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| Paolo Ferrari La medicina di una ragazza malata IntraText CT - Lettura del testo |
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SCENA II.
Oh buon dì, Filomenuccia; come va?
Non c’è male, mi contento. E voi, Margherita?
Da vecchia in poi, se il Signore mi ci lascia.
Or ora ritorno, Margherita; vo di là un momento... (Fa dei segni a Margherita, che le accenna d’aver capito).
Fate, fate il comodo vostro. (Domenica parte da sinistra).
Accomodatevi un poco, Margherita.
Sì, grazie, volentieri. È un bel po’ che non ci siamo riviste. (Seggono entrambe. Breve pausa, indi per appiccar discorso). E contatemi un po’... dite su... Ve lo siete fatto voi codesto vestitino?
Sì, è quello che porto fuori.
Ah! un bel vestitino, in coscienza.
Altro! Diventa anzi più bello.
Ma allora, bimba mia, non lo trascinare così per la casa; serbalo per mettere alla festa. Sai il proverbio: “Chi fa onore ai panni i panni gli fanno onore a lui.”
Oggi mi pareva fatica a spogliarmi, e la mamma me l’ha fatto tenere; eppoi, non pensate, ci sarà questo vestito che non ci sarò più io!
Eh via, un po’, lascia andare codeste malinconie! Caspita! perché il damo ti ha date le pere vuoi proprio morir subito lì per lì?
O se non l’ho il damo io! Chi vi ha detto che io abbia il damo?
Capperi! Se non l’hai tu che sei giovine, chi l’ha a avere? Io che son vecchia?
Oh, se vi dico che non l’ho il damo io! - Chi volete mai che mi voglia bene a me brutta e poveretta? Gli uomini adesso non cercano mica una ragazza che sappia voler bene! Cercano quelle che hanno quattrini! E hanno ragione! Oh sì ve’, viva la sua faccia! Farei lo stesso anch’io, se fossi un uomo! Lascia che le poverette si struggano, che diventin tisiche marcie di crepacuore... importa di molto! Eppoi, statemi a sentire; io non l’ho ve’ il damo, ma se anche l’avessi, vi giuro io che non vorrei neanche sognarmi di dargli la soddisfazione di piangere, d’avere delle malinconie, d’affannarmi per i begli occhi di un brutto monello, che vi lusinga, che pare che si svenga d’amore per voi, che vi fa pigliare una cotta maledetta, eppoi, sul più bello, che è e che non è? Marcia e sparisci, non se ne sa più nuova! E aspetta un giorno, e aspetta due, e sta pure in finestra una notte, e due notti a patir il freddo invece di andare a letto, a sentirsi strappar dentro invece di dormire, e mai niente!... Gli scrivete, e non vi risponde; lo fate cercare, non si trova; lo vedete di lontano e scantona!... Ma, bambino! Trovala pure una che ti porti dei quattrini, trovala, e sposatela e góditela... e lascia che quell’altra... quella che ti voleva proprio bene... proprio un bene dell’anima... (Scoppia in pianto) Oh, Margherita mia, per amor di Dio, non dite niente a nessuno, ma son pure infelice, son pure sfortunata! (Piange dirottamente).
MARGHERITA (stupefatta e attonita). (Acqua padre, chè il convento brucia!) A Filomena) Oh! Madonna cara! Ma, e dimmi un po’: chi è codesto mariolo?
Oh sì, figurarsi se voi non lo sapete!
Io! E che cosa vuoi mai che sappia io?
Ma per amor di Dio, non aprite bocca coi miei di casa!
Ma perché mai tutti codesti misteri ?
Ma che, lo dite sul serio che non sapete nulla?
Com’è vero che son battezzata!
Perché, vedete... (Abbassando la voce) lui mi scrisse che sarà due mesi... Aspettate che guardi se nessuno ci sente. (Va a guardare agli usci, eppoi torna, - Margherita fa altrettanto) Ecco qua che cosa mi scriveva. (Trae di seno una lettera e la spiega e legge. L’attrice avverta di leggere come se la lettera fosse scritta correttamente, non potendo Filomena essere in grado di rilevarne gli spropositi e dovendole parere anzi bellissima). “Carissima amante di questo cuore. “Il crudele destino che mi ha sempre fatto strage di me fino dai primi giorni della mia nascita, che basti dire che la mia genitrice non potette allattarmi perché ci venne male allo stomaco...”
Povera donna! (Si è messa gli occhiali e coll’occhio segue la lettura).
“E anche adesso seguito ad essere la sua persecuzione, che si capisce proprio che io sono in ira al cielo e agli uomini! Ma pacenza per me, che in fine un bravo pozzo c’è per tutti i miseri sfortunati! Quello che non mi so dare pacenza è per te che tanto ti adoro, e che non sarò mai di nessun’altra, piuttosto la tomba! Le quali mi fa rabbia solo a vederle passare, e sarò sempre del fido amor primiero per la mia Filomena. Ma cosa vuoi che ti dichi? Mio padre, oh Dio, se n’è accorto! E stamane mi è capitato in camera come una folgore irata che pareva che mi volesse mangiar vivo vivo! Il quale, se non capita subito anche la mamma, ne toccavo tante che solo il ciel lo sa! E tutti insieme mi hanno fatto spergiurare che ti pianterei, e che guai al mondo se tornava a discorrerti, e che nessuno badasse bene di non andargli a discorrere di te, che la prima parola, non mi pagava più il cambio e mi metteva soldato nel treno a sgobbare con due cavalli e il pezzo! Ti dico la verità, c’è stato un momento che proprio non ero più in sé, e se non ero in camicia mi buttavo dalla finestra! Ma la ragion trionfò, e mi son messo i calzoni senza più rifiatare, solo che gli ho detto che volevo scriverti per l’ultima volta; il babbo non voleva, ma io allora ho dato un tal pugno di rabbia sulla tavola che il babbo ha capito che non c’era da scherzare, e mi ha subito pigliato per il collo e mi ha tenuto lì tanto che mi è passata, e allora ha detto: scriveteci pure. E puntualmente ecco che ti scrivo, vita mia, per dirti che se siamo destinati si sposeremo egualmente; ma che io non posso andare nel treno, che sarebbe peggio, che ci occorrerebbe il permesso del Ministero, il quale non lo danno mai, massime quelli a cavallo. Motivo per cui addio e per sempre e con le lagrime agli occhi, caro il mio donnino, ma speriamo il bene, perché del male non ne abbiamo fatto...” Oh no poi!
“E le mie intenzioni erano vergini come deve fare un giovine onorato. Ti abbraccio per l’ultima volta e mi dico. “Il tuo carissimo amante infelice...”
MARGHERITA (che ha sempre tenuto dietro coll’occhio alla lettura; legge con stupore) “Giovanni... Sguaiti!...” Giovannino?!... (Levandosi gli occhiali) Giovannino mio nipote! Il figliuolo di mio fratello!
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