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| Vincenzo Padula Antonello capobrigante calabrese IntraText CT - Lettura del testo |
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SCENA II
Don Peppe. Coro di Donne e detti
Corina — O paradiso! Grazie, Don Peppe. Volate, o colombe; cantate, o quaglie; saltabellate, o astute volpicelle. So che il collo mi deve essere cinto da una fune, ma che men cale, se pria mel cigne un bel braccio di donna? So che una palla ha da colpirmi il cuore; ma ciò che monta, se pria mi verrà meno sopra un cuore di donna? O signor Brunetti, oggi è festa per me. Andate, voi dite a queste donne, voi siete meretrici! Andate, soggiungete a noi, voi siete briganti. E ci sputate sul viso, e ci fate piú vili del fango; ma la gioia esiste per tutto, anche nel fango, anche tra i vermi; e il brigante e la meretrice piglian il mondo in barzelletta, e si beffano del prete, del galantuomo e del birro, che sono le tre cose che io non ho potuto capire alla mia vita. O facce di sangue e latte, avvicinatevi! O begli occhi di vipere, trafiggetemi! O tumide labbra saporose piú del moscato, inebbriatemi! Ma questi pini son bestie; non dovrebbero coprirsi di fiori? Ma questa terra non ne capisce straccio; non dovrebbe, scambio di pietre, cavarsi dal grembo materasse di lana? Almeno, o uccelli, cantate voi. Oh! che fate, ladroncelle? Non cacciatemi le mani nelle tasche: vi darò altro che fazzoletti. Quante dita hai tu? Dieci? E ti darò dieci anella. E tu mostrami i denti. Quanti ne hai? Trentadue? E ti darò trentadue piastre. Ma no! A te trenta; a te ne mancan due di fagioli: chi diamine te li levò? Ma, io voglio le cose ammodo. Mi è venuta una fantasia. Di', Don Peppe, sai tu il nostro gioco calabrese del pastore e del lupo? Corina — Tenetevi dunque, o ragazze, con le mani in cerchio, e tu postati innanzi a loro. Don Peppe — Questo non farò io: nello stato in che si trova il padrone com'avrò cuore di trastullarmi? Brunetti — Te lo permetto, fa pure; ma bada coteste pecore in gonnella meglio che non festi i miei castrati. Corina — Orsú, dunque. “Mi viene un odore di ricotta e di cacio bacato. Chi è là quell'uccellaccio?”. Don Peppe — “Sono un pecoraro. E tu chi sei, che ronzi attorno alle mie pecorelle?”. Corina — “Sono zio Nicola, che mi tolgo la prima volta stamattina dal letto, dopo un mese di terzana”. Don Peppe — “Ah! tu sei il lupo? Di chi vai in cerca?”. Don Peppe — “Màmmata, caro ze' Nicola, non è tra le mie pecore”. Corina — “Ah! e ne sei sicuro?”. Don Peppe — “Sicurissimo”. Corina — “E come sono le tue pecore, perché io, per lo chinino preso, ho gli occhi abbacinati?”. Don Peppe — “Queste qui han lana caprona, e bigia”. Corina — “S'è cosí, ti sei apposto, perché la mia mammina ha vello cosí bianco che pare neve! E quell'altre?”. Don Peppe — “Queste altre han lana piú fine della seta”. Corina — “S'è cosí, ti sei apposto per la seconda volta: la mia mamma non ebbe mai tanto pregio. Ma dimmi ancora un po': sono grasse?”. Don Peppe — “Sfido io a trovarle magre”. Corina — “Per la Madonna! Se son grasse, tra loro certo è mamma”. Don Peppe — “Va lungi, birbo; e voi, pecorelle, giratemi sempre alle spalle”. (Corina s'allancia, Don Peppe gli contrasta, finché il lupo prende una pecora). Corina — “Zitto, bella mia, agnellina mia dolce. Non è tempo ancora di gridare Beeeè: io ti mangerò senza farti male”. (Ricomincia il gioco) “Buon dí, pecorajo. Sai ch'io mi sia?”. Don Peppe — “Buon dí. So che sei zio Nicola”. Corina — “Mi dicono che i pecorai s'intendano di medicina”. Conosciamo la ruta, Conosciamo la menta, Ed il petrosellino, Che giova all'uomo fatto, ed al bambino. Corina — “E non è questa la mia medicina”. Corina — “Non odi come sono arrocato? Ho un'angina, ed abbisogno d'un po' di lana delle tue pecorelle per fasciarmene il collo”. Don Peppe — “Tò la lana, e fatti con Dio”. Corina — “Pazienza ancora. Non vedi in me, medico, null'altra magagna?”. Don Peppe — “La zoppaggine”. Corina — “Ci ha' dato; e mo' sei medico buono. Ma sai perché io zoppichi?”. Corina — “Te lo dirò io: per un'apostema. E mi ci hanno consigliato un bagnuolo di latte”. Don Peppe — “E tieni; questo è il latte: ma ora fàtti con Dio; ché m'ha' rotto la devozione”. Corina — “Povero me! questo latte non fa effetto. Eccellenza pecoraio mio, bisogna che il latte zampilli, e che io stenda l'anca sotto le poppe delle tue pecore, e ch'esse me lo facciano grondar su caldo caldo, e a poco a poco”. Don Peppe — “Spùtane la voglia, birbante di Zio Nicola; e voi, pecorelle, giratemi dietro alle spalle”. (Corina si avventa, Don Peppe contrasta, il lupo ruba un'altra pecora). Corina — “Zitto, bella mia, agnellina mia di zucchero. Non è tempo ancora di gridare Beeee: io ti mangerò senza farti male”.
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