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Paolo Ferrari
La medicina di una ragazza malata

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  • ATTO UNICO.   Soffitta. - Uscio in fondo che mette sopra il pianerottolo della scala. - Usci laterali. - Poche e rozze stoviglie.
    • SCENA IX.   Detti, Antonio che si presenta dal fondo.
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SCENA IX.

 

Detti, Antonio che si presenta dal fondo.

 

(Antonio è vestito all’incirca come Girolamo; cappello bianco, bastone nodoso, pipa in bocca; l’età di Girolamo; contegno tra superbo e bravaccio; Girolamo si ferma squadrandolo minacciosamente).

 

ANTONIO. (freddamente e fumando)

Punto e virgola, e meno fretta, Girolamino,

 

GIROLAMO.

Fuori di qua; fuori di qua, caro Sguaiti! Non sono mica il mio ragazzo io! E qui non si fanno petizioni!

 

ANTONIO.

Sì, s’anderà anche fuori di qua; ma prima s'ha da discorrere un pochetto. Circa a petizioni sapete che non ne fo che a bottega, al mio studio! - Mi ha significato il garzone dell’oste che voi eravate in casa, e io allora ho preferito di venire a una intelligenza corporale in persona di ambi noi due, prima di divenire, come dir si suole, alle percosse di fatto.

 

GIROLAMO.

Niente di meglio! (A Domenica e Stefano facendo loro cenno di ritirarsi) Marsch! tutt’e due, (Domenica e Stefano si ritirano).

 

ANTONIO. (dopo breve pausa, e come avendo raccolto le idee e sempre fumando)

Voi siete un uomo stagionato e celibe, e spero che ci intenderemo.

 

GIROLAMO.

Avete a sapere che la barba, mettiamo il caso che me la facessi, me la fo da me, e che quindi non accade che mi facciate la saponata!

 

ANTONIO.

Io non v’insapono; né vengo qua perché io abbia paura di voi; di questo ne sarete convinto e confesso, spero! Perché capirete che ogni uomo ebbe dalla Provvidenza il suo par di muscoli, che vuol dire che siam tutti contenti uguali, sia per bere l’acquavite...

 

GIROLAMO.

Sia per somministrarci fior di rincalcate sul rispettivo cilindro!

 

ANTONIO.

Sì, signore! Ché così hanno da essere gli uomini della legge! Dunque veniamo al preambolo dell’affare per la quale. - S’ha a sedere?

 

GIROLAMO.

Sediamo pure. (Seggono l’uno di fronte all’altro in differente attitudine, ma entrambi con aria di minaccia e seguitando a fumare).

 

ANTONIO.

Dunque come la mettiamo?

 

GIROLAMO.

Io dico che la metteremo bene!

 

ANTONIO. (fumando)

Ovverosia?

 

GIROLAMO. (similmente)

Di che?

 

ANTONIO.

Come, di che?

 

GIROLAMO.

Sì, di che?

 

ANTONIO.

Girolamino!

 

GIROLAMO.

Tonino! (Antonio, perdendo la pazienza, fa una cantatina; Girolamo fa altrettanto).

 

ANTONIO.

La pentola bolle!

 

GIROLAMO.

E la mia è già per buttare all’aria il coperchio!

 

ANTONIO.

Ma in conclusione, volete che discorriamo sì o no?

 

GIROLAMO.

To’, siete voi che volete discorrere; dunque avanti: io vi sto a sentire. Ma se volete che cominci io, comincerò io.

 

ANTONIO.

Sì, cominciate pure.

 

GIROLAMO.

Io mi spiccio subito; già il conto è corto. È vero che voi avete detto che non volete imparentarvi con me perché faccio il vetturino?

 

ANTONIO.

Questo è fallace! Vero si è che mio padre era uno dei primi salumai della Metropolitana, ma non ha mai avuta la superstizione d’insinuarmi questi principii ristocratici! - Siete un galantuomo voi?

 

GIROLAMO.

Lo mettereste in dubbio?

 

ANTONIO.

Io non lo metto in dubbio; dimando.

 

GIROLAMO.

Allora stringiamoci la mano, perché una stretta di mano l’è quell’atto di dire del pensamento di due galantuomini, i quali, si rispettano ciprocamente!

 

GIROLAMO.

Sta bene. - O perché dunque non volete che il vostro figliolo faccia all’amore con la mia Filomena?

 

ANTONIO.

Ragione semplicissima. Quanto ha di dote la vostra signora figliuola?

 

GIROLAMO.

Sapete l’abbaco? Se lo sapete, ha per l’appunto quanta gliene può garantire il vostro signor figlio.

 

ANTONIO.

Adagio, Biagio! Mio figlio è garzone di negozio; il suo padrone gli vuol bene perché fu il suo compare, e a un po’ per volta, se righerà diritto, potrà mettersi insieme qualcosa, così di diventare, puta, a società di dividere, per esempio. una metà a lui e tre metà al padrone, non so se mi spieghi, e chi sa che una buona volta non si ritrovi anche da mettere un po’ di bottega di suo, ché adesso col vapore tutti mettono bottega, che falliscono poi, ma questo non vuol dire, perché lui non avrà quell’albagia di dire di voler fare il passo più lungo dei calzoni, e se lo farà, tanto peggio per lui, che i calzoni si strapperanno, che allora poi si potrà vederne delle belline davvero! Vi entra?

 

GIROLAMO.

E la mia figlia fa la sarta, e la sua maestra n’è stracontenta, e la le insegna tutte mai le furberie e i segreti del mestiere... e i busti finti... e i fianchi imbottiti... e altre parti del corpo.... e la lavora come un angelo coi fiocchi, e la potrà impiantar negozio anche lei; che voglio con questo riescir a concludere che la non è un bel fistio da meno dell’illustrissimo vostro figliolo, e che non c’è una ragionaccia al mondo, giacché il vostro figliolo l’ha innamorata, e che pare che ne sia innamorato anco lui di farli marcire tutti e due per il bel sugo d’un capriccio e d’una ostinazione da matto! Mi spiego?

 

ANTONIO.

Da matto!? - Punto interrogativo, matto chi?

 

GIROLAMO.

Matto voi, proprio voi!

 

ANTONIO.

Ma io vi dico che fuori del vostro tetto - ché siamo per l’appunto accanto al tetto - voi non mi dareste del matto.

 

GIROLAMO.

E io vi garantisco che ve lo vengo a dire dove vi pare e piace! E senza farmi accompagnare dagli ajutanti come fate voi quand’avete da trovarvi a tu per tu con un ragazzo!

 

ANTONIO.

Io non prendo ajutanti, niente affatto! Sono venuti meco Pietro Bertozzi e Giacomo suo cugino, ma è stato solamente...

 

GIROLAMO.

Bella compagnia quel Giacomo!.. Proprio una compagnia che...

 

ANTONIO.

Potete dirne male voi? Se ne dite male sarà segno...

 

GIROLAMO.

Ma che? Non è quello che faceva il barbiere, e che l’anno scorso...

 

ANTONIO.

Giacomo Bertozzi non ha mai fatto il barbiere invece; vedete da questo...

 

GIROLAMO.

Senti! Aveva la bottega sul piazzale del Mercato Vecchio, e mi ricordo anzi...

 

ANTONIO.

Eccone un’altra! Nel piazzale del Mercato Vecchio non c’è mai stato botteghe da barbiere! Modo per cui...

 

GIROLAMO.

To’, non c’era una bottega da barbiere nella cantonata, sotto alla casa del dottor...

 

ANTONIO.

Ma che! Nel piazzale del Mercato Vecchio non c’è neanche una cantonata!

 

GIROLAMO.

Bella! Un piazzale senza cantonate!

 

ANTONIO.

Cos’intendete voi per cantonate?

 

GIROLAMO.

Quel che mi pare, to’! Che siete il maestro di dottrina cristiana di venirmi a dimandare chi m’ha creato e messo al mondo?

 

ANTONIO.

E io vi dico che c’è dei piazzali senza cantonate.

 

GIROLAMO.

E io vi dico che mi fate ridere!

 

ANTONIO.

E io vi dico che senza motivo ridono i matti!

 

GIROLAMO.

I matti?

 

ANTONIO.

I matti! Vocabolo abbreviato!

 

GIROLAMO.

Ma a chi del matto?

 

ANTONIO.

A voi, seconda persona, tempo singolare.

 

GIROLAMO. (cominciando a scaldarsi s’alza in piedi e gestisce,

tenendo il dito molto vicino al volto d’Antonio, che resta seduto)

Stammi a sentire, ve’! Tu sei in casa mia e ti porto rispetto; ma provati a darmi del matto fuori di casa mia, e ti farò vedere se sono matto o savio!

 

ANTONIO. (vedendosi il dito di Girolamo presso il volto gli afferra la mano e l’allontana)

Qua non accade di parlare colle punte dei diti negli occhi!

 

GIROLAMO. (svincolando il pugno con violenza)

E tu non mi pigliare per i polsi, che la finisce male! (Si alterano entrambi).

 

ANTONIO. (alzandosi)

Io non voglio diti contro gli occhi!

 

GIROLAMO. (crescendo)

Io non vi ho messo diti contro gli occhi!

 

ANTONIO.

Ma, ma, ma, ma... guardate un po’ che mi capita a me quest’oggi, mondo ladro!

 

GIROLAMO. (alzando la voce)

Ma che mi capita a me piuttosto!

 

ANTONIO. (c.s.)

A voi vi capita quello che vi conviene!

 

GIROLAMO. (alzando la voce e venendo l’uno contro l’altro come per attaccarsi)

Smettila !

 

ANTONIO. (c. s.)

Leva l’unto!

 

GIROLAMO. (c.s.)

All’ospedale!

 

ANTONIO. (c.s.)

In galera!

 

 




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