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V
Lunghe,
nervose, le tornate parlamentari di quella primavera: la vittoria clamorosa del
ministero non aveva tanto fiaccato l'ardire degli avversarii quanto riaccesa la
loro ira; e sempre che ne trovavano il destro lo assalivano, lo molestavano,
ordinavano il suo danno. Milesio, invece di rabbonirli, pareva si studiasse di
esasperarli, lasciandoli dire, quasi non li temesse; o rispondendo breve e
secco, o facendo rispondere da qualcuno dei suoi; talché l'elettricità si
veniva addensando, il tono delle discussioni si inacerbiva, gli incidenti
personali fioccavano. Consalvo di Francalanza, per dimostrare che il fiasco non
lo aveva sgominato, anzi per sgominare egli stesso chi lo credeva mortificato e
confuso, parlò, quindici giorni dopo la famosa tornata, per raccomandare certi
interessi siciliani. La concione, ch'ei volle questa volta breve e succosa,
passò senza infamia e senza lode; contento d'aver affermata in tal modo la
propria padronanza, egli deliberò di starsene zitto, a studiare l'eloquenza
degli altri. Ce n'era d'ogni genere e per tutti i gusti: dalla prolissa e
cattedratica dei professori, all'impetuosa e scapigliata dei tribuni; dalla
stentata e rigida dei militari, alla copiosa e drammatica degli avvocati.
Alcuni dei massimi uomini politici, di quelli che Consalvo credeva grandi
oratori, erano particolarmente infelici: Crispi pareva sostenesse una
battaglia, parlando, quasi volesse aprirsi con le mani la strozza e cavarne la
sillaba ribelle, quasi cercasse l'espressione addosso alla propria persona,
intorno a sé, tra le sue carte, nell'aria, pronto a ghermirla. Zanardelli era
facondo, ma parlava a scatti, saltuariamente, alternando pause lunghe, troppo
lunghe, durante le quali pareva non avesse più nulla da dire, con periodi
interminabili, emessi così rapidamente che il senso ne sfuggiva. Bernardino
Grimaldi sgolavasi come un cerretano in piazza, con accompagnamento, se non di
grancassa, di pugni assestati sul banco, e Prinetti, suo vicino, rassomigliava
alle sonnambule che recitano d'un fiato le filastrocche mandate a memoria.
Contro due o tre la cui parola era veramente facile e chiara e nobile a un
tempo, la folla degli oratori abbaiavano, miagolavano, muggivano, ansanti e
sbuffanti, per dir cose che non s'intendevano o per ripetere durante un'ora una
stessa idea. Ma la Camera non li ascoltava e solo di tratto in tratto, quando
interrompevano le loro chiacchiere, gli onorevoli riuscivano a cogliere lembi
di periodi e pezzi di frasi: ai più noiosi, contendevano la parola con
esclamazioni e rumori, e l'Uzeda era tra i primi a pestare i piedi, a far
baccano, per vendicarsi, per sfogare l'irrequietezza che lo tormentava, nelle
tornate monotone e interminabili. Studiavasi di far l'inglese, d'essere freddo
e composto come un diplomatico; ma i suoi nervi di giovane e di siciliano
scattavano. Li avrebbe domati, si sarebbe sentita la forza di domarli se fosse
stato sul banco dei ministri; aspettando d'arrivarci si strofinava ad esso,
andava a chiacchierare con Mazzarini, col Capo del governo, o saliva su dal
Presidente, dal bonaccione Giuanin, col quale era entrato subito in
dimestichezza. Verso le cinque lasciava l'aula per salire alla tribuna della
stampa a trovare i redattori della Cronaca. Ranaldi non mancava mai.
Prima d'entrare al giornale il giovane aveva creduto che la nuova occupazione
non lo avrebbe distolto dallo studio, sicuro di dividere così bene la propria
giornata da trovare tempo per tutto: cominciate le pubblicazioni, s'era sentito
afferrare e travolgere come da un ingranaggio; l'ufficio, la tipografia e la
Camera divennero il suo domicilio, il giornale accaparrò tutti i suoi pensieri.
A prendere esempio da qualche compagno avrebbe potuto buttar giù i suoi
articoli tra un sigaro e l'altro, venire il pomeriggio a chiacchierare nella
sala di redazione, dare una capatina a Montecitorio; ma egli metteva molto amor
proprio nel lavorar del suo meglio. Quel paio di centinaia di lire che gli
davano ogni mese, il primo denaro guadagnato, gli parevano una gran somma;
erano per lui, con l'assegno della famiglia, la ricchezza; gli sarebbe parso di
non meritarle, di scroccarle quasi se non avesse compito con tutto zelo
l'ufficio suo. Poi, egli s'affezionava a quel foglio che aveva tenuto a
battesimo, gli pareva quasi d'averlo creato lui solo, sentiva come un dovere di
lavorare alla sua fortuna. A poco a poco, senza obbligo, per amore, era
arrivato a far solo più che tutti gli altri non facevano insieme. Egli doveva,
oltre che scrivere un certo numero d'articoli, aiutare il Broggi nella
compilazione; ma il Broggi, o per poca attitudine, o per poca voglia, lasciava
fare tutto a lui. I primi numeri erano usciti zeppi d'errori di stampa; egli
prese l'impegno di correggere le tre pagine da cima a fondo. Dalle otto della
mattina a mezzogiorno, ora dell'uscita del giornale, non aveva un momento di
riposo; dopo colazione, andava alla Camera; la sera di nuovo in ufficio, a
scrivere, a sollecitare gli altri, a preparare il numero del domani. Amava il
giornale quasi come una persona; lo rileggeva, dopo stampato, quasi non ne
sapesse a memoria il contenuto, con un piacere nuovo, con l'orgogliosa
compiacenza dell'autore per la creazione del proprio ingegno. E se la parte
materiale del suo lavoro era ingrata e pesante, egli trovava un compenso
nell'altezza e nella generosità dello scopo: la rigenerazione politica e morale
del suo Paese, quasi una seconda creazione della Patria. Infatti, egli non si
contentava, nei suoi articoli, d'almanaccare intorno alle combinazioni parlamentari,
non si rivolgeva ai politicanti di professione, perché credeva che prima dei
politicanti bisognasse persuadere il popolo, che non la coscienza dei deputati,
ma quella dei cittadini fosse da rinnovare. E nella predicazione metteva un
ardor di neofita, una fede così persuasiva, che la riuscita politica del
giornale era in gran parte dovuta ai suoi scritti. L'on. di Francalanza non gli
lesinava le lodi, gli dimostrava molta simpatia, gli scriveva bigliettini dal
suo stallo di deputato, per riferirgli il dietroscena, le notizie circolanti
pei corridoi, gli umori dei capiparte, ma più spesso andava a parlargli
all'orecchio, su nella tribuna, guardandosi dagli altri giornalisti,
prudentemente. Giacché egli non era molto indulgente per gli avversarii, anche i
più rispettati, li accusava di malafede, li credeva capaci d'ogni più nera
azione. Quella grande e nobile cosa, la formazione d'un partito nazionale, che
non avesse altro scopo se non il bene del Paese, era avversata dai duumviri, da
Grimaldi perché non ci vedevano altro che l'interesse di Milesio, mal sicuro
della Sinistra, e l'ambizione di Griglia e di tutta la Destra, disperata per
non poter agguantare altrimenti il potere! Costoro misuravano gli altri alla
propria stregua! Se Milesio li avesse chiamati al ministero, si sarebbero
subito ricreduti!... E l'Uzeda, oltre che riferire impressioni e notizie al
giovane, gli portava spesso brevi note, commenti ai discorsi, previsioni
parlamentari da pubblicare tra le ultime notizie della Cronaca: negli
scritti, l'onorevole era un altro, non solamente non offendeva gli avversarii,
ma li lodava, li trattava con le molle d'oro, come pecorelle smarrite, come
figliuoli prodighi, più cari degli altri. Ranaldi che non si occupava mai delle
persone ma delle idee, approvava il contenuto di quelle note; il suo imbarazzo
era un altro, per la forma. L'on. di Francalanza, con la parola così facile e
sino a un certo punto felice, non sapeva scrivere un periodo che si reggesse
bene in gambe, usava una sintassi talmente imbrogliata e sconosceva talmente la
punteggiatura, che il giovane non poteva lasciare passare quelle scritture
senza ritoccarle e, alle volte, rifarle da cima a fondo. Da principio, non
aveva saputo, se dovergliene chiedere licenza, oppure se correggere senz'altro;
s'era appreso a quest'ultimo partito, perché, quantunque il principe gli
dimostrasse molta confidenza, egli vergognavasi di fargli apertamente da
maestro. L'amor proprio dell'autore se n'era punto. «Avete mutato qualche
parola... avete fatto bene...» gli diceva; ma, dandogli altre note, lo pregava
di restituirgli il manoscritto «se non vi piace...».
«Ma no!»
protestava Ranaldi. «Nient'affatto! Soltanto qualche espressione... Questa
frase, per esempio, potrebbe essere più chiara, basterà mutare una parola o
due, mettere qualche virgola...»
«Fate, fate
pure...»
Si sentiva
tuttavia che le correzioni gli dispiacevano. Verso la fine di giugno, quando
l'Opposizione, non trovando altro mezzo di combattere il ministero, riunì i
suoi sforzi per contrastare la proposta chiusura dei lavori parlamentari,
Montecitorio fu di nuovo invaso dalla folla curiosa d'assistere all'ultima
battaglia. L'aula aveva la sua leggera e fresca veste estiva; buon numero di
onorevoli portavano abiti chiari, due o tre erano tutti candidi come colombi;
alcuni avevano smesso i panciotti; quasi tutti erano provvisti di ventagli o se
ne foggiavano coi giornali, con le stampe ufficiali. Consalvo portava ancora
una palandrana nera, di stoffa più tenue, ma severamente abbottonata, e non si
faceva vento, quantunque sudasse. Intanto che un oratore di Destra vociferava,
accusando la Svizzera di proteggere i contrabbandi, egli dava un'occhiata alla
sua posta. Dal collegio gli scrivevano una quantità di persone e di uffici:
egli guardava le buste e le metteva da parte; ne aprì e ne scorse due o tre
soltanto. Poi sfogliò i giornali siciliani; dacché era a Roma, tanto lontano,
tant'alto, le notizie della vita di laggiù lo facevano ridere di compassione
per la loro piccineria, di compiacenza per la sua propria importanza. Poi
stracciò le fascette dei ponderosi fogli romani e milanesi e lesse gli articoli
politici: ferveva la battaglia nella stampa come a Montecitorio; i più miti
giornali d'opposizione chiedevano la testa di Luzzi, del ministro della pubblica
istruzione; gli altri denunziavano con parole di fuoco la doppiezza,
l'immoralità di Milesio. Il Dibattimento, rispondendo alla Cronaca,
diceva che l'opera dei suoi ispiratori era più immorale di tutte le altre, poiché
legittimava le confusioni, le transazioni, i connubii indegni col pretesto
d'una "coscienza nuova"; della quale avevano forse bisogno
"i capitani di ventura, i servitori di tutti i padroni" oppure
"gli imberbi ambiziosi nati appena ieri alla vita pubblica". Consalvo
sorrise: l'imberbe ambizioso era lui! Sorrideva, non si sdegnava dei due
aggettivi perché gioventù ed ambizione erano, pel momento, i suoi maggiori
titoli. Messo da parte il Dibattimento e continuando lo spoglio, ei vide
un giornale che non soleva ricevere: La Patria, di Torino. Apertolo
lesse in prima pagina, al primo posto, sotto il titolo: Profili parlamentari,
il suo nome: Consalvo Uzeda. Corse alla firma: era una semplice D, la
sigla della Vanieri. Allora divorò l'articolo: cominciava ancor esso:
"Giovane, giovanissimo, uno dei più giovani d'anni e di cuore, tra quegli
abitanti di Montecitorio che sembrano nati vecchi tutti quanti"; seguiva
la lode della nobiltà, di quell'alta stirpe degli Uzeda che avevano sparso il
loro sangue "purpureo fiore aragonese" difendendo la croce cristiana
sui campi iberici e sui lidi barbareschi, dall'Alcantara a Calatrava; e poi era
venuta in Italia, in Sicilia, quando l'isola gemeva sotto gli Anjou. "Il
cronista non sa la storia; ma se grande, troppo grande è l'ignoranza sua, gli
rammenta che gli Aragonesi non si imposero con la forza bruta dell'armi ai
fieri isolani..." ciò per dire che "se Massimo Taparelli D'Azeglio,
dopo aver tanto gridato: Fuori lo straniero, fu preso dal dubbio d'esser
egli straniero, il principe di Francalanza era esente da simile scrupolo".
E questo principe, spagnolo d'origine, italiano di nascita, era inglese di
costume: "se il cronista sapesse la psicologia - ma non la sa, come non sa
la storia, come non sa tante, troppe altre cose - egli troverebbe nel giovane
deputato il soggetto d'uno studio sul cosmopolitismo dell'anima
contemporanea". Consalvo traeva più rapido il respiro, come avanzava nella
lettura, come leggeva ch'egli era un self-made-man; giacché "questo
gran signore che avrebbe potuto godersi le sue rendite, girando il mondo, senza
far niente" aveva capito una cosa, "una cosa molto semplice, ma
eziandio molto difficile; che egli aveva dei doveri...". Allora lo
scrittore domandava: "Che è quest'odio da cui nobili e ricchi sono
perseguitati?". E rispondeva: "È la ribellione contro la fortuna
immeritata. La nobiltà e la ricchezza che uno acquista con l'opera propria
nessuno le odia, perché tutti le sperano...". Perciò il dovere di chi si
trova possessore di beni non guadagnati direttamente ma avuti dalla nascita,
era quello di guadagnarseli indirettamente, di meritarseli. "Questo dovere
Consalvo Uzeda ha capito, e dal momento che ha sentito qual è il dover suo s'è
messo all'opera, con la perseverante serietà degli hidalghi di Castiglia. Io
conosco pochi uomini che abbiano una coltura tanto seria e al tempo stesso
tanto brillante: questa cultura il principe di Francalanza l'ha acquistata da
solo, perché ha voluto acquistarla: c'è dell'Alfieri in questo giovane patrizio
che lasciati i suoi cavalli nelle scuderie, gli amici nei circoli e le dame nei
salotti, s'era messo un bel giorno a studiare il diritto pubblico, la storia
politica e la scienza dell'amministrazione. In meno d'un anno di vita
parlamentare egli si è rivelato. Diciamo la verità, il suo primo discorso alla
Camera, dispiacque. Dispiacque non già per sé stesso, ma pel momento in cui fu
pronunziato. Nuovo ancora a Montecitorio egli prese la parola in una quistione
politica: bell'audacia di giovane che però urtò i nervi ai vecchi. Il
Francalanza non si sgomentò: quell'esordiente fu visto resistere alla tempesta
come un oratore che avesse vent'anni di tribuna. E subito dopo tornò alla
carica; ma questa volta scelse l'argomento: il lavoro dei fanciulli nelle
miniere sicule. Dice chi se ne intende che questo discorso, breve, conciso,
succoso, è un vero modello d'eloquenza pratica: qualche altro avrebbe fatto
della rettorica: il Francalanza ha esposto delle cifre, ha citato dei rapporti
di medici, ha detto ciò che ha visto egli stesso: eloquenza di cose, non di
parole. Il cronista che lo udiva sentiva stringersi il cuore; ma egli
confessava che alla tristezza ed alla pietà per l'atroce destino delle infelici
creature penanti nella zolfara nocque lo stupore e l'ammirazione per quel gran
signore che parlava dinanzi a qualche centinaio d'oratori di professione, con
una sicurezza, una tranquillità, una padronanza, un'efficacia veramente rare;
per quel ricco patrizio che faceva schietta professione di democrazia e di
socialismo, di vera democrazia e di socialismo santo. L'on. di Francalanza ha
una gran forza: la volontà. A Montecitorio è venuto non per la vanità della
medaglina come tanti altri. Se lassù facessero ogni giorno la chiama, egli non
avrebbe neppure un giorno d'assenza, come dicevamo a scuola. Non ha neppure un
giorno d'assenza nel suo ufficio. Quando la Camera è in vacanza, egli se ne va
a studiare nella biblioteca, a discutere degli interessi del Paese coi pochi
colleghi presenti a Roma. Un altro luogo dove lo troverete è l'ufficio della Cronaca,
del nuovo grande giornale romano. E credo d'aver sentito dire che certi trafiletti
politici, scritti in uno stile piano semplice e chiaro concordano in modo
evidente con le opinioni espresse a voce dal giovane signore. Il quale lavorando
come un impiegato, voglio dire con la pazienza, l'assiduità, la continuità d'un
uomo che ha un orario da osservare, un cómpito da fornire, un avanzamento da
guadagnarsi, non avrebbe tempo né modo e forse neppur voglia di far vita di
società, se dalla società non fosse desiderato e attirato con quella dolce
violenza alla quale è tanto difficile resistere. Vi sono tre o quattro case, a
Roma, tra quelle di più difficile accesso, che Consalvo Uzeda non può esimersi
di frequentare. Perché un'altra gran forza, in verità, egli possiede, e la sua
riuscita è immancabile per un'altra ragione, che parrà meno ragionevole, ma è
forse, credete a me, più grande: la simpatia".
«Bene!
Perdio! Bene!...» a lettura finita, egli quasi pronunziava quelle parole, quasi
batteva le mani, quasi piangeva, di gioia, di felicità. Con gli occhi inumiditi
dalla commozione, cose e persone tutt'intorno gli apparivano incerte, velate,
tremanti: udiva le parole del ministro del commercio, levato dietro il banco
del governo, senza comprendere. A un tratto, una voce, accanto a lui, disse,
timidamente:
«Scusi,
collega... se ha finito, permette un momento?...»
E un
deputato, seduto alla sua sinistra, un uomo sulla cinquantina, forte, con larga
faccia e la fronte spaziosa e incorniciata da barba e da capelli sale e pepe,
additava la Patria. Consalvo porse il foglio, con premura cortese,
rispondendo:
«Prego,
anzi...»
Voleva darla
a leggere a tutti, presentarla al Presidente perché comunicasse l'articolo alla
Camera intera. Ma il suo vicino guardò appena il titolo del profilo
parlamentare e passò alla seconda pagina.
Consalvo che
aveva visto quel posto sempre vuoto, non rammentava più quale deputato
l'occupasse; esaminava però curiosamente la figura del collega, cercava di
sommare coll'occhio le medagline che gli pendevano dalla catenella. Erano
molte, un mucchio, più di mezza dozzina certamente: il collega doveva essere
uno dei più anziani, forse rammentava il Parlamento subalpino; e l'anzianità
spiegava quel modo d'attaccar discorso con chi non conosceva. O non piuttosto
la poca finezza della educazione? Dall'abito, semplice anzi grossolano, dalla
camicia senza polsini visibili, e col solino rovesciato che lasciava nudo il
collo rugoso e venoso, pareva un possidente di campagna, un uomo molto alla
buona. Però il mucchio delle medaglie incuteva rispetto a Consalvo; forse il
collega era uno di quei piemontesi all'antica, come Sella, che sotto
l'apparenza modesta e bonacciona nascondevano le più sode qualità dell'ingegno.
«Guarda un
po', Francalanza: la contessa ti saluta...» Baldo Guidobaldi, dal banco
superiore, chiamava intanto l'Uzeda, additandogli le tribune della presidenza,
di dove una dama con l'occhialino faceva cenni col capo: era la contessa, con
la figliuola. Consalvo si levò, inchinandosi ripetutamente; poi, volto al
conte, accennò con l'occhio il vicino dalle medaglie, come per domandargli chi
era. Guidobaldi scosse una spalla per rispondere che non lo conosceva.
Frattanto, finito di scorrere la Patria l'onorevole la ripiegava
accuratamente:
«Mille
grazie, collega... Pare dunque che sono arrivato un po' tardi... se si voterà
la chiusura?»
«Un po'
tardi, veramente.»
«Non è mia
colpa. Tanti affari, privati e pubblici, che m'ero perfino dimesso. I colleghi,
bontà loro, vollero accordarmi un congedo...»
Era veramente
piemontese. Egli narrò gli affari suoi, quelli del suo collegio e del suo
municipio, perché pareva che fosse anche sindaco; poi, toccando della
situazione politica, disse che l'opposizione s'affannava invano, come già
sapendo di parlare con un ministeriale. Dopo essere stato un poco a udirlo, per
ingraziarselo, Consalvo si levò, dicendogli:
«Permetta
collega: vado a salutare le signore...»
Allora
l'altro fece un inchino, affrettato e confuso, come ne fanno dinanzi alle dame
le persone non avvezze alla loro compagnia. Ma Consalvo sceso nell'aula, dove,
nell'imminenza della votazione, gli onorevoli andavano e venivano, s'indugiava
tra i crocchi delle conoscenze, con la Patria in mano, che alcuni gli toglievano
confidenzialmente, e poi, scorto il titolo del primo articolo, scorrevano,
sorridendo e scotendo il capo, per approvare, per rallegrarsi.
«Quella buona
Vanieri... Troppo buona, troppo indulgente...»
«Giusta!...
Giusta, soltanto!...»
Però, accorgendosi
che i sorrisi dei lettori non erano tanto di rallegramento quanto di sottile
canzonatura per quelle lodi che la loro invidia doveva giudicare esagerate, e
compre, Consalvo insisté nello scusarsene: sotto il banco della presidenza,
mentre l'on. Bandi leggeva l'articolo, egli commentava:
«Queste
donne!... Destituite del senso della misura!... Eh? Par quasi che mi prenda in
giro!»
Lo squillo
del campanello presidenziale e la voce del Giuanin fecero rivoltare
tutti quanti a un tratto:
«Vadano ai
loro posti! Ha facoltà di parlare l'on. Aguglia.»
Ripreso il
suo giornale, Consalvo salì alle tribune.
Remigia,
mentre le dame erano tutte intente allo spettacolo, volse il capo quasi
aspettasse qualcuno. E la contessa, avvertita da lei, esclamò:
«Francalanza,
che bravo!... Sentite, venite un po' qui: Ci capite nulla? [*]che fanno? Che
dicono?... Quando voterete?»
«Il più tardi
possibile... Per non far andar via loro signore...»
«Oh, oh!...
Ma noi vi piantiamo lo stesso, se non fate presto!...»
«Allora corro
da Biancheri...»
«State fermo,
siate serio...» Voltasi allora alla dama che stava alla sua destra, presentò:
«Paola, il principe di Francalanza... Donna Paola Rodenengo...» La signora
rivoltò il capo verso lui, abbassando graziosamente le ciglia, a modo di saluto;
e Consalvo rimase. Come mezz'ora prima, quasi gli scappava di bocca un altro
"perdio!" tale meraviglia era la faccia di quella donna. Egli non
aveva mai visto nulla di simile. Una bellezza perfetta, assoluta, sovrana; una
di quelle bellezze lampanti, abbaglianti come un principio di verità, meno
discutibili d'un assioma, così grandi che non sembrano umane, tant'alte,
miracolose e inarrivabili che il cuore degli uomini ne resta quasi piagato.
Bionda di capelli, d'un biondo pastoso e dolce di miele; e pallida di viso, con
occhi neri e nere ciglia che parevano un tocco di sfumino sopra un pastello; e
pallida d'un pallore che non era malattia o difetto di vitalità, ma quasi una
commozione assidua, incessante, quasi una pietà inguaribile. Consalvo ne era
sbalordito a segno di perdere la padronanza di sé. Dacché stava a Roma, egli
non aveva toccato una donna con un dito. Da molto tempo prima, dal giorno che
s'era proposto di mutar vita, le donne, già sua principale occupazione e
delizia, eran diventate l'ultimo dei suoi pensieri; ne aveva cercate alcune,
antiche amiche o mercenarie, a certi giorni, per igiene; e dal tanto dominio
abituato a esercitare sopra sé stesso, dal tanto fervore della sua nuova
ambizione, la continenza gli era divenuta insolitamente agevole e abituale. Ma
anche quando aveva molto amato, l'amor suo non era mai stato turbamento
dell'anima e bisogno d'affetto; l'elegante perversione della compagnia tra la
quale viveva, l'abitudine feudale di considerar tutto, a cominciar dall'amore,
come merce che si compra e si vende, la facilità con la quale, principe, ricco,
giovane, non brutto, egli era riuscito con le donne che non si davano per
quattrini, la stessa mancanza d'educazione del senso estetico, laggiù in
Sicilia, tra una gente imbruttita dalle continue mescolanze di razze, tutte
queste cause avevano fatto dei suoi amori altrettanti esercizii muscolari,
semplici spese di forza nervosa. Ora, dinanzi a quella donna, egli provava
qualcosa di nuovo, di strano, quasi lo sgomento dei sogni, quando la coscienza
si sente invasa, sbandita da un'altra coscienza, ignota, difforme. Un momento,
dimenticò d'essere a Montecitorio, nella tribuna della presidenza; non seppe
più dove fosse, non comprese ciò che gli dicevano; poi tornò in sé, rispose
alla contessa che s'ostinava a voler comprendere ciò che accadeva nell'aula:
«Sì contessa;
voteremo la chiusura... Non sente? Non sente?...»
L'Aguglia,
riassumendo i lavori parlamentari di quella sessione che il ministero voleva
chiudere "per sottrarsi ai suoi giudici" dimostrava come un tempo
prezioso fosse stato sprecato in chiacchiere inutili, come nessuna delle grandi
leggi pomposamente annunziate fosse arrivata alla discussione. «Per colpa
vostra!...» interrompevano dai banchi dei ministeriali; e l'oratore si riscaldava,
rimbeccava l'accusa, dichiaravasi pronto a restare al suo posto fino in agosto
- «uh! uh!» i ministeriali vociferavano più forte, pur di non dover rispondere
ai suoi elettori, quando gli avrebbero domandato: «Che cosa avete fatto?».
«Abbiamo dato tre voti di fiducia ai vostri governanti!» Il baccano cresceva,
il Presidente scoteva energicamente il campanello; ma Consalvo non badava più
allo spettacolo, per udire donna Paola. La dama parlava con voce piana e dolce,
senza accento notevole; e diceva:
«Tutti gli
anni, in questa stagione, s'odono le stesse cose. L'opposizione assicura che
non s'è fatto nulla; i ministeriali che hanno salvato la patria. La verità mi
pare che sia nel mezzo...»
«Ah, come
dice bene!» rispose egli. «E perché non dev'esser permesso che la sua voce, la
voce del buon senso, s'oda in ogni angolo di quest'aula, per ricondurre gli
animi accecati dalla passione di parte al sentimento di giustizia, di equità,
di prudenza?»
«Ve l'avevo
detto, neh?» disse a sua volta la contessa, torcendo il collo per guardare
Consalvo. «Ve l'avevo detto, che la mia amica è forte nel diritto
costituzionale?...»
Donna Paola
si mise a ridere. Remigia stessa, che non aveva ancor proferito parola, esclamò
con tono di indulgente rimprovero che non riesciva a nascondere il sorriso
provocato dallo sproposito: «Oh, mamma!...» mentre Consalvo rideva
rumorosamente: «Ah! Ah! Ah! Bellissimo, contessa!... Il diritto
costituzionale!...». Una specie di sordo grugnito lo fece tacere: il signore
cogli scopettoni che accompagnava le altre dame esprimeva con quel suono e con
uno sguardo severo il suo malcontento, anzi il suo biasimo per un contegno
sconveniente a un rappresentante della nazione, il cui posto, invece che nella
tribuna dove disturbava le persone serie venute a udire i serii discorsi, era
giù nell'aula. E l'aula era in quel momento silenziosa e raccolta, perché
parlava Vitrelli; anche lui contro il governo, ma con più garbo, con maggiore
accortezza: «Il governo, cui spettava la direzione dei lavori parlamentari, ha
compito l'ufficio suo in modo tale da metter la Camera in questo bivio: o
sciogliersi oggi, senza poter menar troppo vanto d'aver proficuamente lavorato;
oppure di intraprendere la discussione di leggi ponderose quando l'inclemenza
della stagione terrà lontano da Roma una buona metà, non dirò di tutti i
deputati, ma di quelli ordinariamente più assidui...». Gli amici dell'oratore
approvarono; ma poi sorse un ministeriale, l'on. Borio, il quale cominciò: «Io
domando a me stesso quale nuova teoria attribuisce al governo la direzione dei
lavori parlamentari; domando a me stesso se la Camera non è stata sempre lei
stessa...». Allora la Camera si mise di buon umore; ma quando, dopo avere
domandato a sé stesso tante cose, l'onorevole riprese: «E ricordo a me stesso...»
risa e interiezioni fecero un concerto assordante.
«Ora» avvertì
donna Paola «la discussione fuorvia.» Infatti, dopo gli ultimi due discorsi,
gli oratori non s'occupavano più di ciò che bisognava fare, ma dissertavano intorno
al quesito: È la Camera quella che dirige i proprii lavori, oppure è il
ministero? Consalvo, che si faceva vento con la Patria, rumorosamente,
sperando che gli chiedessero quel giornale, diceva tratto tratto a donna Paola,
che anche ella, a brevi cenni del capo, richiamava l'attenzione di lui:
«Senta!...
Senta!... dov'è più l'argomento?...» «Sempre così... Ma è del resto naturale...
Una parola tira l'altra... Le idee s'incatenano...» Ella pronunziava quelle
frasi, rapidamente, per non perdere una parola dei discorsi, e non rispose
neppure, quando Consalvo le disse: «Come si vede che è assidua a Montecitorio!»
Allora, poiché ella non gli dava molto retta; poiché la contessa, mortificata
dalle risa che avevano accolto la sua sciocchezza, intontita dalla gravità
delle cose che dicevano i deputati, se ne stava zitta, col viso rosso come un
peperone, facendosi vento, egli s'appressò a Remigia. La contessina occupava il
posto d'angolo, e col gomito appoggiato alla base della colonna, si reggeva la
testa sulla mano guantata.
«E lei, si
diverte?»
«Sì...»
«È molto
lusinghiero per noi, tutte queste gentili spettatrici, così attente, così
indulgenti...» Egli si sentiva in vena di galanteria. Dagli abiti, da tutte le
persone di quelle dame sprigionavansi profumi eccitanti; il ricordo
dell'articolo della Vanieri, delle lodi più eccitanti dei profumi, gli
mettevano addosso una smania insolita, un bisogno di muoversi, di parlare. Il
turbamento morale prodotto dalla vista di donna Paola era passato del tutto,
ora che aveva parlato con lei; restava un'esuberanza di vitalità, un'energia
stimolata che chiedeva d'operare. «E la cugina? A casa? I miei complimenti pel
suo cappellino. Elegantissimo... di gran gusto... le sta d'incanto...»
Neppur ella
rispose, aveva un viso più serio del consueto, quasi severo. E Consalvo, come
se non l'avesse ancor vista, giudicava che, senza paragone meno bella di donna
Paola, anzi neppur bella nel senso stretto della parola, la contessina poteva
piacere molto; che gli piaceva veramente. La vedeva un po' dall'alto e di
scorcio; vedeva un'orecchia piccola e accesa come vampa, una guancia morbida,
saporosa che dava imagine d'un'albicocca polputa, come le albicocche tinta d'un
giallo rosato e coperta di una specie di soave pruina; vedeva il seno modesto
gonfiarsi ritmicamente, distendere il fresco tessuto della veste chiara; e a
quella vista mani e labbra gli prudevano. Per distrarsi, riprese a soffiarsi
con la Patria; ma, come Remigia lasciava il suo ventaglio chiuso sulla
sponda della tribuna, egli disse:
«Contessina,
permette?»
Ella stessa
glielo porse. Allora, vide il giornale, vide il nome d'Uzeda stampato a grosse
lettere, e disse:
«Parlano di
lei?»
Egli esclamò,
come stupito e confuso:
«Oh,
niente... due parole... l'ho ricevuto or ora...»
«Mi faccia
vedere.»
Un sussurro,
uno zittio lungo correva in quel punto da un capo all'altro della Camera:
sorgeva il Presidente del Consiglio. E alle prime parole di Sua Eccellenza,
pronunziate con voce piana e bassa in mezzo a un silenzio profondo, scoppiò una
specie di tumulto.
«Che è?...
Come?... Che ha detto?... Che hanno?...»
«Il ministero
non vuole nient'affatto chiudere la Camera: presenta il disegno di legge sulla
riforma del Senato e chiede per esso l'urgenza.»
Così aveva
detto Milesio, e Consalvo quasi credeva d'aver udito male, e donna Paola s'era
rivolta a lui, come per chiedergli la spiegazione di quell'annunzio, che
intanto continuava a provocare da ogni parte della Camera esclamazioni di
protesta, apostrofi irose, un diavolio.
«C'è novità
per aria...» disse Consalvo «l'avevo bene previsto...»
«E che?... E
come?...» continuava a domandare la contessa, mentre il signore con gli
scopettoni, smesso il cipiglio, tendeva l'orecchio dalla parte del deputato per
scoprir qualcosa. Donna Paola, volta all'amica:
«Bice» disse
«se l'onorevole resta qui per noi...»
«Per l'amor
di Dio!...» protestò la contessa Bice «torni al suo posto... Vada a sentire che
accade...»
Così egli
stava per fare, appena scoppiata la bomba, senza aspettar l'invito; ma se la
curiosità politica lo chiamava giù nell'aula, un'altra curiosità lo tratteneva
nella tribuna. Remigia, spiegato il giornale sul velluto verde del davanzale,
raccolte le mani in grembo, aveva cominciato a leggere l'articolo della
Vanieri; e il ritmo del suo respiro acceleravasi, le guance s'infiammavano, le
braccia stringevansi al petto, quasi a comprimerlo, a reprimere il turbamento;
e con le labbra un po' dischiuse, sorda al frastuono dell'aula, a ciò che
dicevano vicino a lei, non pareva che leggesse, pareva quasi che bevesse le
lodi, che se ne inebriasse.
«Allora, con
permesso... Vado e torno... torno subito... Con permesso...»
Egli non
sorrideva, rideva apertamente, giù per le scale, sul muso delle persone:
"Tò!... Tò!... La piccina!... E che diamine!... Innamorata!... S'è
innamorata!...". Era chiaro: innamorata! Simpatico, le era riuscito
simpatico: questo l'aveva capito; non ci voleva molto a capirlo; ma
commuoversi, turbarsi così alla lettura della biografia, come se le lodi le
andassero diritte al cuore, come se avessero parlato di lei!... "E che
diamine!... Innamorata!... Lo vedrebbe un cieco!..." ripeteva fra sé,
traversando i corridoi, silenziosi e spopolati; e a un tratto, scorto accanto
all'uscio della sala di lettura Mazzarini parlare con Grimaldi, piano, a faccia
a faccia, il corso delle sue idee deviò bruscamente: "Ho capito!".
Grimaldi doveva avere accettato le offerte del governo, il rimpasto era
stabilito, perciò il ministero dichiarava di non voler chiudere la Camera,
d'esser pronto alle nuove battaglie.
Infatti,
rientrato nell'aula, dove i colleghi lasciavano rumorosamente i loro posti,
perché la discussione era stata sospesa, Consalvo s'avvicinò a Mazzarini per
dirgli all'orecchio:
«Ci casca? È
cascato?»
Mazzarini
sorrideva, e il suo sorriso, di gioia e di trionfo, per sé ed i suoi, di
scherno e di pietà per gli avversarii, stonava con le sue parole severe:
«No,
principe; nessuno è cascato... S'è tolto di mezzo un malinteso, un equivoco...
S'è visto che c'era accordo nelle idee, nel programma...»
Ma il
baccano, ora che il Presidente aveva lasciato il suo posto, cresceva fuor di
misura; gli onorevoli, raggruppati qua e là, amici ed avversarii, gridavano;
dalla tribuna della stampa i giornalisti li apostrofavano; oppure, volte le
spalle all'aula, vociferavano tra loro, il pubblico rumoreggiava anch'esso, non
comprendendo.
«Alla
gogna!... In nome de principii!... Viva noi!... Le onorate fatiche!... Alla
luce del sole!... Zitti voialtri!... Chi latra?... Andiamo via!... Ah! ah! ah!
ah!».
Pareva che i più
inferociti stessero per menar le mani, le intonazioni ironiche provocavano acri
risposte, alcuni ridevano sgangheratamente, altri cercavano di metter pace; una
dozzina, rimasti ai loro posti, soli, guardavano intorno, come sapendola più
lunga degli altri, come filosofando. Consalvo vide che il suo vicino, il
Piemontese con molte medagline, era fra questi; e quando, alla ripresa della
tornata, egli risalì al suo posto, dimenticando le signore, il collega gli si
fece d'appresso e gli disse, con aria di doloroso stupore:
«Mi dica
dunque, collega... il ministero è battuto?»
«Che?...
Come?...» fece Consalvo guardandolo bene in viso.
«Se cede, se
si disdice...»
"Ma chi
è lei?..." stava per rispondergli, quasi temendo d'esser canzonato.
Chi diamine
era, come si chiamava quell'imbecille che non capiva, che capiva al rovescio,
con otto legislature? Chi diamine l'aveva mandato alla Camera, che ci veniva a
fare? Consalvo non si dava pace d'averlo preso per un pezzo grosso, per un
esperto parlamentare; poi, vedendo l'aria attonita dell'onorevole, il riso lo
disarmò:
«Ma no, ma
no; al contrario: sfida l'opposizione, l'ha sgominata, capisce? C'è un accordo
col gruppo degli agrarii, Grimaldi entra nel ministero...» «Ah, capisco...
capisco... Bene, collega; bene...»
Frattanto, il
Presidente leggeva le proposte di deliberazioni, le vagliava e ne metteva a
partito una prima presentata dall'opposizione e così concepita: «La Camera,
conscia dei suoi doveri, afferma il proposito di mantenere le assicurazioni
date al paese». Gli oppositori emettevano i loro sì brevi, forti,
recisi; alcuni con tono rabbioso, altri con accento di sfida, altri gridando in
modo da far voltare e ridere tutta la Camera; e i no ministeriali
sfilavano, più composti, più rigidi. Quando il segretario chiamò: «Colargedda»,
il vicino di Consalvo si levò, aggrottò un poco i sopraccigli pelosi, fece un
breve gesto con la destra, come per accrescere forza e solennità alla sua
dichiarazione, e proferì un chiaro e franco: «Sì».
«Collega!...
Ma collega!... Che ha fatto?...»
«Come?...»
rispose l'altro, rosso, confuso.
«Ma doveva
dir no!...»
«Per
approvare... io approvo...»
«Ma doveva
dir no, respingere l'ordine del giorno... è di sfiducia, contrario al governo,
non ha capito?...»
«Contrario?...
Ma il Presidente... Io credevo... Ed ora come si fa?...»
L'idea d'aver
votato contro il governo, mentre egli era tutto suo, lo contristava; lo sbaglio
preso lo mortificava. Chiedeva consiglio al collega, pareva spaventato
dall'idea di dover fare una dichiarazione, un discorso; ma come i
"no" fioccavano e i "sì" divenivano più rari, e alcuni dei
più accaniti oppositori lasciavano i loro posti, certi della sconfitta, e il
sordo clamore del trionfo cominciava a levarsi, Consalvo, lieto della vittoria,
esilarato dalla semplicità del vicino, gli disse:
«Stia di buon
animo... il ministero ha vinto... Un voto di più, uno di meno!»
«Questa è una
dichiarazione d'amore, non un profilo!» esclamava il Broggi rivolto alla
Vanieri, nell'ufficio della Cronaca, quando, finita la seduta, Consalvo
vi entrò. E i cronisti, gli amici dei redattori, tutte le persone che avevano
presa l'abitudine di passare alla Cronaca un'ora, di andarvi a prendere
le notizie del giorno, dicevano anch'essi la loro, attorniando, assediando la
scrittrice, che vociferava più degli altri e teneva fronte a tutti:
«Sissignore! Mi
l'ami; e poi?... Ch'el veda, che l'esamini se l'è ben fatt,
come arte... Capiss na gott, liù!...» Aragonese o Castigliano?
Bisognava decidersi!... La geografia!... La geografia!... E all'apparir di Consalvo,
tutti si volsero a lui, quasi invocandone la testimonianza: «Castigliani e
Aragonesi, principe?... I suoi vennero o d'Aragona o di Castiglia, è vero?»
egli assentì, ridendo, con un gesto che voleva dire: "È naturale" e
allora l'altra:
«Anca lu,
neh? Ma indove che l'ha studiat', la geografia? L'aragones l'è
castigliano, come un bavarese l'è tudesc! Il Castigliano l'è lo
spagnuolo per eccellensa, per antonomasia, ghe semm?...»
E come gli
altri non s'arrendevano, e Consalvo pareva sempre disposto a dar torto alla sua
lodatrice, ella si volse a Ranaldi gridando: «Ranaldi, dite voi, con quella competensa
scientifica che tanto vi distingue: ho ragione o no?»
«Ha ragione»
rispose l'interrogato.
«Ranaldi, voi
siete un giovane d'ingegno! Ranaldi, io vi amo!...»
«Uuuuh!...
Che gran cuore!... Troppi in una volta!...» dissero tutt'intorno, mentre
Consalvo, ridendo più degli altri, esclamava:
«E io,
allora? Badi che sono geloso...»
La Vanieri lo
guardò un poco negli occhi, muta, con studiato atteggiamento di passione; poi,
portata una mano sul cuore e scrollando il capo:
«No, minga
vera! No, l'è inutil; podi minga resister; lu l'è el me solo amor, la mia
passione...» e quasi gli si buttò addosso.
Consalvo, ridendo
ancora, la strinse alle braccia; ma allora ella si ritrasse; e quantunque egli
continuasse a ridere, il breve contatto con quel corpo di donna, la morbidezza
delle braccia, il profumo dei capelli, rinnovò ed accrebbe il suo turbamento,
eccitò i suoi sensi più della compagnia delle signore.
Frattanto
l'onorevole Sonnino, preso a parte Ranaldi, gli parlava del nuovo fatto
politico, dell'entrata di Grimaldi nel ministero, delle nuove polemiche che la Cronaca
stava per sostenere; e anche nel gruppo più numeroso e più clamoroso, sedate le
risa, la conversazione s'avviò su quel tema. La Vanieri, di buon umore dopo le
grida e i motteggi, spiegava la conversione della Sinistra giovane e
specialmente del suo capo, la giudicava inevitabile, si stupiva anzi che non
fosse avvenuta prima: «Grimaldi l'è un bon fioeu, incapace di voler male
a nessuno...; non voleva altro che il portafoglio...»
Il Broggi,
quasi non avesse udito la botta della quale pochi sorrisero, fece osservare a
Consalvo:
«Se in aprile
non si fosse lasciato andare tropp'oltre, a quest'ora la sua entrata nel
ministero sarebbe più naturale, non provocherebbe troppi commenti...»
E Consalvo
confermava, con un cenno del capo, mentre la Vanieri rammentava: «Ma l'an
passà! l'an passà! l'an passà era tutta una cosa col Milesio!...»
Ma poiché il
Broggi non riconosceva l'importanza di quell'argomento, ella insisteva ancora:
nell'ottanta, sotto il gabinetto Luzio, quando Grimaldi era ministro e Milesio
capitanava l'opposizione, forse che le cose non erano andate allo stesso modo?
Forse che Milesio non aveva attaccato ferocemente quel Grimaldi che poi doveva
tenere nel proprio ministero? Ella citava le parole degli antichi discorsi, le
frasi dei giornali, le date, con una precisione di memoria alla quale i suoi compagni
di redazione sapevano di potersi affidare; e a poco a poco tutti gli altri
tacquero... ella sola restò a perorare. «Diciamo pure che l'è un sacrifissio
sull'altar della Patria... che l'è 'l trionfo della coerenza...
disomm quel che volemm... Hin tutt compagn; sono tutti gli stessi,
infatti!...»
Ranaldi, dopo
tre mesi che lavorava vicino a lei, l'udiva con lo stesso stupore della prima
volta, quando gli s'era confidata un'ora dopo la presentazione. Morta sul
nascere, la sua grande passione per la scrittrice. Egli aveva creduto che
l'intimità sarebbe finita con la passione, e invece mai era stato lontano dal
sospirato amore come vicino a lei. Quando ne cercava il perché, non sapeva bene
quale, fra i molti possibili motivi, fosse il più potente. Non certamente il
legame quasi maritale che univa da molto tempo la sua compagna di redazione a
un pittore veneziano: l'ostacolo, anziché spegnere, avrebbe dovuto piuttosto
attizzare le fiamme del desiderio. Forse la persuasione che quella donna non
era come tutte le altre; che l'ingegno, le facoltà virili dell'ingegno, le
stesse abitudini mascoline di vita, ne facevano una creatura a parte, senza
esempio. Parlando e scrivendo dell'amore, ella diceva che era la cosa più
importante della vita; ma se parlava o scriveva di politica, pareva che non
vivesse se non di questa passione; salvo ad accendersi più tardi per l'arte o a
dichiarare che fuor della fede nulla importava. Virile era l'ingegno; ma delle
donne ella aveva i facili e pronti voltafaccia, l'isterica scontentezza, le
sùbite accensioni seguite da freddezze dure; e se questa ambiguità del suo
carattere, se l'imprevisto delle sue parole e dei suoi atti tenevano sempre
desta la curiosità del giovane, egli era troppo stupito, soltanto stupito, come
un naturalista dinanzi a una insolita forma della vita. La sera che ella lo
aveva preso a confidente subito dopo averlo conosciuto, esprimendogli giudizii
diametralmente opposti a quelli espressi dinanzi agli altri, egli non aveva
saputo che cosa pensare di lei, se esserle grato dei suoi consigli o diffidare
della sua sincerità. A poco a poco, frequentandola, aveva visto che era così
con tutti, che si confidava a tutti, che diceva a chiunque ciò che pensava, che
restava sincera nella contradizione perché i suoi pensieri mutavano ad un
soffio di vento; ed allo stupore del giovane s'era unita l'ilarità, un sorriso
contenuto, ma non sempre; tanto gli pareva comica quella schiettezza
complicata, quella malizia ingenua, il mistero delle confidenze fatte al primo
venuto, perfino l'ambiguità del linguaggio, la mescolanza del dialetto e della
lingua, quell'abitudine di tradurre il vernacolo. Ora ella, lasciato Grimaldi e
Milesio, ragionava degli oppositori più accaniti del governo, degli
"inconciliabili" e mentre poco prima aveva denigrato gli amici, quasi
lodava gli avversarii. «No, Cairoli 'l'è ona bella figura; l'è bel
quel suo odio, l'è grand, l'è antico: neh, Ranaldi? Ghe saria de far un
quaicoss de artistico, neh?...» E Ranaldi rammentava che un mese addietro ella
aveva scritto contro di Cairoli uno di quei suoi articoli che scottavano, tanto
ella sapeva cogliere il lato debole di ciascuno, svelarne le intime magagne, le
piccolezze e le ridicolaggini; tanto riusciva a dar sapore all'ironia, a
graffiar carezzando. E come l'on. di Francalanza anche lui riconosceva
l'onestà, la sincerità del duumviro, ella gli metteva una mano sulla spalla,
confidenzialmente, e gli soffiava qualcosa all'orecchio: il principe rideva,
scrollava il capo, acceso in viso, poi trattenendo pel braccio la scrittrice,
le diceva a sua volta, piano, nell'orecchio, qualch'altra cosa, a cui ella
rispondeva esclamando, tra alte risa: «Mi credi! Bravo!», poi, facendo
con la mano il gesto del press'a poco: «O una robba insci!...».
A un tratto
s'udì nella sala attigua un bisbiglio, un aprirsi e chiudersi d'usci, e il
Broggi apparve sulla soglia...
«Principe,
onorevole di Francalanza... C'è l'on. Grimaldi con l'on. Spirito, di là...»
Consalvo
sorse in piedi e andò via, subitamente ricomposto. La Vanieri con la bocca
ancora aperta, come nel momento dell'annunzio, guardò il poeta, guardò Ranaldi,
poi disse:
«La visita di
digestione?»
Vietri,
finito di limarsi le unghie della destra, cominciava a lavorare l'altra mano;
Ranaldi fece col capo un gesto d'assenso.
«Come si deve;
non c'è che dire! La Cronaca trionfa! Vietri, scriviamo un inno a
quattro mani?»
Il poeta
rispose, senza guardarla, un «No» serio e grave, come se grave e seria fosse
stata la proposta. Contemplandolo un momento con la stessa espressione
d'irresistibile idolatria, che aveva rivolto poco prima all'Uzeda, ella
esclamò:
«Amore,
quanto l'è bel!...» Poi a Ranaldi: «Bene, mi vadi de là. Vado a
intervistare Sua Eccellensa, per l'articolo di domani.» E s'avviò; ma, prima
d'infilare l'uscio, si voltò, tornò indietro: «Ranaldi, ch'el disa... ch'el
senta...» E avvicinatasi al giovane, tratta di tasca una carta, gliela
porse, dicendogli, con voce un poco abbassata: «L'è ona robba del noster
principe... Vuole che riveda l'ortografia... Mi podi minga.»
«E la date a
me?»
«Voi che ci
avete la mano...Mi podi minga; c'è troppi strafalcioni...»
E Ranaldi
ebbe un bel protestare: ripetendo «Fate voi, mi podi minga...» gli
lasciò l'articolo sulla scrivania. "Visita di digestione" aveva detto
la Vanieri; e - quantunque Grimaldi non fosse ancora ministro - il motto non
era improprio, giacché alla incessante predicazione della Cronaca,
all'influenza personale di Sonnino, all'azione concorde del gruppo quel
risultato era dovuto. Lo riconosceva Grimaldi, venendo nell'ufficio del
giornale; lo riconosceva con la sua presenza nel salotto della redazione, senza
dirlo, senza neppur parlare di sé stesso. Il discorso, tra gli onorevoli e i
giornalisti, dopo la tempestosa tornata, s'aggirava disinteressato,
impersonale, intorno ai varii incidenti della discussione, alle disposizioni
dei partiti. Grimaldi era particolarmente riservato; alle critiche di cui
facevano segno l'opposizione, alle lodi prodigate al ministero, egli se ne
stava zitto, con gli occhi modestamente abbassati, come una signorina dinanzi
alla quale si parla di matrimonii e d'amori. Consalvo era il più loquace di
tutti. Aveva provato tante impressioni piacevoli, quel giorno, che si sentiva
insolitamente eccitato, disposto a ridere, a fare il chiasso, col solletico
addosso. Parlava in piedi, aggirandosi pel salotto, volgendosi a Grimaldi di
preferenza; per far la corte al nuovo astro sorgente, per conquistare la sua
amicizia, per entrare nella sua intimità; ma si fermava anche vicino alla
Vanieri, a respirare il profumo dei suoi capelli, a saziar l'occhio della vista
della nuca bianca e dorata, con un prurito nelle mani e sulle labbra, con la
tentazione di ricominciare a prenderla per le braccia, a parlarle
nell'orecchio... Remigia di Pianori lo amava! L'amore di lei non gli serviva,
perché era ben deciso di non prender moglie e con una ragazza non c'era da far
nulla, a meno che ella non usasse flirtare, come le Americane... Ma se l'aveva
innamorata, poteva innamorare anche altre, quella Paola la cui bellezza lo
aveva tanto turbato qualche ora addietro, altre belle dame alle quali prima non
aveva posto attenzione, col proposito di sopprimere le donne dalla sua vita. Ma
poteva forse restare eternamente casto? Ora che col sangue riscaldato e coi
nervi eccitati egli si sentiva formicolar la pelle e provava come un bisogno di
rotolarsi per terra, al pari dei cani in caldo, la sola vista delle gonnelle
della Vanieri gli faceva dimenticare l'impegno preso. Avere quella donna gli
pareva particolarmente facile; credeva anzi che gli si offerisse, che dicesse
un po' per chiasso un po' sul serio dicendogli che lo amava; e se fino a quel
momento, egli non aveva pensato a trarre profitto della loro intimità, della
specie di cameratismo che li univa, che li avvicinava tutti i giorni, ciò
dipendeva molto dalla calma dei suoi nervi, ma anche un poco dall'idea che
quella donna sopra tutte le altre fosse per lui da evitare. La loro familiarità
era troppo grande, i loro rapporti troppo frequenti: mettersi con lei sarebbe
stato pericoloso come, per un uomo che vive in famiglia, avere un intrigo sotto
lo stesso tetto domestico. Poi, com'egli soleva occuparsi di giornalismo, ella
s'occupava di politica, e per questa rivalità, per la disinvoltura che ella
metteva nel giudicare gli amici e lui stesso, per l'acrimonia che l'animava
contro gli avversarii, egli la considerava con una sorda diffidenza: le
chiedeva consigli, le passava i suoi articoli, ma la temeva. Ora però
dimenticava il timore, disarmato dal desiderio, persuaso di rendersela più
amica, più devota, dicendole che l'amava, prendendola con l'amore, con
l'affezione, coi baci; e già studiava il modo di restar solo con lei, quando
dalla corte s'udì un fischio modulato come i tocchi di tromba dei comandi soldateschi:
tata-tata-taratà. Era Zerella, il pittore, che la chiamava. Com'ella andò via,
anche gli onorevoli s'alzarono.
«Bene!»
esclamò Sonnino «andiamo a desinare.»
«Dove
andate?» domandò Consalvo, disponendosi a seguirli, a far la corte al ministro
non potendo farla alla scrittrice.
«Al solito Cornelio.»
«Sapete che
faccio? Vengo anch'io con voi.»
«O bravo!»
Uscirono
tutti insieme, i quattro deputati col Broggi; ma questi e l'on. Ignoto si
congedarono a Piazza Colonna. Grimaldi, tra Merzario e Consalvo Uzeda, entrò
nel giardino del Caffè pieno a quell'ora della gente che ancora desinava e dei
borghesi che, lasciato il desco familiare, venivano a prendere il gelato o il
bicchierino. A una tavola appartata e vuota due seggiole inchinate coi piedi
posteriori per aria e le spalliere sulla tovaglia, pareva facessero la
riverenza; un cameriere biondo, domandato: «Sono in tre?» avanzò un'altra
seggiola per Consalvo e cominciò ad apparecchiare per lui: gli onorevoli non
s'erano ancora seduti, che un signore s'appressò a salutarli.
«Il
commendatore Gorla» presentò Grimaldi. Consalvo che sperava di restar solo con
l'amico Sonnino e col grand'uomo, s'aggrottò. Questo commendatore era intimo di
Grimaldi: gli dava del tu, e non parlava della sua entrata nel ministero. Il
discorso aggiravasi sulla roba da mangiare: egli raccomandava agli onorevoli un
minestrone alla genovese; Grimaldi faceva l'elogio di quello di Milano;
e Consalvo guardava una dopo l'altra le donne sedute ai tavolini tutt'intorno;
sul verde scuro del giardino, le fresche vesti estive, i leggeri cappelli di
paglia attiravano l'occhio: alla luce piovuta dalle lampadine del gas le
carnagioni parevano tutte morbide e vellutate. Il commendatore s'era messo a
sedere vicino ai deputati; una quinta seggiola fu avanzata per un giovanotto
vestito elegantemente: calzoni grigi, panciotto bianco, giacchetta e cravatta
nera, gardenia all'occhiello. Questo qui era Ferella, Tommaso Ferella,
giornalista in voga, della nuova scuola, elegante, mondana, con pretese
letterarie: al suo arrivo Consalvo, che dal principio del desinare non aveva
parlato, sciolse lo scilinguagnolo. Come il giornalista era napoletano, egli
lodò i vermicelli con le vongole e dichiarò di preferire lo strutto al burro.
«Ora che
l'Italia è fatta, bisognerebbe unificare le cucine italiane!»
«Ardua
impresa. Si potranno federare; se pure!»
E Grimaldi,
messo di buon umore dal cibo, dal vino, propose di comporre una mensa
nazionale, un pranzo italiano per eccellenza. Si cominciava naturalmente dai
maccheroni, e su questo punto tutti erano d'accordo; poi Sonnino stava per le
triglie alla livornese, mentre Grimaldi preferiva le sogliole fritte con
calamaretti; e mentre gli onorevoli discutevano, masticando a due palmenti,
bevendo, forbendosi la bocca con il tovagliolo, che Grimaldi teneva appeso al
collo, come un gran bamboccione, altre persone appressavansi, stringevano la
mano al nuovo ministro: «Il dado è tratto?... Milesio rinsavisce?... I miei
rallegramenti!...». E in piedi, intorno alla tavola, aspettavano d'udire il
verbo del grand'uomo.
«Stracotto
con risotto... zampone di Modena con purée di spinaci...»
«Eh! Ah!...
Ma che purée!... Italiano! Bisogna parlare italiano!...»
«O come si
dice?»
E Sonnino, nella
sua qualità di toscano, suggerì: «Con passato di spinaci».
«No; allora
io sto per l'avvenire dei fagioli!...» Una gran risata fece rivoltar tutta la
clientela del caffè dalla parte degli onorevoli. E allora la discussione
s'aggirò intorno alla lingua. Grimaldi voleva si riconoscesse la necessità di
accettare i neologismi e i barbarismi d'uso comune; Sonnino era purista
intransigente e non lasciava parlare il collega, lo riprendeva quasi ad ogni
frase; «Dal punto di vista... ho constatato... ciò mi sorprende...». Ferella,
come scrittore, approvava la severità filologica dell'onorevole; ma Consalvo si
mise con Grimaldi, fece una gran sfuriata contro i pedanti che volevano
mummificare la lingua, rendere più grande il divario fra il vivo linguaggio del
popolo e quello dei letterati. Egli diceva che, secondo Spencer, le parole sono
come i gettoni: il valore di questi e il significato di quelle dipendono dalla
generale convenzione; e come Sonnino scoteva il capo, egli gli dette del
"mandarino" e del "bonzo". Grimaldi che trincava
copiosamente, aveva gli occhi lucidi, e li fissava sul suo giovane difensore,
con espressione di tenerezza grata; alle frutta, egli offerse del marsala a
tutti, e ne vuotò per suo conto due bicchieri di fila. Forbendosi con la lingua
i baffi, socchiudendo gli occhi beatamente, egli fece l'elogio dei vini
italiani, assicurando che fra cinquantanni l'Italia sarebbe stata la prima
nazione vinicola del mondo. E gli onorevoli passarono a rassegna la produzione
nazionale, i tipi più accreditati, dal Piemonte alla Sicilia. Anche qui
Consalvo disse la sua, approvando l'ottimismo del ministro per quel che
riguardava la materia prima. L'industria, però, era timida e pigra; mancava,
principalmente, lo spirito d'associazione; poi la réclame non era ancora
ben conosciuta. In Sicilia, per esempio... ed egli parlò dei suoi vigneti,
della difficoltà di persuadere i suoi mezzadri dell'utilità dei nuovi processi,
dei nuovi meccanismi, del cumulo di ragioni per cui doveva rassegnarsi a
vendere il suo vino immaturo, alle volte ancora mosto, invece di raffinarlo, di
ridurlo un tipo costante.
«Il governo
dovrebbe intervenire...» disse il Gorla. «Ma che cosa poteva fare il governo?
Un monopolio enologico? Allora: Bacco, Tabacco e Venere, tanto per non lasciar
da parte nessuno dei tre vizii - giacché fumo e prostituzione erano in mano
sua...»
Con una
risatina grassa Grimaldi si tolse il tovagliolo dal goletto e chiamò il conto.
Quando i tre onorevoli ebbero pagato uscirono, seguiti dal commendatore, dal
giornalista e da due o tre altri. Sul Corso, la comitiva andava lentamente,
fermandosi ogni due passi, ingombrando il marciapiede, perché Ferella e Sonnino
avevano intavolato una discussione sulla riforma della polizia dei costumi; e
Ferella, che stava per la libertà delle mercenarie, si rivoltava ogni momento
chiedendo l'approvazione di Grimaldi: «Avvocato!... Dite voi, avvocato...
L'avvocato che ha fatto serii studii sull'argomento...». E gli altri a ridere,
compreso l'interrogato, il quale all'uscita dal caffè, col piè malfermo, il
viso acceso, s'era appoggiato familiarmente al braccio di Consalvo. Consalvo,
superbo dell'onore, pensava adesso, udendo le interrogazioni e le risa, alla
reputazione di donnaiuolo di cui godeva Grimaldi, alle satire dei giornali umoristici
che lo rappresentavano sempre dietro a qualche gonnella; e l'onorevole,
infatti, sbirciava le passanti, grugniva di soddisfazione sfiorando le belle
donne, stringeva forte il braccio del collega per richiamare la sua attenzione
sulle bellissime, esclamando, nel dialetto nativo: «Quant'è bbona chestaccà!...».
Dinanzi ad Aragno altra gente salutò, s'avvicinò; ma Grimaldi pareva volesse
restar solo, trascinava Consalvo e con lui i fedeli. Sonnino, che aveva da far
visite, andò via a piazza Colonna, popolata d'una folla fitta, per la musica;
da Ronsi e Singer Consalvo propose:
«Se
prendessimo un gelato?»
Non c'eran
posti disponibili, fuori; ma, scorto Grimaldi, alcune persone che occupavano il
tavolino d'angolo, s'alzarono, offrendolo cerimoniosamente. E il grand'uomo si
lasciò subito andare sopra una seggiola. Una fioraia, vestita di raso nero,
senza niente in capo, con le braccia nude e grosse perle alle orecchie, venne a
posare il suo cesto sul tavolino.
«Che
sciccheria, stasera!» esclamò Grimaldi, guardandola da capo a piedi, con gli
occhietti lubrici.
«E come!»
«Addò sta
Ciccillo?»
Scegliendo
tra i suoi fiori, ella scoteva il capo:
«Dalli con
Ciccillo! Non ci sta più, né Ciccillo né Ciuccillo...»
«Vatténne!...
Statte zitta!... Addò sta? Che s'è fatto?...»
Ella gli
passò un mazzolino all'occhiello, mentre l'onorevole, con le gambe allungate,
la testa rovesciata, le narici aperte, la guardava dal basso in alto,
cupidamente. Il commendatore rifiutò i fiori con un gesto del capo; Ferella
mostrò la sua gardenia, dicendo: «Troppo tardi, cara»; Consalvo si lasciò anche
lui infiorare l'occhiello, nuovamente acceso alla vista delle braccia della
fioraia, che erano bianche, ben fatte, coperte d'una peluria bionda, nuovamente
eccitato dal passaggio delle mercenarie, che altre volte egli non aveva neppur
degnato di uno sguardo, ma che ora considerava attentamente, discutendo tra sé
come finire la sua serata. Esse apparivano rapidamente dall'angolo del Corso;
oppure s'avanzavano dalla piazza; e passavano a testa alta, senza guardar
nessuno, battendo i tacchi, con un fruscio di gonne riscaldate. Ce n'erano di
piccole e grasse, di magre ed alte, per tutti i gusti: alcune avevano le facce
sciupate dalla cipria, altre infiammate dal rosso; tutte portavano vesti e
cappellini ricchi e miserabili a un tempo, di fogge esagerate, sovraccarichi di
svolazzi pendenti come stracci e di piume rotte e stinte. Dinanzi a quelle
povere diavole, Consalvo rivedeva con gli occhi della memoria le donne che lo
avevano turbato, quel giorno; la prestigiosa e quasi innaturale bellezza di
donna Paola, la simpatia di Renata, la piacevolezza della Vanieri; e
subitamente, senza ch'egli avesse coscienza del come fosse nata, egli
accoglieva un'idea prima sempre vivamente respinta: l'idea di prender moglie,
di sposare la marchesina che lo amava, o un'altra qualunque; di avere una donna
sua, che lo avrebbe garentito contro i turbamenti simili a questo che ora
provava, che avrebbe fatto della sua casa un centro d'attrazione, un mezzo di
propaganda. E perduto in questo pensiero, non ascoltava più quel che dicevano
intorno a lui, la storia della fioraia e di Ciccillo che Grimaldi narrava al
commendatore, il quale la stava a udire come la rivelazione d'un segreto
trattato diplomatico; la storia d'un'altra fioraia napoletana che Ferella
narrava a Grimaldi, il quale lo stava a udire più distratto, guardando le
nottambule che continuavano a sfilare. Finita la musica, cominciate a
spopolarsi le piazze, Grimaldi dette un'altra volta il segnale della partenza,
e i quattro risalirono il Corso. Ora la processione delle affamate era più
lunga: se ne incontravano a ogni passo; dalla Posta, dal Babbuino, da tutte le
vie traverse ne sbucavano sempre; e come l'ora avanzava, le più miserabili,
quelle senza cappello, con l'aspetto di serve, venivano fuori, a due a due, a
braccetto, rivolgendo inviti ai passanti. Grimaldi s'era appoggiato da capo al
braccio di Consalvo, e facendolo parlare della Sicilia, andava a piccoli passi,
risaliva il Corso, fino a San Carlo, fino a palazzo Sciarra, più su ancora, fin
presso a piazza del Popolo, dove i passanti erano rari, il marciapiede quasi
deserto.
"Dove
andremo a finire?" pensava Consalvo, quando Grimaldi, chiamato il Ferella
che veniva dietro col commendatore, domandò al giovanotto:
«Neh,
Ferella...: che ci sta da donn'Agnese?»
«Roba nuova,
dice; ma io ci manco da molti giorni.»
«Vulimm'i
a vedé?»
«Dove?» disse
Consalvo, imbarazzato, stupito, irresoluto, poiché aveva sentito parlare, così
in aria, di questa casa di donn'Agnese come d'un luogo discreto e sicuro dove
la gente grave che non voleva dare spettacolo di sé in un luogo del tutto
pubblico trovava quel che c'era di meglio a Roma in fatto di mercenarie o anche
di donne non del tutto perdute che con la prostituzione secreta aiutavano le
famiglie a sbarcare il lunario.
«E come?»
esclamò Grimaldi. «Voi non siete ancora stato da donn'Agnese? Ma su, venite!
Ferella, presentiamo il principe a donn'Agnese!...»
In cima alla
scaletta coperta d'una striscia di stuoia, una serva che pareva una negra,
tanto crespi aveva i capelli sul viso color cioccolata, introdusse la
compagnia. Sugli usci, i quattro facevano complimenti, ciascuno volendo che gli
altri passassero prima, e Ferella o Grimaldi rompevano le cerimonie avanzandosi
risolutamente; il commendatore e Consalvo si tenevano indietro, con una specie
di paura d'avventurarsi nei luoghi. Entrarono in un salotto che pareva la
decorazione del quart'atto dell'Otello: una lampada veneziana poco
luminosa pendeva dalla volta, e mobili tra veneziani e turcheschi, seggiole con
le spalliere alte come inginocchiatoi, un divano-letto molto basso, tende di
gusto orientale lo addobbavano. S'avanzò incontro ai signori una donna alta e
forte sulla quarantina, che pareva vestita di carta: tutta di mussola bianca insaldata.
«To', che si
vede: don Bernardino! E quant'onore, stasera!»
«L'onore è
mio...»
«L'onore è
nostro» aggiunse Ferella.
«Voi state
zitto!» ingiunse la matrona. «Abbiamo conti da fare insieme, noi due...» E
frattanto guardava Consalvo, da capo a piedi.
«Donn'Agnese,
voi mi permettete di presentarvi il mio amico e collega, il principe Consalvo,
che ambisce l'onore di poter frequentare la vostra casa ospitale?»
«Fortunatissima»
rispose donn'Agnese, abbozzando un sorriso e stendendo la mano. E Consalvo, messo
di buon umore dalla serietà della presentazione, prese quella mano, che cedette
sotto la sua stretta come se fosse di gomma elastica.
«Ma perché
restano in piedi?... Prego, signori, s'accomodino... Posso offrire qualche
cosa? Gradiscono un bicchiere di qualche cosa?»
«Donn'Agnese!»
pregò Grimaldi. «Se avete ancora di quella birra...»
«Birra?
Birra, per tutti?...»
E la serva
che pareva una mora portò un vassoio con quattro bicchieri, grandi come
boccali, pieni della bionda e spumosa bevanda. Allora, seduto, anzi sdraiato
sopra un seggiolone, col boccale della birra in mano, al quale sorseggiava
tratto tratto, Grimaldi sospirò di soddisfazione. La padrona di casa sorrideva
amabilmente a Consalvo, gli domandava da quanto tempo era a Roma, gli offeriva
di fargli visitare l'"appartamento".
«Andiamo,
donn'Agnese!...» disse Ferella.
Come i tre
scomparvero dietro una tenda, il commendatore finalmente potè rivolgersi al
grand'uomo:
«Senti un
po', ho parlato oggi con Palberti. Sapeva ogni cosa. Promette di votare per
voialtri, con un patto, però.»
«Che patto?»
E quando gli
altri tornarono, con la padrona di casa, e una pigionale di lei, una giovane
dall'aspetto dolce, dagli occhi dolci e stupidi di capra sopra un viso bianco e
delicato, vestita d'azzurro, con le gonne corte, il corpetto accollato,
trovarono Grimaldi e l'altro che discutevano dei patti di Palberti, della
difficoltà di farli accettare a Milesio...
«Milesio,
personalmente, sarà favorevole» diceva Grimaldi; «m'impegno io a persuaderlo,
ma Nicotera? Nicotera ci darà da fare. Ci sono troppi precedenti...» Consalvo e
Ferella erano tutt'orecchi, il giornalista, anzi, cavato di tasca un taccuino,
vi prendeva appunti; le donne guardavano stupidamente or l'uno or l'altro.
«E che ne
dice questa nennella?» concluse Grimaldi, rivolgendosi alla ragazza.
Ella sorrise,
abbassando il capo, per modestia.
Il grand'uomo
s'alzò, le si appressò, le carezzò il mento, poi trasse in disparte
donn'Agnese.
«Un uomo
soltanto può persuadere Nicotera» disse Ferella.
«Biancheri?»
rispose Consalvo.
«Precisamente.»
Essi
continuarono a discutere dell'affare, gravemente, mentre Grimaldi continuava a
discutere non meno gravemente con la matrona. Pareva che egli chiedesse
qualcosa, con molta insistenza, e che l'altra rifiutasse, a malincuore ma
decisamente; a un punto s'udì che gli diceva, smesso il voi: «Vedi se ci
riesci...». Ma l'altro scrollava il capo, tornava a insistere; finché,
decidendosi, come rassegnato:
«Allora,
andiamo...» disse.
La padrona
rivolse un amabile sorriso ai suoi ospiti, quasi a chieder scusa di lasciarli
soli, un momento, ma in buona compagnia; ma, come Ferella e il commendatore
erano più che mai infervorati nella discussione, il grand'uomo, dall'uscio, si
rivolse a Consalvo, incitandolo con gli occhi lucenti sulla faccia accesa,
dandogli del tu: «Iammo, principe! Anima il mercato...»
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