SCENA
I
Corina, Sbarra che
dorme, e poi Don Peppe
Corina — (Parlando ai compagni, che rispondono da dietro
la scena) Dunque a che ne siamo col castrato? Lo avete scojato?
Una voce — Sí.
Corina — Sventrato, e lavato bene?
Una voce — Sí.
Corina — Condito con sale, saime, aglio, pepe, lauro, e
rimesso e cucito dentro la propria pelle?
Una voce — Sí.
Corina — Bravo! Ora
scavate una fossa fonda tre palmi, e sotterratelo, sabbiandolo bene; poi
gittategli sopra tre grossi ciocchi di pino, e quando ne sentirete venir fuori
un odore d'incenso, levate il fuoco, e chiamatemi. (Parlando solo) E
questo or sí ch'è vivere. Appunto per farmi una sventrata son divenuto
brigante. Ma sarò fucilato: e che importa? Meglio tre mesi tauro che cento anni
capra. Or chi viene a questa volta? È sbrigativo, ed ha buone gambe quel
pastore: è andato e venuto da Cosenza in meno di un credo.
Don Peppe — Ben trovato.
Corina — Ben venuto. Tu dicesti chiamarti Filippo, non è vero?
Ma in Calabria ciascuno ha un soprannome; il mio è Corina; il tuo quale
sarebbe?
Don Peppe — Don Peppe.
Corina — Don Peppe mi piace. Dunque, caro Don Peppe, sii
segreto, sii fedele, e farai fortuna. Con chi stai a servigio?
Don Peppe — Col signor Brunetti.
Corina — Che animale è costui?
Don Peppe — Coniglio, tigre e majale.
Corina — Ah! una trinità di bestie?
Una voce di dentro
— Il castrato fuma.
Corina — Aspettate. E saresti capace di tradirci con
costui?
Don Peppe — Io? Vorrei vederlo cotto come il castrato di lí
dentro. Ma io duro al suo servigio in qualità di pastore, perché amo la
cameriera di sua moglie, e devo sposarla.
Corina — Qualche pignatta rotta, eh? Ma non importa. Tu
avrai il tuo presente di nozze, se torni con avere eseguita fedelmente la
commissione di Antonello.
Don Peppe — Ho qui la risposta.
Corina — Bravo! (dà un fischio).
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