SCENA
VI
Rosa e
detti
Rosa — Signora, vostro
marito vi vuole a tavola.
Signora — Fate le mie
scuse: non sento appetito. (Richiamandola) Rosa, riponete la mia cena, e
la darete domattina alla povera cieca, che abita di costa a noi. (Rosa esce)
E cosí? È vero, o no che rubasti la fettuccia?
Luigino — No, te lo giuro.
Signora — Da male in
peggio. Dopo la menzogna lo spergiuro!
Luigino — Ma finalmente
era un'inezia, e m'occorreva per legare il mio uccello.
Signora — Capisco fosse
un'inezia; ma perché non chiederla con garbo a lei, o a me? Chiedere non è
vergogna; vergogna e colpa è rubare.
Luigino — Bene! be'!
Domani concerò io la signora Rosina. La non doveva dirvi nulla.
Signora — E nulla mi ha
detto. Ma credi tu che mi corra mestieri di lei per chiarirmi dei tuoi
mancamenti? Eh! No: vi è una farfalletta mia comare, che volandoti attorno ti
spia ogni passo, e poi la sera mi conta tutto.
Luigino — Conti pure.
Dimani darò nel giardino la caccia a tutte le farfalle, e tra le buone spero
che dia dentro cotesta trista, che sciupa il tempo a spiarmi.
Signora — Per ucciderla
poi? Odi, Luigino: io non ti vorrò piú bene, se segui ad essere d'indole cosí
cattiva. Non conviene far male ad alcuno, neppure ad un uccello, neppure ad una
farfalla, che sono creature di Dio, come sei tu.
Luigino — Mamma, ho
torto; perdonami. Quind'innanzi non guasterò neppure i fiorellini dell'orto.
Signora — E per questo
to' un bacio. Or vieni, e dormi (sorge e lo adagia nel letto dell'alcova). L'Angelo
Custode ti favelli nei sogni, e un'ala protettrice ti dispieghi sul viso.
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