SCENA
VII
La
signora, poi Brunetti
Signora — Che monta che
mio marito non m'ami? Non per questo ho il cuore vuoto. Anche amandomi lui, gli
preferirei sempre mio figlio. Oh gioia! io ricamo l'anima sua con nobili
pensieri, come ricamo questo velo con seta preziosa
Brunetti (Entra con
pipa in bocca, e siede senza far motto. La Signora segue il ricamo senza levare
gli occhi. Dopo un momento di silenzio:) Avevi i bachi, che stasera non
volesti da cena?
Signora — Non sentivo appetito.
Brunetti — Eh! domani
l'appetito te lo caccerò io in corpo. Non son sí gonzo che non capisca. Tu
digiuni pei Bandiera; la frenesia delle signore Cosentine si è appiccata anche
a te; ma se domani, come si dice, i Bandiera avranno la festa, farò tale
banchetto, che ne giungerà l'odore alle auguste nari del nostro Sovrano
Ferdinando II. E tu desinerai con me; e se neghi, mi sento sai? di denunciarti
qual testa riscaldata. Oh che giorno sarà domani in Cosenza! Muoro di voglia di
trovarmici.
Signora — Ah!
Brunetti — Ten duole, che
sospiri? Io l'attacco a Dio, e a tutti i Santi, che non mi vollero nato in San
Giovanni in Fiore. Se fossi io stato in quel paese, gli avrei presi io quei
birbanti, né mi sarebbe mancata una pensione, ed una croce di cavaliere.
Signora — Dormi, o mio
figlio. Le preghiere della tua genitrice hanno impedito a tuo padre di
lasciarti un'insegna d'infamia, ed un'eredità di sangue.
Brunetti — Insegna
d'infamia? Tu deliri, sciagurata. Insegna d'infamia, quando si serve il
governo, il legittimo sovrano, e la società intera? Insegna d'infamia, quando
si combattono ladri, che col pretesto di fondare la libertà, e l'unità di
Italia venivano qui a rapire le mie pecore e le mie vacche?
Signora — Mi faresti
ridere, se ne avessi io voglia. Le mie pecore, e le mie vacche! Eh!
quegl'infelici aveano addosso tanti tesori da ricomprarti mille volte con tutte
le pecore e le vacche. Ma tu non comprendi quel che dici.
Brunetti — E sempre la
stessa canzone: Tu non comprendi quel che dici! Avrei dovuto sposarmi una
villana e non te, ch'educata, come ti glorii, nei Miracoli mi hai pigliato
troppa baldanza addosso. Sí, tu leggi, tu scrivi, tu suoni, tu balli, tu sai il
tedesco, tu sai il francese; io sono un asino, un ciuco, una bestia, ma non ti
sono marito? Or bene, con tutta la tua filosofia accendimi la pipa.
Signora — (Chiamando)
Rosa!
Brunetti — Per
Sant'Antonio, che tu, e non Rosa devi accendermi la pipa.
Signora — Rosa!
Brunetti — Rosa non
verrà, perché tu sempre le hai raccomandato di evitarmi. Ma or tu la chiami, e
vo' chiamarla anch'io. Rosina! Rosina! Lascia che venga, mia cara moglie, ti
darò gusto: me l'abballotterò alla tua presenza, sai? me la farò sedere sulle
ginocchia, e se contrasta, tu, tu stessa dovrai persuaderla a star salda.
Signora — (Riempie la
pipa e gliela porge).
Brunetti — Ah! tu temi
che io dica da senno, e vuoi abbonirmi? Grazie! ma la guardia che le fai è
inutile. Nel mio elenco son notate 99 pecorelle smarrite, e a ridurre il numero
a rotondità manca Rosa. Non fare occhiacci, anima mia. Son tuo marito, son tuo
padrone: tu obbedienza e mosca. In casa di mio padre la moglie dev'essermi
serva e mezzana; e se mi scappa sai? se sbombardo, dovrai dirmi: Buon pro' ti
faccia! Signora salamona, ti gusta il partito? Se no... (accendi meglio la
pipa)... fa a gusto tuo, ed io farò a gusto mio. Insomma Rosa deve
appartenermi. Si è cresciuta dunque indarno in mia casa?
Signora — Quanto sei brutale!
Brunetti — (Dandole in
viso una boccata di fumo, ed eccitandole la tosse) Ah! il mio fumo ti sveglia
dunque l'isterismo? Buono. Pure io ho nervi, pure io soffro l'isterismo, e chi
me l'eccita è appunto Rosina. Ah! se tu sei una filosofessa sensitiva, non è
ragione ch'io sia un filosofo sensitivo? Ma vo' vedere se sia anche tale il
nostro marmocchio.
Signora — O Brunetti, per
amor del cielo, non svegliarlo in sussulto col puzzo di quel fumo. Non vedi che
dorme?
Brunetti — L'ho da
svegliare per educarlo, ed istruirlo. A me sa male vederlo succhiare da te
massime perniciose. Tu me lo metti per male vie, signora moglie. All'età sua io
era un santo diavolo; bestemmiavo come un militare, menavo le braccia a
cerchio, a chi calci, a chi pugna. E mi son fatto temere fanciullo, e mi fo
temere uomo. Invece, a quel tuo ninnolo di cera manca l'ingegno, il sentimento,
la grazia. Del resto, non è figlio a me.
Signora — È vero; è nato
da me sola.
Brunetti — Mi è simile
forse? Ma ora che il suo visino è tenero lo rimpasterò sul mio modello. Ai
cuccioli, stirandole, allungo le orecchie, e a quel cagnuolo battezzato torcerò
or la bocca, ora il naso, ora il mento, e a poco a poco lo foggerò a mia
similitudine. Sarà, vedi bene, una seconda edizione corretta e migliorata
dall'autore. L'orso lecca il suo orsacchino, e lo conforma alla sua figura, ed
io sono una specie di orso.
Signora — Crudele! tu lo
batti per farmi dispetto.
Brunetti — Sí, per farti
dispetto. Orsú dunque. Luigino!
Signora — Oh per amor del
cielo non essere cosí spietato. Mettiti me sotto i piedi, ma non torcere un capello
a quell'Angelo. Se mancò in nulla, hai tempo a batterlo domani.
Brunetti — Accetto...
(accendimi la pipa)... accetto la condizione, e ciò ti provi che son piú docile
di te. Però ti avverto di non assicurarti altra volta di disporre della tua
cena. Vuoi onorarmi a desco? Sii la benvenuta; ma quando non ti presenti, ciò
che ti tocca è mio, e piacemi darlo ai cani.
Signora — Parmi che i
ciechi e gli storpi siano preferibili ai cani.
Brunetti — E con coteste
massime vuoi allevare mio figlio? Bravo! Dio fa ciechi, sordi, paralitici, e
poi ho da pensare io a correggere gli errori e le ingiustizie di lui?
Signora — Non
bestemmiare. Dio ha creato quei poveri, perché, sapendo di far ricco te, volea
darti occasione di beneficarli.
Brunetti — Quanto sei
sciocca! Altro non sbolgetti che spropositi, e questi son tanti che le mille
volte mi son provato a sommarli e l'operazione mi venne corta.
Signora — Signor
Brunetti, potrò sommarteli io. (Sorge). Il mio primo sproposito fu di
avere abbassato lo sguardo su tale, che vilmente nato, e vilmente cresciuto era
venuto in fortuna con usure e rapine. Il secondo di avere creduto alle parole
d'un miserabile, a cui piú dei miei occhi faceano gola i miei brillanti. Il
terzo di essermi maritata ad un libertino, ed il quarto...
Brunetti — (Dandole
sul viso) Fu di avere buscato uno schiaffo a furia di eruttare spropositi.
Ti sa buono, eh? Pettegola del diavolo, la vuoi fare finita?
Signora — Tu che vedi la
pazienza, e le lacrime d'una debole donna, Cielo, fammi giustizia.
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