dei picchi svettanti
nell’azzurro, o perdendosi in una bianca nube velata che acceca col suo
riverbero, ho detto: gli uomini qui lavorano, ben si guadagnano il pane. Tanto
il piede affonda nel ravaneto, tanto sulla testa è sospeso il masso che
continuamente rotola, tanto la vita è fragile se attaccata ad una fune appesa
ad un semplice piuolo che colui che qui lavora dev’essere un titano, od almeno
lasciatemelo dire, o borghesia, un eroe, sì, un vecchio eroe!
Egli non aspetta né monumenti, né ricordo glorioso in pagine di storia;
egli lavora per la famiglia che cresce modestamente nella natia campagna e se
un giorno, come spesso succede, la canapa della lizza si romperà, e il masso
che scende dalle cave ai piazzali della marmifera, devii, se la polvere bianca
di un giorno di vento lo acciechi e un blocco di marmo slanciato da una mina lo
percuota, egli non avrà, se ferito, che primo letto una scala, quattro pezzi di
pino incrociati, e se morto, appena un sacco d’onde si asportò già polveri
piriche, e mine, fragile cassa alle sfracellate membra. Nei cimiteri di Torano
e di Miseglia, son comuni queste sepolture d’ignoti e la famiglia ancora li
attende al piano verde col sogno nell’anima di rivederli alla sera come sul
dilucolo dell’ultima mattina, quando dopo aver salutato la madre, o baciato la
sposa, essi inconsci del loro fato s’avviarono colà donde mai più ritorneranno.
Chi non ha veduto una cava, chi non ha osato salirci non può davvero
farsene un’idea. E pensare che nelle vallate di Canal Piccinino e di Canal
Bianco, esse si contano a centinaia, una dietro l’altra, una sovra l’altra. Sul
diffuso grigio delle montagne arrugginite esse paiono enormi ferite candide.
Cigli di rupi irte, scannellature di righe s’aggrottano sopra ed hanno un color
di sangue sbiadito colà dove la ruggine manca nel bianco. E cosí via via, su su
finché non si giunga al vertice supremo inaccessibile, irta punta che la nebbia
circonda quasi fosse il Nume del luogo. Sul piano della cava s’ammucchiano i
massi. Là lavorano gli squadratori, gli scalpellini, ma su per la parete
bianca, sulle creste delle rocce, legati ad una fune, il piede su una tavola
tremante, i cavatori scavano le mine. Talora su un gruppo altissimo, è
necessario fare in breve una profonda mina; allora si uniscono molti pali di
ferro, si costruisce una specie d’impalcatura a vari piani con rozzi pini od
elci, là sopra sale qualche dozzina d’uomini ed allora comincia, lento e
monotono il lavoro; ogni colpo della ferrea stanga nel calcare è accompagnato
da un triste e cadenzato: Oh! Oh! Io ho ascoltato lungamente quel richiamo onde
tutti i lavoranti, in un sol momento, abbiano intente le forze ad un medesimo
atto. È un accordo lamentoso, che gli echi rimandano, e affievolendolo rendono
qualche volta più dolente e fantastico, onde l’anima commossa pensa: dunque
anche qui vivono gli uomini? Dunque anche qui soffrono? In terra non è luogo
dunque ove non sia dolore?
Sotto il piazzale poi delle cave scende rovinosamente il cumulo dei detriti
di marmo che l’escavazione continuamente aumenta. Scende colmando insenature,
sfaldandosi per i versanti dei balzi, ammucchiandosi in fondo alla vallata o
contro un ciglio enorme di rocce a mezzo monte. È il ravaneto. In esso sono
tracciate le vie delle lizze. Per queste vie dal piano delle cave si fanno
scendere i massi già squadrati ai carri enormi tirati da bovi che li attendono
a certi luoghi meno ardui, o alle stazioni della ferrovia marmifera. Enormi piuoli
sono piantati per queste vie che hanno sempre il cinquanta o il sessanta per
cento di discesa, e servono a fissarvi le canape della lizza - specie di slitta
di legno, su cui i marmi van posti - onde scenda lentamente, senza mine.
Diversi uomini, detti lizzatori, posti sul davanti, dispongono sotto il blocco
in discesa, dei travicelli di legno detti parati, che ne attutiscono lo
sfregamento contro la scabra via e ne agevolano il viaggio.
Quanto
pericolo! La canape spesse volte si spezza e il masso enorme - se gli uomini
non son pronti a fuggire - rotola loro addosso e si vendica, uccidendoli:
uccidendo essi piccoletti, che con piccoletti mezzi tentarono di portarlo via
dal suo santo luogo natale.
Tutti i giornali d’Italia - rara avis un’eccezione
- hanno detto che quei cavatori sono uomini rozzi, ubriaconi.
E la calunnia fu ribadita anche da una parte di coloro che dovevano
assumerne la difesa. Di ciò fu un eroe, si sa bene, anche qualche pseudo
socialista, il quale credendo che fosse anche poco, intinse un suo certo
pennelletto in vasi di negro fumo, e di rosso scarlatto ne pennelleggiò, con
l’entusiasmo di un salvatore della patria, tutta quanta la Lunigiana.
Ahimè non tutti i pittori impressionisti trionfano: gli sgorbi rimangono e
per la consumazione dei secoli.
È vero quegli uomini, quei cavatori che oggi
s’arrampicano per le rocce, dove appena salgono le capre e domani ne
precipitano sfracellati, al sabato sera, alla domenica hanno l’uso del bere.
Qualche volta s’ubriacano anche. Ma è la loro vita faticosa che lo
richiede. Hanno bisogno di rinvigorirsi, hanno bisogno di obliare fosse pure
per due o tre ore, la giovinezza sciupata al sole, la carne arsa, gli occhi
sanguinanti pei bianchi riverberi; hanno bisogno di dimenticare che domani
forse come il fratello, come lo zio un masso li sfracellerà e che avranno
venduto la loro vita o almeno saranno ridotti impotenti per pochi centesimi;
due, due e cinquanta, tre lire quotidiane che bastavano appena a sostener la
famiglia.
È inutile: finché il diritto alla vita sarà calpestato si
penserà a un miglioramento, si spererà d’ottenere qualche cosa che sia più
conveniente ai nostri bisogni: finché ci saranno dei reietti e dei paria si
guarderà sperando nell’avvenire e forse un giorno maledicendo si insorgerà.
Ecco perché l’Utopia, sia Marx o Bakunin l’apostolo, si diffonde
maggiormente nelle classi che soffrono, nelle officine, tra le motrici urlanti,
nelle miniere dove il “grisou” scoppia, nelle cave donde si asportano i marmi
che faranno belle le case della città.
E forse, nessuna signora quando si tuffa, palpitando, in una vasca di masso
lunense, ha mai pensato che forse quel masso un giorno rotolando dal picco dove
la forza plutonica dell’Eocene lo aveva sollevato, si bagnò del sangue
dell’audace che lo staccò, terribile battesimo, come forse non penserà mai che
le perle onde si adornerà qualche momento dopo uscendo, son costate la vita ad
un povero negro affamato nelle profondità misteriose dell’azzurro Oceano.
Mario Lazzoni scrisse: “I grassi borghesi non vi ricordano, o forti pugnaci
di Spartaco, non vi ricordano o precursori ignoti, non vi ricordano voi vittime
di Caltavuturo e Conselice... È da Platone a Campanella, da Buonarroti a
Saint-Simon che una rivoluzione lenta si prepara maturata dagli ingegni di
tutti i popoli, resa indispensabile sempre più dall’evoluzione dell’umano
pensiero. [...] Hai gli uomini ignoranti perché miseri, hai i pregiudizi di
casta perché c’è chi li benedice in nome di Dio, hai dei vili perché putrida,
perché corrotta, perché mefitica è la società borghese”.
Già dissi di essere stato a Fantiscritti, uno dei supremi
picchi delle cave. Sotto larga la vallata e profonda, fra pareti scabre di
rocce ferruginose, aggrovigliantesi le une sulle altre, con un disperato
desiderio di toccare il cielo. Qua e là filoni di ravaneti bianchissimi, qua e
là immani rovine di cave, dove gli uomini che battono le mine paiono file di
soldatini di carta tanto la distanza è enorme. Sotto l’orrido: ma sovra, il
cielo azzurro infinito e lontano, il mare scintillante come i sogni umanitari
di Shelley che vi morì.
La solitudine della natura ispira: si diventa più buoni; certe cose che vi
son parse utopia - dice Gian Giacomo Rousseau - crederete realizzabili, o
uomini se vi allontanerete dalla città...
Ed io ho pensato ed ho compreso. Tutto passa.
Chi rammenta un Aronte che di qui speculò le stelle e predisse guerre
civili?
Chi rammenta più un Cybo che regnò un dì al pian verde, o il Piccinino che
ne incendiò i borghi? Tutto passa, tutto diventa.
Qui duemila anni fa salirono fra i vigili astati i primi
cristiani, i discepoli di Paolo e di Pietro, condannati dai Cesari a scavar
marmi per tutta la vita, rei d’un sogno.
Roma era potente, le aquile aleggiavano sul Reno e sulle sponde britanne, i
marmi scavati andavano ad adornare i triclini dei pretori e gli ortoli
dell’etere. Ed essi, i poveri sognatori, che morirono ignoti condannati a
Fantiscritti, appena appena lasciando sulle rocce un timido segno delle loro
aspirazioni e del loro martirio, oh! certo non credettero al Trionfo: che il
sogno luminoso di Cristo sarebbe diffuso (ed ahimé sfruttato!) un giorno su
tutta la faccia della terra.
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