SCENA
III
Giuseppe e
detti
Tutti — (Impugnando l'armi) Alto là!
Giuseppe — Ecco fo alto. Cerco a tre giorni la compagnia di
Antonello, e nessuno me ne seppe dar lingua. Ora ho inteso qui un colpo, e son
corso a questa volta: Siete voi?
Sbarra — Siamo noi.
Giuseppe — E 'l vostro capo?
Antonello — Son io. Che vuoi?
Giuseppe — Gittarmi in bando. Ti sarò fedele come un cane; mi
dirai: Baja! e bajerò, — Mordi! e morderò, — Straccia! e straccerò.
Antonello — Buon uomo, sei evaso dalle prigioni?
Giuseppe — No.
Antonello — Hai rubato?
Giuseppe — Neppure.
Antonello — Commesso omicidio?
Giuseppe — Non ancora.
Antonello — Ritirati, non fai per me.
Giuseppe — Come? la mia innocenza vi pare pericolosa? Sono
uomo di tradirvi io? Guardatemi in viso.
Antonello — Ritirati.
Giuseppe — Ma, signore...
Corina — Ma, signore, dirò anch'io, chi non limò i cancelli
della prigione ingannando il custode con la canzone dell'Amato Bene; chi
non gridò mai al passeggiero: O la borsa, o la vita!; chi caricando la
carabina non disse mai a se stesso: Qui metto la morte d'un uomo, non
può aspirare all'onore di esserci compagno. Hai capito? Mi spiego meglio. Tu
sei degli uomini volgarmente detti onesti, e noi vogliamo uno degli uomini
volgarmente detti scellerati.
Antonello — Odi, buon
uomo. (Odesi un fischio) Don Peppe, guarda chi viene. — Al viso, alle vesti
mostri che la miseria ti consiglia a gittarti alla strada. Ma torna al lavoro,
prendi la borsa che ti gitto, e vattene. (Entra Don Peppe, e gli consegna
due lettere). Corina, sii pronto a spedire la nostra posta. (Legge)
“Mio rispettabile Antonello. Domani, io con la mia pattuglia, e 'l maresciallo
con la sua colonna muoveremo per Santa Barbara. Sta dunque sull'avviso. Se
verrà nuova forza da Cosenza nel mio paese, te ne darò l'annunzio, sparando una
fucilata verso due ore di notte. Oggi è fin di mese, ed aspetto i vostri
favori: il maresciallo è nel medesimo mio caso. Buone novelle. L'intendente è
ben disposto. Se tu potessi mandargli quella bagattella, si farebbe assai.
Chieggo un favore. Stasera parte di qui un mercantuolo, e terrà per Serralonga.
Ha del castoro eccellente, e me ne bisogna un cappotto. E Corina come sta? Per
i quindici giorni che alloggiò in mia casa a guarirsi di sua malattia, io non
pretendo nulla; ma il medico compare Ciccio, e 'l farmacista compare Antonio
vogliono pagati. Vi abbraccio coi compagni, e sono — Il Capo Urbano”. — Corina,
scrivete. (Detta) Signore, grazie delle notizie. Il porgitore vi darà
dugento piastre per voi e pel maresciallo. Quanto all'Intendente, non ho altro
compenso che di fare un sequestro, e lo farò. — Qua! (firma la lettera).
Chiudete.
Corina — Manca altro.
Antonello — (Con ira) Che altro?
Corina — L'olio
all'insalata, il denaro. Quanto al mio debito con compare Ciccio, e con compare
Antonio, penserò io, e pagherò volentieri; perché io povero bracciante avevo un
desiderio pazzo di far le corna ad un galantuomo, e le ho già fatte al Capo
Urbano. Standomi in sua casa, la figlia mi chiese un pianoforte. Le diedi il
denaro, il pianoforte venne, ed a sonare
glielo insegnai io. Pensa tu dunque a pagare gli altri.
Antonello — E non ancora il sig. Bianco mandò i mille docati?
Corina — No.
Antonello — Scrivete. (Apre la seconda lettera e legge e
detta, e parla a se stesso insieme) “Signor Bianco” — Caro Antonello.
— Canchero ti venga! — “Se non mandi i mille docati ti manderò ben io...— Ti
mando la polvere e le trecento palle. — Trecento palle che ti uccidano! —
ai paesi bassi”. Punto. “Son dodici anni che io non ti molesto”. — Ieri ebbi
parole col Signor Rende. Ti prego a fargli trarre una fucilata per alcuno dei tuoi,
che verrebbe a nascondersi in mia casa. — Svergognata creatura! “Non
credere che lo star chiuso ti valga. La stagione raffredda, e vo' gire a
scaldarmi le mani nelle fiamme del tuo casino” — Se ciò non ti piace, potrai
mettere fuoco nella vigna e negli olivi di lui. — Possa il fuoco
bruciarti l'anima! — Altro favore. Don Pietro ha un bel fucile, c’ ha
portato da Napoli, e dodici posate di argento. Per averle io, prego che gli
vengano chieste da te con un biglietto. Ti abbraccio. — Possa abbracciarti
un serpente! — (Volgendosi a Corina) Hai finito?
Corina — Sí.
Antonello — Leggi.
Corina — “Signor Bianco, canchero ti venga. Se non mandi
mille docati, ti manderò ben io trecento palle che ti uccidano ai paesi bassi
nel punto. Son dodici anni, ch'io non ti molesto, svergognata creatura. Non
credere che lo star chiuso in paese ti valga: la stagione raffredda, e vo' gire
a scaldarmi le mani nelle fiamme del tuo casino. Ti possa il suo fuoco bruciar
l'anima, e ti abbracci un serpente”.
Antonello — Che strano guazzabuglio! Sbarra, di' al servo del
Signore che mandò la polvere e le palle, che gli risponderò altra volta. (Passeggiando)
Razza infame! Ei ricco, ei vestito dei miei furti uscirà in questo istante
festeggiato in piazza! Parlerà contro me, ed i miei compagni, e poi ci
alloggerà di notte! Il popolo dirà lui cittadino onesto, e noi briganti! A lui
il frutto del nostro ardire, a noi il delitto! A lui una medaglia dal governo,
a noi il patibolo! Eh vile! un tuo pari, che non mi ha offeso, che io non
conosco, ti punge con parole, e tu vuoi che io te lo uccida? Ah! son pure un
infame. E non avevo l'anima libera come il vento? E perché ora dovrò essere un
pugnale senza pensiero nelle mani altrui? Per un po' di protezione: ecco tutto.
Corina — (A Giuseppe) Buon uomo ritirati, ché il
Cielo s'annuvola.
Antonello — Poi... quell'onesto Capo Urbano, vuole, per avere
un cappotto, ch'io dia addosso ad un mercantuolo..., ad un miserabile, che a
stenti e forse dopo dieci anni ha messo su un povero botteghino... che ha forse
moglie che lo aspetta guardando sulla via e temendo a vedere che imbruna,...
che ha forse figli che pregano...; ed ecco che mentre tutto solo muove, mirando
or la luna, ora i campi, mentre con la mano sotto il corpetto conta per la
millesima volta il guadagnuzzo fatto alla fiera..., i miei compagni debbono
saltargli sopra! Egli si difenderà, ma uno contro cinque cadrà lí sulla via, e
vi resterà ad imputridire come un cane; ed una vedova ed un orfano malediranno
Antonello. — O fratelli Bandiera, quanto invidio il vostro destino! Quanto
faceste bene a respingere il mio ajuto, l'ajuto di un ladro, d'un brigante! E
tu (fermandosi innanzi a Giuseppe), cui l'onestà è un fardello, tu
ancora, disgraziato, sei qui? Vattene. (Lo spinge per le braccia uscendo con
lui).
Voce di dentro — Il castrato è cotto.
Corina — Ed io cotto di fame. Eccomi a voi (Esce).
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