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Vincenzo Padula
Antonello capobrigante calabrese

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  • ATTO I
    • SCENA V   Giuseppe e Detta
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SCENA V

 

Giuseppe e Detta

 

GiuseppeMoglie mia, e come qui?

Maria — Ah! (cadendo fra le braccio di lui).

Giuseppe — O Dio! tu vacilli.

MariaVacillo si. Ho la febbre, ho la disperazione nell'anima; ora ti ho raggiunto, né potrai scapparmi. T'ho camminato dietro tre giorni, né sapevo che la terra fosse cosí grande. Ho traversato foreste, che non finivano. Agitate dal vento mi suonavano alle spalle, e parevano dirmi: Tu non ci ripasserai piú. Ed io non ci ripasserò piú: voglio la morte, e tu devi darmela.

Giuseppe — Né vuoi ancora levarti di capo cotesta pazzia?

Maria — Non è pazzia. Ieri vidi in una fratta oscillare ai raggi del Sole una fronda, e guardandola mi pareva viva, mi pareva la tua faccia. Tremando mi appressai, e per struggere il tristo augurio, divorai quella fronda. Poi vidi in questa Sila branchi di vaccarelle che pascendo si voltavano a leccare la fronte dei loro vitelli, ed uno di essi mi parve il figlio nostro, il figlio nostro che ci hanno ucciso. E jeri ero pazza. Ma oggi le frondi non mi sembrano teste, né i vitelli bambini. Ho tutt'il mio senno e torno a ripeterti: Uccidimi.

Giuseppe — Non dir piú, Maria, cotesta brutta parola. Hai venti anni ed a vent'anni la morte è orribile.

Maria — Ci ho pensato. Sai tu dove stanotte io abbia dormito? Sotto un albero. Mi rincalzai attorno le frondi cadute, e me ne feci un letto. Poi si mosse il vento, e le frondi fuggirono sibilando; e vedendole fuggire, mi sentii la vita fatta come un pannolino che si sfilacci, come una matassa di seta che si dipani lentamente. Poi chiusi gli occhi, e sognai di cadere da un dirupo, e mentre spaurita studiavo di abbrancarmi ai greppi, sentivo nascermi l'ali, e cadevo piano piano sulla cuna del nostro bambino, e con tanto piacere, ch'io chiedeva a me stessa: Or come caddi da alto, né mi son recata alcun male? Marito mio, cosí fatta è la morte: un cadere soavissimo.

GiuseppeMaria, pensa tu a vivere, ed io penserò ad uccidere quel Brunetti, che fu cagione di morte al nostro bambino. Antonello mi ha respinto; ma io son risoluto a farmi brigante, e riuscirò. Avrai vendetta, te lo giuro, e terribile.

Maria — E pensi a farti brigante lasciando tua moglie, nel paese, ad essere ludibrio dei giudici e dei gendarmi?ii Ah! il timore che punirebbero il marito nella moglie ti frenerà il braccio. E poi, mio povero Giuseppe, tu parli del figlio ucciso, e non della moglie disonorata. Posso io vivere dopo quanto è avvenuto? Dopo il trionfo infame d'un uomo, che non contento ad avermi avvilito, ha voluto che tutto il paese mi sputasse sul volto? Disonorata qual sono, non ho piú amici, non vicini, non congiunti.

Giuseppe — Hai me, Maria, me che ti amo, che ti adoro, che m'inginocchio ai tuoi piedi.

MariaLevati e taci: noi non possiamo piú amarci. Prima, ciascuno di noi voleva e poteva amare; ora vuole e non può. Tu cadendomi nelle braccia ricorderai il mio disonore; io abbracciando te, ricorderò lui.

Giuseppe — Chi lui?

MariaBrunetti.

Giuseppe — Per odiarlo?

Maria — Chi te lo dice? La donna non odia mai chi a lei siasi unito una volta. Sarà un vile, sarà un tristo; e che monta? Lo spregerà, lo detesterà con la mente; ma qualche volta lo ricorderà, perdonandolo, col cuore.

Giuseppe — Oh l'inferno in cui son caduto!

Maria — Ed io son forse nel paradiso? Questa mia impotenza ad odiare l'uomo che debbo e voglio odiare è il mio maggiore supplizio... Deh! non agitarti: rimedio ai nostri mali è la morte: dammela. Sai tu perché io non mi sia buttata da uno dei mille dirupi di questa Sila? Prima, perché, morendo a quel modo, mi sarei dannata l’anima;e poi, perché avrebbero tratto il mio freddo cadavere nel paese per essere sparato dai medici. Or io non voglio dove nacqui tornareviva, né morta; non voglio che queste misere carni siano di piú vituperate. Vieni dunque, Giuseppe: ho scelto la mia fossa. È sotto un pino; s'han da fare pochi passi per giungervi. Vi ho dormito stanotte, vi dormirò per sempre.

GiuseppeMaria, voglio baciarti.

MariaBaciami, e sparami. (Giuseppe se la toglie in braccio ed esce. Si ode un colpo di pistola).

 




ii Il brigantaggio è un gran male, ma male piú grande è la sua repressione. Il tempo che si la caccia ai briganti è una vera pasqua per gli ufficiali civili e militari; e l'immoralità dei mezzi, onde quella caccia deve governarsi per necessità, ha corrotte ed imbrutite, e continuerà a corrompere ed imbrutire le nostre popolazioni. Allora s'arrestano le famiglie dei briganti, ed i piú lontani congiunti; e le madri, le spose, le sorelle, e le figlie loro servono a saziare la libidine ora di chi comanda, ora di chi esegue quegli arresti. E delle violenze e delle rapine non parlo.






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