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VIII
Consalvo
Uzeda s'era sentito alleggerito d'un gran peso nel pronunziare le ultime parole
della sua conferenza. Ne aveva patito l'incubo per più di un mese; oramai era
cosa passata. I calorosi applausi degli aderenti gli facevano piacere, ma non
lo illudevano molto; il domani sarebbero venute senza meno le risposte vivaci e
le critiche acerbe. Comunque, per il momento, pensava che meglio di così non
sarebbe potuta andare. Uscendo dal teatro, una quantità di persone gli s'erano
messe alle costole, e non l'avevano più lasciato, rinnovando i complimenti,
tornando sugli argomenti da lui svolti, suggerendogliene altri per il libro che
aspettavano da lui. A poco a poco, sul Corso, il codazzo delle persone che lo
seguivano si era con sua soddisfazione, diramato; una mezza dozzina lo
seguivano ancora. Avendo sete entrò da Aragno: gli ammiratori sedettero
intorno, ed egli offerse a tutti da bere. Fu accostato da altre persone, da
giornalisti, da conterranei, che si rallegravano con lui; poi andò al giornale.
Anche lì gli parlarono della conferenza; le cartelle dell'articolo nel quale se
ne rendeva conto erano già in tipografia, e Balzan gli disse che fra poco ne
avrebbe avute le bozze. Egli le aspettò, le lesse e ne fu malcontento. La
relazione era troppo sommaria e strozzata; ma data l'angustia dello spazio, non
s'era potuto fare di più. Ottenne nondimeno che si accennasse ad alcuni punti
essenziali, ed aspettò ancora di rivedere le nuove prove. Uscì alle sette
insieme col Banzatti che aveva fretta di andare a casa e salì in una botte a
piazza Colonna, offrendogli un posto fino a piazza del Tritone: egli fu un
momento titubante, ma proprio in quel momento s'avviava per la salita
l'onorevole Gionata, ed egli si accompagnò al collega. Parlarono della
situazione parlamentare, della condizione del Ministero; giunti sulla piazza il
Gionata voltò a sinistra, ed egli a destra. S'avviò lentamente, pensando a ciò
che gli aveva detto il collega, alla probabile crisi, e alla lentezza della sua
fortuna politica. Nulla ancora aveva ottenuto di quanto sperava e credeva di
meritare; a niente erano giovate le prime impazienze, i lunghi lavori, il
giornale, le amicizie. Si erano serviti di lui, anche ora lo avevano esposto al
rischio di quella conferenza, e tutto era e sarebbe stato invano, chissà per
quanto tempo ancora. La piccola rinomanza concepita in una breve cerchia non
gli bastava, quasi l'offendeva, quasi gli faceva considerare preferibile la
totale oscurità. Ignorato da tutti, avrebbe potuto credersi negletto
ingiustamente; la mediocrità alla quale era giunto lo crucciava perché poteva
segnare il grado del suo valore, agli occhi di chi non lo conosceva come egli
stesso si conosceva. Non dubitava di sé; aveva sempre un altissimo concetto del
suo ingegno, delle sue attitudini, della sua forza; il difficile era diffondere
questo concetto, fare che un numero sempre maggiore di persone, intorno a lui,
lo condividesse!
Giunse con
questi pensieri quasi sul portone di casa. I primi lumi splendevano d'una luce
d'oro nell'ultimo chiarore del crepuscolo; dinanzi a lui la strada era deserta;
dietro di lui il rumore d'un passo. Si voltò: un uomo di umile stato, piccolo,
con la barba ispida e un cappelluccio a cencio gli si accostò.
«È lei il
deputato Francalanza?»
«Sono io.»
«È lei quello
che ha tenuto oggi il discorso al teatro Valle?»
«Sì, io. Che
volete?»
Quelle
domande e il tono di voce escludevano che lo sconosciuto chiedesse qualche
soccorso, come l'Uzeda aveva dapprima supposto.
«Allora...»
riprese il suo interlocutore, portando una mano alla tasca «allora, ecco...
prenda... questo è per lei...»
Egli vide
luccicare la lama d'un pugnale, e non ebbe tempo di gettare un grido, di
buttarsi indietro, che un urto violento alla spalla lo scosse. L'aggressore
stava per dare un secondo colpo; ma già una voce, dietro di lui, gridava:
«Ferma!... Ferma!...». E dalle portinerie e dalle finestre spalancate altre
voci rispondevano: «Ferma!... Ferma!... Dalli!... Assassino!...».
L'omicida non
fece un passo per tentare di fuggire, non oppose un moto di resistenza alle
persone che gli furono sopra e lo disarmarono. Il portinaio di Villa Spada,
riconosciuto il suo padrone pallido e barcollante, corse a lui:
«Eccellenza!...
Signorino!... Chi è stato?... È ferito?...»
«Qui... Non è
nulla... Portatemi su....»
Ma l'abito si
rigava di sangue e l'Uzeda impallidiva sempre più.
«Una sedia!»
«Adagiatelo
sopra una sedia!»
«Sora Rosa,
andate voi!...»
«Subito...,
ecco...» Mentre il portinaio e uno degli astanti lo sorreggevano, la portinaia accorreva
con una sedia; su quella il ferito si abbandonò e fu trasportato sotto il
vestibolo, su per le scale. Persone di servizio e padroni si affacciavano agli
usci, chiedevano che cosa era accaduto, significavano con gli atti e le parole
la loro pietà vedendo quel viso esangue, quegli abiti insanguinati, dai quali
il sangue stillava sui candidi gradini di marmo.
«È morto?...
È ferito?... Chi è stato?... Com'è stato?... Dinanzi al portone?... Hanno
arrestato l'assassino?... Un dottore?... Dove sono le guardie? Dove sono i
carabinieri... Non si trovano mai?... Povero signore!... È solo in casa?...
Meglio portarlo all'ospedale... Ma era un ladro?... A quest'ora?... In una
strada come questa?... Chi era?... Che voleva?... Il cameriere è in casa?... È
in casa, bisognerebbe avvertirlo...»
La sora Rosa,
infatti, passò innanzi, salendo a due a due le scale, mentre la sedia col
ferito procedeva lentamente, seguita da una mezza dozzina di persone, ciascuna
delle quali diceva la sua. Giunta sull'ultimo pianerottolo, la portinaia vide
schiudersi l'uscio del senatore. La Clelia, con aria di curiosità, chiese:
«Che succede?
Che è questo rumore?...» «Hanno ammazzato il deputato!...» le gridò la sora
Rosa, con le mani nei capelli.
«Gesù!
Come?... Perché?...»
Ma l'altra non
le rispose, soffiando forte e attaccandosi al campanello elettrico. Antonio,
aperto l'uscio, viste quelle due facce sconvolte, udite le loro parole
affannose, non comprese sulle prime, a bocca aperta dallo sbalordimento.
«Il vostro
padrone!... Lo portano su!... L'hanno sparato!...»
«Il
padrone?...»
E si
precipitò per le scale. Già i portatori, quantunque si fossero dato il cambio
più volte, erano giunti sull'ultimo ripiano. Tra le parole costernate, i
consigli, i suggerimenti, la sedia col ferito entrò per l'uscio spalancato.
La Clelia,
rimasta ancora un momento sull'uscio suo, tornò dentro e andò difilato nel
salotto dove la padroncina leggeva, aspettando l'ora del pranzo.
«Signorina...
Signorina... Non sa?... Non ha sentito?...»
«Che c'è?»
«Hanno
ammazzato il deputato Francalanza... lo portano su in questo momento...»
Renata sorse
in piedi tutta smorta in viso; il libro le cadde dalla mano distesa a cercare
istintivamente un appoggio.
«Ammazzato?...
Morto?...»
«Par morto, o
muore: non so... Signorina, che ha?... Gesù mio, signorina!...»
«Dio!...»
La breve
parola le uscì sibilando dalle labbra pallide e frementi; gli occhi si
dilatarono, rotearono, vuoti di sguardo; le mani si congiunsero al seno,
comprimendolo forte.
«Dio!...»
E ad un
tratto ricadde, irrigidita.
«Signorina
mia!... Signorina mia!... Non mi faccia paura anche lei!... Si faccia
coraggio!... Gli vuol bene: è vero?... Me n'ero accorta!... Sono stata una
stupida!...»
«Morto, hai
detto?... Morto?...»
«Ma no, non
sarà morto... è ferito, è svenuto, guarirà, stia sicura... Non sente?... Una
carrozza... Il dottore!...»
Allora la
fanciulla si risollevò. Disse, brevemente: «Vieni, andiamo...»
«Che vuoi
fare?»
«È solo,
andiamo ad assisterlo.»
Parlava con un
accento così risoluto, che la donna non tentò di opporre una sola parola,
seguendola. E appena entrò in casa del ferito, appena fu dinanzi alla gente
assiepata intorno al letto, il viso le si ricompose così, che nessuno poté
sospettare l'angoscia che le attanagliava il cuore. Con voce dolce e ferma
pregò gli astanti che si scostassero, che non togliessero l'aria al giacente;
e, scorto il viso cereo, gli occhi vitrei, il corpo sanguinoso e abbandonato,
non un moto la tradì.
«Preparate
dell'acqua, una brocca, una catinella...»
«Clelia vai a
prendere il cotone fenicato, nell'armadio della mamma... Una spugna, una
forbice, qualche tovaglia...»
Il dottore,
arrivando con l'ispettore di polizia, trovò tutto pronto. Gl'intrusi furono
allontanati: ella restò, con la Clelia ed Antonio, vicino al letto. L'abito fu
tagliato addosso al ferito, fu tagliata la camicia e il corpetto intorno alla
spalla; egli trasalì, le labbra sibilarono ad uno strappo. Apparve la carne
bianca dell'omero, apparve lo squarcio della ferita. Ella chiuse un istante gli
occhi, poi li riaperse.
«La spugna...
Accosti la catinella... Mi passi l'asciugamano...»
Il dottore si
rivolgeva a lei; ella lo assisteva, come se avesse passato la vita in una
clinica chirurgica. Chiuse ancora gli occhi, strinse forte le mascelle quando
col ferro il sanitario frugò nella ferita, strappando un gemito al paziente.
Tornata padrona di sé, domandò a bassa voce:
«È grave?...»
«Non credo.»
Allora
respirò più liberamente.
«L'emorragia
è arrestata. Bisognerebbe spogliarlo del tutto; occorre qualche striscia di
tela...»
Ella corse a
casa, fece a lembi un lenzuolo; quando tornò di là, il ferito era sotto la
coltre, col busto eretto, appoggiato a un monte di guanciali e di cuscini:
dalla camicia da notte aperta e squarciata sulla spalla destra, appariva il
petto nudo, bianco e grasso quasi quello d'una donna, appena ricoperto sullo
sterno da una lanuggine bionda. Quella nudità era fatta casta dalla ferita, dal
sangue, dal pericolo di morte. La fanciulla dette ancora opera alla
medicazione, come una suora, silenziosa ed agile, pronta ad ogni cenno del
sanitario. Il ferito tornava in sé, girava gli occhi, moveva il capo. Ella si
chinò su lui, gli disse, con un tenue sorriso:
«Francalanza,
mi riconosce?... Siamo qui noi!... Il dottore assicura che non è nulla... Come
si sente?...»
«Grazie...»
rispose egli, guardandola. «Bene... meglio...»
«Ha bisogno
di qualche cosa?... Ha sete?...»
«Sì...»
Ella stessa
gli sorresse la testa e gli accostò il bicchiere alle labbra.
Squillò il
campanello del telefono; la notizia dell'attentato si era diffusa; dalla Cronaca,
dagli altri giornali, da Aragno, dai ministeri cominciarono a chiedere
informazioni e particolari. Poco dopo, sopravvenendo le prime visite, Renata si
ritirò, dando ordine alla Clelia di restare a disposizione del dottore e di
chiamarla quando la gente se ne fosse andata. Ma, fino dalle prime parole
rivolte al ferito da giornalisti, da colleghi, da amici, il dottore espresse il
timore che la commozione potesse riuscire dannosa, e pregò gli astanti di
ritirarsi. Il salotto, lo studio e l'anticamera rimasero pieni fino a tardi di
gente; ma quando lo stesso Durante lasciò la camera del paziente, assicurando
che tutto procedeva bene, le persone cominciarono ad andarsene. A mezzanotte lo
stesso chirurgo, visto che il ferito riposava tranquillamente, diede le ultime
raccomandazioni alla Clelia e ad Antonio, e andò via. La Clelia passò ad
avvertire la signorina. La cuoca, venuta a schiuderle l'uscio, le disse che la
signorina non aveva quasi assaggiato il desinare tenutole in caldo, e che si
era ritirata in camera sua.
«Povera
signorina!... È un gran colpo per lei!... Adesso bisognerebbe avvertirla...»
«Di che?»
«Che non c'è
più nessuno, di là...
«Vuol
tornarci ancora?»
«Non so, m'ha
detto di chiamarla...»
«Se la
lasciasse riposare?»
«Ma
riposerà?...»
Ella apparve
sull'uscio dell'anticamera, lieve come un'ombra.
«Clelia, sono
andati?»
«Signorina
sì, anche il dottore.»
«Chi c'è?
Antonio?»
«Solo lui.»
«Andiamo.»
Le due donne
tentarono di dire qualche parola per consigliarla a restare in casa e ad
andarsene in letto; ella rispose, con voce dolce e ferma:
«Non possiamo
lasciarlo solo, tutta la notte. Vieni.» Non trovò l'infermo così calmo come
aveva sperato. Respirava con affanno, scuoteva il capo nel sonno grave; brividi
nervosi gli passavano per le braccia e le mani.
«Che ha,
signorina?» le domandò con voce bassa ed inquieta Antonio, additandolo «Da
qualche momento, da che è andato via il dottore, si agita, pare che soffra...»
«Soffre...»
rispose ella, chinandosi a guardare l'infermo. «Che ha detto il dottore?»
«Di dargli
qualche cucchiaio di quella pozione che è sul canterano, se si desta...»
«Bene. Se
volete andare a riposare, resto qua io.»
«Riposare?
Non ci mancherebbe altro!»
«Tu, Clelia,
torna a casa, o buttati qui sopra un divano. Io resto.»
«Resto con
lei.»
«Fa come
vuoi.»
Si pose a
sedere sopra una poltrona, accanto al letto, con le spalle alla lampada, gli
occhi rivolti all'infermo. Poco andò che udì il respiro forte dei due servi
addormentati, Antonio nella stanza attigua, la Clelia in un angolo della stessa
camera. Dalla via non saliva un rumore; solo di tanto in tanto, di lontano,
veniva il fragor sordo d'una carrozza. Ella restava come assorta, con le mani
congiunte, nella contemplazione di quel viso bianco e biondo. "Bisogna
salvarlo! Bisogna che viva!" Passato lo stordimento e l'ambascia del primo
istante, dispersa la prima paura che egli fosse già morto, questo era il
pensiero che l'aveva sostenuta e dominata. Perché egli vivesse, perché fosse
salvo era accorsa, aveva represso la commozione violenta, aveva data e dava
l'opera sua. Era entrata nella casa d'un giovane, lo vegliava seduta al suo
capezzale: nulla le importava ciò che ne avrebbero osservato i suoi o gli
estranei. Se anche quel ferito fosse stato uno sconosciuto, gli avrebbe
prestato le sue cure egualmente; ma una tenerezza gelosa la teneva a quel
posto; vigile, inquieta e trepidante dinanzi all'uomo che era il suo pensiero,
soave e tormentoso da anni. Forse egli non s'era neppure accorto del suo
sentimento: che importava? Egli non aveva bisogno di lei; ma ella viveva di
lui. Ne ammirava la vivacità dell'ingegno, il calore della parola, le piaceva
il suo nome antico e sonoro; prediligeva con la fantasia, senza ancora
conoscerla, la terra infocata e odorosa nella quale era nato e dalla quale
veniva. Lo dicevano ambizioso: ella giudicava legittima e nobile l'ambizione di
un uomo che aveva la sua posizione sociale, la sua cultura, la sua attitudine
alla vita pubblica. Non tutto le piaceva in lui: certe professioni di
scetticismo che aveva udito uscire dalle sue labbra, certe ironie, certi
sarcasmi le erano stati cagione di contrarietà e di dolore. Anche quel giorno,
al teatro Valle, durante la conferenza, non aveva condiviso tutti gli
entusiasmi della sua anima: pure ammirando l'abilità delle argomentazioni,
qualche cosa l'aveva scontentata: le note umoristiche troppo ripetute, il
rigore dell'attacco contro le speranze d'un migliore assetto della famiglia
umana, la mancanza d'un caldo soffio di simpatia animatrice. Ma gli stessi suoi
difetti la stringevano a lui, eccitando il desiderio, il bisogno, la fede, di
correggerli, se un giorno avesse potuto metterglisi a fianco e illuminarlo e
ispirarlo. Ora egli giaceva sopra un letto d'agonia, col petto squarciato per
aver professato pubblicamente quell'idee da lei non condivise interamente; e
dinanzi all'effetto malefico ella non si sentiva più sicura nel giudizio di
poco prima. Aver significato apertamente e solennemente un pensiero che stava
quasi per costargli la vita, era stato un atto di stupendo coraggio civile!
Doveva egli forse temperare l'espressione del proprio pensiero e cercare
qualche ipocrita accomodamento per evitare il pericolo? Andargli incontro era
stato degno d'un uomo forte e cosciente. Nel mondo anch'ella vedeva ora una
lotta necessaria, fatale, se la semplice espressione d'un concetto sociale e
politico si pagava col sangue; se il fanatismo armava la mano d'un uomo contro
un altro colpevole solo di non pensar come lui. Ella poteva dolersi che il
fanatismo esistesse, che le opinioni non fossero uniformi e concordi, che
l'amore non governasse il mondo; ma l'uomo che aveva esercitato il diritto di
enunziare le proprie idee, aveva anche compito un nobile, un alto, un santo
dovere, ed era degno di tutta l'ammirazione e di tutta la pietà ora che giaceva
sopra un letto di dolore. Ella stringeva forte le mani una contro l'altra
udendo l'affannoso respiro del ferito, le torceva nell'impotenza di far nulla
per alleviarne la pena. Vedendolo dare un sussulto più grave degli altri, sorse
in piedi, si chinò su lui, gli prese una mano. Era calda di febbre.
«Consalvo...
Consalvo...» gli disse, sottovoce, ma quasi all'orecchio, chiamandolo la prima
volta col suo bel nome, tante volte ripetuto mentalmente e sussurrato; ma egli
non udiva, immerso in un egro sopore, e un'eco le restava dentro:
"Salvo... salvo..." come una speranza, come un augurio.
Lasciò la sua
mano, tornò a sedere, a contemplare il viso febbricitante, con gli occhi aridi
e fissi. Bisognava salvarlo: era troppo crudele che quella giovane vita perisse
così, sia pure sopra un campo di battaglia, per un'idea. E quell'idea, se era
legittima, se rispondeva alla realtà delle cose, non era, no, generosa! Una
voce, dentro di lei, nonostante tutti i tentativi di persuasione contraria, le
diceva che dimostrare inevitabili i mali sociali e impossibile ogni rimedio,
poteva esser cosa che la ragione approvava, ma non il cuore. Morire per tentar
di redimere gli uomini era divino; per togliere loro ogni speranza, inumano. Ed
ella non voleva che l'uomo da lei amato lasciasse la vita in quella avventura:
voleva vederlo salvato a un più degno destino; e poi, e prima, a sé stessa,
all'amor suo!...
La notte
scorreva così, tacita e lenta. La Clelia, destatasi, venne un momento in punta
di piedi vicino al letto, per chiederle se avesse bisogno di nulla.
«Nulla; va!
va a buttarti sopra un divano...»
Con gli occhi
grevi di sonno, la donna obbedì. Nell'anticamera, al rumore del suo passo,
Antonio si destò: Renata udì i due servi parlare un poco piano fra loro; poi le
voci si spensero. L'infermo era adesso più tranquillo, e il respiro più facile.
Ella gli toccò ancora la mano: le parve che fosse meno calda. Non la lasciò
così presto come la prima volta. La presenza della donna, quantunque
addormentata, l'aveva trattenuta; sola, si sentiva ora più ardita. Ma, ad un
tratto, la testimonianza della propria coscienza le fece salire una fiamma alla
fronte. "Che faccio!..." disse tra sé. Era stata sul punto di
chinarsi su quel viso, di baciarlo. Restò un poco in piedi appoggiata alla
sponda del letto, guardando con tutto l'ardore della sua passione il viso bello
e maschio; poi tornò a sedere, a immergersi nei suoi pensieri. A poco a poco,
le ciglia cominciarono a calarle sugli occhi stanchi dalla lunga veglia; ma
ella reagì, con una tensione della volontà, dell'immaginazione, di tutta
l'anima. Se si fosse destato, nessuno ormai gli era vicino. Che vita, quella
d'un uomo solo senza un affetto sul quale poter fare sicuro assegnamento! Egli,
e tutti i giovani suoi pari, la conducevano per amore della libertà, senza
pensare ai giorni della solitudine triste; e quante volte ella si era sentita
stringere il cuore all'idea delle altre donne, delle molte donne che avevano
tenuto e continuamente tenevano qualche posto nella sua vita! Non erano venute
anch'esse, assiduamente o per una notte, in quella casa, in quella camera? Non
vi avevano lasciato qualche cosa dell'esser loro, un'eco della loro voce, una
traccia del loro profumo, una forcella dei loro capelli? Non sarebbero tornate,
alcune, le preferite, le meno volgari, udendo che egli giaceva in letto,
ferito? E le pareva che esse entrassero realmente in quella camera, silenziose
e guardinghe; che si avvicinassero a lui, che lo baciassero, senza i suoi
scrupoli. Una, particolarmente, l'amante del cuore, significava, con la
sicurezza dell'incesso, con la risolutezza degli atti, il dominio esercitato
sul giovane; e nello scorgere lei, le rivolgeva uno sguardo di superbo
disprezzo. Si impadroniva della casa e dell'infermo, giudicava mal fatta ogni
cosa; la medicazione, la disposizione dei guanciali, il grado della luce.
Abbassava la lampada, e nella penombra saettava contro di lei sguardi pungenti
di scherno. "Che fa, qui costei?... Chi è questa intrusa?... Ti ama?... Ma
tu non l'ami, tu; non le hai detto mai che l'ami; tu ami me, sei mio, e non sai
che farti dell'amor suo!..." Lo teneva per mano, lo baciava sulla bocca, e
col nuovo giorno al sopravvenire del dottore, della gente, riceveva tutti, dava
spiegazioni ai visitatori ed ordini ai servi. La Clelia, venuta accosto alla
sua padrona, le diceva: "Venga via; qui non è il suo posto; non vede che
tutti la guardano?...". Ma ella non riusciva ad alzarsi, appesantita su
quella poltrona, con le gambe divenute come di sasso. E tutta la sua persona si
veniva pietrificando, a poco a poco, dalle gambe al cuore, che batteva con la
rigidità d'un martello, e che poi si induriva anch'esso, si rapprendeva,
orribilmente; finché, nel punto del massimo spasimo ella si destò. Aveva
sognato, aveva dormito, non sapeva quanto tempo: la notte era sempre alta,
nessuna voce, nessun rumore tutt'intorno. Guardò l'infermo: aveva gli occhi
aperti, la guardava tacitamente. Ella sorse e gli si fece dappresso.
«Siete
desto?... Come vi sentite?...»
Consalvo
chinò un poco il capo, con un ambiguo segno d'assenso.
«Meglio, è
vero?... Vi sentite meglio?... Vi siete destato da un pezzo?»
Diniegò col
gesto.
«Non potete
parlare?»
«Sì...»
rispose, pianissimo. Poi soggiunse: «Ma voi, qui...»
Ella scosse
le spalle.
«Non pensate
a me. Eravate solo, son qui ad assistervi. Avete bisogno di nulla? Volete che
chiami Antonio?»
«Ho sete.»
«Subito... Ma
prima bisogna che prendiate qualche cucchiaiata di questa pozione, ha detto il
dottore... Aspettate... appoggiatevi... così...»
Ancora una
volta gli resse il capo e gli diede la mistura.
«È sgrata?»
«No...»
«Volete
ancora dell'acqua?»
«Ora non
più... grazie...»
«La ferita vi
duole?»
«Sì...»
«Vi sentite
la febbre?»
«Non so.»
Ella gli
prese il polso.
«No,
fortunatamente non ce n'è più. Vedrete che guarirete rapidamente.»
«Vi ringrazio
dell'augurio... Come siete buona...» Gli rispose solo con un tenue sorriso.
«Manca molto
a far giorno?» domandò egli ancora.
Fattasi alla
finestra, ella scorse il primissimo chiarore dell'alba in fondo al cielo.
«Comincia
appena ad albeggiare.»
«Avete
passata tutta la notte sopra una poltrona! Come ne sono dolente...»
Poiché parlava
con qualche stento, ella protestò:
«Vi prego di
non affannarvi per me; ho passata la notte benissimo.»
«Ne sono
dolentissimo... ora andate a riposare, vi prego...»
«Sì, ora
andrò. Vi manderò Antonio: va bene?»
«Sì,
grazie... Era venuta molta gente?»
«Molta gente,
iersera. Amici vostri, colleghi, giornalisti. Non li avete uditi?»
«Poco,
soffrivo. Che dicevano?»
«Erano tutti
inorriditi, dicevano che solo un pazzo poteva aver commesso quell'atto.»
Egli fece
ripetutamente segno di no col capo.
«Lo conoscete?»
«No; ma non
era pazzo...»
«Vi parlò?»
«Sì... come
uno che sa bene quello che fa!...»
«E non
concepiste nessun sospetto? Non aveste tempo di salvarvi?»
«In qual
modo?»
«È vero!...
Che infamia!»
Egli disse in
atto e con voce di filosofica rassegnazione:
«Sono gli
incerti del mestiere!... Ora andate, andate, ve ne prego...»
Le stese la
mano. Ella gli diede la sua.
«Buona,
buona!... Voi siete tanto buona...»
E la guardò
negli occhi. Ella non sostenne quello sguardo lucente di gratitudine e di
tenerezza. Sentì che egli attirava la sua mano, che l'accostava al proprio
viso; e non seppe, o non volle o non potè ritirarla: il giovane vi impresse le
labbra tepide e frementi.
«No» disse
ella, finalmente ritraendola. «Addio... arrivederci...»
E tutta Roma
fu piena della notizia, gridata dai giornalai, diffusa per i caffè, per gli
uffici pubblici, telefonata e ripetuta da tutte le parti: Federico, uscendo di
casa, non udì parlare d'altro. Le espressioni di rammarico erano universali; ma
lo sdegno dei moderati prorompeva acre e violento contro i partiti estremi,
alla propaganda dei quali era direttamente addebitato il tentato omicidio. I
giornali nemici del ministero, particolarmente, s'impadronivano del ferito,
mostravano la sua piaga a tutta l'Italia, facevano ricadere il suo sangue sul
capo di coloro che avevano coscientemente eccitato l'istinto feroce d'un
incosciente, predicando l'odio e la vendetta sociale. Interrogato l'assassino,
verificate le sue affermazioni, si seppe che costui, un certo Lorani, umbro,
non era ascritto al partito socialista, che non aveva neppure assistita alla
conferenza dell'onorevole Francalanza; che era uno sciagurato senza arte né
parte mandato via per mala voglia di lavorare e stravaganza di idee da tutti i
padroni presso i quali era stato impiegato in luoghi diversi; che era arrivato
a Roma da qualche settimana e non mangiava da due giorni, che era passato per
caso dinanzi al teatro Valle quando la folla ne usciva, ed aveva saputo da un
passante perché tanta gente si era adunata e che cosa il deputato aveva detto;
che s'era messo a seguire il gruppo di persone tra le quali gli avevano
additato l'oratore e che lì per lì aveva concepito l'idea di sfogar su di lui
la rabbia della fame. Invano, sulla fede di queste notizie, i socialisti, i repubblicani,
i radicali ricusavano ogni responsabilità nell'accaduto, tentavano di assegnare
all'avvenimento il suo giusto carattere contro ogni esagerazione ed ogni
preconcetto: tutti gli altri lavoravano a gonfiarlo, a farne il sintomo d'una
condizione di cose intollerabile. Telegrafata a giornali di provincia, poco
esattamente, la notizia era commentata dai monarchici piemontesi, dai moderati
lombardi, dai conservatori meridionali con giudizii roventi che telegrafati a
loro volta a Roma, mettevano nuova esca al fuoco. L'onorevole di Francalanza
era un'insigne vittima dell'abuso della libertà, della licenza imperversante:
egli cresceva da un momento all'altro sino alla statura d'un eroe. Solo fra
tanti pusillanimi che gridavano a quattr'occhi contro le aberrazioni
democratiche, ma non ardivano metter fuori la punta del naso, opporre
propaganda a propaganda, egli aveva dato prova di ammirabile e raro coraggio
scendendo in mezzo al popolo per fare udire apertamente, nitidamente,
serenamente la voce della ragione; e la prima volta che in Roma, nella capitale
di un libero Stato, un libero cittadino tentava di esprimersi liberamente, uno
di coloro ai quali le sue opinioni non garbavano, gli rispondeva con una
stilettata. Il pugnale del Lorani aveva colpito, sì, il petto d'un
ragguardevole cittadino, di un rappresentante della Nazione; ma, oltre quella
vita umana, aveva ferito qualche cosa di più sacro ancora; di più necessario e
prezioso a tutti: la libertà. Il suo simulacro era battuto dalla mano del
Terrore. La demagogia, invitata a ragionare, non trovando argomenti da opporre,
ricorreva alle armi corte. Questa volta era toccata all'onorevole di
Francalanza; la prossima a chi? Nessuno avrebbe potuto più significare un'idea
sgradita ai tiranni imberrettati di frigio, senza correre il rischio di finire
accoppato. Ma era tutta e soltanto loro la colpa? No, no; non era giusto
asserirlo. Essi avevano fatto e facevano il loro mestiere; la colpa era di chi
aveva il dovere di opporsi alle loro insane teorie; alle loro folli pretese,
alla loro velenosa propaganda, e che invece di compiere questo dovere aveva
trescato con loro, fedifrago alla Patria e al Re.
Dopo il
tocco, Federico si recò a far visita al deputato. Trovò il letto circondato da
una folla di gente: lo stato del ferito era tanto soddisfacente, che il dottor
Durante gli aveva consentito di ricevere, di parlare. Egli narrava e rinarrava
la storia dell'aggressione, tutto ciò che aveva fatto all'uscita del teatro
fino all'arrivo dinanzi al portone di casa e all'incontro con l'aggressore; e a
quanti lo interrompevano per osservare che naturalmente era stato colto alla
sprovveduta, rispondeva al contrario che fin dal primo momento aveva capito le
intenzioni ostili del malfattore. Era stato avvertito del pericolo, soggiungeva,
fin dall'annunzio della conferenza; una lettera anonima lo aveva sconsigliato
dal pronunziarla perché poteva costargli qualche grosso dispiacere.
«E non vi
siete armato?... E non ti sei fatto seguire da qualche guardia?...»
Egli
scrollava il capo, dicendo con accento di grande semplicità:
«A che
pro?... Né le armi né le guardie giovano, in simili casi.»
«Ma allora
perché ti sei lasciato accostare?... Come non vi siete messo sulla difesa?...»
«Dovevo
fuggire?... dovevo gridare occorruomo?»
E tutti riconoscevano,
che, realmente, non c'era nulla da fare; ma il suo coraggio rifulgeva e
costringeva tutti all'ammirazione, rasentando per taluni la stessa temerarietà.
E quanto sangue freddo, nel dire al portinaio che "credeva" soltanto
di esser ferito, nell'ordinargli di trasportarlo su e di chiamare il
dottore!... Egli si schermiva dalle lodi; diceva che non c'era niente di
straordinario in quel che aveva fatto. Il pugnale, spiegava, era
prodigiosamente passato fra il polmone ed il cuore; ma la ferita era abbastanza
profonda.
«Ho sentito
però con molto piacere,» osservò Federico «che la guarigione è questione di
giorni.»
«Forse di
qualche settimana» corresse egli; «ma, insomma non c'è nulla di grave.»
«Questa è una
circostanza fortunata,» osservò l'onorevole Marazzi «della quale noi tutti ci
rallegriamo; ma non menoma per nulla la gravità del fatto, che è enorme.»
Voci concordi
esclamavano tutt'intorno:
«Enorme,
mostruoso, intollerabile...»
«Milesio
dovrà oggi renderne conto, non ne potrà uscire con le solite barzellette...»
«Sperate che
si ravveda? Fiato sprecato!...»
«Preparatevi
al peggio!»
«Guardiamoci
tutti che non facciano la pelle anche a noi!»
L'onorevole
Finocchiaro, uomo di sinistra, ministeriale, osservò:
«La disgrazia
toccata al nostro collega...»
«La chiamate
disgrazia?» interruppero gli altri con voce grossa.
«Dite
delitto! Dite assassinio!... Altro che disgrazia!... Qui si assassina la
gente!...»
«Sì, è un
delitto...»
«Al quale
siamo arrivati per merito dei vostri amici, del vostro governo...»
«Scusate,
scusate, non esageriamo...»
«Ah, parlate
già di esagerazione? Avete il coraggio di parlare di esagerazione, qui, dinanzi
a un uomo accoltellato?... E non siete stati voi, con le vostre teorie
liberali, con la vostra politica democratica, che avete permesso il dilagare
dei principii sovversivi, l'ordinarsi delle forze rivoluzionarie?...»
«Nessuno più
di me deplora... Nessuno più di me deplora...» tentava di dire il Finocchiaro;
ma gli altri lo investivano, ad una voce, con gli occhi fuori della testa, con
gesti violenti:
«Deplorate,
piangete le lagrime del coccodrillo, a quest'ora!... Dopo che il male è
fatto!... Dopo che è quasi irrimediabile!... Bisognava deplorarlo prima,
bisognava; non mettervi coi fautori dei settarii e degli assassini...»
«Creda,
collega... fece allora l'altro, rivolgendosi direttamente al ferito; e
Consalvo, fra le voci iraconde dei suoi amici, gli rispondeva:
«Ma certo, ma
certo... le sono tanto grato... non dia retta...»
Allora il
Marazzi si rivolse contro di lui:
«Che cos'è?...
Gli dai ragione anche tu, adesso?... Giudichi che abbiano ben fatto a
pugnalarti? Ti dispiace che non t'abbiano sgozzato addirittura?»
«Andiamo!...
La mia persona non c'entra...»
«Non
c'entrerà per te; tu sei padrone di buttarti nel Tevere quando ti piace... Ma
qui la nostra libertà, la nostra vita sono in giuoco, se non pensiamo a
difenderle, come in un bosco, in mezzo ai briganti!...»
E tutti gli
altri facevano eco, mentre Consalvo taceva, con gli occhi socchiusi, come se
quel frastuono cominciasse a stancarlo: "Bisognava dare una stretta ai
freni!... Far macchina indietro!... Mandare via i traditori del Paese!...
Affidare il governo a gente capace di opporre un argine alla marea
progrediente, che minacciava di travolgere ogni cosa!...".
«Alla
Camera!... Alla Camera!... Sono le due!... Alla Camera!...»
Federico
profittò dell'uscita dei deputati per andar via anche lui, per seguirli a
Montecitorio.
L'aula era
più affollata del consueto; nella tribuna della stampa i giornalisti
commentavano vivacemente l'attentato; si rinnovava la disputa avvenuta in casa
Francalanza; tranne che non c'era più un solo ministeriale in mezzo a una muta
di oppositori, ma due partiti press'a poco uguali, quindi alle accuse dei
conservatori i liberali rispondevano per le rime: L'Uzeda era stato ferito? La
cosa era dispiacevole; ma pezzi più grossi di lui erano stati aggrediti,
colpiti ed uccisi! Che si poteva farci? Ah, sì: buttar giù il ministero!...
Così i matti e i fanatici sarebbero scomparsi dalla faccia della terra! Perché
non s'era guardato? Perché non aveva portato con sé uno stocco o un revolver?
Insomma, che cos'era questa ferita? Era moribondo, sarebbe rimasto storpiato o
deturpato?... Ma gli altri rincaravano la dose delle accuse e delle ironie. Ma
sì! ma sì!... Un semplice salasso!... Una precauzione igienica, nell'imminenza
dell'estate!... Ciascuno si munisse di stocchi e di revolver, di cotte e di
elmi: si battagliasse per le strade, come ai felici tempi di mezzo!... Il
ministero doveva essere rovesciato fin dai suoi primi atti di follia
demagogica; ormai il male era fatto, e forse irreparabile. Cieco chi non lo
vedeva! Ma domani te ne avvedrai, come diceva il piovano Arlotto!...
La
scampanellata presidenziale ridusse tutti al silenzio. Il Biancheri, dall'alto
del suo seggio, cominciò a parlare, dicendosi dolente di dovere annunziare alla
Camera che un collega, l'onorevole Consalvo di Francalanza, era stato la sera
precedente, vittima d'un odioso attentato.
«Io compio il
dovere di portare all'infermo le espressioni della condoglianza non soltanto
mia, ma di tutta la Camera (Bene) e sono certo d'interpretare il
sentimento unanime dell'assemblea rinnovando qui, oggi, l'augurio che il nostro
onorevole collega ci sia al più presto restituito perfettamente risanato,
affinché egli possa tornare alle lotte nobili e pacifiche del pensiero, le sole
feconde...»
Il Presidente
si diffuse ancora un poco sull'iniquità inutile delle brutali e proditorie
aggressioni, indi comunicò l'interrogazione presentata dall'onorevole
Marinuzzi. Il capo del Gabinetto sorse in piedi per dichiarare che, prima
d'ogni cosa, si univa alla Camera, in nome del Governo, nello stigmatizzare il
tentato assassinio e nel far voti per la pronta guarigione dell'egregio
collega. "Sono lieto di annunziare che il colpevole è stato assicurato
alla giustizia, la quale fa il suo corso e pronunzierà il suo verdetto; ma già
vi sono tutte le ragioni per credere che l'omicida non sia nel pieno possesso
delle facoltà mentali..."
«Bel
conforto!... La solita scusa!... È vero!... Silenzio!...»
Il Presidente
fu costretto a scampanellare per far tacere gli interruttori:
«L'onorevole
di Francalanza» continuò il Milesio «aveva tenuto al teatro Valle una
conferenza d'argomento sociale, applaudita dagli aderenti e ascoltata con
deferenza dagli avversarii...»
«Alla grazia
della deferenza!... E i disturbatori messi alla porta?... C'era un accordo!...
C'era un complotto!...»
«Qualche
contrasto avvenuto in principio fu senza importanza e potè esser sedato con
meno fatica che non debba talvolta sostenere l'onorevole nostro Presidente
quando parla qui dentro qualcuno di noi...»
Molti
deputati risero, dissero bravo; mentre all'opposizione, voci acri gridarono:
«Anche la barzelletta!... Questo è cinismo!... Ma non si vergogna?...».
«Ripeto che la
giustizia segue il suo corso; e che bisogna aspettare le conclusioni; ma da ciò
che finora risulta, non pare che l'omicida avesse complici, che premeditasse il
delitto. Il Governo prese tutte le precauzioni necessarie ad assicurare la
libertà di parola al conferenziere.»
«E di azione
all'assassino!» gridò una voce. Altre si levarono qua e là concitate; nella
tribuna della stampa esclamazioni di plauso e di biasimo scoppiarono e
s'incrociarono; il Presidente dovette scampanellare ancora, più volte: «Onorevoli
colleghi!... Ma onorevoli colleghi, lascino parlare il ministro...».
«... L'ordine
fu assicurato dentro e fuori il teatro; il nostro egregio collega attese a
molte cose dopo che ne fu uscito; l'autorità di pubblica sicurezza non credette
che egli corresse più pericolo e giudicò finito il proprio dovere...»
«Ebbe
torto!...»
«Il delitto
del quale l'onorevole di Francalanza è stato vittima è di quelli che riesce
impossibile, con tutta l'oculatezza, prevedere e impedire. Noi lo deploriamo
vivamente, in nome della civiltà, della libertà del pensiero, del rispetto al
quale ha diritto la vita umana.»
Le ultime
parole dell'oratore furono accolte da caldi applausi e il Presidente passò
all'ordine del giorno. Ma, se la Camera passò ad altro argomento, non mutarono
metro i fogli d'opposizione. L'attentato contro l'onorevole di Francalanza,
colpevole solo di essersi opposto ai nemici dell'ordine, della proprietà e
della famiglia, continuò a fare le spese dei loro articoli di fondo. E in
cronaca, nelle ultime notizie, il bollettino medico, firmato dall'onorevole
senatore Durante, annunziava lo stato dell'infermo: "Lieve reazione
febbrile... Il processo di cicatrizzazione si compie regolarmente...".
Consalvo, infatti, guariva rapidamente, troppo rapidamente, secondo il suo
desiderio. Dal fondo del letto, per mezzo dei giornali, dei discorsi degli
amici, egli vedeva e misurava l'effetto prodotto dall'accidente occorsogli, la
simpatia e il credito procuratigli dall'attentato, la reputazione di coraggio,
l'aureola di martirio che cominciavano a circondare il suo nome. E quasi gli
dispiaceva che la sua vita non fosse stata realmente in pericolo, che la
guarigione non avesse tardato un poco; ma perché la sollecitudine e la
commozione dell'opinione pubblica si sarebbero proporzionate alla gravità della
ferita, alla durata dell'infermità.
Ed ai
visitatori che gli chiedevano come stesse, egli rispondeva, con voce fioca, che
non si sentiva bene, che la piaga gli doleva, che la perdita di sangue gli
aveva prodotto una grave reazione nervosa per la quale tutte le funzioni
sensorie e vitali si erano indebolite. Una sera, Federico, il quale aveva già
cominciato a sospettare che il deputato recitasse la commedia, ne fu certo: il
Durante annunziò che il domani non sarebbe venuto e che il ferito poteva
levarsi.
«No,
dottore!...» rispose egli; «non mi sento ancora in forze.»
«Ma se non ha
più niente?»
«Credete!»
«Ne sono
certo. Levatevi, nutritevi bene, bevete molto latte, mangiate larghe fette
d'arrosto: vedrete che tutto passerà...»
Nonostante,
egli restò un altro giorno a letto, e cominciatosi ad alzare, ne passò parecchi
altri ancora sopra una poltrona, con un bastone a fianco, al quale s'appoggiava
penosamente quando aveva da muovere qualche passo in presenza della gente, col
petto curvo, come un vecchio che uscisse da una lunghissima infermità. Intorno
a lui era sempre un cerchio di persone, di deputati, di senatori, di
giornalisti i quali parlavano del tema eterno: la politica liberalesca del
Milesio, la necessità di mutare indirizzo di governo; e quando egli interveniva
nella conversazione per esprimere il proprio parere, tutti stavano a udirlo con
nuova deferenza, come un oracolo. Egli diceva, a voce bassa ma chiara, che la
fede nella libertà non era in lui scossa per l'accidente toccatogli; che con la
libertà e per la libertà bisognava governare e combattere; ma che,
naturalmente, gli eccessi erano da evitare, e che bisognava avvertire il
governo dei pericoli ai quali andava incontro: il Milesio era ancora in tempo a
ravvedersi.
I più
arrabbiati non approvavano queste opinioni, non volevano che all'"uomo
nefasto" si desse quartiere; ma egli rispondeva a costoro che era
espediente di buona politica lasciare allo stesso "retore liberale"
l'ufficio di correggere gli errori della sua retorica; e a voce più bassa, agli
intimi, spiegava che questo era anche il modo di perdere quell'uomo: se fosse
caduto sostenendo le sue idee, si sarebbe potuto un giorno o l'altro rialzare
più forte; appoggiato dagli antichi avversarii, staccato dai suoi amici si
sarebbe liquidato. In verità, Consalvo non sapeva bene che cosa sarebbe
accaduto, e quindi non era deciso intorno alla condotta da seguire. Per un
momento, si era illuso che il pugnale del suo aggressore avesse ferito a morte
anche il Ministero: la commozione del pubblico, l'eccitazione della stampa
moderata, la sollevazione dei deputati conservatori gli erano parsi tali da
travolgere il Milesio; ma, dopo l'esito dell'interrogazione, quando ebbe visto
che non una foglia era caduta, si persuase che l'avvenimento, se lo metteva in
prima linea, se lo additava all'attenzione universale, non era tale che egli
potesse sperarne maggiori immediati vantaggi. Cominciando ad uscire, andando
alla Cronaca, alla Camera, nei pubblici ritrovi, misurò dalle calde accoglienze,
dalle deferenti e reverenti espressioni, dalle mute ma eloquenti strette di
mano, l'improvviso aumento del suo credito; ma la segreta sfiducia tornava a
tormentarlo: anche la pugnalata sarebbe stata invano: già la commozione era
sedata; col tempo, nessuno avrebbe più pensato al suo caso. La prima volta che
era uscito di casa, aveva fatto una visita ai Corradi, per rendere le dovute
grazie alla contessina. Non l'aveva più vista dalla notte, che, destandosi, se
l'era trovata vegliante al capezzale e che aveva baciato la sua mano. Aveva
pensato a lei, durante la convalescenza, con un senso d'intimo compiacimento,
certo ormai che la fanciulla lo amava e persuaso che quell'amore gli era
dovuto; ma senza esserne turbato se non perché l'amore di una fanciulla per un
uomo come lui deciso a non incappare nei vincoli matrimoniali, poteva essere un
poco imbarazzante. "Se crede che la sposi!..." diceva tra sé; ma, col
fermo proponimento di restar libero, non credeva necessario significarlo, né
fare il crudele respingendo senz'altro i muti omaggi, la discreta adorazione
della giovane; anzi, non gli pareva mal fatto di mettere qualche esca al fuoco,
solleticato nella vanità, ricordandosi i tempi della prima gioventù, i trionfi
galanti riportati in Sicilia con signore, con donne di umile stato e con le
stesse creature perdute. La contessa era in Roma; e come tutti i pomeriggi,
aveva una quantità di visite. L'entrata di Consalvo nel salotto provocò una
dimostrazione di vivace simpatia: quasi tutte le signore giovani si alzarono,
tutte le mani inguantate si tesero verso di lui, mentre il coro delle vocette
femminili, acute e squillanti, intonò il saluto.
«Oh,
Francalanza!... Francalanza, che bravo!... Perfettamente guarito?...
Complimenti, principe!... Rallegramenti, onorevole!»
La contessa,
fumando un grosso sigaro toscano, con gli occhi lagrimosi dal fumo, gli prese
la destra con tutte e due le mani, gliela strinse come se non volesse più
lasciarla.
«Bravo,
Francalanza!... Bravo!... Sentite che coro?... Tutte queste signore sono
entusiasmate... Voi siete l'eroe del giorno!... Non avete che da buttare il
fazzoletto...» Renata lo guardò muta, con occhi di passione: egli le si
accostò, le strinse la mano senza dirle una sola parola, ma forte, come se tra
loro corresse una tacita intesa. Ella non godeva dell'accoglienza fatta dalle
astanti, era anzi sordamente irritata dalle loro espressioni ammirative,
particolarmente dalle parole, dagli atti della piccola Errera, la quale
esclamava, con gli occhi rovesciati, con voce flebile, quasi sul punto di
svenire:
«Come cadeste
bene Francalanza!... Colpito al petto!... Da eroe!...»
«Per
difendere la causa della società, della famiglia!...» rincaravano tutt'intorno;
e donna Elisa, con nuovo sdilinquimento:
«Io mi
rallegro con voi della guarigione: ma, se anche non foste guarito, se anche il
colpo fosse stato mortale» e la manina faceva il gesto di vibrarlo «il vostro
destino mi sarebbe parso invidiabile...»
«Questo poi!»
esclamò la contessa.
«Invidiabile
e mille volte preferibile alla piccola oscura vita dei mediocri, dei
pusillanimi, degli imbelli.»
Egli si
godeva il trionfo, modesto in tanta gloria, parco di parole, largo d'inchini,
di sorrisi, di gesti che volevano significare: "Voi siete troppo buone!...
Non ho fatto niente di straordinario!... Non merito tanto".
Mentre Renata
serviva il the, la contessa lo richiamò al suo fianco per chiedergli, sotto
voce:
«Come
spiegate il rialzo della rendita?»
«Non so,
contessa; non ho visto neppure i corsi.»
«Anche le
azioni della Banca d'Italia sono in aumento. Durerà?»
«Che volete
che vi dica! Vado attorno da così poco tempo!...»
«È vero. Ma
v'informerete? Io riparto per Torino quest'altra settimana: fatemi sapere
qualche cosa prima che vada via...»
«Non
mancherò.»
Egli andò incontro
a Renata che veniva ad offrirgli una tazza fumante.
«Ho sentito
da vostra madre che riparte fra giorni?»
«Sì,» rispose
ella brevemente.
«Ma partirete
presto anche voi?»
«Ai primi di
luglio, credo.»
«Dove
passerete l'estate?»
«A Livorno,
col babbo.»
«Anche a me
hanno consigliato i bagni di mare. Probabilmente verrò a Livorno anch'io.»
Ella non
rispose.
«Non vi ho
detto ancora quanto vi sono grato del soccorso che mi prestaste...»
«Non
occorreva dirlo.»
«Senza di
voi, in quei primi momenti...»
«Non feci
nulla davvero.»
Nelle parole
della giovane, nel tono della voce, c'era qualcosa di freddo, di duro, quasi di
ostile.
Egli pensò
che fosse pentita del passo fatto entrando in casa di lui, vegliando al suo
capezzale, per paura d'essersi esposta alla critica. Non sapeva che Renata di
nulla era pentita, che aveva anzi narrato alla madre, al padre, semplicemente,
ciò che aveva fatto per assistere il vicino. La irritavano ora le leziosaggini
delle signore, la contrariava quell'accenno alla nuova partenza della madre;
né, in quello stato d'animo, la promessa che egli sarebbe venuto a Livorno,
fatta a quel modo, con una specie di sottinteso, le faceva piacere. In momenti
simili a quelli, ella chiedeva a sé stessa se non fosse meglio dimenticare
quell'uomo, studiare di strapparselo dal cuore, tanto la sua condizione le
pareva sciagurata, tanto le pareva impossibile che egli l'amasse. Ma simili
propositi erano di breve durata; e il pensiero di lui tornava tosto a
signoreggiarla, e il suo nome udito pronunziare in mezzo a un discorso, letto
in mezzo ad un articolo, le faceva salire le fiamme della passione alla fronte.
E il nome di
Consalvo Uzeda tornava in quei giorni continuamente sui fogli. Dopo la
conferenza sul socialismo e l'attentato, egli cominciava ad essere considerato
come una delle forze del partito conservatore, in tutta Italia; esauriti
gl'indirizzi gratulatori, gli piovevano ora inviti per ripetere la sua
conferenza, in Piemonte, in Lombardia, nel Veneto; per tenere a battesimo
bandiere e gonfaloni di società monarchiche in Romagna e in Liguria, per
commemorare le glorie della Destra nel Mezzogiorno e nelle Isole. A poco a poco
si sentiva trascinato a prendere un posto di combattimento che non aveva
desiderato, al quale non si sentiva adatto. E mentre la gente ammirava il suo
coraggio, lo esaltava come degno d'un eroe di altri tempi, lo giudicava più
unico che raro nella codardia universale; la paura, l'antica secreta paura dei
repubblicani, dei socialisti, degli anarchici, di tutti i rivoluzionari, tornava
a stringergli il cuore. Egli si vedeva, direttamente additato al loro odio,
alla loro esecrazione, da quegli inviti, da quelle lodi, da quelle esaltazioni.
Finché si trattava di ringraziare, il rischio era poco; ma accettare gli
inviti, fare il commesso viaggiatore della reazione, esporsi al fuoco della
battaglia dopo avere ricevuta una prima stilettata, poco gli andava. Non aveva
paura, no, di un altro attentato, di un'altra ferita, e neppure di morire in
mezzo alle cure, al compianto universale: lo sgomentava l'idea della
rivoluzione, lo atterriva la visione sinistra delle prigioni, della forca,
della ghigliottina, delle teste livide sulle picche insanguinate; gli tremava
il cuore pensando ai tribunali rivoluzionarii, ai comitati di salute pubblica,
alle folle impazzate e avide di sangue. Ne aveva, certe notti, l'incubo; allora
domandava a sé stesso come mai, con quel sentimento, s'era buttato nella
politica; quale stolto consiglio, quale cieca ambizione lo avevano spinto a
lasciare la vita del signore scioperato e ignorato, per quella dell'uomo di
parte.
Ai troppo
zelanti ammiratori, in quei primi giorni, ai troppo pericolosi inviti,
rispondeva dicendo grazie e adducendo per esimersi, l'ancora malferma salute;
ma non avrebbe potuto a lungo servirsi di quel pretesto; e, d'altra parte, se
voleva farsi avanti, visto che per le altre vie non era arrivato, bisognava
pure che accettasse quella nella quale si trovava posto dagli avvenimenti.
Ai primi di
giugno, pregato dai colleghi romagnoli, di commemorare in Forlì il conte di
Cavour, egli si vide costretto a dir di sì ed a partire. Si fermò un giorno a
Bologna, invitato dal senatore Ricci; e mentre andava a pranzo da lui, udì
gridare per le strade: «Supplemento alla Provincia! Supplemento alla Provincia!
La caduta del Ministero!...». Non capì. Aveva lasciato a Montecitorio un'acqua
morta, nell'imminenza delle vacanze, col caldo precoce di quell'anno: la Camera
discuteva fiaccamente il bilancio dell'agricoltura...
Ebbe per un
momento la tentazione di tornare subito a Roma, piantando Cavour e i suoi
seguaci; ma comprese che non era possibile, dopo gli impegni presi. Aveva con
sé il cifrario della Cronaca: telegrafò a Federico per sapere come
andavano le cose. E leggendo che la sollevazione improvvisa si aggravava, che
ai caduti non davano quartiere, egli fu sicuro che questa volta qualche cosa
avrebbe ottenuto.
Federico, a
Roma, assisteva al dietroscena della crisi, della quale, sulla Cronaca e
sugli altri fogli, il pubblico aveva notizie laconiche e false. Mentre si
annunziava che Milesio faceva portar via le sue carte dal ministero, si sapeva
invece che egli metteva in moto tutte le sue influenze per restar al Governo,
per ottenere l'incarico di ricomporre il Gabinetto. Il Presidente della Camera
e del Senato lo avevano additato alla Corona; ma contro di lui era tutto un
partito, a corte. Il giovane non credeva che questo partito esistesse, né che,
esistendo, esercitasse una vera forza; ma, udendo le notizie che tutti
ripetevano, nelle redazioni, nei ritrovi politici, era costretto ad arrendersi.
Il Re, personalmente, nutriva simpatia per il vecchio Piemontese, ne apprezzava
le antiche benemerenze, aveva resistito al lungo e paziente lavorio di coloro
che glielo dipingevano come traditore della monarchia, come un Liborio Romano
redivivo, e la sua resistenza era stata, dicevano, agevolata dall'indifferenza
della "marchesa di Maintenon"; ma, dopo che l'ammiraglio Morin era
uscito dal primo gabinetto Milesio, ed aveva preso posizione di combattimento
contro l'antico collega, la marchesa aveva lavorato per il suo amico. In quei
primi momenti della crisi, nessuno parlava ancora del Morin che neppure era in
Roma; i parlamentari ostili ad una nuova "incarnazione" del Milesio
consigliavano un accordo tra il suo avversario di Sinistra, il Baccarini, e il
Bonghi, capo della Destra.
Consalvo
tornò a casa raggiante. Quando giunse sul portone scendeva la sera, accendevano
i primi lumi, come il giorno dell'attentato. Egli si guardò intorno con un
sorriso interiore: da quel giorno era cominciata propriamente la sua fortuna.
Senza l'attentato, senza la ferita, quanti anni ancora avrebbe vegetato, prima
di ottenere un posto di sottosegretario in qualche Ministero di terz'ordine? In
meno di due mesi la stilettata di un pazzo lo sbalzava a ministro dell'Interno,
a vice Presidente del Consiglio, quasi Viceré come i suoi maggiori! Egli
ringraziava in cuor suo il pazzo, ma poi reagiva contro la propria
esagerazione. Senza i meriti reali, la stilettata non gli avrebbe giovato a
nulla: nei lunghi anni d'attesa, coi discorsi, con le relazioni, con gli
articoli, con le conferenze, le sue rare qualità erano state apprezzate, a poco
a poco, tra i colleghi, in mezzo ai giornalisti, in una cerchia sempre più
larga: egli aveva disperato, perché non si era reso ben conto di questo lento
diffondersi della sua fama; ma un giorno o l'altro ne avrebbe avuta la prova e
la misura, anche senza il rumore dell'attentato... La strada era deserta, come
quel giorno; ed egli si avvicinava leggiero e sorridente al punto dove era
stato colpito. Il rumore d'una carrozza scendente da S. Nicolò da Tolentino
distrasse la sua attenzione: un legno signorile si avanzava, gli veniva
incontro, si fermava sull'uscio di casa sua. Era la marchesa che riaccompagnava
in casa Renata. La giovanetta balzò giù mentre Consalvo si avvicinava a
salutare, col cappello in mano.
«Oh,
Francalanza!... Non vi si vede più!... Siete stato fuori di Roma?»
«Sì,
marchesa, sono stato un poco in Romagna.»
«Abbiamo
sentito, abbiamo sentito...»
Egli aspettava
che gli domandassero della crisi, per dare la grande notizia della sua entrata
nel nuovo Gabinetto, ma Renata non diceva nulla e la marchesa gli stese la
mano:
«Fatevi
vedere, parleremo di tante cose. Addio, Renata: rammentati della mia
commissione.»
La carrozza
si mosse, i due giovani si trovarono insieme nel vestibolo, si avviarono
insieme per le scale. Renata procedeva a capo chino, come contrariata
dall'incontro, dalla inaspettata compagnia. Portava un abito color di malva
tenera, una veletta della stessa tinta, che dava uno straordinario risalto alla
carnagione rosea del viso, ai capelli d'oro della nuca dove era annodata.
«La contessa
è ancora a Torino?» domandò Consalvo, per dire qualche cosa.
«Sì.»
«E il
senatore?»
«Anche il
babbo.»
La certezza che
il turbamento della fanciulla procedente al suo fianco proveniva da lui, mentre
già egli si sentiva il cuore gonfio d'orgoglio appagato, moltiplicava la sua
soddisfazione interiore, la mutava in un sentimento di trionfante superbia.
«A Livorno
quando andrete?»
«Fra giorni.»
«Beati voi.
Io dovrò rinunziare ai miei disegni.»
Si struggeva
di dirle che era stato chiamato da Morin, che era ministro dell'interno; ma,
nel considerare il bel corpo agile della giovane, nel mirare le ciocche d'oro
della nuca bianca, nel respirare l'odore un po' acre della veste muliebre, un
altro turbamento si impadroniva di lui e metteva come un lievito di scontento
nel suo trionfo. Egli era rimasto fino a quel giorno frigido dinanzi a Renata;
non lo aveva infiammato la prova d'amore datagli dalla fanciulla accorrendo al
suo capezzale dopo l'attentato; non il ricordo del bacio impresso, quella
notte, sulla sua bianca mano: ora, la prima volta, nella cupidigia della
improvvisa fortuna, nella voluttà dell'ambizione soddisfatta, egli sentiva
un'altra cupidigia e il bisogno di un'altra voluttà, tutta fisica, tutta
sensuale: come aveva contentata la sua lunga brama del potere e della gloria,
così voleva ora poter saziare un'improvvisa sete di baci su quella nuca,
sottoporre e possedere quel corpo, sbramare ad un tratto tutti gli istinti,
ottenere in una volta tutte le prove della propria potenza.
«Avete
rinunziato a Livorno?» gli domandò ella, dopo un breve silenzio.
«Rinunziato?...
Per forza!»
«Che cosa vi
trattiene?»
«La crisi!»
«Infatti...»
«Non se ne
sentiva propriamente il bisogno, in questa stagione, quando d'ordinario i
lavori parlamentari finiscono... È scoppiata per scombussolare tutti i miei
piani...»
Parlava
disinvolto, con tono ilare, salendo adagio le scale, soffermandosi tratto
tratto, come stanco, per trattenere quanto più era possibile la bella creatura,
per prolungare l'eccitazione alla quale era in preda. Renata si fermava con
lui, porgendogli ascolto, appoggiandosi all'ombrellino, serena in apparenza.
«Mi facevo
una festa di passare un mese a Livorno, in compagnia di persone amiche...
Invece sarò probabilmente costretto a non muovermi da Roma...»
Non sapeva
come dire la notizia della sua nomina, temeva di riuscir goffo annunziandola
alla giovane come l'avrebbe annunziata ad un giornalista. Ella stessa lo trasse
d'impaccio:
«Entrate nel
nuovo Ministero?»
«Chi ve l'ha
detto?»
«Nessuno...
Lo immagino, dalle vostre parole...»
Ella si era
improvvisamente accesa in viso, guardandolo, ferma, in mezzo all'ultimo ripiano
delle scale. Improvvisamente, leggendole in faccia la commozione che provava
all'idea della sua fortuna, il bisogno di trattenere quella donna, di vedersela
vicina, di sentirla parlare, gli suggerì un artifizio del quale non si sarebbe
creduto capace.
«Mi hanno
offerto, sì, un portafoglio; ma sono incerto ancora se mi convenga
accettarlo...»
«Che
Ministero?»
Egli rispose
modestamente, quasi scusandosi:
«L'Interno.»
«Bene»
diss'ella, ma con voce fredda. «Perché non accettereste?»
«Perché non sono
sicuro della vitalità del nuovo gabinetto...»
«Che importa
la durata? Se l'ufficio è onorevole, se le vostre idee sono accettate...»
«Ecco: questo
è il punto. Morin le conosce, e se non le accettasse non mi avrebbe
chiamato...»
«Naturalmente...»
«Ma non so
fino a che segno la composizione del suo Gabinetto sia omogenea... Non le sole
mie idee debbono concordare con quelle di Morin, ma tutti i suoi collaboratori
dovrebbero essere unanimi... Ora la concordia mi sembra più apparente che
reale. Vi sono alcuni che intendono spingersi troppo nella reazione contro la
politica di Depretis, altri che, viceversa, vorrebbero frenar troppo questi
zelanti. Una via di mezzo dovrebbe essere la risultante di queste due tendenze;
ma non so se, invece di contemperarsi, si urteranno... E poi... Non so
veramente, vi sono altre ragioni...»
«Consigliatevi
coi vostri amici.»
«Mi sono
consigliato. Ma credete che un uomo politico abbia amici sinceri?...»
«Perché?...»
«Perché
l'amico d'oggi sarà il nemico di domani, quando non è stato il nemico di ieri.
Perché l'invidia, la gelosia, il dispetto, il sospetto sono continui ed
invincibili, s'insinuano anche nelle anime più alte e le intorbidano. Nella
società umana il disinteresse, l'altruismo, la sincerità non sono purtroppo
frequenti; nel nostro mondo, credete, mancano affatto.»
La sua parola
s'accendeva nel dire quelle cose, nel significare l'amarezza del rammarico, la
tristezza della solitudine morale, perché egli sentiva d'esser ora sulla via
buona, d'eccitare finalmente interesse e commozione nell'animo della fanciulla.
«Vi saranno
pure le eccezioni!...»
«Non dico di
no; ma io non ho la fortuna d'averne una accanto a me. Vi saranno, vi sono
spiriti nobili, acuti e sereni; ma come volete ch'io vada da loro a pregarli di
mettersi nei miei panni? È un ufficio che si può chiedere a una persona
familiare ed amica, che ci conosce, che conosciamo...»
E la guardò.
Erano giunti sul pianerottolo dei loro due quartieri.
Ella s'era
tolto il guanto della mano destra. Consalvo sentì che stava per isfuggirgli,
che fra un istante la bianca mano si sarebbe accostata al campanello.
«Ditemi voi
che debbo fare.»
Anch'ella lo
guardò. Attraverso la veletta egli vide il viso di lei imporporarsi, poi
sbiancarsi ad un tratto.
«Io?...»
rispose, con lieve tremito nella voce. «Che posso dirvi io?... Come volete che
giudichi?...»
«Voi, sì;»
soggiunse egli con voce più calda. «Non c'è bisogno d'esser stati alla Camera
per intendere il mio imbarazzo. Voi avete un'anima così luminosa, da discernere
subito, da farmi discernere la via che mi conviene seguire. Se anche non vi
sentite sicura del vostro giudizio, che v'importa? Io lo antepongo a tanti
altri, a tutti gli altri... Guardate: è forse uno scrupolo il mio; ma nessuno
come voi è capace d'intenderlo e valutarlo...»
Egli parlava
con l'accento della sincerità, dimenticando il sì risposto a Morin, il moto
d'orgoglio provato nel veder finalmente appagata la sua ambizione, come se
realmente quel fantastico scrupolo che sottoponeva alla giovane per sedurla,
per attirarla, fosse sorto nell'animo suo, vi avesse esercitato un'azione
gagliarda.
«Io temo che
si siano rivolti a me non per altro se non perché oggi, dopo il caso toccatomi,
il mio nome è stato ripetuto con qualche insistenza come quello d'una presunta
vittima dei rivoluzionarii, quindi d'un presunto vendicatore dell'ordine. Senza
la stilettata di Lorani, non si sarebbero accorti di me.»
«Non dite
così, non siete giusto...»
«Lasciatemi
dire. Siete tanto buona, ascoltatemi... Quanto poco io valga, lo so io stesso meglio
che altri; e so pure che vi sono di quelli che valgono ancora meno. Ma appunto
questo mi pare che accada: il mio valore reale, qualunque possa essere, non è
oggi quello che determina l'invito di Morin, bensì il rumore sollevato intorno
a me dalla pazzia d'uno sciagurato. Con questa condizione, che valore ha
l'invito? Mi è stato rivolto liberamente, coscientemente, o non piuttosto per
suggestione, per l'opportunità del momento? Non sono designato per un caso
fortuito, che poteva accadere a me come ad altri, capitatomi senza né colpa né
merito?...»
Ella era
rimasta a udire tenendo il braccio appoggiato alla ringhiera, con gli occhi
bassi. Egli la guardava, e quella figurina deliziosa, agile ed elegante, quel
viso ombreggiato dalla grande ala del cappello, quella gola stretta nel
colletto alto, quel seno un poco ansante, quella vita arcuata, quelle braccia
sottili, quelle pallide mani, tutto il mistero di quel corpo chiuso nella veste
come in una guaina, lo tentavano sempre più acutamente.
«È uno
scrupolo che vi fa onore» rispose ella, dopo un breve silenzio; «ma fuori di
luogo.»
«Credete?»
«Ne sono
certa. Se il vostro caso fosse occorso al primo venuto tra i vostri colleghi,
nessuno avrebbe pensato a farne un ministro.»
«Ma se non mi
fosse capitato quel caso, non avrebbero fatto ministro me.»
«Il vostro
valore non è creato dal caso. Se dite che questo vi ha messo in evidenza,
potete avere ragione; ma le cose del mondo dipendono quasi tutte così, dagli avvenimenti,
da occasioni impreviste, da circostanze fortuite.»
«I miei
avversarii diranno che mi ha fatto ministro il Lorani.»
«Diranno una
cosa non vera. E poi, v'importa degli avversarii? Degli amici vi deve premere.
L'invito vi è venuto direttamente da Morin?»
«Sì.»
«Vi ha
parlato, o vi ha scritto?»
«Mi ha
scritto. Volete leggere la sua lettera?»
Ella non
rispose altrimenti che con un moto di esitazione, guardando l'uscio di casa
sua; ma Consalvo non le diede tempo:
«Aspettate,
vado a prenderla in un istante...»
Non aspettò
la risposta, aveva già cavato di tasca le chiavi, dischiuse l'uscio, entrò
rapidamente, corse alla scrivania, vi frugò convulsamente, con la paura che
ella gli sfuggisse, col bisogno imperioso di vedersela ancora accanto, con una
febbrile speranza, con la folle aspettazione di poterla prendere, di stringerla
fra le braccia, di spegnere sulle sue labbra l'improvvisa sete di baci. Quando
tornò sul pianerottolo, ella s'accostò improvvisamente a lui.
«Sale gente,»
disse con voce bassa ma concitata; «non voglio farmi trovare per le scale.»
«Chi
sale?...»
«Non so;
parleremo un'altra volta...»
«No,
sentite...»
I passi e le
voci dei sopravvenienti si accostarono.
«Renata...
Renata... Sentite un momento... Siete venuta una volta... Renata...»
La prese, la
trasse, la spinse dietro l'uscio, lo chiuse mentre le parole animate delle
persone che salivano, echeggiavano sotto le volte dello scalone: «È
impossibile; non ci pensare... Ma se ti dico... Ripetigli che è tempo
perduto...»
«Renata...
Renata...» le soffiava egli all'orecchio stringendosi a lei che si stringeva
all'uscio, che schiudeva ancora la bocca per gridare, come nel primo momento,
senza che alcun suono le uscisse dalla bocca, e che ancora, come nel primo
momento, tendeva le braccia per respingerlo, senza riuscire ad opporglisi.
«Renata... Renata... Renata... Siete qui!... Un'altra volta!... Vi rammentate
quando ci veniste?... A salvarmi la vita!... Credete che me ne sia scordato?...
Nulla vi ho detto, perché non ho saputo dire... Ma ora... Ma ora...»
Con le mani
febbrili brancicava il bel corpo, le premeva sul seno, annodava le dita intorno
alla nuca, e nella nuca era la maggior resistenza di lei, perché egli non
riuscisse ad accostare la bocca alla bocca.
«Renata!...
Renata!...» continuava a soffiarle all'orecchio, con voce tanto più bassa
quanto più si appressavano dietro l'uscio quelle dei sopravvenienti. «Renata,
vi amo!... Non lo sapete?... Non ve l'ho detto?... Renata, ti amo!... E tu pure
mi ami!... Bella!... Bella!... Sei mia!»
Non sapeva
quel che diceva, come ebbro, come pazzo, nella tensione spasmodica di tutti i
nervi, nella impetuosa pulsazione di tutte le arterie, nella furiosa prepotenza
dell'istinto virile. Gli sconosciuti, per le scale, si erano precisamente
fermati, dietro l'uscio, parlavano con voce più acre: «Erano i patti
stabiliti... Niente affatto: l'avvocato è testimonio... Il contratto precedente
non lo diceva».
«Bella...
Anima!... Vita!... Nelle tue mani la mia vita!... Perché t'ho chiesto
consiglio?... Ora e sempre dirai tu ciò che ho da fare... Mia!... Creatura
mia!..»
La sua voce
era proprio un soffio, tanto erano vicini gl'invisibili sconosciuti; ed il suo
corpo era tutto stretto al corpo di lei che pareva schiacciato fra lo stipite e
l'uscio, aderente al legno, rigido come il legno. E a un tratto egli riuscì a
premere con le labbra sulle labbra. Erano fredde fredde, agghiacciate; ma egli
le tentò, ne cercò l'interno umidore; e allora vide gli occhi di lei
stravolgersi, udì il sibilo del fiato farsi rantolo, sentì il corpo
accasciarsi. La sorresse per le ascelle: invano. Ella cadeva, lentamente, ma
pesantemente, tramortita dal bacio. Le voci non s'allontanavano. Egli la
distese per terra, fredda sulla fredda soglia marmorea, e le si buttò addosso
con un bramito selvaggio.
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