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SCENA I
Pacchione — I briganti
dormono e voglio ritrarne le sembianze. Giacché il mio perverso destino non mi
ha creduto degno di morire per la libertà gridando Viva l'Italia; giacché da un
momento all'altro l'esecrata grazia del Borbone mi manderà via dal carcere e da
questo paese, dove nella valle di Rovito lascio, prive d'un memore sasso, ma
non incompiante, voi, santissime ossa dei miei fratelli, amo tra gli altri miei
dolorosi ricordi portar meco l'immagine dei briganti di Calabria. O bizzarro
destino! il bene e 'l male sono dunque nomi vani per te, che accomuni la sorte
del virtuoso e dell'assassino, dell'eroe e del brigante? In questa medesima
stanza dimorarono i fratelli Bandiera e i loro compagni, ed ora vi riposano
masnadieri, e dove morirono gli uni, domani forse morranno gli altri. O Dio, tu
vi sei certo e sei giusto; ma alla mia fantasia di artista ripugna il pensiero
che il borratello di Rovito, che si tinse del piú nobile sangue d'Italia,
riceva adesso quello dei ladri. Che belle sembianze! Che energia! Che fierezza
nei muscoli di quei volti! Che terribili soldati dell'indipendenza non
sarebbero questi poveri calabresi, se la trista signoria dei Borboni non ne
facesse dei briganti! ix Il
Cappuccino mi ha detto che il primo siasi confessato, che il secondo intenda
confessarsi, e solo colui di mezzo non abbia voluto saperne. Nondimeno tutti e
tre dormono egualmente; ma paiono tranquilli, e non sono. Ecco! la placida
forza del sonno non ha potuto sciogliere le loro mani: i pugni serrati e
contratti accusano la stanchezza degli animi. Mettiamoci al lavoro.
Antonello — (Si
sveglia, e senz'accorgersi di Pacchione, si leva: contempla l'un dopo l'altro i
compagni, si piega sopra Corina e lo bacia).
Corina — (Dormendo) Baciatemi,
care ragazze; i corpetti ve li darò.
Antonello — Povero
Corina! sempre d'un modo. (Si piega sopra Sbarra e lo bacia).
Sbarra — Oh! che vuoi,
Antonello?
Antonello — Tu eri in
dormiveglia, mio caro Sbarra?
Sbarra — Sí: stavo cosí a
recarmi a memoria molti altri peccati, che non ho detto al Confessore. E tu che
cerchi?
Antonello — E che altro
posso cercare se non il tuo perdono?
Sbarra — Il mio perdono!
E perché, capitano?
Antonello — O Sbarra, e
mi domandi perché? Io vi ho tradito, io per la mia balordaggine vi porto cosí
giovani accaprettati al patibolo. Ah! morrei mille volte a patto di vedervi
liberi. Tutto darei, anche la salute dell'anima mia. E sonno non mi è sceso
sugli occhi, pensando che voi mi dormivate accanto come due agnelli destinati
alla beccheria, voi che foste due leoni accanto a me. E mi sono levato... ed ho
sentito il bisogno di baciarvi, di unire i vostri vecchi amici volti al mio, e
chiedervi perdono.
Sbarra — (Si gitta
nelle braccia di Antonello).
Antonello — Ah! fratello
mio, chi dovea dirci che ci saremmo abbracciati cosí? Vedi: io piango; ed è la
prima volta alla mia vita; ma sentivo bisogno di questo sfogo... E tu, Sbarra,
anche piangi? Oh! lascia che le mie lacrime sgocciolino su questo amato capo,
dove non entrò mai un sospetto ingiurioso all'infelice Antonello.
Corina — (Svegliandosi)
Chi piange cosí? Sbarra, ti veggo gli occhi inumiditi: che diavolo ti
avvenne?
Sbarra — A me nulla: ma Antonello
è venuto a baciarci entrambi nel sonno, e a chiedermi perdono di ciò, che non è
colpa sua.
Antonello — Sí, Corina: e
tu mi concedi il tuo assieme con un bacio?
Corina — Va via, né
cercare di commuovermi il cuore, perché, ti dico io, cuore non ne ho. Il bacio
non tel do, perché ancora non son degno di te; ma abbi pazienza ed aspetta. Di
perdono poi non occorre parlare; un Cristo fu tradito, che meraviglia che sii
stato tradito anche tu? Solo (e maledetta sia l'ora che nacqui!) non ci dovevi
permettere di deporre l'armi. Oh! se ci fossero rimasti i nostri bravi
schioppi!
Antonello — E tu perché
lasciasti il tuo?
Corina — Non ne avevo
bisogno, bello mio. Io vado sempre armato, nacqui armato, morrò armato, sono
armato al momento.
Antonello — Di denti?
Corina — Di denti, sí, di
denti.
Antonello — Ma dopo mille
promesse e giuramenti potevamo noi dubitare? E mentre l'Intendente ci teneva
seco a banchetto e ci colmava di carezze, chi avrebbe supposto che cinquanta
gendarmi sarebbero entrati ad un tratto a porne le mani addosso?
Pacchione — Oh l'infame!
Antonello — ( Volgendosi
ed avvedendosi per la prima volta di Pacchione). Or chi sei tu, che
standoci alle spalle ci conti le lacrime e ci spii i pensieri?
Pacchione — Un uomo che
vi compiange.
Antonello — D'uomo, che
non conosco e non amo, il compianto mi offende. Neppure, perdio! lasciarci
tranquilli negli ultimi momenti... Donde sei tu?
Pacchione — Di Bologna.
Antonello — Il tuo nome?
Pacchione — Pacchione.
Antonello — Che fai qui?
Pacchione — Son
prigioniero.
Antonello — Per che
delitto?
Pacchione — Ero compagno
ai fratelli Bandiera.
Antonello — Oh! che dite,
signore? Voi compagno di Attilio e di Emilio Bandiera? Tornate a dirmelo di
nuovo.
Pacchione — Sí, buon
uomo, ero loro compagno, e la volontà del vostro re mi ha negato la fortuna di
accompagnarli nella morte..
Antonello — Corina,
Sbarra, udite? Ah! Signore, permettete ai miei compagni ed a me di baciarvi la
mano. Ma no! siamo briganti, vi rechereste ad onta il nostro omaggio; anche il
vostro capo ci respinse, quand'io me gli offersi -pronto ad assalire
questa prigione, e liberare lui, e voi tutti.
Pacchione — Che? saresti
tu Antonello?
Antonello — Sí; e piansí
nel veder rifiutato il mio braccio: pure volea vederlo, e lo vidi. Ponendomi a
pericolo di vita, venni qui in Cosenza e mi confusi nella folla presso al luogo
del supplizio. Ed egli passò. Passò ritto, e sereno innanzi a tutti, e,
passando, i suoi occhi s'incontrarono coi miei; e da indi in qua mi ho veduto
sempre innanzi quegli occhi risplendere nelle tenebre, come stelle sopra un
monte lontano, da cui fossi diviso per un abisso. E mi caddero le braccia, e mi
sentii mesto e stanco, e le foreste non mi parvero piú belle, e la vita di
brigante mi sembrò orribile; e volli presentarmi; perché, vedete, signore, io
diceva a me stesso: Egli era nelle mani dei magistrati, e non volle fuggire; io
non vi sono, e voglio andarvi. E mi pareva, che cosí facendo mi sarei
avvicinato a lui, a quegli occhi, che io vedeva lontano; e che tornando in
città, invece dell'orribile tradimento che m'ha colto coi compagni, avrei
trovato pace.
Pacchione — Mio Dio,
perdona se in un momento d'angoscia ho dubitato di te. No! la virtú non è
infelice; tu la coroni, tu la premii, e le concedi il potere che morendo in
croce tu avesti. Ecco! l'anima dei Bandiera ha redento un'altr'anima; il sangue
dei miei martiri compagni comincia a dare i suoi frutti. Accòstati, Antonello;
accostatevi anche voi, unitevi tra le mie braccia. (Corina resta al suo
posto, e guarda Pacchione sogghignando) Oh sentite! io nato nell'Italia
settentrionale abbraccio voi, figli del mezzogiorno; e verrà tempo che tutti i
miei fratelli abbracceranno i vostri fratelli. E come potrebb'essere
altrimenti? Le piú nobili vittime son cadute, e nel loro sangue da tutti i
punti d'Italia verranno i giovani a tingere le loro camicie, per poi unirsi
come fascio di folgori, e cacciare via i tiranni di nostra bell'Italia.
Antonello, tu piangi?
Antonello — Piango di
gioja: queste vostre parole mi fanno molto bene.
Pacchione — E questa
gioja è la pace che speravi trovare. Il pensiero dei Bandiera ti spinse a
presentarti, e non ti dispiaccia di essere stato tradito. Fummo traditi anche
noi.
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