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IX
Nei primi
giorni lo stupore ingombrò talmente l'anima sua, che gli altri sentimenti ne
restarono attutiti e come soffocati. Rivedendosi a Salerno, nell'antica casa dei
suoi, tra i vecchi genitori e i vecchi servi, per le vie della città rimasta
press'a poco la stessa, egli provò come l'impressione d'un sogno che lo
riportasse d'un tratto agli anni remoti della prima gioventù, a consuetudini di
vita dimenticate, ma subitamente riprese come se mai non le avesse lasciate.
Roma, il giornale, la politica, la guerra, la rivoluzione, l'amore, il dolore,
tutto era offuscato, quasi dimenticato nell'evocazione della prima vita vissuta
tra quelle mura, nella risurrezione di memorie, di impressioni, di affetti
tanto lungamente e così profondamente nascosti, che egli aveva potuto crederli
finiti e dispersi. Più grato e insieme più triste, tenero e amaro, per il
rimorso della lunga dimenticanza passata e la paura della morte vicina, era il
sentimento dal quale si sentiva invaso dinanzi al padre e alla madre. Vecchi,
erano vecchi entrambi; la madre scarna e bianca, il padre curvo e calvo, gravi
e taciturni entrambi, entrambi premurosi ma come frenati da un senso di
soggezione dinanzi al figlio celebre, vissuto alla metropoli. Negli atti, nelle
parole, negli sguardi era evidente il loro timore che la vita della piccola
città e della famiglia semplice non gli piacesse, che non gli piacesse la
qualità dei cibi, i modi della gente, l'arredo della casa, l'accento del
dialetto. Lo avevano accolto a braccia aperte, col sorriso negli occhi e sulle
labbra, ma senza molestarlo di soverchie domande sui casi suoi, sulle sue
intenzioni. Egli aveva detto che si sarebbe fermato un pezzo, ed essi ne erano
rimasti più confusi che lieti. Vedendosi fatto segno alle cure più
intelligenti, allo zelo più discreto, all'affetto quasi rispettoso di quei
vecchi, egli si sentiva premere e stringere il cuore da un rimorso
intollerabile. Era stato l'amore, l'orgoglio, lo struggimento di entrambi, e
così aveva corrisposto alla loro idolatria; abbandonandoli, dimenticandoli,
lasciandoli invecchiare soli e dolorosi. Le due sorelle avevano da tanto tempo
lasciata la casa, che quasi vi erano divenute estranee, dedite tutte ai mariti
ed ai figli; e i vecchi non avevano sorrisi se non per i nipotini: una diecina
di ragazzi e bimbe quasi tutti bellissimi, ma vivaci e rumorosi tanto, che,
nonostante lo studio, egli non riusciva talvolta a nascondere il proprio
fastidio. I vecchi gli davano ragione, pure scusando i monelli e non sapevano
come fare per incuter loro verso lo zio la soggezione che essi provavano
dinanzi al figlio. A certi momenti questa era tanta, e tanto evidente, che egli
sentiva il dovere di protestare e ribellarsi; pure non significava la propria
indegnità, non diceva una sola parola che esprimesse il suo pentimento, come
essi non ne dicevano una che significasse il loro dolore. Avevano riposto in
lui tutte le loro affezioni, tutte le loro speranze; ed egli era corso dietro
ad altre speranze e ad altre affezioni; ed ecco: si ritrovavano ora insieme,
delusi tutti: egli dall'esistenza, essi da lui! Che dire? Tante cose gli
salivano alle labbra; ma non si potevano né dire né udire senza pianto e senza
strazio. Meglio tacere, meglio prender esempio da loro, che avevano pure tante
cose da dirgli, e le soffocavano.
Egli le
comprendeva, le intuiva da parole che sembravano indifferenti, da
atteggiamenti, da silenzii più eloquenti degli stessi discorsi. Accarezzando i
nipotini, lodandone la bellezza, i vecchi cercavano sulle faccette di quelle
creature una rassomiglianza, guardavano lui, facevano paragoni; poi
ammutolivano. Si struggevano, era evidente, d'avere una creatura sua, l'erede
del nome, il continuatore delle tradizioni familiari. Quando parlavano dei
matrimonii contratti dai suoi coetanei, molto tempo innanzi, tanto da essere
padri di giovanetti e di adolescenti, la loro voce si spegneva, i loro sguardi
lo evitavano. Se il discorso cadeva sugli affari, sui commerci, sulle
industrie, sulla cultura dei campi, sulla ricchezza, lodando la pratica
attività, essi biasimavano implicitamente quella che va dietro ad altre cose.
Non dicevano, no, che egli aveva fatto male a non prendere in moglie una ricca
fanciulla del suo paese; ma tale era il pensiero che li crucciava. Il loro
pensiero era che se egli si fosse creata una famiglia, se avesse dovuto badare
a una casa propria, e crescere i propri figli e lavorare per lasciarli nella
maggiore agiatezza possibile, la sua vita avrebbe avuto uno scopo concreto, al
suo cuore non sarebbe rimasto tempo e modo di struggersi in vane tristezze.
Essi vedevano la sua tristezza crescere e giganteggiare secondo che la prima
impressione del ritorno nella casa natale si attenuava, e ne restavano
contristati essi medesimi, e come vieppiù intimiditi.
Il tempo
scorreva per lui lento, pigro, vuoto, mortale. Passati i primi giorni, durante
i quali aveva badato a sistemar le sue cose, a riconoscersi nelle memorie
domestiche e cittadine, non seppe più che fare. Impossibile scrivere a Roma,
rammentarsi a qualcuno di coloro che ci aveva lasciati; considerava anzi come
una singolare fortuna che nessuno scrivesse a lui: troppa amarezza, troppo
disgusto aveva raccolto lassù; la sola cosa che ardentemente desiderasse era
poter cancellare, svellere, distruggere ogni vestigio, in sé ed intorno a sé,
della sua vita romana. Ma l'impresa era disperata. Quand'anche i parenti e gli
estranei non gli avessero chiesto notizie degli ultimi avvenimenti, egli udiva
ancora il mugghio terribile della moltitudine sollevata, il crepitio sinistro
delle fucilate, gli urli e i gemiti dei morenti; e mescolato e confuso col
ricordo della pubblica sciagura stava quello del suo proprio dolore. Uno solo
di quei lutti lo avrebbe fiaccato; uniti, si aggravavano a vicenda e gli
rendevano la vita intollerabile. A certi momenti, era come se l'aria gli
mancasse, come se la gola gli si serrasse. Frugando tra i vecchi libri e le
vecchie carte, ritrovando i volumi e i quaderni sui quali aveva studiato la
storia del suo paese, ripensando ai fremiti d'entusiasmo che gli erano passati
per tutte le fibre all'idea della patria grande e gloriosa, il fiele dello
scherno gli saliva alle labbra. Un'orda di barbari e un pugno di mulatti ne
avevano avuto ragione! Ma il destino era meritato, interamente. Si espandono,
conquistano, signoreggiano il mondo i popoli operosi e forti, concordi, non i
ciarloni, i vili, i nemici di sé stessi. Ora i partiti erano intenti a lavarsi
le mani e ad accusarsi reciprocamente: gli imperialisti rigettavano la colpa
delle disgrazie sui liberali, che avevano reso impopolari le imprese coloniali
e impedito di largheggiare nei mezzi necessarii a compirle; i liberali
addebitavano la rovina all'improntitudine, all'ignoranza, alla sciocchezza
degli imperialisti. I repubblicani che chiamavano responsabile la Corte, i
socialisti il capitale, i capitalisti l'anarchia, gli anarchici la società, gli
umanitarii il militarismo, i militari l'inframmettenza borghese, i borghesi
l'incapacità militare; e nessuno aveva il coraggio di confessare la sua parte
di torto e ciascuno pareva godesse di una sventura che serviva a denigrare
l'avversario.
Era bastato
che Francalanza si dimettesse perché la sommossa si chetasse come d'incanto: il
danno e la vergogna della nazione si risolvevano con una crisi ministeriale,
come la discussione d'un bilancio. Il nuovo Gabinetto doveva mirare alla pace
ed all'onore; ma chi voleva subito risarcire l'onore e chi voleva subito
stipulare la pace. I conservatori, i militari, gli espansionisti pretendevano
la rivincita, che i socialisti, i repubblicani, i democratici vietavano come
sicura occasione di nuovi maggiori disastri; i primi erano invece sicuri di
ottenerla con niente, e accusavano gli avversarii di imporre la viltà per il
discredito che ne sarebbe poi venuto al regime. Il nuovo Governo si barcamenava
per il momento tra le due correnti, per non esser subito travolto dall'una
decidendosi a seguir l'altra. Alcuni dicevano che si perdeva un tempo prezioso,
che volendo riparare la disfatta bisognava subito mandare un'altra squadra al
Tropico, mentre quella Repubblica era tutta al suo trionfo, prima che l'America
del Nord mettesse nella bilancia il peso della sua autorità; ma a costoro non
si dava ascolto, o si rispondeva che una nuova squadra non poteva
improvvisarsi, che quella perduta era quanto c'era di meglio, che l'intervento
degli Stati Uniti era sicuro, che una guerra con quella nazione sarebbe stata
fatale. I giornali amici del nuovo Gabinetto annunziavano che questo aveva
ordinato il richiamo di tre classi di leva, l'armamento di tutte le navi
disarmate, il concentramento di tutte le forze disponibili alla Maddalena,
grandi approvvigionamenti di carbone e di munizioni; ma prima di dare queste
notizie avevano messo le mani innanzi: il governo compiva uno stretto dovere di
preveggenza, per non essere sorpreso dagli eventi, per ottenere le migliori
condizioni di pace; nessun proposito in lui di continuare la guerra, di esporre
il Paese a nuovi sbaragli. E i giornali amici del Ministero caduto, i
sostenitori degli imprevidenti, degli incauti, dei temerarii, che avevano
preparato la catastrofe di Colon, condannavano quei preparativi come inutili se
era stabilito di non più combattere, come insufficienti se bisognava imporsi.
Gli
ardimentosi volevano l'armamento del naviglio mercantile, il richiamo delle
leve di terra, l'invio di due corpi d'esercito alla Tropicale; una spesa di
cento milioni; i prudenti rispondevano che il naviglio mercantile consisteva in
mezza dozzina di piroscafi lenti e malandati, che non bastavano due corpi
d'esercito, che per vincere la Tropicale non ne bastavano quattro, che forse
duecentomila uomini non erano troppi, e che la spesa sarebbe salita a un
miliardo, a due miliardi. Esagerazione, rispondevano i battaglieri, e del resto
trattandosi di ristabilire il prestigio della patria, non bisognava contare; se
occorrevano mezzo milione di soldati, tre miliardi di spesa, tre miliardi si
dovevano spendere per mandare mezzo milione d'uomini. Federico restava con quei
fogli in mano, immobile, senza sguardo, come istupidito. Alcuni, a
testimonianza della fiducia che riponevano nella sua opinione, gli domandavano
che cosa credeva che bisognasse fare; egli rispondeva loro: "Non so, non
so nulla"; e dentro di sé quella parola riecheggiava, sola, piena d'un
altro senso. Nulla, non c'era da far nulla, non si poteva aspettare o sperar
nulla, non si poteva credere in nulla. Di quale partito, di quali uomini
fidarsi? Tutti gl'idoli che egli aveva venerati avevano rivelato le loro
magagne, in tutti aveva trovato presunzione, ignoranza, vanità, intransigenza,
difetti e vizii insanabili. Egli rideva della sua antica ricerca d'un uomo
capace di salvare la nazione: nessuno poteva nulla salvare. L'Italia, e come
ogni altro paese del mondo, e il mondo intero, erano stati salvati e perduti, e
risalvati e riperduti, per fatalità inevitabili, secondo leggi ignote. Né
l'apparente salvazione era realmente uno stato prospero e felice, né quella che
si giudicava rovina era veramente tale.
Perché
chiamare rovina la sconfitta patita ora dagli Italiani, o la condizione nella
quale si trovavano cento anni prima, al tempo delle dominazioni straniere e
delle tirannie paesane? Che cosa avrebbero dovuto fare essi, allora ed ora?
Sollevarsi tutti, dal primo all'ultimo; farsi ammazzare tutti per la rivincita
e per la libertà? Non lo facevano né l'avevano fatto: segno che il male non era
tanto grande quanto alcuni, gli zelanti, i fanatici, lo giudicavano. La maggior
parte delle nazioni e dell'intero genere umano non pensavano ad altro fuorché
alla fame da saziare, nel modo più agevole e pronto. Quella stessa cieca
potenza che aveva messo l'istinto della vita in ogni uomo, aveva anche dato ad
alcuni, a pochissimi, l'appetito di qualche idea; ma l'efficacia delle idee
sulle cose, che all'anima ingenua era parsa grande, ora pareva meno che nulla
all'anima disingannata. Iniziando la sua carriera, egli aveva creduto di
dedicare tutte le sue forze al bene pubblico, d'esercitare quotidianamente un apostolato.
Quell'opera, che egli aveva creduto provvida e nobile, era stata giudicata
iniqua ed impura dai suoi avversarii. Perché credere che la ragione e la verità
erano state dalla sua parte, e non da quella degli altri? Nessuna missione egli
aveva esercitato: s'era dato al giornalismo dopo essersi accorto che l'arte non
era pane per i suoi denti; e al giornalismo ed all'arte s'era dato per poter
vivere fuor del paese natale, libero dal giogo dei parenti, sulla via della
gloria e della ricchezza. Questo era stato il suo vero ed unico scopo,
travestito e decorato col nome di missione sociale!
E che valeva
tutto ciò che egli aveva detto e scritto, in tanti anni? Che valeva tutto ciò
che avevano detto e scritto gli altri al pari di lui, i più valenti, i sommi?
Le parole
umane se ne andavano col vento, gli stessi scritti si cancellavano e si
disperdevano; quelli che parevano immortali duravano un poco di più; ma l'oblio
li aspettava del pari, dopo secoli invece che anni; ma anni e secoli e millenni
non erano altro che momenti nell'eternità.
Un giorno,
per una via di campagna, egli vide una lumaca avanzare lentamente, rigando di
bava il cammino. Tutti i suoi scritti diffusi sui tanti fogli gli parvero
allora come una bava che egli avesse lasciato dietro di sé. Se la lumaca avesse
avuto coscienza, avrebbe presunto di letificare e beneficare il mondo con la
qualità della sua bava; l'esperienza, reciprocamente, insegnava all'uomo che
tutta la sua attività era altrettanto fruttuosa quanto quella dell'animale.
Vide anche le formiche e le api intente ad un'opera più intelligente, ma vana
del pari. In preda alle passioni della vita, gli uomini non potevano giudicare
la inutilità dei loro atti; ma chi, come lui, era uscito fuori alla riva del
pelago dopo esservi stato immerso sino ai capelli, riconosceva nel consorzio
umano un formicaio più grande, un alveare più complicato, dove tutto si
riduceva, come nei piccoli e semplici, a nascere, a crescere, a procreare ed a
morire. Questa capacità di arrivare a comprendere la propria vanezza era
l'unico privilegio dell'uomo sui bruti. Lustro ed inganno tutto il resto; le
trovate dell'ingegno, le indagini del pensiero, le affermazioni della fede.
Dalle alture
di San Giovanni si dominavano il mare, le rive, i campi, le colline, le città,
i villaggi, i casolari, tutto un pezzo di mondo. Mentre i piroscafi solcavano
il golfo sporcando il cielo di fumo, i treni strisciavano tra le valli e i
monti, entravano nei trafori ruttando anch'essi, fischiando, rumoreggiando.
Due glorie
della scienza, due trionfi della civiltà! Che importava arrivare un poco più
presto o un poco più tardi? In che cosa lo stato umano s'era avvantaggiato
dell'invenzione di quelle macchine? Quali sofferenze avevano sopportato e
sopportavano i popoli che le avevano ignorate ed ignoravano ancora?
Ai vantaggi
corrispondevano i rischi; né quelle macchine andavano sole: c'erano uomini
nelle loro viscere, dinanzi alle fornaci ardenti ed alle bollenti caldaie, al
posto della pena e del pericolo. La via era segnata dai pali del telegrafo:
appoggiandosi a qualcuno d'essi, egli udiva una musica eolia. Anche quell'altra
invenzione tanto decantata non procurava agli uomini nessun reale benefizio:
senza l'elettricità, essi avevano egualmente comunicato fra loro. La scienza
non aveva nulla creato: a furia di penose ricerche, a costo di errori
madornali, aiutata principalmente dal caso, non aveva fatto altro che adattare
in pochi modi qualcuna delle cose esistenti. In miriadi modi si potevano
adattare le miriadi delle cose. Ma le condizioni della vita umana restavano
inalterate, un ritardo di mezz'ora in un treno diretto faceva smaniare i
viaggiatori moderni forse più che non smaniassero per la perdita di un'intera
giornata gli antichi. Il progresso era tutto apparenza, illusione e presunzione.
Tolta agli uomini la presunzione, che cosa restava loro? Che sapevano essi del
loro destino, del mondo, della prima origine delle cause, dell'ultima fine di
tutti gli effetti? Nulla, nulla, nulla. E invece di essere modesti, umili e
rassegnati, essi erano arroganti, boriosi, inframettenti: gridavano, urlavano,
battagliavano, pretendevano la signoria dell'universo, e si piegavano soltanto
dinanzi a un Dio fatto a loro immagine e somiglianza.
Le campane
delle chiesuole e delle cappelle squillavano in lontananza, chiamavano i fedeli
alla predica ed alla preghiera. Sì, gli uomini pregavano Dio; ma ad ogni
preghiera rispondeva una bestemmia. Lo invocavano nelle piccole occorrenze
della loro piccola vita, perché Egli continuamente mutasse le leggi naturali, e
sconvolgesse l'ordine degli avvenimenti; e lo benedivano quando l'evento era
propizio e lo maledivano quando era avverso; alcuni lo benedivano sempre, a
qualunque costo, credendo che Egli si divertisse a straziarli in questa vita,
per poi compensarli in un'altra che nessuno sapeva come era fatta. Costoro
erano giudicati folli da coloro che, badando soltanto ai piaceri della vita
terrestre, erano bollati come bruti. Ma gli uni e gli altri si ribellavano al
giudizio, e nessun giudizio di nessun giudice umano aveva mai credito e
rispetto assoluti. Sì, alcuni, quelli che parevano i migliori, predicavano
quelle che parevano virtù, ma tutte le prediche non avevano mutato la natura
degli uomini, e i vizii erano necessarii all'esistenza delle virtù, che senza quelli
non avrebbero avuto più significato. Non c'erano dunque né virtù né vizii, né
colpe né meriti: nulla, nulla, nulla.
Dall'alto,
nel silenzio profondo, il mondo gli pareva un semplice aspetto, una scena
dietro alla quale non c'era nulla. Come tutte le cose tacevano, non sparivano
anche al suo sguardo, non si dissolvevano nella chiarità del cielo? E
contemplandolo con gli occhi intenti ed ardenti, tutto si cancellava infatti,
tutto si disperdeva; ma quando egli credeva di vedere il vuoto ed il nulla restava
la sua veggente coscienza. Non si poteva affermare veramente il nulla se non
quando anche la coscienza spariva; ma, sparita la coscienza, chi o che cosa
poteva pronunziare l'affermazione? La coscienza umana esisteva, era sempre
presente ed attiva; e nella coscienza dell'uomo non si rispecchiava già il
nulla, ma il tutto: le forme e le essenze, le cose e le idee, i sentimenti ed i
fatti, l'universo materiale e morale, il mondo fisico e il metafisico!
Allora, che
cos'era tutto questo mondo, tutto questo tutto, che pareva un inganno, ma che
stava e durava, e premeva ed opprimeva, inesorabilmente? Era il Male. Tutte le
forme dell'esistenza, dalle più semplici alle più complicate, erano forme
maligne. Ogni atomo della inerte materia era il prodotto d'una irritazione,
d'una infezione, d'un processo morboso. La terra, con i suoi piani ed i suoi
monti, gli appariva come un enorme neoplasma, una mostruosa ipertrofia, una
terribile sclerosi; le acque, i rivi, il mare, come un flusso, un catarro,
un'iperemia; il fuoco come una febbre. L'alterazione si aggravava con la vita
organica. In mezzo agli atomi indolenti, nascevano e crescevano le cellule: da
questa superfetazione cominciava la sensibilità, cioè i pungoli, le
crispazioni, i brividi, i fremiti, le trafitture, i dolori, gli spasimi. E
l'unico fine del processo morboso non poteva essere altro, logicamente, che la
necrosi.
La vita
finiva con la morte perché era tutta un morbo dalle sue prime e più semplici
fasi; e perché si manifestava e diffondeva nel corso d'un altro morbo, in mezzo
al tumore del mondo. Gli esseri viventi, parassiti e vibrioni di questo tumore,
si nutrivano delle sue morte fibre, o si divoravano tra loro; i più perniciosi,
i più devastatori erano gli uomini.
Dall'alto, la
città distesa sotto la costa, lungo la riva, bianchiccia in mezzo al bruno
delle terre e al grigio del golfo, dava immagini d'un cancro piantato in mezzo
ai tessuti ed ai vasi. Come un cancro, essa tutto rodeva intorno a sé, i
prodotti dei campi e del mare, le altre forme della vita, la materia inerte.
Stendeva i suoi tentacoli, mortificava una seconda volta le cose morte; e un
simile processo, con maggiore o minore intensità, si ripeteva dove erano
uomini; dalle epulidi dei villaggi ai terribili carcinomi delle metropoli, la
degenerazione cancerosa si diffondeva da per tutto.
Federico
pensava che, quella sua concezione, se egli l'avesse manifestata, avrebbe fatto
spavento. Ma il più spaventevole non era appunto che un cervello umano l'avesse
potuto elaborare? Nel cervello, nell'anima umana si assommava tutto il male
dell'universo, e diveniva cosciente. Altri accoglievano una concezione che
pareva contraria a quella del Bene: ma essa non era né contraria alla prima, né
fondata come la prima. Il bene è un intervallo del male, come il piacere è una
tregua del dolore. Esiste il dolore, il bisogno, la fame, la sete, il freddo,
la caldura: i momentanei appagamenti, i sollievi fugaci non impediscono che i
bisogni tornino ad urgere, col loro corteggio di sofferenze. Tutto quello che
si è inventato per moltiplicare ed acuire i piaceri, le gioie, le
soddisfazioni, le voluttà non è servito a nulla, si è ridotto a una
complicazione, e tornato di nocumento a quei pochi che soli hanno potuto
giovarsene. Altrettanto è accaduto, di tutte le invenzioni della bontà, della
virtù, dell'amore. Tutte le prediche, tutte le esortazioni, tutti gli esempii,
tutti i sacrifizii, tutti i martirii, i più grandi, i più clamorosi, erano
stati invano, saranno invano: il male dura, invariato, eterno, inesorabile.
L'anima può struggersi dalla sete del bene, può morirne, senza vederla appagata
mai. Allora, perché insistere? Perché non accettare la legge dell'universo?
Perché non riconoscere che la vita e l'esistenza è un contagio? Nel rivolgere
tra sé queste idee, non che nuova ragione di cruccio, egli trovava la sola
consolazione. Consolazione amara, come l'amaro che gli tornava alla gola dopo
aver preso cibo. Era infermo, la sua digestione non si compiva regolarmente. I
dottori lo misero a dieta, i parenti scelsero gli alimenti più sani e leggieri:
egli si adattò a queste cure, senza volerle, senza aspettarne nulla. Il suo
male era depressione ed esaurimento nervoso portato dalle lunghe fatiche
mentali, dai patemi dell'animo, dagli eccessi e dalle frodi nell'amore. Gli ordinarono
anche l'assoluto riposo intellettuale, precisamente quando sviluppare in uno
scritto la sua concezione del Male gli parve il solo modo gradito di occuparsi,
di ingannare il tempo, di ucciderlo aspettando di esserne ucciso. E nonostante
le rimostranze dei genitori, si mise al lavoro; ma allora un altro cruccio lo
rose: egli non riuscì a significare ciò che pensava, ordinare organicamente i
frammentarii e saltuarii concetti, ad enumerare le prove. E tanto più la sua
impotenza gli riuscì dolorosa, quanto che proprio allora, superata dalla
nazione la crisi, studiosi di politica, di sociologia, di filosofia esprimevano
le loro teorie, raccomandavano i loro sistemi, diffondevano i loro consigli.
Perché non aveva egli una voce tanto gagliarda da farsi udire dall'uno
all'altro capo della terra natale, di tutte le terre abitate, per significare
l'inezia di quei consigli, l'insussistenza di quei sistemi, la fallacia di
quelle teorie, la vanità e l'inutilità di tutto, la ferrea necessità del
dolore, della morte, del male? Nessun partito, tra quelli che parevano più
nuovi e audaci, meno sofferenti dell'ordine di cose esistente, era capace di
formulare nettamente quest'idea. Quelli che parevano più ribelli, che erano
disposti ad abbattere tutto, partivano dal concetto che tutto fosse da
riedificare, che si potesse ricostruire eliminando ogni causa di danno. Con il
loro pessimismo attuale, essi erano i più ottimisti e speranzosi nel futuro.
Gli anarchici, volendo distruggere da cima a fondo il vecchio consorzio dei viventi,
promettevano un nuovo assetto paradisiaco. Data la fatale eternità del male, la
differenza tra costoro e i conservatori più accaniti, si riduceva a una
quistione di forma e di tempo. Con una modificazione di forma da compire nel
tempo, l'uomo e la natura avrebbero mutato di tempra, tutto sarebbe stato
agevole e propizio, immutabilmente! I predicatori di questa dottrina dovevano
essere più sciocchi degli stessi conservatori; perché costoro, quantunque
predicassero il mantenimento d'un ordine iniquo, non ne negavano i danni, anzi
li giudicavano fatali; mentre quegli altri ne promettevano la fine! Bugiarda
promessa, stolta speranza, illusione ridicola. Mai, mai, mai, qualunque cosa si
tenti, qualunque mutamento si compia, qualunque rivoluzione trionfi, i mali
sociali [non] scompariranno, come non scompariranno i mali morali, come non
scompariranno i fisici, manifestazioni particolari del male infinito ed eterno.
La rivelazione di questo male nella coscienza implica un solo vero bene, nel
quale è il solo vero rimedio offerto agli uomini: la possibilità di abolire la
coscienza, di distruggere la massima forma dell'attività morbosa universale, di
ridurre l'essere vivente a materia insensibile. L'esistenza della materia è
anch'essa un danno, le infime forme vitali che nascono dalla concezione di un
corpo umano sono anch'esse dolenti; ma il sentimento di sé, la memoria, il
giudizio, il pensiero, la passione, tutti i tormenti della psiche sono finiti.
Se la morte è il fine necessario della vita, tutta la saggezza consiste
nell'affrettarne il conseguimento. Che fa la medicina quando il corpo,
apparentemente sano, ma pure in preda al travaglio dell'essere, s'inferma
palesemente, in modo tale che gli stessi credenti nella salute, debbono
riconoscere l'infermità? La medicina asseconda ed affretta lo scioglimento
della crisi. Quando la vita si rivela quella che è, tutta una crisi verso la
morte, l'affrettamento del processo, il conseguimento della morte sarà
considerato come l'unica cosa conveniente.
Il suicidio
gli parve allora non più un atto disperato, da commettere furiosamente,
improvvisamente, nelle ore delle angosce più acute, quando la ragione vacilla;
bensì nel tempo della massima quiete, nell'apparente soddisfazione, quando il
cuore è più tranquillo, quando la mente è più lucida, più presente a sé stessa,
quando il concetto della malignità dell'essere si impone allo spirito esente da
passioni e da pregiudizii, pervenuto al sommo della chiaroveggenza, un atto da
compiere deliberatamente, da preparare attentamente, come il più solenne, come
un esempio insigne, come l'insegnamento supremo. Ma quanti sono capaci di
compierlo così, e quanti comprenderanno di doverlo imitare? Non c'è forse uomo,
tra i più semplici, tra i più ciecamente obbedienti all'istinto della vita, tra
i più invasi dal male della vita, che in qualche fuggevole istante non sia
abbagliato dalla verità e non intravvede il male suo e dei suoi simili, ma
quanti sono coloro che ne hanno l'esatta, la piena, la ferma coscienza? Quanti
sono stati coloro che si sono uccisi, non già per sfuggire ad un determinato
dolore, ma persuasi della fatalità del dolore universale? In ogni tempo si sono
visti e uditi predicatori dell'insania della vita, del male dell'essere, della
vanità del tutto; ma costoro non hanno uniformato i loro atti al loro concetto.
Hanno professato il pessimismo, ma nessuno, o solo pochi, li hanno ascoltati,
per poco, distrattamente, con uno scettico riso, come si ascolta un predicatore
la cui vita privata è la negazione delle belle cose che dice. E perché questa
contraddizione?
Federico la
vedeva e la giudicava dentro di sé. Concepita la necessità di distruggere la
vita, il suo primo pensiero non era quello di compiere la distruzione, bensì di
predicarla. Tentava di scrivere, quando doveva agire. L'istinto vitale, la
forza maligna operavano ancora in lui insidiosamente, nel punto stesso che egli
credeva di averli smascherati e confusi. Se ciò accadeva in lui, che cosa non
doveva accadere tra la folla degli sciagurati immersi nell'inganno, affascinati
e perduti dalla Sirena Illusione? Predicare agli uomini la morte, con le parole
o con l'esempio è stato e sarà sempre invano. Si può riconoscere il male, ma
esso è tale e tanto, che non si lascia vincere. I saggi indiani hanno predicato
l'astinenza e decantato il Nirvana: a che pro? Il più coraggioso rivelatore del
dolore e del male ha concepito il suicidio della Terra; con quale effetto? Dove
sono le opere, le azioni, i tentativi, un principio di esecuzione? Una setta di
fanatici Sciti si mutilano per sottrarsi all'istinto della procreazione, ma
costoro non sono già mossi dalla verità filosofica, bensì da un pregiudizio
religioso. E quanti sono? E gli Sciti e tutti i popoli del vecchio e del nuovo
mondo non crescono prodigiosamente, urtandosi, combattendosi, come colonie di
microbi e di bacilli antagonisti dentro una piaga? Poi, quando si sono
moltiplicati, quando si sono combattuti, quando hanno esercitato in tutti i
modi la loro funesta energia, gli uomini di tutte le razze sospirano, gemono,
piangono, urlano! Non sarà dunque possibile impedire questo danno? Non si
troverà un modo di salvarli, loro malgrado? Si continuerà ancora e sempre a
ricadere nell'inganno, ad inseguire una gioia illusoria, una felicità
chimerica, un bene assurdo? Non ci sarà una nuova forma d'attività, la più
cosciente, la più illuminata, la più conforme alla natura delle cose, intenta
perciò a combattere non più i concorrenti, o le intemperie o i parassiti, ma la
vita stessa? Tanti uomini si dànno alla milizia, forniscono le armi per
uccidere coloro che li vogliono uccidere, si preparano ad una sterile e
sanguinosa opera di difesa e di offesa; altri si stillano il cervello per
inventare nuovi ordigni e nuove macchine che complicano sempre più le cose,
altri per accrescere d'una pagina, d'una riga, il libro dell'ignoranza umana;
altri predicano le parole d'un Dio che nessuno ha visto, di cui tutti in
qualche ora dubitano; non se ne troveranno alcuni che, compresa la fallacia e
l'insania di questa e di tutte le altre simiglianti attività, attenderanno
unicamente a svellere il male umano dalle radici? Tanti partiti sorgono, si
trasformano, si riformano, si scindono, per meglio combattersi mentre sono
divisi soltanto da parole, da equivoci, da malintesi; e non se ne formerà mai
uno, composto sia pure di pochissimi coscienti, che grideranno a tutti gli
altri la loro insania, e li sforzeranno a riconoscere l'origine prima dei loro
dolori e li guariranno loro malgrado del male della vita?...
Loro
malgrado, sì! Perché l'uomo mortale non vuol morire, è attaccato alla sua vita,
sia essa la più grama, la più sfrenata, da un istinto così prepotente, che solo
in circostanze estreme, può essere vinto. Egli stesso sarebbe stato capace di
uccidersi?
In quella
casa di campagna, appese al muro d'un corridoio, erano le armi che gli erano
venute dallo zio colonnello; una pistola corta e un revolver primitivo, con
tutte le sei canne che giravano intorno al tamburo e si caricavano dalla bocca,
con polvere e palle, erano cariche da tempo immemorabile, forse da Calatafimi,
e certo non avrebbero preso fuoco; pure, accostando per prova la bocca alla
tempia, l'impressione di quei gelidi anelli gli metteva un brivido di ribrezzo
per tutti i nervi. La vinceva, tenendo a lungo l'arma in mano, e a certi
momenti pensava che nulla sarebbe stato più facile che farne scattare il
grilletto; ma altre volte restava attonito, atterrito, con gli occhi sbarrati,
col sangue gelato, all'idea di quell'atto. Egli lo avrebbe forse commesso, ma
non con la freddezza voluta. Sentiva d'aver bisogno d'una eccitazione, d'una
esaltazione sia pure rapida, ma intensa. Se qualcuno lo avesse ucciso, gli
avrebbe reso un benefizio; pure riconosceva che il vedersi dare la morte, al
lampeggio di una canna di schioppo o d'una lama di coltello, lo avrebbe fatto
tremare. Perché il benefizio fosse veramente insigne, bisognava che qualcuno lo
uccidesse a sua insaputa, mentre pensava, mentre leggeva, mentre si aggirava
per la campagna, quando era immerso nel sonno, in qualunque istante della
sciagurata esistenza.
Lungo i
sentieri, per i campi, se vedeva qualche insetto, lo schiacciava col piede:
l'essere vivente spariva in un attimo, non restava altro che una macchia nel
suolo. Perché non si rovesciava su lui un macigno tale da ridurlo in un lampo a
poltiglia? Perché, se le cose che egli pensava erano orribili, qualcuno
inorridito, un suo simile o Dio, non lo schiantava così?...
Un giorno
ricevette da casa una lettera nella quale gli dicevano di tornare in città,
perché suo padre stava poco bene. Tornò subito, infatti, la sera stessa. Il
padre aveva preso freddo, ma la polmonite temuta non si era dichiarata: gli
dissero prima che entrasse nella camera dell'infermo, dalla quale udiva venire
delle voci sconosciute. Entrando, vide un bel vecchio, stranamente rassomigliante
al principe di Bismarck, e una bambina alta e bionda, che stava ritta al
capezzale dell'ammalato.
«Mio figlio»
disse questi, presentando. «Il mio migliore amico, il Presidente Ursino, e la
sua bella nipotina. Làsciati vedere, Anna» continuò, tenendo per mano la
bambina. «Quanto rassomiglia al povero Gigi! Gli occhi, la fronte, la bocca...»
Federico
comprese che parlava del padre della fanciulla, figlio del Presidente.
«Non ti
ricordavi di Salerno? Come ti piace?...» le domandava ancora l'infermo.
«Mi piace!»
rispose ella, vivacemente «non ne rammentavo nulla; ci venni che ero troppo
piccola. I dintorni sono bellissimi. Quante passeggiate ci sarà da fare!...»
Disse le ultime parole rivolte a Federico, il quale assentì con un cenno del capo.
La voce della bambina era calda e dolce, con appena una velatura d'accento
toscano. La faccia era capricciosa, con un naso un poco rivolto in su, gli
occhi umidi e lucenti, la bocca piuttosto grande: un insieme capriccioso ed
espressivo.
«Come ti farei
volentieri da guida, figlia mia» riprese ancora una volta il commendatore «se
non fossi così, se avessi le gambe d'una volta...»
«Ma come?»
esclamò ella. «Vuol restare in letto tanto tempo? Aspetterò che si levi,
andremo adagino quando sarà stanco: non ho mica furia! Perché forse il babbo le
avrà detto che sono, come ho da dire?... un poco vivace?...»
«No, no; e
quand'anche!... Allora è inteso, andremo tutti insieme quando sarò in piedi.
T'invito fin da ora al Sacro Monte, di dove viene mio figlio.»
«È un bel
sito? Che si vede?» domandò ella a Federico.
«Bellissimo»
rispose egli «si vedono i due golfi, Napoli e Salerno, il Vesuvio, gli
Appennini, le isole» e nel descrivere il panorama alla fanciulla, che stava a
udire spalancando gli occhi grandi e profondi, ripensava alle immagini morbose
concepite lassù, dinanzi a quella vista.
«Che
bellezza! Che incanto!... Guarisca subito, commendatore!» aggiunse congiungendo
le mani in atto di preghiera; «guardi che voglio andarci presto, presto, e che
non ci andrò senza di lei!...»
Quando i due
visitatori si ritirarono, non si parlò d'altro che di loro. Il Presidente
tornava in patria dopo quarant'anni di carriera, giubilato, per riposarsi. Era
vedovo, aveva visto morirsi uno dopo l'altro l'unico figlio e la nuora, gli
restava la sola nipotina per tutta famiglia: si capiva quindi che l'amasse d'un
amore folle, che la giudicasse la più bella, la più intelligente, la migliore
fra tutte. Quantunque esagerasse, per un sentimento spiegabilissimo, Anna non
era indegna di tante lodi. Bella, nello stretto senso della parola, no; ma
vaga, leggiadra, piena di simpatia, certamente. Buona e intelligente anche, si
capiva dallo sguardo, dall'espressione, dalla voce, dalle parole, dalla pietà
filiale, della quale il commendatore riferiva alcuni tratti uditi dall'amico
suo.
Ella tornò in
casa Ranaldi il domani, e tutti i giorni seguenti ancora, perché suo nonno,
venendo a trovare ogni giorno il commendatore, la conduceva sempre seco, non
voleva lasciarla mai sola. Il commendatore che si rimetteva lentamente, se la
faceva sedere vicino, preso da una gran simpatia per la nipote dell'amico,
quasi non ne avesse qualche dozzina per proprio conto. Ma i nipoti suoi erano
un po' troppo chiassosi per l'infermo, mentre Anna, più grande di tutti quei
monelli, gli stava vicino come una donna fatta, gli rendeva tanti servizietti
prima che la signora Checchina arrivasse a renderglieli lei. Ma qualche altra
volta, mentre i due vecchi amici ragionavano di cose gravi o intime, di
politica o di affari, o delle memorie giovanili, Anna andava coi bambini e con
le bambine in giardino, sulla terrazza, e faceva il chiasso con loro come se
fosse della loro stessa età, e inventava una quantità di giuochi che
deliziavano i piccoli e che la rendevano ad essi cara e preziosa. «Non è venuta
Anna? Non viene oggi Anna?» dicevano entrando dal nonno, se non la trovavano; e
la volevano anche nelle case loro, e pregavano il nonno di lei perché la
lasciasse andare in loro compagnia, e battevano le mani ed erano felici al consenso
del Presidente. Una delle gioie dei più piccoli era udire le fiabe e le novelle
che la maggiore amica narrava. Quante ne sapeva! E tutte una più bella
dell'altra. Un giorno ella chiese a Federico se tra i tanti suoi libri, non ne
avesse qualcuno per lei. Egli trovò le fiabe del Perrault, e gliele diede. Anna
prese il volume, ne lesse il titolo, e lasciò cadere le braccia.
«Queste le ho
già lette, molto tempo fa...»
«Che le hai
dato?» domandò il commendatore.
«Le fiabe del
Perrault» rispose ella, piano, come mortificata.
«A una
signorina di diciotto anni?» disse a Federico il padre. «Che t'è venuto in
mente?»
Federico
aveva creduto che Anna ne avesse quattordici, tutt'al più, che fosse alla sua
prima veste lunga, tanto aveva l'aria ingenua ed infantile. Le cercò qualche
romanzo, s'indugiò a sfogliare quelli che gli parevano meglio adatti ad una
signorina, ne scartò alcuni dove rilesse pagine libere e audaci. Ella accolse
con festa i prescelti, li lesse rapidamente, ne chiese ancora degli altri. In
breve egli non ne ebbe più d'italiani.
«Conosce il
francese?» le domandò.
«Anche un
poco l'inglese» ella rispose, con una ambigua espressione d'ironica modestia.
«Ha studiato,
sapete» spiegò suo nonno «e studia ancora da sola. Dove trova il tempo non lo
so, perché ha lei tutto il peso della casa. Io non m'occupo di nulla: lei fa i
conti, tiene le chiavi, compra la roba, dirige le persone di servizio, come una
buona massaia.»
Studiava e
leggeva la sera nei momenti di riposo; e la lettura era la sua distrazione prediletta,
sebbene le piacessero anche moltissimo le passeggiate, le scampagnate, i teatri
ed i balli. Dei libri letti disse l'impressione lasciatale, e Federico ne lodò
la giustezza. «Una perfezione» la definì un giorno la signora Checchina,
udendone lodare con caldissime parole le molteplici virtù, dal marito
convalescente, la Perfezione cominciarono a chiamarla, quando non c'era,
in casa Ranaldi, le figlie, i generi ed i nipoti.
Uno di
costoro glielo disse un giorno, in presenza di tutti:
«Anna, la
Perfezione, sai che ti chiamiamo così...»
Ella arrossì
fino sulla fronte, poi sorrise:
«Perché mi
canzonate?»
«Non ti
canzoniamo, figlia mia» rispose il commendatore. «Ti ammiriamo.»
«Via non mi
confonda. Pensi piuttosto alla sua promessa, adesso che sta bene!»
Qualche
giorno dopo, infatti, le due famiglie andarono al Sacro Monte. Federico sarebbe
rimasto a casa, se suo padre non avesse insistito per averlo con sé la prima
volta che andava fuori dopo la malattia.
La giornata
era stupenda, tutta la comitiva di buon umore; mezza dozzina di bambini stipati
in una carrozza sotto la vigilanza di Anna facevano un tal chiasso che s'udiva
dalle altre carrozze nonostante lo scalpitio dei cavalli e il fragore del moto.
Su, alla terrazza della villa, dinanzi allo spettacolo grandioso dei due golfi,
la giovinetta restò un momento muta, come confusa e sbalordita, poi congiunse
le mani, intrecciandone le dita, stringendole forte, come a reprimere la
commozione.
«Dio! Dio!»
mormorò poi, con voce sommessa e come rotta. «Che meraviglia!»
«Le piace
proprio? Le pare una cosa veramente bella?»
Ella si
rivoltò verso Federico, guardandolo. Il giovane s'accorse che i grandi occhi
ora stupiti erano pieni di lagrime.
«Piange?»
«Non so... Uno
spettacolo tanto grande, tanto stupendo... E a lei non piace? Bisogna proprio
dire che non si apprezza ciò che abbiamo tutti i giorni dinanzi...»
Poco dopo,
attirata dai piccoli, corse per il giardino a cogliere fiori, a farne
mazzolini, che poi venne a distribuire ai grandi. Federico ebbe tre rose, una
bianca, una rosea ed una rossa. Le mani che le porgevano erano fresche e
odorose come i petali di quei fiori. Egli le passò macchinalmente
all'occhiello, guardando il cielo e il mare, ripensando alla sua visione del
male eterno ed infinito, mentre Anna, coi minori amici, tornava in giardino, a
cogliere i primi aranci. Quelle forme fresche di vita, quei fiori, quei frutti,
quei fanciulli, quelle giovinette, erano anch'essi espressioni del male?
Anch'esse. Piaghe, ulcere, tumori hanno forme e colorazioni che si
ammirerebbero se non fosse la nozione dell'infermità che va ad essa associata.
Reciprocamente, fiori, frutti e fanciulli si ammirano perché si dimentica il
segreto lavorio di corruzione che li sfronderà, li farà marcire, invecchiare e
incancrenire. La seduzione ne è tutta apparente. Chi ha visto il fondo delle
cose, se ne guarda come del peggiore inganno. La saggezza espressa dal genere
umano nella secolare esperienza, ripete ai giovani che la gioventù, la salute,
i piaceri, sono tutti beni fallaci e fugaci. Essa raccomanda però quelli morali
e promette premii futuri che non sono meno chimerici. Allora perché non dire a
quella giovinetta che le esteriori forme da lei ammirate e la stessa sua vita
non erano altro che prodotti del principio maligno? Perché non aprirle gli
occhi alla verità, se ella pareva tanto intelligente e tanto sensibile?... Non
l'avrebbe compresa. Venivano dal giardino i suoi allegri richiami, le sue
esclamazioni canore: «Margherita!... Filippoooo!... Guarda questi, come sono
grossi!... La scala più giù!... Ti stracci la gonna, amoruccio mio». Quando
tornò su, animata dal moto, coi capelli un poco sconvolti, con la faccia
arrossita, tutta vibrante e fremente di gioia, Federico sorrise di sé stesso.
Come aveva potuto supporre un istante che quella sciocca fosse capace di
intenderlo? A tavola, l'appetito vorace, l'eloquio vivace di lei e di tutti gli
altri, lo infastidivano. Poco poteva egli mangiare, e nulla sapeva dire che
fosse intonato all'allegria di tutte quelle giovinezze. I vecchi ne
sorridevano, la incoraggiavano, egli ammutoliva. Anna lo guardava di tanto in
tanto, gli fermava un poco gli occhi negli occhi, come sul punto di dirgli, di
chiedergli qualche cosa, poi si volgeva ai piccoli che aveva vicini, facendo
loro da mamma. Prima che calasse la sera, tornarono tutti in città. Federico,
spogliandosi, tolse le rose dall'occhiello e le buttò via. Ma, subito dopo, si
pentì di quell'atto, raccolse i fiori e li mise a suggere nuova vita in un
calice pieno d'acqua.
"Perché
ho fatto così?" pensò poi "Perché prolungo artificialmente la vita a
quei fiori? Che m'importa d'essi? Che m'importa di chi me li ha
donati?..." E la figura di Anna gli sorse dinanzi. Riconobbe anzi che da
qualche tempo ella era sempre presente al suo pensiero, nel primo piano o nello
sfondo. Che voleva dire? Perché s'interessava a quella giovinetta? Perché le
aveva cercato i libri adatti alla sua età ed al suo stato, e non le aveva dato
i primi capitati? Perché aveva lodato la giustezza del suo criterio? Perché
l'aveva giudicata capace e poi incapace d'intenderlo? Che bisogno aveva egli
d'essere inteso? Le creature umane s'intendono? E non ci sono inganni
formidabili tra le creature e in ogni creatura? La verità alla quale era
arrivato consentiva che egli s'illudesse ancora? Perché il caso, sventando i
suoi propositi di solitudine, gli aveva messo dinanzi una donna, egli si
interessava a costei, la prima venuta, una bambina? Perché era vaga ne
apprezzava la vaghezza? Perché pareva buona credeva alla bontà?
Passato lo
stupore, riconobbe che questo effetto doveva prodursi. Egli non si era ucciso
come avrebbe dovuto; l'istinto della vita, la speranza del bene operavano
ancora in lui, vincevano ancora, come avrebbero vinto sempre fino all'ultimo
istante, le persuasioni filosofiche e i concetti astratti. A quarant'anni, sì,
dopo le sue delusioni, dopo i suoi dolori, dopo i suoi furori di distruzione,
egli poteva innamorarsi di quella fanciulla. Anche più tardi, a cinquanta, a sessanta,
con un piede nella sepoltura! Non sarebbe stato il primo né l'ultimo! Soltanto
se egli se ne fosse realmente innamorato, se il sentimento avesse cercato
alimento e manifestazione e ricambio, se per quell'amore egli fosse tornato
alle illusioni e agli inganni, se l'istinto della vita gli avesse fatto credere
che la felicità consisteva per lui, vecchio d'animo, decrepito di pensiero,
guasto di corpo, nel vivere accanto a quella bambinella, la bilancia sarebbe
traboccata, l'occasione necessaria e sufficiente a farla finita sarebbe
spuntata. Dopo una notte insonne, levatosi con la bocca cattiva e la testa
greve, si guardò allo specchio. Sapeva già d'esser dimagrato e intristito; che
bisogno aveva dunque di esaminarsi dinanzi a quel testimonio muto? Il bisogno
di considerare che cosa era avvenuto del suo aspetto, delle sue fattezze, in
altri tempi da altri giudicate espressive. "Già, voglio vedere se sono
ancora bello!..." Mentre una voce interna gli gridava che era ridicolo,
un'altra sussurrava: "Via, non c'è male ancora!...". Poteva ancora
innamorare una donna, poteva ancora sedurla. Non possedeva quel certo fascino
proprio a chi ha molto vissuto, il cui cuore ha molto amato, i cui occhi hanno
visto molte cose? Ventidue anni di differenza potevano essere tanti, ma non
erano poi troppi in certi altri casi. Non si sono viste persone di oltre
quarant'anni, prossime alla cinquantina, sposare giovinette poco più che
ventenni? Non aveva egli letto romanzi nei quali si vedevano fanciulle entrate
appena nella vita innamorarsi di uomini maturi, d'alto animo, di pensiero
gagliardo? E le rose recise fiorivano ancora!...
Poi una gran
pietà lo vinse di sé stesso, come se, realmente uscito con lo spirito fuori
della propria persona, si considerasse da estraneo. La tristezza che gli aveva
occupata altre volte l'anima, vedendo uomini e donne tentar d'arrestare il
tempo precipitante, ricorrere ai mal celati artifizii, ai capelli finti, alle
pettinature industri, alle tinture, ai cosmetici, alle dentiere, e sfoggiar
abiti e affettar modi della età tramontata, tutta la tristezza provata dinanzi
allo spettacolo della vecchiaia non rassegnata, visibilmente camuffata di
gioventù, gli strinse il cuore. E la vecchiaia sua gli parve più grande che
realmente non fosse. Dacché era tornato da Roma, la sua carne non aveva provato
una sola tentazione, i suoi sensi erano rimasti sordi ed inerti. Che specie
d'amore avrebbe potuto offrire a una giovinetta nel pieno rigoglio della vita;
in qual modo avrebbe iniziato una vergine?
E la tempesta
s'addensò nell'animo suo, vedendo che l'amor proprio non l'aveva ingannato, che
egli non era indifferente ad Anna. Perché mai ella lo guardava con quegli occhi
grandi, taciti, interrogatori che lo avevano guardato alla terrazza, dinanzi al
panorama di cartone? Perché li abbassava, se si vedeva guardata da lui,
con una espressione di turbamento? Perché si volgeva a lui, talvolta, nelle
conversazioni familiari, chiedendo le sue opinioni, chiamandolo a confermare le
proprie, e tal altra ammutoliva e quasi lo fuggiva? Perché, mentre già dava il voi
paesano a tutti coloro ai quali non dava del tu serbava per lui solo il lei
della soggezione e del turbamento? Perché uno dei nipotini aveva potuto
osservare che ella non dava più tanta retta ai piccoli amici? All'idea che egli
potesse realmente turbare quell'anima, una gran tenerezza malinconica e grata
lo invadeva e una esclamazione gli saliva alle labbra: "Povera
figlia!...". Grato a lei doveva essere, sì, tanto, poiché ella gli
attribuiva ancora un valore di vita, ma poveretta lei se credeva che la sua
vita fosse simile a quella degli altri. Un giorno un altro nipotino gli riferì
che Anna gli aveva chiesto se lo zio Federico era stato mai promesso. "No,
mai", pensò di risponderle egli stesso; "ma ora, sì". E poiché
ella gli avrebbe chiesto il nome della sua fidanzata, le rispondeva nel proprio
pensiero: "La Morte".
La morte gli
prometteva più beni che non l'amore e avrebbe mantenute le sue promesse. Lo
avrebbe difeso da tutti i dolori del corpo e dell'anima, da tutti i bisogni, da
tutte le vergogne, da tutti i disinganni, da tutti gli spergiuri, da tutte le
bestemmie; gli avrebbe assicurato la pace immutabile, la quiete infinita,
l'eterno riposo. L'amore, la gloria, il denaro, il dominio, tutto era
ingannevole; se pure qualcuna soltanto delle loro tante promesse si avverava,
ciò che si otteneva era caduco, e dietro alla vita più bella stava ancora la
bellezza ultima e massima: la morte. Ma, conoscendo questa verità,
ripetendosela continuamente, qualche cosa dentro di lui la negava, la
soverchiava, la travolgeva. I suoi atti non andavano d'accordo con i suoi
pensieri. Avrebbe dovuto evitare la giovinetta, e invece la cercava. Mentre
voleva negarne la bellezza, si rinfrescava gli occhi contemplandola. Un
secreto, acuto e penetrante compiacimento gli invadeva l'anima, nel vedere le
nuove prove dell'effetto prodotto sulla fanciulla. Tutti gli istinti, tutti gli
appetiti ad uno ad uno si ridestavano. Un giorno frugò nella guardaroba
giudicando troppo vecchi e brutti gli abiti che aveva sottomano, non trovandone
di abbastanza belli, andò dal sarto. Un altro giorno andò dal dottore per farsi
curare il male di stomaco. Un altro giorno ancora, in campagna, aiutando Anna a
passare un rigagnolo, prendendola per un braccio, sentendo la mollezza
deliziosa di quelle carni, le vene gli si gonfiarono di sangue caldo. Era
ancora giovane; stanco forse, ma non esaurito. A quarant'anni l'uomo ha
raggiunto il vertice della vita; l'ascensione è finita, ma la discesa non è
ancora cominciata. Allora, e non prima, in quella sosta, quando non si sprecano
più forze per inoltrarsi, quando si raccolgono e si tesoreggiano anzi quelle
che restano, allora è da dare stabile assetto all'esistenza. E perché
l'esistenza sua doveva diversificare da quella degli altri? Che aveva egli di
singolare? Per quale orgoglio e quale presunzione si voleva sottrarre al
destino di tutti, e assumersi la missione di andar predicando cose che nessuno
avrebbe ascoltate, di annunziare la grande scoperta che la morte è fatale?
E la vita lo
riprese. Con la primavera nuova, coi primi sorrisi del cielo, coi primi olezzi
dei fiori, qualcosa rifiorì nell'anima sua. La freschezza, la grazia, la
soavità, tutte le seduzioni di Anna lo avvinsero. Come un collegiale, egli
passò sotto le finestre di lei, la seguì da lontano, arrossì alla sua vista.
Voltarle le pagine della musica, ricopiarle i disegni del ricamo, sceglierle
libri e giornali, divennero per lui altrettante felicità. Tutti gli argomenti
che potevano confortarlo acquistarono nuova forza: tutti coloro che lo
stimavano giovane, adatto a creare una famiglia, gli riuscirono accetti; la
possibilità di cancellare il suo passato morale, di aprire una nuova era nella
sua storia gli parve naturale ed innegabile. Quando seppe che i dieciotto anni
di lei erano già diciannove, ne fu consolato. Prima che la potesse sposare,
Anna avrebbe quasi raggiunto i venti: non era dunque una bambina. Fece il conto
dei suoi amici che avevano preso moglie dopo i quarant'anni: non erano pochi. A
sessanta egli avrebbe potuto avere un figlio soldato, a settanta sarebbe stato
nonno. Superata la crisi presente, lunghi anni di maturità sana e gagliarda si
sarebbero seguiti... Un giorno, per via, incontrò un vecchio che si fermò un
momento a guardarlo, poi gli si avvicinò stendendogli la mano:
«Ranaldi!...
Non mi riconosci?»
Lo riconobbe
infatti, alla voce, agli occhi: era un compagno di scuola, uno della provincia,
del quale non gli riusciva di rammentarsi il nome, dopo tanti anni che non lo
vedeva più.
«Io ti ho riconosciuto
immediatamente! Ti conservi bene, sai!... Mi trovi» aggiunse, con un sorriso
amaro «un poco cambiato?...»
Era un
vecchio, quasi tutto bianco, nei capelli, nei baffi, nelle ciglie, e rugoso, e
incurvato. Quel vecchio doveva avere appena quattro o cinque anni più di lui.
Egli non capì bene che cosa gli diceva, occupato com'era, sulle prime, da un
senso di egoistica soddisfazione all'idea di non essere stato in modo così
atroce colpito dal tempo; ma più tardi, rimasto solo, rivedendo quella rovina
con gli occhi della mente, antivedendo quella che fra poco sarebbe avvenuta
anche in lui, calcolando quanto era imminente, tutta l'anima gli si chiuse.
Finito, egli era un uomo finito. Quanti anni, lunghi, oscuri, irrevocabili,
erano passati dal tempo degli studii e dei chiassi evocati da quel compagno!
Quanti? Venticinque! Anche più! E Anna non era nata ancora, ne erano passati
ancora sei o sette prima che ella nascesse! Ed egli aveva potuto sognare di
farla sua? Ed aveva mendicato allo specchio assicurazioni di giovinezza e
lusinghe di venustà? E aspettava forse di chiedere alle quarte pagine dei
giornali rimedii contro l'esaurimento e promesse di virilità? Improvvisamente
un impeto di sdegno e di vergogna lo sollevò dallo stupore accorato e dalla
mortale meraviglia. La perfidia dell'eterna illusione gli parve insopportabile,
la sciocchezza e l'impotenza sua e di tutti gli uomini, senza misura e senza
fine. E il bisogno di vincerla, di reagire, di dare il passo alla fredda
ragione, lo strinse. Quel giorno, tornato a casa vi trovò Anna col nonno. Quasi
perché egli potesse meglio misurare l'enormità del proprio inganno, Anna era
più rosea e più fresca, più rigogliosa che mai: tutta vestita di bianco, con un
cappellone di paglia fiorito di papaveri, che le dava un aspetto quasi
infantile, e allegra, eloquente, vibrante ed esuberante di vitalità. Un senso
di rancore gli morse il cuore dinanzi a quella floridezza; poi sentì che il
rancore diventava odio e quasi tentazione di spezzare quella vita prima della
sua propria. Il riso di lei gli parve irritante. A chi rideva, di che rideva?
Forse di lui, che l'aveva creduta sincera! La vanità di quella frivola era
stata piacevolmente eccitata vedendosi fatta segno all'attenzione d'un uomo,
del primo uomo capitato, perché così voleva la sua natura femminile; ma se egli
avesse spinto la sciocchezza fino al punto da rivelare le sue intenzioni,
chissà qual altro fragoroso riso! E lo sdegno, la vergogna, il rancore, l'odio,
tutti i moti violenti si accumularono, ebbero bisogno di prorompere.
L'argomento
del discorso, tra suo padre e i cognati, e il nonno di lei, era politico. Nella
mattina il giornale locale e quelli di Napoli avevano portato la notizia d'un
attentato contro la Camera austriaca. Un anarchico aveva deposto e fatto
esplodere una bomba, sull'angolo della piazza del Parlamento all'uscita dei
deputati. L'effetto non era stato molto micidiale; il solo autore
dell'attentato era morto, per il tremendo coraggio di aver percosso la capsula
con un sasso, stando inginocchiato dinanzi allo strumento di distruzione. Dalla
parte dell'edifizio, si erano prodotti guasti notevoli, ma tra i deputati e i
passanti, solo una dozzina erano i feriti, e due soli gravemente. Nel domicilio
dell'anarchico si era trovato uno scritto, ancora fresco, dove, sul punto di
uscire per commettere l'attentato, egli dichiarava i motivi che lo spingevano:
il bisogno di protestare contro la società borghese ed i suoi rappresentanti
occupati a combattersi in nome di quelle idee di patria e di nazione alle quali
l'anarchia sostituiva il più vasto e generoso concetto dell'universale
solidarietà umana; la speranza di far proseliti che, col sacrifizio della
propria vita, dessero la morte ai detentori dei poteri pubblici, ai capi dei
Governi e degli Stati, e dimostrassero con l'efficacia dell'esempio cruento e
del martirio serenamente affrontato, la necessità di sopprimere, quindi, non
più gli individui particolari, ma l'autorità che avevano arbitrariamente
esercitato; affinchè ultimamente, in un avvenire più o meno lontano, ma
immancabile, il consorzio civile, affrancato da ogni tirannia piccola o grande,
materiale o morale, e sotto le uniche leggi della perfetta eguaglianza e
dell'assoluta libertà, conseguisse quella felicità che gli era dovuta.
«Che ammasso
di assurdità e di aberrazione!... Che sciocchezze e che orrori!... La patria
negata! L'autorità soppressa! Il delitto convertito in esempio!... È una
pazzia! È l'incoscienza!... No, è un'infamia!... Non c'è rigore bastevole a
punirla, a prevenirla!...»
Tutti, ad una
voce, discordando appena nella forma, esprimevano esecrazione e terrore. Il
Presidente Ursino inorridiva particolarmente perché l'anarchico era italiano.
Egli non capiva come un Italiano di Trieste avesse compito quell'atto, in
Austria, mentre la sua terra natale era ancora oppressa dallo straniero. Il
commendatore Ranaldi diceva che un simile orrore era conseguenza di
pervertimento morale, delle stolte propagande; ma che, non potendosi andare più
oltre, giunta l'evoluzione dell'idea rivoluzionaria all'estremo limite
dell'anarchia, si poteva e si doveva sperare in un ritorno alle sane e secolari
tradizioni dello spirito umano.
«Non si può
andare oltre?» osservò a un tratto Federico, che fino a quel punto era stato a
sentire, senza dir nulla. «Si andrà oltre, vedrete!»
«Come? In che
modo?...» domandarono gli altri, mentre suo padre lo guardava, tacendo.
«Credete che
l'anarchia sia l'ultima parola della ribellione? Ce n'è un'altra, ce ne sarà
un'altra. Io non mi stupisco niente affatto che un Italiano, in Austria, abbia
potuto commettere un atto simile, invece di imitare, per esempio, Oberdan.
Certo, vi sono ancora triestini, che sognano di riunirsi a questa nostra patria
comune come la massima possibile felicità. Altrettanto sognavano, cinquant'anni
addietro, i milanesi e i veneziani. La felicità che questi hanno ottenuta, e
noi con loro, non si vede e non si sente, è vero, ma solo perché è
inesprimibile, tanto è grande e profonda!...»
La sua voce
era piena d'una tagliente ironia.
«Quando
gl'irredenti saranno redenti, come noi, non avranno più da odiare l'oppressore
straniero; soltanto, come già tra noi vi sono alcuni incontentabili i quali
trovano qualche cosa da ridire nella nostra gioia presente, così anch'essi, o
alcuni di loro, penseranno che il problema non è stato ancora risolto. E chi
sentirà che la libertà ottenuta è un inganno, che il pagar le tasse al governo
italiano o all'austriaco, che il servire nell'esercito italiano o
nell'austriaco, che l'obbedire al poliziotto italiano o all'austriaco, che il
rispettare le leggi votate dai deputati italiani o dagli austriaci è press'a
poco la stessa cosa, odierà l'oppressore paesano come e quanto già odiava il
forestiero. Questo Badini mi pare dunque molto logico: invece di prendersela
contro i deputati austriaci perché austriaci, salvo poi a prendersela
coi deputati italiani, perché deputati, se l'è presa direttamente contro la
funzione esercitata da quegli onorevoli...»
«Ma come? Lo
approvate? Lo approvi? Che modo è questo di ragionare?»
«Lo approvo?
Un momento! Non ho ancora finito. Dico che invece di procedere per gradi
cominciando dal mirare vicino per poi arrivare più lontano, egli ha diretto
subito il suo colpo contro la meta più alta; così un soldato volendo uccidere
qualcuno per protesta contro il militarismo, non ammazza il suo caporale,
dietro al quale sta il sergente, il furiere e tutti gli altri ufficiali sino al
generale, ma accoppa il Ministro della guerra addirittura. Soltanto, sono
d'accordo che l'eccidio è inutile; e non già perché, ammazzato un ministro, un
deputato, un re, un imperatore, se ne fanno altri. Questa cosa l'anarchico la
sapeva; egli ha, nondimeno, dato fuoco alla bomba, per far proseliti, - e l'ha
scritto - che ammazzino ancora altri deputati, e poi ancora altri, che ne sterminino
ancora altri, finché i borghesi intimoriti si persuaderanno a non eleggerne
più, a non creare più altri legislatori ed esecutori di leggi, anzi a
distruggere tutte le leggi. Ma quando saranno distrutte tutte le leggi,
l'anarchico crede che il paradiso sarà conseguito; e qui è la sciocchezza sua.
Perché, quando parrà che non vi saranno più leggi, ve ne saranno ancora, non
fosse altra, la legge di non potere fare più legge; e gli uomini della società
futura giudicheranno che questa è la più intollerabile di tutte; e allora si
tornerà da capo e si vedrà ancora una volta ciò che fu noto sin dal primo
principio a chi vide il fondo delle cose; voglio dire che tutte le rivoluzioni
sono state e saranno inutili; e che la radice del male non è negli ordinamenti politici,
ma nella nostra stessa natura...»
«Che
novità!... Cose sapute e risapute!... Ma che vuol dire?... Ma che bisognerà
fare?... Ma l'attività umana...»
Smentito da
tutte le parti tranne che da suo padre, Federico sorrise, con un gesto pacato
della mano.
«Un momento!
Se non mi lasciate finire! Lei, Presidente, vuol dire che tutte le persuasioni
astratte e tutti i disinganni concreti non impediranno all'attività umana come
non le hanno mai impedito, di operare, di sperare, di attendere? Certo,
certissimo; il mulo che fa andar la ruota, se anche non avesse gli occhi
bendati, se anche vedesse che è condannato ad aggirarsi sempre dentro uno
stesso circolo, non tralascerebbe per questo di muoversi, perché soltanto a
patto di muoversi dentro quel circolo, egli mangia, beve e vive. Così gli
uomini, è certo, continueranno a ricalcare le loro proprie pedate, credendo di
procedere oltre, come il mulo bendato, od anche - e questo dimostra che la loro
sopportazione è ancora più grande di quella del mulo - quando si sono già
accorti che non procedono niente affatto, ma girano. Soltanto, in mezzo a
questi uomini che abbiamo finora considerati complessivamente, vi sono certe
varietà di sentimenti e di umori, grazie alle quali vediamo ogni giorno che
alcuni si illudono molto ed altri poco; che alcuni vorrebbero correre, ed altri
sdraiarsi, che alcuni si stimano infinitamente superiori al mulo, ed alcuni
quasi lo invidiano; ora c'è una particolare varietà di cotesti uomini, e sia
pure scarsissima, composta di quelli che arrivano a persuadersi essere il male,
sotto tutte le forme, sociali, morali e fisiche, la condizione stessa
dell'esistenza, sia dell'uomo che del mulo, o dell'insetto, o della pianta, o
della pietra; e tanto costoro ne sono persuasi, che arrivano a distruggere,
date certe condizioni, l'esistenza loro. Ora, se la religione della sofferenza
umana che i nostri filosofi hanno scoperta diventerà una vera religione, se
l'amore del prossimo, la carità, l'altruismo crescono e si effondono
continuamente come sostengono i nostri ottimisti, verrà un giorno nel quale
coloro che sono sul punto di procurarsi il gran benefizio del non essere, si
vergogneranno del loro egoismo, e sentiranno il dovere di procurar lo stesso
bene anche agli altri, al maggior numero possibile...»
Tutti
tacevano.
Anna s'era
accostata con tutti gli altri, piccoli o grandi, a udire. Nella breve pausa
fatta dall'oratore, il solo Presidente Ursino domandò, aggrottando le ciglia:
«Il che
significa?»
Federico, che
aveva parlato fino a quel momento con un tono ed un sorriso di sottile ironia,
riprese ad un tratto, con voce un poco stridula ed acre:
«Il che
significa che si andrà oltre quell'anarchia attualmente giudicata come il
termine ultimo della ribellione alla morale della tradizione, e che un nuovo
partito sorgerà, il quale non s'indugerà a risolvere l'insolubile quistione
sociale, ma affronterà tutto il problema umano. Questo partito saprà che la
radicale soluzione indicata dalla stessa natura, è una sola: la morte. Darsela
e darla a un tempo, sarà giudicato un diritto e un dovere. L'uccisione d'un
uomo si condanna giustamente come il più nefando delitto, perché dalla morte
data ad un simile, l'assassino ottiene un vantaggio per la sua propria vita;
s'impadronisce del denaro altrui, soddisfa la gelosia, vendica l'onore, sbrama
una passione; ma un giorno, quando in qualche testa umana, poche o molte non
importa, si radicherà la persuasione che non c'è nessun vantaggio in nessuna
vita, che nessuna passione s'appaga, che tutte risorgono, dopo il creduto
appagamento, più feroci ed urlanti; che il bisogno non cessa, che il dolore è
eterno, che il male è insanabile, allora la morte da questi pochi o da questi
molti, sarà voluta dare non come una punizione e una vendetta, ma come un
premio. Questi uomini non crederanno di formare un semplice partito politico,
ma una religione nuova, e un fervore mistico li animerà. Lo sciagurato che
lanciò ieri la bomba sapendo di doverne essere la prima vittima, voleva
ottenere col terrore nel tempo, una modificazione dell'assetto umano; i fedeli
della religione della morte lanceranno le bombe solo per morire insieme coi
loro fratelli di dolore, per liberarli e liberarsi. Essi saranno certi di
rendere il massimo bene a chiunque resterà sotto il colpo, uomo o donna,
giovane o vecchio, povero o ricco, in qualunque disposizione del corpo e
dell'anima. La più gran parte dei passanti in mezzo ai quali semineranno la
morte saranno in preda a cure, a crucci, a tormenti, ad assilli, a rimorsi, a necessità;
e quelli che si sentiranno gonfi di speranze troveranno a breve andare il
disinganno, e quelli che per caso si crederanno felici, vedranno, dopo fatto
qualche passo, disperdersi la loro felicità. La morte sarà un benefizio per
tutti, per i sofferenti che non soffriranno più, per i gaudenti che non
vedranno la fine del gaudio loro. E non la sola vita umana questi mistici
vorranno distruggere, ma tutte le sue opere vane e tutte le altre effimere
vite. Come gli anarchici d'oggi, essi si chiuderanno in luoghi remoti e
segreti, a preparare, coi più potenti mezzi della chimica futura, strumenti
che, in piccolo volume, racchiuderanno una forza tremenda, e che rovineranno
dalle fondamenta tutto un edifizio, che ridurranno in polvere tutto un
quartiere di città, e che non lasceranno un solo ferito, e neanche un solo
cadavere intatto, ma faranno sparire tutti i corpi viventi come con una pedata
si fa sparire un insetto.»
Egli era
sorto in piedi: fece il gesto, strisciando forte con la suola sul pavimento. Il
suo pensiero si precisava in quel punto. Egli trovava repentinamente la
soluzione cercata. Per la concitazione, si mise ad andare su e giù per la sala,
continuando a parlare:
«Costoro non
abbomineranno la sola vita, ma la stessa esistenza delle cose che sono o
sembrano inerti. Non potranno annientarle, ma romperle, sì, scioglierle,
ridurle a uno stato sempre più incoerente. A pezzo a pezzo, coi loro
formidabili arnesi, vorranno isterilire, rovinare, frantumare e polverizzare
tutto ciò che sta in un angolo del mondo, la stessa materia del mondo, il
monte, la collina, il promontorio, la pendice, l'isola, il campo. Ci furono un
tempo distruttori di templi, di immagini, avremo i distruttori delle cose e
della vita. Io già li presento, li vedo derivare dai più freddi e più logici
anarchici. Questi uccidono e muoiono insieme con le loro vittime; non resta da
far loro che spogliarsi dell'odio di cui sono ora animati; manca ad essi
soltanto la rinunzia alle assurde speranze riposte in un avvenire chimerico, la
semplice persuasione che con la morte si è già ottenuto, immediatamente. Il
passo non è lungo, qualcuno lo compirà. Un primo esempio sarà tosto seguito da
altri; allora il partito sarà formato e conterà proseliti sempre più numerosi.
E già mi par di sentirne ripetere i nomi. Perché odieranno la vita essi saranno
chiamati biofobi; perché faranno saltare a pezzo a pezzo il mondo si
chiameranno geoclasti.»
Tacque, si
fermò, guardando i circostanti. Erano tutti ammutoliti, tutti gli sguardi erano
chini, tranne quello di Anna. La giovinetta lo guardava con i grandi occhi
smisuratamente ingranditi, pieni di una espressione di spavento e angoscia.
Anch'egli la guardò. Allora ella congiunse le mani, le strinse forte, col gesto
abituale, ed esclamò:
«Che vi hanno
fatto, perché diciate così?»
Quelle
parole, il tono di quella voce, il lampo di quegli sguardi, gli rimasero
nell'anima, incancellabili. "Che vi hanno fatto perché diciate
così?..." Non le vivaci proteste dei cognati, non i freddi ragionamenti
del Presidente, non il doloroso silenzio delle sorelle e dei genitori lo
impressionarono altrettanto. Quella bambina aveva trovato la nota più giusta,
l'osservazione più penetrante, la verità della quale egli stesso aveva una
sorda coscienza. Tutti i suoi torbidi pensieri, tutta la sua nera disperazione,
tutto l'odio suo mortale derivavano dall'esperienza dolorosa, dal veleno
distillato in vent'anni di pandemonio politico, di galera giornalistica, di
amori malsani. Se egli avesse vissuto in un altro mondo, o in un altro modo, in
quel mondo, non sarebbe venuto a quelle conclusioni spaventose. Aveva visto lo
spettacolo del male, la petulanza della menzogna, le tortuosità dell'ipocrisia,
la ferocia degli egoismi, la mordacità della calunnia, la cupidità degli
appetiti, la presunzione dell'ignoranza, l'insolenza della vanità, la
sfrenatezza di tutte le peggiori passioni, ma non si era soffermato dinanzi al
bene, non ne aveva cercate e raccolte le prove. Aveva commesso il male egli
stesso, ingolfandosi nella battaglia, senza voltarsi indietro, senza ritrarsi
di tanto in tanto, senza ritemprarsi sotto il tetto paterno, negli affetti
semplici e sani. Non ce n'erano? Non era santo l'accordo dei suoi genitori,
anche se ottenuto con gli anni, dopo i malintesi inevitabili? Non era una cosa
buona e bella e commovente quella corona di freschissime vite che ne
allietavano la vecchiezza, anche se facevano talvolta troppo rumore? I vecchi
si rivedevano nei figli e nei nipoti; ed egli solo, con la sua presunzione di
giudice supremo di tutto e di tutti, li addolorava e li atterriva. Solo, si
sentiva solo in mezzo a quell'intimo cerchio; nessuno comprendeva le sue idee,
di nessuno aveva cercato l'amore. E d'amore e di bene egli non era, no,
incapace; ne aveva avuto sempre bisogno, il suo odio era una forma d'amore
insoddisfatto, il suo concetto del male era l'inappagato struggimento del bene.
E improvvisamente, all'idea di avere vicino ciò che cercava, di non dovere far
altro che stendere la mano per ottenerlo, di stringere al cuore Anna, di
rifarsi una gioventù, di entrare in una nuova esistenza con la benedizione dei
suoi vecchi augusti, sentì gli occhi spietrarglisi e il pianto bagnargli le
ciglia. Pianse tutta la notte, di speranza e di disperazione, ora lusingandosi
d'essere ancora in tempo, ora sentendo quant'era tardi; a certi momenti
immaginando e quasi pregustando le gioie che poteva ancora assaporare, a certi
altri antivedendo e presentendo nuovi, maggiori dolori. I dolori non sarebbero
mancati, ma una nuova voce gli diceva che sarebbero stati sani e santi, che
bisogna accettare tutta l'esistenza qual è. La voce antica gridava ancora la
necessità di ricusarla, di spezzare il cerchio degli inganni. Come uscire da
quel travaglio? Come risolvere quel dubbio? E la soluzione dipendeva forse
tutta da lui? Che c'era realmente nell'anima di Anna? Lo aveva ella compreso,
lo amava, non lo giudicava troppo arido e vecchio, troppo orribile, più
moralmente che fisicamente, dopo avergli udito proferire quell'atroce profezia?
Bisognava
parlarle; dalle sue parole avrebbe preso consiglio. Senza svelarsi, senza
chiederle nulla, direttamente, avrebbe trovato modo di conoscere il suo
sentimento. E cercò l'occasione di restare da solo a sola con lei.
Un giorno, al
Sacro Monte, dove ella era venuta col nonno, restarono soli.
«Volete
venire alla cappella?»
«Ma sì! Con
entusiasmo!»
Si avviarono.
La via era come sospesa sul golfo, addossata da una parte al monte, chiusa
dall'altra da un muricciuolo, sotto al quale la costa precipitava fino al mare.
Il mare, lucido come specchio, pareva distendersi all'infinito, oltre
l'orizzonte velato da sottili vapori. In alto il sole sfolgorava, ma la fitta
vegetazione ne arrestava i raggi, ed Anna faceva girare capricciosamente il
manico dell'inutile ombrellino rosso appoggiato alla spalla.
«Che
bellezza!... Che incanto!...» esclamava, dinanzi al paesaggio grandioso.
«Guardate Capri!... Guardate il Capo!... E quel piroscafo che se ne va in
Sicilia!... È la strada della Sicilia, è vero?»
«Sì...»
«E questa
scoscesa!... E questa spiaggia!... Si contano le casupole, i sassi, le rughe
del mare!... Direte ancora che è di cartone?»
Egli restò un
poco in silenzio, poi disse:
«Che ve ne
importa ciò che io ne penso? Godetene voi, non ve lo impedisco!»
Ella rise.
«Grazie del
permesso! Ma è che io non ne godo pienamente, pensando che a voi non piace. Non
vi è accaduto mai, gustando un buon cibo, di non giudicarlo più buono se
qualcuno vicino a voi ci trova un cattivo sapore?»
«Voi fate
dipendere la vostra opinione da quella degli altri?» disse egli, con tono
mordace.
«Nossignore;
penso con la mia testa. Ma se fremo d'entusiasmo e qualcuno vicino a me resta
diacciato, un poco di quel gelo raffredda anche me.»
«Non sapevo
che foste tanto sensibile!...» osservò egli, con la stessa espressione di
sottile ironia.
«Non più
degli altri» replicò ella, tosto.
«Avete scelto
allora un cattivo compagno.»
«Di questo
non siete giudice voi.»
«Mi volete
fare dei complimenti?»
«Niente
affatto; vorrei dirvi...»
Ma non disse nulla;
tacque ad un tratto, facendo girare più rapidamente, quasi nervosamente il
manico dell'ombrellino.
«Che cosa?»
domandò Federico.
«Vorrei
dirvi...» riprese ella con un certo stento «vorrei chiedervi ciò che già vi
chiesi l'altra sera: che cosa vi hanno fatto, perché siate così?»
Le rispose
con un falso sorriso, con una finta curiosità impertinente, mentre sentiva che
il cuore gli batteva più forte.
«Così come,
di grazia?...»
«Così triste,
scettico, acre, indifferente alle cose belle, sprezzante di ciò che piace agli
altri, di ciò che credono gli altri; non so se posso anche dire...»
«Dite, dite
pure, vi accordo tutti i permessi, oggi...»
«Non
ridete... Questo riso non è sincero, fa male, peggio del rancore che esprimete
quando parlate sul serio. Che male ci avete fatto, l'altra sera, con le vostre
terribili profezie! Non avete visto il viso dei vostri genitori? Scusatemi, ma
si dubiterebbe della vostra bontà, udendovi dire di quelle cose.»
«E chi vi
dice ch'io sia buono?»
«Dovrei
rispondervi che me lo hanno detto i vostri parenti, le persone che vi
conoscono; ma perché non ripetiate che giudico con la testa degli altri» e
sorrise «vi dirò che l'ho sentito, che l'ho compreso da me, nonostante le
vostre parole amare e velenose... anzi proprio in quelle.»
Egli non
rispose, con l'impressione che quella creatura stesse per leggere nel suo
pensiero, per guardare dentro all'anima sua.
«Non volete
che vi si giudichi buono? Lasciateci dire almeno che siete molto migliore di
quel che non vogliate apparire. Lo sappiamo tutti, lo sanno meglio di tutti i
vostri genitori; ma ciò non toglie che essi siano addolorati dalle vostre
parole. Avrete certo buone ragioni per esser divenuto così misantropo; ma
permettetemi di dirvi che a quei poveretti dovreste cercare di nascondere i
vostri sentimenti acri, e mostrare soltanto i dolci. Vi dispiace che vi dica
queste cose? Il mio nonno è tanto amico del vostro babbo, che mi pare di
conoscervi da moltissimo tempo, di potervi parlare come una sorella...»
Ella
pronunziò a bassa voce le ultime frasi; l'ultima parola, sorella, si udì
appena. Per la soggezione di tenere un così grave discorso, lei giovanetta, ad
un uomo? Non perché quella parola le sonava male, ne rendeva difficile
un'altra, più intima ancora?
«Vi
ringrazio» disse Federico, smettendo il tono dell'ironia «volete che vi parli
come ad una sorella?»
«Ma sì! ma
sì!»
«Volete
sapere perché sono così? Volete sapere come sono realmente, in fondo, proprio
nel fondo dell'essere mio? Sapete quanti anni ho?»
«Non lo so.»
«Ho quarant'anni,
e ne ho passati venticinque, un quarto di secolo, - più che voi non ne abbiate
- fuori di qui, a Napoli, a Roma, all'Università, nel giornalismo, nella
politica, in mezzo al più vasto e tenebroso mondo. Ho vissuto, e la vita mi ha
fatto come sono, come voi m'avete visto, peggio che non m'abbiate visto. Vi
entrai con tanta fede, e con tante illusioni che ora non ho più, perché essa me
le portò via a pezzo a pezzo, ad una ad una. Credevo al bene, alla virtù, a una
infinità di cose, e ora non ci credo più. Fremevo d'entusiasmo per il mio
paese, per questa Italia di cui avevo studiato la storia, e lacrimate le
sciagure e benedetta la resurrezione... Ringraziavo Dio d'avermi fatto nascere
lo stesso giorno che l'Italia risorgeva a dignità di nazione; me ne tenevo
dinanzi ai più vecchi di me, come se qualche cosa della schiavitù,
dell'abbiezione durante la quale essi erano nati, li contaminasse, mentre io
ero nato puro, libero cittadino d'un libero, d'un glorioso paese...»
«Sì, sì...»
fece ella secondandolo col gesto del capo, incoraggiandolo col tono della voce,
quasi eccitandolo e spronandolo a manifestare un sentimento buono e vivace.
«Voi provate
un simile entusiasmo?»
«Sì! sì! Ho
studiato anch'io la storia, è una delle cose che più mi piacciono; ho visto a Torino,
a Firenze, i ricordi del nostro risorgimento, i quadri delle battaglie, le
vecchie bandiere scolorite dal tempo, traforate dalle palle, le vecchie
uniformi dei soldati e dei volontarii; ho letto i proclami dei generali
stranieri e dei re nostri, le sentenze di morte pronunziate contro i martiri,
le lapidi murate sui luoghi memorabili, e ne ho ricevuto impressioni vivissime,
fino a piangerne...»
«Ne ho pianto
anch'io, ma ora rido del mio pianto.»
Ella si
fermò, lo guardò attonita e dolorosa:
«Come è mai
possibile?»
«Perché ho
letto, dopo la storia, la cronaca; perché ho guardato dietro le scene della
rappresentazione apparentemente magnifica; perché l'egoismo nascosto sotto
l'eroismo mi si è rivelato, ma specialmente perché ho visto e vedo che i sacrifizii
purissimi delle poche anime veramente nobili e belle furono compiti in forza
dell'illusione, che l'unità, la libertà, l'indipendenza d'Italia avrebbero
assicurato tutte le fortune a tutti gl'Italiani. Quel che si è ottenuto voi lo
vedete, quantunque non vi occupiate di politica, né abbiate letto le
statistiche, né siate vissuta in mezzo a quel mondo dove sono vissuto io.»
«Ma in tutte
le cose» rispose ella vivacemente «vi sono difetti; le più belle, esaminate
troppo da vicino sembrano brutte, o meno belle. Capisco benissimo che a Roma ne
abbiate viste molte addirittura disgustose; ma scusate: lassù avevate messo
casa per conto vostro, o mangiavate al caffè?»
«Che c'entra
questo?»
«Ve lo
spiegherò quando mi avrete risposto: al caffè o in casa?»
«Al caffè, al
caffè.»
«E questo è
il male! Vi siete guastata la salute, e non avete visto una cosa molto
istruttiva. Se aveste messo su casa vostra, con la sua brava cucina, ci sareste
entrato qualche volta, ed avreste visto quello che vi vedo io ogni giorno: che
i cibi più gustosi e nutritivi non si possono preparare senza maneggiare della
roba non sempre pulita, senza ammucchiare una quantità di detriti che vanno a
finire allo spazzaturaio.
«A casa mia
io entro in cucina tutti i giorni, e vi passo anzi parecchie ore, per
invigilare e per dare una mano alla cuoca, quando occorre. So fare molte salse,
molti dolci, un po' di tutto; con tutto l'amore della nettezza, con tutto
l'orrore per le sudicerie, bisogna pure imbrattarsi le mani, salvo a lavarsele
dodici volte di fila. Della vostra politica io non m'intendo, ma immagino che
anch'essa debba essere una specie di cucina, dove si preparano le leggi invece
delle pietanze; nel manipolare le più belle e le più buone, non si eviteranno
gl'inconvenienti delle cucine, ci si unge, ci si affumica, ci si ritrova in
mezzo a bucce di limoni, a gusci d'uova, a lische di pesce, a rigovernature di
casseruole... Voi sapete che cosa siete?»
«Pare di no!
Ditemelo voi.»
«Siete poeta.
Il paragone che vi ho portato non vi piacerà perché non è punto poetico.
Vorreste tutto bello, tutto buono, tutto grande, tutto puro. Non siete il solo.
Ma bisogna farsi una ragione!
«Oggi per il
nostro povero paese corrono giorni prosaici; voi, che v'infiammaste di poesia
patriottica, siete tanto scontento, che sembrate finanche cattivo, dal tanto
amore del meglio. Ma il meglio, si dice, è nemico del bene...»
A un tratto,
scoppiò in una risata.
«Ma sapete
che è curiosa? Io vi faccio la predica, a voi! Come se tutte queste cose, con
la vostra esperienza, non le sapeste meglio di me! Come se l'illusa, se la
poetica, non dovessi essere io, piuttosto!...»
«Avete
ragione! Sono uno sciocco a parlarvi così!...»
«E voi avete
torto! Mi avevate promesso di parlarmi come ad una sorella, di aprirmi l'animo
vostro.»
«Non posso e
non debbo mantenere la promessa; perché a voi, alla vostra giovinezza ignara e
fiduciosa, le conclusioni disperate che io ho tratto dall'esperienza si debbono
tenere nascoste; o è inutile svelarle perché restano incomprensibili.»
«Adesso mi
dite, con belle maniere, che la sciocca sono io!»
«No, Anna...»
e pronunziando la prima volta dinanzi a lei, il nome di lei, una grande
dolcezza, una tenerezza infinita, uno struggimento ineffabile lo costrinsero a
tacere un istante; «no, Anna; non siete sciocca, siete anzi una delle più
intelligenti creature del vostro sesso che io abbia finora conosciute;» ed ella
chinò gli occhi, con un fine sorriso, con una espressione di modestia e di
incredulità; «ma avete la disgrazia di dover ragionare con un uomo che è giunto
all'estremo limite della stanchezza e della sfiducia, che non crede più a
niente, che non aspetta più niente.» Ella si fermò ancora una volta, lo guardò
negli occhi.
«Più niente
niente?...»
Egli tacque,
confuso da quello sguardo lucente, dolcissimo nella sottile ironia, quasi
eccitatore, quasi provocatore d'una confessione attesa, desiderata.
Ma la paura
di ingannarsi e la vergogna di scoprirsi, la suggestione dell'amor proprio e
l'esitazione della volontà, gli fecero rispondere:
«Più niente niente
di ciò che è possibile...»
Ella si
fermò. Erano giunti dinanzi alla grotta dell'eremita: una vera grotta, scavata
nel vivo sasso, chiusa da un rozzo cancello dalle sbarre del quale si scorgeva
nel fondo buio una specie d'altare.
Accanto
all'entrata, sopra una piccola buca lunga appena tanto da lasciar passare le
monete, stava scritto con brutti caratteri: Elemosina, e intorno alle
lettere erano dipinte orribili figure di santi spirituali col capo girato
dall'aureola, di anime del purgatorio circondate da lingue di fiamma. Anna
guardò dapprima tacitamente la grotta, la scritta, le pitture; poi, si voltò a
guardar Federico.
«Niente di
ciò che è possibile?» disse, ripetendo le parole di lui. «E l'impossibile?»
Egli rispose,
con un sorriso:
«À
l'impossible nul n'est tenu...»
«Ma che cosa
è l'impossibile, secondo voi?»
«Lo volete
sapere?»
«Sì!»
«Dimenticare,
ricominciare, tornare addietro, ritrovare la speranza, la fede, la forza d'un
tempo, rimettermi nella strada maestra battuta da tutti i miei simili...»
«Questo vi
riuscirà difficile, forse, ma non è impossibile.»
«Con gli anni
che ho sulle spalle?»
Ella abbassò
l'ombrellino, lo chiuse con un gesto di impazienza.
«Se volete
sostenere che siete vecchio, lasciamola lì; è inutile discutere.»
«Sono giovane,
allora? Faccio in tempo a ricominciare? Come debbo fare?»
«Potete e
dovete crearvi una famiglia: questo è il rimedio di cui avete bisogno.»
«E sono
adatto a crearmela?»
«Perché no?
Solo che vogliate!»
«E dove
troverò una donna la cui volontà si accordi con la mia?»
S'udirono a
un tratto le voci dei fanciulli chiamar da lontano:
«Anna!...
Anna!...»
Ella rispose:
«Cercatela.»
E l'ultima
notte arrivò, la notte bianca, angosciosa, ed eterna, durante la quale egli non
potè chiudere gli occhi un istante, con l'animo in tempesta, il cervello in
fiamme, il cuore in tumulto. Anna lo amava, sarebbe stata sua solo che egli
avesse voluto. Contro tutti i suoi antichi convincimenti, le promesse
dell'amore, la gioia di possedere un'anima viva, di dare tutta l'anima sua a
quella creatura dolce e gentile, gli sorridevano ineffabilmente. Si vedeva al
suo fianco, in un lungo viaggio di nozze, in una interminabile luna di miele,
ringiovanito ad un tratto, prestigiosamente. La nuova esistenza non sarebbe
stata tutta fiorita, ma gli avrebbe preparato travagli sani e fortificanti. La
legge era la legge, procreare nuove esistenze, rivivere nei figli, che un
giorno gli avrebbero chiuso gli occhi. Bella, buona, dolce, gentile, e fresca
tanto, e tutta pietosa era la creatura a cui si sarebbe unito per sempre. Lo
amava: il cuore gli si struggeva dalla gratitudine. A quell'umile sentimento
s'aggiungeva anche la superba eccitazione dell'amor proprio: improvvisamente
egli aveva coscienza di valere ancora qualche cosa, d'essere uscito con l'anima
stanca dalla lunga esperienza, ma con un fascino nuovo sulla fronte. E tutte le
sue forze latenti e disconosciute si sollevavano, insorgevano, facevano impeto,
chiedevano d'essere esercitate, subitamente lo facevano balzare dal letto sul
quale s'era disteso vestito, andare e venire per la camera con una mano stretta
nell'altra, col gesto familiare ad Anna. Stringersela al petto in una stretta
che nulla avrebbe potuto mai più sciogliere! Dirle tutto quello che aveva nel
cuore, la resurrezione operata da lei, il miracolo della salute restituitagli
con una parola, con uno sguardo! Non esitare più, non discutere più:
abbandonarsi al sentimento, all'istinto, fiduciosamente e ciecamente... Esser
cieco e sordo, sì, per non vedere, per non udire le cose e le voci contrarie,
la disproporzione delle età, la sua vecchiezza morale, la sua stanchezza
fisica, le insidie, i pericoli, i danni immancabili!... Ai quadri ridenti
succedevano allora i tristi, i dolorosi, i desolati: i malintesi, le discordie,
la nimistà da cui sarebbero stati più tardi e forse troppo presto divisi: egli
vecchio senz'altro fra dieci anni, ella ancora nel rigoglio della prepotente
giovinezza... E che importava? E perché pensare al poi, a un domani che forse
non sarebbe venuto, se la morte avesse colto uno dei due, od entrambi?
E se
importava, se bisognava pensare al poi ed al tutto, se egli doveva restare
quello che era, con la disperazione e il suo scetticismo, allora la morte,
subito, prima del nuovo giorno!
Presa l'arma
in mano, l'esaminò, la posò sulla scrivania. Provò a scrivere; ma non potè. Che
scrivere, a chi? Non era più l'ora. Col nuovo giorno la decisione doveva esser
presa, irrevocabile. Egli sarebbe andato a uccidersi all'Eremitaggio, dinanzi
allo spettacolo visto con lei, nel luogo dove ella gli aveva detto della donna
cui unirsi: "Cercatela". Quella parola significava: "L'avete
qui, dinanzi a voi". Morire, morire piuttosto che cercarne un'altra, che
rinunziare a lei. Da sei mesi che frequentava quella creatura, il suo fascino
lo aveva talmente penetrato, che ora se ne sentiva tutto pieno, fisicamente,
come d'un fluido che circolasse nelle sue vene, che attivasse il suo respiro,
antico, consueto, noto effetto della passione, contro la quale si credeva
agguerrito, e non era. Contro nessuna passione era agguerrito: l'esperienza
tornava vana. L'esistenza ancora forte e tenace reclamava tutti i suoi diritti,
egli poteva troncarla d'un colpo, ma non comprimerne le energie, non
mortificarne gl'istinti, non evitarne gli errori. Tutta la sua vita trascorsa
gli passò dinanzi, dai giorni più remoti, dalle prime fedi, dalle prime
illusioni, dalle prime battaglie. Alla finestra, vide spuntare il primo
chiarore dell'alba. Spalancò le vetrate, s'affacciò alla terrazza. La
freschezza della mattina temperò l'ardore della sua febbre, sollevò il suo
petto oppresso. Sulla metallica lastra del mare, infinitamente puro, la purezza
del cielo si rispecchiava con la prima luce, con le prime colorazioni. Perché
non aveva egli più un'anima tersa, degna di riflettere l'immacolato candore di
Anna? Perché l'aveva conosciuta così tardi, nel meriggio della sua giornata
mortale, dopo tante contaminazioni? Pianse. Poi l'altro uomo che era in lui gli
disse che non vi sono candori immacolati, che Anna era un essere umano come
tutti gli altri, con tutte le stimmate umane, con tutte le macchie del suo
sesso. Ella stessa lo aveva ammonito di guardarsi dalla troppa poesia. Se ella
lo accettava così com'era, perché avrebbe egli fatto il difficile?... La
rinunzia era bella, era la sola bella: sparire in quell'istante che l'occhio
del sole si schiudeva sulla fronte del mare e del cielo, tra le ciglia dei
tenui vapori, nel silenzio solenne e quasi attonito dell'universo. Morire con
un sogno nell'anima, sparire prima di un nuovo risveglio. Ma già la città e la
casa si ridestavano; rumori di carri. voci lontane per le vie; usci che si
aprivano, stridori di passi nelle camere attigue.
Egli vide la
madre avanzarsi verso di lui: potè appena nascondere il revolver tra le carte,
fingendo di frugarvi.
«Già levato,
Federico?...» domandò ella. «Che hai? Ti senti male?...»
«No, mamma...
Non ho dormito...»
«Perché?»
Tacque un
momento, prima di dire la parola decisiva. Vide la madre sua vecchia,
decrepita: si vide vecchio con lei. A quarant'anni passati, senza salute, senza
entusiasmo, avvizzito, isterilito, sposare una illusa bambina, accettare il
sacrifizio della sua gioventù...
«Mamma,
senti, ho pensato a tante cose... Mettiti a sedere accanto a me... Ho bisogno
di parlarti.»
«Dì, figlio
mio!...»
Già: invece
di uccidersi, come aveva divisato tante volte, come aveva promesso a sé stesso;
invece di uniformarsi alla disperata concezione del male universale, prender
moglie, mettere al mondo altre creature, contribuire alla perpetuazione del male...
«Mamma, ti
rammenti quando mi parlasti di Anna Ursino?... Quando mi dicesti che aveva una
simpatia per me, e che s'era fitto in capo - furono le tue parole - di
sposarmi?»
«Come no!...
Anna è innamorata di te: se ne sono accorti tutti quanti, anche suo nonno,
finalmente.»
«E che ne
dice?»
«Ha detto a
tuo padre che sarebbe molto felice se questo matrimonio si combinasse... Io
dapprima ero contraria, non te lo nascondo, e non te ne ho più parlato; ma se a
te piace, se vuoi...»
Non
protestare, non obbiettare, accettare quelle offerte, goderne, esultarne: così
voleva la vita.
«Mamma,» egli
disse - prendendo la mano rugosa di lei «ho pensato a tutto: chiedi la mano di
Anna per me...»
FINE
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