SCENA
V
La
signora, poi Luigino
Signora — Cosí anch'io
era un tempo. Lampi di sdegno e di amore, estasi lunghe di gioia e smanie di
gelosia, proponimenti di odio e di vendetta, e poscia amaro pentimento di aver
potuto per un istante pensare all'odio e alla vendetta. Oh! il regno della
donna dura quanto l'amoreggiamento, e le pratiche del matrimonio. Io possedetti
questo effimero regno, e allora mi vidi l'uomo, ch'or marito mi sprezza,
genuflesso ai piedi come ai gradini d'un trono, attendere la mia parola come
una grazia, il mio sorriso come un giorno di vita; ed io per esercitare il mio
impero, godea di fingere sdegno per vederlo chiedermi per dono, ed
accordarglielo. Ma ora l'Imene mi ha rapito dalla fronte la corona depostavi
dall'Amore, ed io, sola con Dio e col mio figliuolo, vivo come straniera nella
mia propria casa. O Napoli! maledetto quel giorno, che tiabbandonai per sposare
un calabrese.
Luigino — Mamma, buona
sera.
Signora — Buona sera, amor
mio. Qua, qua, appresso al cuore. Hai cenato?
Luigino — Sí, mamma; ed
ora vorrei andarmene a letto.
Signora — Tra poco,
signor poltrone; però stanotte non ti permetterò d'abbracciarmi il collo.
Luigino E perché?
Signora — Chiedi il
perché al tuo cuore, e vedi che ti dica.
Luigino — Il cuore non mi
dice niente.
Signora — Dirottelo io.
Stamattina, cattivello che sei, rubasti una fettuccina a Rosa.
Luigino — Niente vero.
Che mai dite?
Signora — Bugiardo! dà
qua la mano. Vedi queste macchiette bianche sulle tue unghie? Oggi eran
quattro, e stasera son cinque, perché la menzogna, che dianzi hai detto, è
venuta a posarsi qui.
Luigino — Mamma, voi pure
avete le macchiette.
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