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VI
Il tempo
passava, monotono, e Consalvo rodevasi dall'impazienza. Le prime fortune erano
rimaste le sole: l'amicizia dei maggiori uomini politici, le lodi dei giornali,
la parte da lui presa nella Cronaca, il suo studio attento,
perseverante, instancabile, di cattivarsi simpatie, di rendersi accetto, di
mettersi in mostra a Montecitorio, nei salotti, in tutta Roma, non davano i
frutti sperati. Durante le vacanze parlamentari di quell'anno egli fu chiamato
in Sicilia dalla morte della sua vecchia zia donna Ferdinanda Uzeda. Tutta la
sostanza della defunta, ad eccezione di alcuni legati pii, andava a lui: egli
s'arricchiva ancora di mezzo milione; e l'altro suo zio, il senatore d'Oragua,
era anch'egli per morire, inchiodato sopra una poltrona da un insulto
apoplettico. Tornato a Roma, alla riapertura delle Camere, l'erede ricevette
una quantità di condoglianze gratulatorie per la sua nuova ricchezza; ma di quei
quattrini che erano stati la massima ragione della sua rapida notorietà, sul
principio, egli adesso quasi rammaricavasi d'esser possessore, comprendendo che
gli riuscivano d'ostacolo, giacché la gente doveva credere che un gran signore
tanto ricco non potesse essere anche un'aquila d'ingegno e un'arca di scienza.
Riaperto il Parlamento, ricominciata la quotidiana battaglia politica, egli si
mise a lavorare a una relazione di cui il suo Ufficio l'aveva incaricato,
intorno a un disegno di legislazione sociale. Non lavorava solo, Ranaldi lo
aiutava.
Dapprima, la
revisione del giovane lo aveva seccato tanto che s'era rivolto alla Vanieri; ma
qualche giorno dopo averle consegnato l'articolo, glielo aveva richiesto per
aggiungervi qualcosa, e allora s'era sentito rispondere: «Scusate, principe:
l'ho dato a Ranaldi». A stento egli aveva frenato un impeto di stizza, gli
doleva d'essere stato scoperto da Ranaldi; ma poi se l'era presa con sé stesso,
con la propria sciocchezza: bisognava essere sciocco per affidarsi ad una
donna, a quella donna! E pensare che, un momento, era stato sul punto di dirle
parole d'amore, di farsene un'amante! Ringraziava in cuor suo Grimaldi della
presentazione in casa di donn'Agnese: lì le sue velleità d'intrighi galanti e
di vincoli matrimoniali s'eran dissipate, provvidenzialmente; ora la Vanieri,
le altre, non lo turbavano più, lo lasciavano di sé stesso, come bisognava che
fosse. E per correggere l'errore, comprendendo di potersi fidare del giovane,
egli aveva ripreso a ricercarne l'aiuto. Ranaldi, capito da sua parte che
l'onorevole si sentiva umiliato dalle correzioni fatte di nascosto, ora lo
pregava di leggere insieme i suoi scritti; e da quella lettura, dalle
osservazioni discrete ma lucide del giornalista egli ricavava un reale profitto,
cominciava a scrivere meglio. L'intimità tra loro due s'era accresciuta; e ora
Consalvo non scriveva più nulla senza chieder consiglio a Ranaldi. Per la
relazione parlamentare questi gli indicava opere, articoli di rassegne e di
giornali che potevano giovargli; andava spesso a casa sua, a discorrere
dell'argomento, a sentire ciò che egli aveva scritto; e quest'idea di formare
uno scrittore, di dirigere gli studii dell'onorevole lo colmava di
soddisfazione orgogliosa.
La relazione fu
lodata, ma non molto. Consalvo tentava persuadersi che bisogna dar tempo al
tempo, che le fortune politiche non s'improvvisano, che sono i frutti di tarda
maturazione; ma la persuasione ragionevole urtava contro la passione. Un giorno
ricevette da casa sua notizia che lo zio s'era aggravato, che agonizzava; ma
giusto in quel torno la Camera aveva da nominare una commissione d'inchiesta
sulla Marina mercantile, ed egli s'era fitto in capo di farne parte, sicuro
delle promesse di Mazzarini e di Grimaldi; all'ultima ora, il suo nome era
stato sostituito da quello d'un vecchio parlamentare veneto; e tanta stizza ne
aveva concepita, che, leggendo la lettera, disse tra sé: "Crepi chi ha da
crepare". Poi, di quello zio egli non aveva la migliore opinione. Cupido e
pauroso, s'era barcamenato, al Quarantotto, tra borbonici e liberali; anzi un
tempo aveva dovuto scappare dal suo paese minacciato dai patriotti come
fedifrago; al Sessanta aveva dato il calcio dell'asino ai Borboni, ed era
diventato un eroe, a furia di pagar da bere alla Guardia Nazionale; poi in
venti anni di vita politica, non aveva fatto altro che speculare sui fondi
pubblici, sugli appalti governativi e municipali, sulle ferrovie, nelle banche,
arricchendosi, giovandosi del mandato elettivo per rifarsi il guscio, incapace
di dire una parola dopo un'altra in pubblico, affiliato alla vecchia Destra,
non per convinzione ma per tornaconto, sostenuto dalla consorteria cittadina,
da tutti quelli che, in piccolo, avevano fatto come lui. Sollecitata la nomina
di senatore per evitare un fiasco terribile, dopo la riforma elettorale, aveva
raccomandato il nipote perché il potere restasse in famiglia; ma una sorda
invidia pel trionfo clamoroso di questi gli era entrata in cuore; e Consalvo,
quantunque ne dovesse ereditare, scherniva tra sé quella bestia presuntuosa,
rideva dei suoi boriosi atteggiamenti, era ben deciso a lasciarlo crepar solo.
Ma il domani dell'avviso epistolare, leggendo i giornali di laggiù che si
faceva mandare tutti quanti, mutò a un tratto sentimento. I giornali
annunziavano dolenti e trepidanti l'aggravamento dell'insigne patriotta, del
cittadino cospicuo, del vecchio parlamentare, e dicevano che alla casa del
venerando patrizio era un continuo accorrere di cittadini e d'autorità ansiosi
di saper le sue nuove. Improvvisamente, egli fece le valige, annunziò alla Cronaca
la nuova sciagura che stava per colpirlo, e partì. Lo zio non era ancora morto;
non dava più parola, ma respirava, tenacemente afferrato alla vita. Appena
giunto, egli parlò coi dottori per informarsi del suo stato; prima di
congedarli, li pregò, se credevano, di redigere un bollettino sanitario. Il
cartello, attaccato tutti i giorni in portineria, riprodotto dai giornali,
comunicato per telegrafo da lui stesso alla Cronaca, fece grande
effetto, accrebbe l'interesse pubblico pel moribondo. Lo stesso arrivo del
nipote, che lasciava i lavori parlamentari per confortare gli ultimi momenti
del parente, era giudicato molto bene; e Consalvo, annunziando a Mazzarini, a
Grimaldi, a Sonnino, ai deputati intimi, lo stato dello zio, lasciava stampar
ai giornali locali che tutto il Parlamento trepidava per la vita del duca
d'Oragua. Però la cosa andava in lungo; il vecchio, che teneva gli occhi
ostinatamente inchiodati sul nipote, non si decideva ad andarsene, e l'eterno
bollettino, la continua montatura dell'avvenimento cominciavano ad essere un
po' ridicoli. Una bella mattina, il duca fu trovato stecchito. Allora Consalvo
s'impadronì del morto: imbalsamazione, cappella ardente, messa di requiem,
accompagnamento solenne: non lasciò intentato nessun mezzo perché,
interessandosi al trapassato, la gente parlasse di lui. E all'annunzio della
morte, comunicato circolarmente a tutti i suoi amici di Roma, i telegrammi di
condoglianza cominciarono a piovere: i giornali cittadini ne avevano intere
colonne: c'erano quelli della presidenza della Camera, e del Senato, del
Governo, di Griglia; ma Consalvo ne aspettava ansioso ancor uno nel quale
faceva ben altro assegnamento: il telegramma del Re, giacché egli aveva
comunicato l'infausta nuova al ministro di Casa Reale, ed anche per maggior
sicurezza, al prefetto di Palazzo. Venne il telegramma, nel quale il ministro
partecipava le condoglianze del Sovrano; e l'effetto fu straordinario. Ma,
perché l'avvenimento fosse noto a tutta Italia, non bastandogli i telegrammi
concisi dell'Agenzia Stefani, e quelli dei giornali che avevano corrispondenti
in Sicilia, egli stesso mandò, senza firma, un paio di dozzine di dispacci ai
fogli grandi e piccoli di Milano, di Bergamo, di Venezia e di Ancona,
descrivendo i sontuosi funerali, annunziando le condoglianze del Re,
condolendosi col nipote, con l'on. Consalvo di Francalanza, angosciatissimo, ma
confortato da tante dimostrazioni di simpatia. Dalla Cronaca gli avevano
chiesto, per telegrafo, notizie biografiche del morto, celebre ma ignoto; ed
egli le scrisse: scrisse che il duca d'Oragua apparteneva alla generazione di
eroi che avevano fatto l'Italia, tra le persecuzioni e le minacce, a rischio
della vita e dell'onore, perché i liberi sensi erano una tradizione in casa
Francalanza; e che il morto aveva messo a disposizione della causa
rivoluzionaria tutta la sostanza di casa Francalanza; e che la casa
Francalanza,... nella casa Francalanza,... dalla casa Francalanza... Tre giorni
dopo la morte fu aperto e letto il testamento: il defunto lasciava erede il
nipote, ma non di tutto: cinquecentomila lire erano destinate alla fondazione
d'un ospedale oftalmico; centomila lire andavano al Municipio, perché della
rendita si formassero due pensioni pei giovani artisti più promettenti;
trentamila lire andavano distribuite agli Istituti di beneficenza; duecentomila
lire andavano a un certo Giovanni Rizzo, di Palermo, figliolo naturale,
dicevano, del morto. Di questo non si parlò sui fogli, ma per annunziare le
magnanime disposizioni dello zio, per continuare ad arrampicarsi sul morto,
Consalvo fece piovere altri telegrammi per tutta l'Italia. A Roma egli tornò in
primavera, rigidamente vestito di nero, considerevolmente moltiplicato; ma la
gente, dopo avergli rinnovato le condoglianze, non s'occupò più di lui. Allora
l'impazienza tornò a roderlo, e l'invidia contro coloro che, con meno ingegno
di lui, con un nome ignoto, dovendo affrontare le maggiori e peggiori
difficoltà dell'esistenza, erano riusciti a farsi avanti. A poco a poco, finì
col detestare il suo titolo, le sue ricchezze, la sua stessa gioventù, tutte le
sue fortune, considerandole come un impedimento. Se avesse dovuto prender parte
alla lotta per la vita, sarebbe stato in contatto con più gente, avrebbe
contratto obbligazioni e avrebbe fatto degli obbligati, si sarebbe trovato al
centro d'una rete d'interessi sui quali avrebbe potuto fare assegnamento. Il
suo nome e la sua sostanza, invece, lo isolavano, nonostante lo studio che egli
poneva nell'acquistarsi amici e clienti. Il principe di Francalanza non ne
avrebbe mai avuti quanto certi avvocatucoli, quanto certi faccendieri arrivati
a Roma dalle estreme province, morti di fame, occupati il giorno a salire e
scendere le scale dei tribunali, dei ministeri, di tutti i pubblici uffici, con
una serqua di postulanti ai fianchi più morti di fame di loro. Costoro
chiedevano favori al governo ma gliene rendevano anche, assicurandogli aderenze
devote, e benefattori e beneficati erano cuciti a fil doppio, stretti da una
specie di complicità. Quasi tutti coloro che erano saliti giovani al potere,
che erano riusciti ad agguantare un posto di viceministro, erano creature di
qualche pezzo grosso, di Sella, o di Nicotera, di Zanardelli o di Minghetti; e
Consalvo, disperando di potersi tanto ingraziare qualcuno di questi vecchi,
invidiava la loro stessa vecchiezza. A che gli serviva la gioventù, senza le
grandi soddisfazioni d'amor proprio delle quali aveva bisogno come della stessa
aria? Conquistare un posto eminente alla Camera in età ancora fresca, giungere
al potere dopo pochi anni di vita parlamentare, grazie alle doti naturali ed al
favore delle circostanze; cadere magari, ma additato alla pubblica attenzione,
e per risorgere: a questo patto, sì, la gioventù era un pregio; ma che ne
faceva egli, se per essa il suo nome era ignoto, se le sue opinioni non avevano
credito, se nessuno o troppo pochi badavano a lui? Meglio, cento volte meglio
la vecchiaia con la celebrità, con tutte le soddisfazioni dell'amor proprio,
con tutte le dolcezze della gloria. Con tutte le amarezze, anche. Quei grandi
uomini che egli invidiava erano contraddetti, accusati, insultati, derisi anche
e maledetti, come nemici del bene pubblico, e venduti e traditori; ma che importava?
Scotto inevitabile, tributo da pagare alla malevolenza, all'ignoranza, alla
sciocchezza; chi saliva più alto, più si faceva nemici, e Consalvo voleva
averne infiniti, pur di arrivare al primo posto. Nella avversione vedeva il
segno della grandezza; e di questo appunto si doleva; d'essere rimasto, di
dover rimanere chi sa per quanto tempo ancora un mediocre, uno dei tantissimi
che passano senza infamia e senza lode. Ogni volta che apriva un giornale
umoristico, quando vedeva le innumerevoli caricature di Depretis, di Giolitti,
di Zanardelli, si struggeva d'esser ritratto su quei fogli, anche orridamente,
anche sconciamente. Ma essere tosto riconosciuto da tutti, esser segnato a
dito, imporsi all'attenzione universale! Volendo, ma non potendo affrettare il
corso del tempo, egli si faceva, tutt'al contrario, più giovane che non fosse;
dichiarava di dover studiare ancora, molto, a lungo. Studiava infatti, a modo
suo, leggendo storie politiche, trattati di economia, volumi di statistiche per
sbalordire i colleghi e i giornalisti, e classici italiani e novellieri toscani
per impratichirsi della lingua ed emanciparsi dalle revisioni della Vanieri e
di Ranaldi, e romanzi francesi e drammi scandinavi per parlarne nei salotti
delle signore. Frequentava assiduamente quelli di donna Vittoria e della
contessa Borromeo come i due meglio adatti, sebbene fossero tanto diversi ed
egli stesso vi figurasse diversamente. In casa Cima, nel chiuso olimpo dove il
Boito rappresentava la parte di Giove, col Gualdo sarcastico, scettico,
inglesissimo; col Bonghi arca di scienza, egli si sentiva a disagio, tollerato
appena, relegato all'ultimo posto; e ne soffriva, acutamente; nondimeno, vi
tornava, per poter dire d'esserci stato, sapendo quanto era invidiata quella
fortuna e quell'onore. Dalla Borromeo, al contrario, in mezzo alla folla
anonima che si rinnovava quasi tutti i giovedì intorno ai pochi assidui del
venerdì, egli era in miglior luce, godeva delle sue ore di trionfo quando
faceva sfoggio d'eloquenza, nelle ore piccole, dinanzi alla contessa che lo
stava a udire fumando come una canna di camino, al vecchio generale Corsi che
si faceva un corno acustico con l'orecchio, al Micali ammutolito per la
circostanza, agli altri ignoti che non gli incutevano soggezione. Ma né delle
mortificazioni sopportate in casa di donna Vittoria, né delle soddisfazioni
ottenute dalla Borromeo egli vedeva effetto alcuno; e nello scoraggiamento che
a certe ore lo abbatteva, la persuasione d'avere sbagliato strada s'insinuava
nell'animo suo. Quella buona società, quella sua condizione sociale che lo
faceva ammettere, non servivano a niente, gli nuocevano anzi. I più eminenti
parlamentari venivano dal popolo, s'erano fatti da sé, senza aiuti di signore
più o meno intellettuali. Leggenda d'altri tempi, che i ministri si facessero
nei salotti politici; in tempi di democrazia, le influenze aristocratiche non
valevano più niente. Erano valse laggiù, in Sicilia, in mezzo ad un popolo
ancora imbevuto delle tradizioni spagnolesche; e nonostante, anche laggiù egli
aveva dovuto fare il democratico, stringere mani callose vincendo un senso di
fisico ribrezzo, protestare contro le distinzioni di casta mentre s'era sempre
creduto e sentito d'una pasta diversa dalla comune. Appena eletto, aveva preso
posto a destra, tra i più rigidi conservatori; e ora cominciava a pensare se
questo non era stato un errore. Il modo migliore di trarre profitto dalla sua
nobiltà e dalle sue ricchezze non era quello di farle dimenticare, mettendosi
coi democratici, coi repubblicani, cogli stessi socialisti, combattendo i
pregiudizii aristocratici, le diversità sociali, predicando l'eguaglianza ad
ogni costo? Tutta la sua educazione e tutta la sua più intima persuasione
protestavano contro questa eguaglianza; egli non ammetteva che fossero sinceri
neppure quelli che la predicavano con fervore di apostoli, perché il bisogno di
emergere, di eccellere, di predominare gli pareva essenziale ad ogni uomo; ma
se quello appunto era il mezzo, dato l'andazzo, per salire nella pubblica
stima, se gli sciocchi portavano più alto chi, volendo salire, più si sgolava
contro le altezze, perché non si sarebbe servito anch'egli di questo mezzo?
L'esempio di Paolo Arconti alla Camera, doveva ammaestrarlo. Nobilissimo,
ricchissimo, stava alla Estrema Sinistra, portavoce più tonante, presiedeva
tutti i comizii radicali, all'aria aperta, scriveva articoli di fuoco nei fogli
più accesi - ed era l'amante di sua cugina donna Teresa Duffredi Uzeda dei
prìncipi di Casaura, ed aveva i gusti più raffinati ed i costumi più signorili.
I democratici di nascita e di professione non lo credevano sincero; ma se ne
giovavano, come egli si giovava di loro; perché l'utile era la grande molla di
tutti, a destra e a sinistra, in alto e in basso; e tutti lo sapevano
benissimo, nonostante le sonore proteste di nobili disinteressi e di suprema
idealità. Se si fosse buttato tra i democratici, sarebbe stato accolto a
braccia aperte, sostenuto a spada tratta, e, per giunta, tutti quei capoccia
conservatori che adesso lo guardavano dall'alto in basso, come il primo venuto,
o che lo trattavano peggio, con un'aria di protezione, senza far niente per
lui, lo avrebbero riverito e temuto, se egli li avesse affrontati. E a poco per
volta questa persuasione si radicò talmente in lui, che egli la venne
rivelando.
«Hanno
ragione coloro che fanno i repubblicani! Se viene la rivoluzione si trovano
dalla parte del manico, e se non viene, per la paura che venga, i nostri buoni
amici li tengono da conto, li accarezzano e li piaggiano. Voi avete sbagliato,
caro Ranaldi, perché vi siete messo con noi?»
«Perché credo
che la salute del Paese dipenda dal nostro partito.»
Egli si mise
a ridere.
«Il Paese?
Con la P grande? Voi ci credete ancora? Caro mio, se voi dite, chi è, dov'è,
che cosa fa, dove si può trovare questo signor Paese ve ne sarò grato. Il Paese
siamo io e voi, e l'usciere che sta in anticamera, e la signorina che ricopia
lettere di là. Il Paese è tutti, il che vuol dire nessuno. E tanto valgono le
nostre idee quanto quelle dei nostri avversarii.»
«Come? Ella
crede che siano tutt'uno?»
«Ma sì! Io
credo che tutti siamo d'accordo. Noi vogliamo conservare progredendo, gli altri
vogliono progredire conservando: la differenza non mi pare un abisso. È
quistione d'intendersi...»
«È quistione
di metodo...»
«I metodi
buoni sono quelli di chi riesce. E per riuscire, non bisogna mummificarsi col
Sella e con tutti questi avanzi fossili dell'epoca terziaria di Cavour e di
Ricasoli, ma star coi giovani, discendere tra la folla, parlarle, udirne le
voci, senza paura che qualche cattivo odore ci salga alle nari. L'Arconti non
sdegna di andare nelle osterie, a bere con gli operai. Ed è un conte
milionario. Così fa Cavallotti, ed è un poeta romantico.»
«Costoro sono
repubblicani!»
«E poi?
Credete che faranno i difficili, se un giorno la Monarchia offrirà loro di
prenderli come suoi consiglieri? Aspettano forse qualche altra cosa, mentre la
Repubblica sta sulle nespole, a maturare? Repubblicani! Pronunziate questa
parola come se volesse dire reprobi od appestati! Repubblicani, sì: hanno
ragione di esser tali! Perché siamo monarchici, io e voi? Quali sono i frutti
del regime che sosteniamo?»
«La Monarchia
ha fatto l'Italia.»
«Proprio lei,
sola sola? E come l'ha fatta? Sponte o spinte? Con le vittorie, o a furia di
disfatte? E che cosa è questa sua Italia? Dov'è la gloria, il lauro e il ferro
che il vostro Leopardi andava cercando sessant'anni addietro? Ne avete notizia
voi? Siamo l'ultima delle grandi nazioni, una ranocchia gonfiata sul punto di
crepare, come quella della favola. Teoricamente, filosoficamente, non mi direte
che il regno d'un sol uomo su tutti gli altri suoi simili sia l'ideale.
L'ideale, se siete idealista, è tutto il contrario, è la repubblica sociale,
l'eguaglianza e l'accordo di tutti. Utopia, sta bene, e lo sanno anche coloro
che la sostengono; ma utopia generosa, non rassegnazione antipatica, come la
nostra. Generosa e pericolosa, volete dire? Andate là, che il mondo non è
caduto e non cadrà, per quante riforme e per quante rivoluzioni si facciano...»
Parlava con grande calore, con gran foga, come sinceramente persuaso di quel
che diceva, come se nel suo pensiero l'evoluzione fosse matura ed egli stesse
per passare nel campo opposto a quello dove aveva militato fino allora.
«Perché resta
dunque con noi?» domandò Federico.
«Perché!
Perché, espresso così da un giorno all'altro il mutamento d'opinione, parrebbe
voltafaccia; perché non mi piace far parlare di me; perché vi sono certe cose e
certe persone, tra i radicali, che mi ripugnano; perché preferirei che il
nostro partito si svecchiasse, che smettesse una buona volta di prender
l'imbeccata da questi oracoli sfiatati, da queste mummie chiuse nel loro
egoismo...»
E cominciò a
rivelare ciò che aveva nell'anima, il vero motivo del suo malcontento contro i
maggiorenti della Destra, che non aiutavano i giovani, che volevano far tutto
loro, e credevano dovuto l'omaggio e la sudditanza, come altrettanti Sovrani. E
contro il Re, per i cui begli occhi egli ed i suoi sostenevano lotte,
affrontavano amarezze, si guadagnavano inimicizie, senza ottenerne neanche un
grazie.
«Noi
continueremo a sostenerlo, il giorno del pericolo, e vedrete che egli preparerà
i bauli, detterà la sua brava abdicazione, e ci lascerà nel ballo, a difendere
un posto vuoto! Noi siamo più realisti di lui! A lui non importa niente di
niente; fa il filosofo, lascia che l'acqua vada per la sua china. Ma io domando
e dico, allora, perché fare i zelanti? Comincio ad averne abbastanza: sto da
vent'anni sulla breccia: dieci in Sicilia, dieci qui a Roma, a combattere per
gente che non s'accorge di me, a cui forse il mio zelo fa dispiacere. Con
questo sistema di scoraggiare chi la difende, di accarezzare i suoi peggiori
nemici, la Monarchia corre difilato al precipizio, ed io resto al mio posto e
ci resterò forse fino all'ultimo anche per questo: per non parere che pensi a
mettermi in salvo, avendo fiutato il cadavere. Ma se aspettano che voglia
rompermi ancora le corna per i loro begli occhi, stanno freschi, mio caro
Ranaldi!»
Il giovane
non era più scandalizzato da quello scettico egoismo. Comprendeva che lo
scontento per non essere arrivato ai posti dei quali si credeva meritevole
faceva parlare così il deputato. Tanti altri aveva uditi parlare come lui,
dichiararsi stufi di sostenere un regime dal quale non traevano nessun
profitto, trattenuti solo per un certo rispetto umano dal compiere una
"evoluzione" verso la libertà, nel senso della democrazia.
Dall'altra
parte, qualche deputato della Montagna, dopo aver fatto il tribuno in provincia
ed a Roma, e aver patito processi e condanne per insulti e attentati alle
istituzioni, e per eccitamento alla guerra civile, un bel giorno, come il
Nicotera, come il Sacchi, dichiarava che la quistione della forma del governo
era secondaria, che l'importante erano le riforme sostanziali, e che se la
Monarchia permetteva e prometteva di compierle, non c'era ragione di
combatterla. Federico non si rallegrava più come un tempo di queste
conversioni, cominciando a comprendere che non la forza delle idee, ma quella
degli interessi le produceva; così come non si doleva più tanto della tepidezza
dei monarchici, di Francalanza, particolarmente. Cominciava a conoscerlo come
un furbo ambizioso, come un vanitoso impaziente d'arrivare, a qualunque costo.
Da un giorno all'altro, avrebbe realmente abbandonato il suo partito, sarebbe
andato a offrirsi egli stesso agli avversarii, pur di mettersi in mostra, di
afferrare un solo capello della chioma della fortuna. Il giovane lo udì ancora,
infatti, ripetere quello sfogo contro la Monarchia e i conservatori, non più a
quattrocchi, ma dinanzi a molte persone, nell'ufficio della Cronaca: non
parlava di sé, dell'egoismo dei capi, dell'abbandono nel quale erano lasciati i
giovani come lui; ma diceva che, dinanzi al socialismo progrediente, alla
"nuova coscienza" affermatasi, la cecità dei Sella e dei Minghetti
era imperdonabile, che erano stolte le velleità di resistenza alla De Zerbi, e
che erano ridicole le strette di mano distribuite dal Re agli operai. Parlava
come uno che fosse sul punto di abbracciare la nuova fede, e Federico non si
sarebbe stupito di vederlo realmente aderire in modo più o meno esplicito al
socialismo, quando, qualche mese dopo, udì, in casa Borromeo, che ad iniziativa
dell'Associazione Statutaria, l'onorevole di Francalanza avrebbe tenuta contro
il socialismo una pubblica conferenza al teatro Valle.
Il rapido
progresso del partito socialista, la moltiplicazione dei voti raccolti dai suoi
candidati, la formazione di tante leghe e fasci e federazioni di operai, la
pubblicazione di fogli che profetavano l'avvento del quarto Stato aveva
cominciato ad inquietare alcuni dei conservatori. Un venerdì notte, verso il
tocco, rincasando dal Whist, Federichello Borromeo trovò che sua moglie,
il generale Corsi, il Micali e il Valtelina parlavano animatamente della
necessità di fare qualche cosa per opporre propaganda a propaganda. La contessa
Virginia, particolarmente, era spaurita, vedeva già il mercato rovinato dalla
rivoluzione sociale, i titoli di rendita e le azioni delle società industriali
ridotti ad altrettanti pezzi di carta da salumaio, i biglietti di banca
svalutati peggio degli assegnati della prima Repubblica francese. Vedendo il
marito, se l'era presa con lui, con l'Associazione Statutaria, con
quell'accademia dalla quale non partiva una sola iniziativa efficace.
Federichello l'aveva lasciata dire, tranquillamente, come sempre, chinando il
capo, osservando di tanto in tanto: «Ma che si può fare?... Ma che possiamo
fare?...».
«Qualche cosa
si dovrebbe tentare» aveva detto il Micali. «Si dovrebbe imitare i socialisti,
nella loro prodigiosa attività di propaganda. Come acquistano proseliti?
Parlando al popolo, scendendo in mezzo alla folla, predicando le loro teorie.
Prendiamo esempio da loro: facciamo valere le nostre ragioni, dimostriamo ad
alta voce come e perché il socialismo non potrà mantenere le sue promesse e
preparerà delusioni e catastrofi, rovine e dolori.»
«Ci vogliono
uomini di fede e di fegato» rispose Federichello, tossendo; «come quelli che
hanno i socialisti. Dove volete che li prendiamo?»
«È vero!...
Questo è vero!... Ci mancano gli entusiasti, i coraggiosi, i giovani pieni di
vita; siamo un partito di vecchie mummie.»
Renata, che
era rimasta nel suo cantuccio, con gli occhi sul ricamo, alzò allora il capo e
disse:
«Qualche
giovane entusiasta e coraggioso, capace di questa propaganda, non manca. Perché
non la proponete a Francalanza?»
E la contessa
Virginia, togliendosi il sigaro di bocca, con un gesto vivace, aveva subito
esclamato:
«Brava!
Francalanza! Francalanza è quello che fa al caso nostro!...»
Il pensiero
della fanciulla era sempre rivolto al giovane siciliano, al deputato elegante e
studioso, verso il quale la sua prima istintiva simpatia s'era mutata in un sentimento
vie più forte e profondo. Ella aveva di lui, della sua fede politica, della sua
arte oratoria, un concetto altissimo; lo stimava degno della maggior fortuna,
si doleva di non vederlo arrivare tanto rapidamente quanto credeva che
meritasse.
Consalvo,
vedendo spuntare il giorno dopo la contessa Virginia, prima di colazione, non
ancora in ordine nella persona, ma già odorante di sigaro, non seppe dalle
prime che cosa volesse da lui.
«Abbiamo
bisogno di voi! Abbiamo pensato a voi! È stata Renata che ci ha suggerito il
vostro nome!» A quelle prime parole, un senso di compiacimento lo animò,
vedendo che la proposta veniva dalla giovanetta; ma, quando seppe che cosa
volevano precisamente, la soddisfazione diede luogo alla contrarietà. Non aveva
nessuna voglia di esporsi all'odio dei socialisti, di scendere in campo come
paladino di quei conservatori dai quali nulla otteneva.
«Come?...
Rifiutate?... Niente affatto!... Venite con me, spiegatevi a Federico ed a
Renata.» E lo trascinò in casa sua.
«Vi ho proposto
io, infatti» gli disse Renata «perché mi sono rammentata delle vostre
professioni di fede, perché pochi hanno i vostri studii severi e la vostra
calda eloquenza. Voi siete anche tanto giovane, ed è bene dimostrare che il
socialismo non ha accaparrato tutte le fresche energie...»
Quel
linguaggio, da parte di quella bellissima creatura, solleticava dolcissimamente
la sua vanità, ma non lo persuadeva.
«Chi vi ha
detto che non sono socialista anch'io?»
«Come ogni
persona di cuore, sì; e appunto di ciò si tratta: di dire al popolo fino a qual
segno è giusto e santo parlargli dei suoi diritti, ma quanto è necessario e
doveroso rammentargli anche i suoi doveri.»
«Il popolo,
contessina mia, ode da quell'orecchio soltanto, ed è perfettamente sordo da
questo. Andargli a tenere un simile discorso, assumersi una parte tanto
antipatica, è una cosa fattibile quando si può sperare d'essere apprezzati e
sostenuti da coloro nel cui interesse si parla; ma in Italia, oggi come oggi, a
fare i conservatori zelanti, c'è da infliggere un vero dispiacere ai monarchici
ed alla Monarchia. Ora, scusatemi, perché dovrei scendere in campo?»
«Per compiere
un dovere...»
«Parole!
Anche i socialisti compiono un dovere, facendo quello che fanno.»
«Ma come? Le
vostre idee...»
«Le idee si equivalgono.
Questa dichiarazione vi sembrerà da scettico? Tale è parsa anche ad un giovane,
a un idealista come voi, a Federico Ranaldi. Sarà scetticismo il mio; ma è ciò
che si trova in fondo all'esperienza. Tutte le fedi si perdono...»
«No, non dite
così...» interruppe Renata con voce addolorata. «Non è possibile che in fondo
al vostro pensiero, all'animo vostro...»
«In questo
fondo, contessina, ci sono molte cose, e forse anche, a cercar bene, un poco di
quella fede che vi piaceva in me; ma io non credo di doverla tirar fuori per i
begli occhi del Re... di Prussia.»
Renata non
insistè più. Quella ragione interessata le dispiaceva peggio, nell'uomo posto
tanto alto nel suo cuore, che non l'ostentata indifferenza filosofica. Era vero
che i meriti del giovane deputato non erano stati riconosciuti e premiati
adeguatamente; ma ella non voleva saperlo tale da non far nulla senza un
corrispettivo. Ella fu pertanto stupita e un poco anche mortificata quando udì
poco tempo dopo, che, tornando sul primitivo rifiuto, Consalvo accettava di
iniziare la proposta propaganda.
Il conte
Federico aveva accennato con qualche compagno dell'Associazione Statutaria a
quell'idea, di ricorrere al Francalanza per una compagna antisocialista: la
proposta era stata accolta con favore, e da più parti Consalvo s'era sentito
rinnovare l'invito. Lo stesso Boito, una sera, in casa Cima, si degnò di
chiedergli se era vero che si preparava a tenere una serie di conferenze contro
il socialismo.
«Mi hanno
invitato a tenerle: ma non mi pare il caso...» Come se non avesse udito le
ultime parole, Boito replicò:
«È bene
opporre propaganda a propaganda; voi avrete occasione di farvi onore.»
E quelle
parole del grand'uomo fecero più effetto che non tutti i discorsi e le
insistenze di tutti gli altri. Boito incuteva ancora a Consalvo l'antica
soggezione; a udirgli esprimere quella lusinghiera fiducia, dimenticò il
rancore concepito contro di lui. Poi l'argomento era persuasivo: farsi onore,
farsi strada, attirare l'attenzione sul suo nome, mettersi bene in mostra. E a
breve andare, dai discorsi delle persone, dall'insieme col quale tutti i suoi
conoscenti gli chiedevano se era vero delle conferenze antisocialiste, egli
comprese che l'occasione era veramente propizia; che i conservatori in preda
alla paura, che il gran pubblico borghese impressionato dal rapido progredire
del socialismo, avrebbero accolto con molto favore, con vero slancio, il
difensore dell'ordine e il paladino della proprietà. Lo tratteneva tuttavia la
paura sua propria, la vecchia paura, di esporsi troppo direttamente alla
nimistà dei socialisti, il terrore di dovere essere additato all'odio furente
della folla ebbra di sangue, nei giorni della rivoluzione inevitabile. Sedotto
dall'idea di far parlare di sé tutta l'Italia, come d'un forte e coraggioso
oppugnatore dell'utopia collettivista, diceva a sé stesso che la rivoluzione
non era poi tanto imminente; e che oggi, del resto, le rivoluzioni non sono più
cruente come una volta, e che la futura rivoluzione sociale avrebbe avuto
troppo da fare se avesse voluto impiccare quanti si erano pronunciati contro la
comunanza della ricchezza; e anche rinunziando a tenere le proposte conferenze,
i rivoluzionarii trionfanti non l'avrebbero certo considerato e protetto come
uno dei loro; e che infine quella sua paura era troppo sciocca e vile;
nondimeno, se in certi momenti la vinceva, in molti altri, quando prendeva in
mano qualche foglio socialista e leggeva le minaccie rivolte ai nemici del
popolo, o quando incontrava nei corridoi della Camera qualche rappresentante di
quel giovane partito, il Costa con le sue diecine d'anni di condanne per
eccitamento alla rivoluzione ed alla guerra civile, il Pantano apologista
dell'Ottantanove e del Novantatré, la paura era più forte, e invece di un
discorso contro il socialismo egli quasi desiderava di potersi accostare a quei
colleghi, di parlare del loro ideale, e di dichiarare che, in fondo, con
qualche riserva intorno al tempo e al modo di attuarlo, egli lo condivideva.
Questa
possibilità, appunto, di conciliare, nelle conferenze che i conservatori
volevano da lui, la lode ed il rispetto per le idee di eguaglianza e di
fratellanza umana predicate dai socialisti, con la critica delle circostanze
nelle quali costoro credevano di poterle attuare, incoraggiava Consalvo, faceva
tacere la sua paura secreta. Così a poco per volta, i giovani monarchici che
gli stavano alle costole per strappargli una parola di consenso, udirono da lui
risposte meno evasive, sebbene ancora dubbiose. «Dove e come volevano che egli
tenesse queste conferenze? In un luogo aperto, accessibile alla folla
accorrente in tumulto da tutte le parti?...» No, assicuravano: in un luogo
chiuso, in un teatro, con le debite cautele degli amici e della polizia. «E
doveva anche rispondere ai possibili contraddittori, sostenere battibecchi
inutili e imbarazzanti coi primi venuti?» Mai più, gli garentivano: si trattava
d'una conferenza, non d'una accademia. Così, dopo aver posto tutte le sue
condizioni, dopo aver prese tutte le cautele, egli si decise. A Renata
Borromeo, che già aveva saputo il suo assenso dal padre, egli annunziò una
sera:
«Ho accettato
il vostro consiglio, contessina, e ve ne sono grato. Il nostro dovere è di
difendere con ogni forza la Società minacciata. Io sono l'ultimo del mio
partito, ed ho provato molte delusioni, e disinganni; ma, nel momento del
pericolo, non posso disertare il mio posto. E il momento è grave come non
mai...»
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