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| Vincenzo Padula Antonello capobrigante calabrese IntraText CT - Lettura del testo |
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SCENA IV
Giuseppe, Sbarra e Corina
Giuseppe — Impostore, che vuol darmi ad intendere che Brunetti siasi salvo! E sialo pure: lo inseguirò nel cielo, lo domanderò a Dio, perché me lo attacchi alla persona, e poi ci scaraventi uniti tra le fiamme dello inferno. Corina, voglio il figlio di Brunetti, lo voglio, assolutamente lo voglio. Corina — Ma sai che t'ho sulla punta dei capelli? E anche all'udire lo strazio fatto di Brunetti, Antonello si è pentito di averti accolto tra noi. Giuseppe — Pentito? Voi giuraste di vendicarmi, ed ora non c'è Cristi di tirarvi indietro: andrò io da Antonello a ricordargli le promesse (Esce). Sbarra — Amava e perdé l'oggetto amato; odiava, e perdé l'oggetto odiato. Oh miseria ch'è la vita! Corina, se il governo ci traesse di bando, io mi farei cappuccino. Corina — Bah! tu parli poco, e pensi pochissimo; e, quando fuori del solito sciogli la lingua, io dico: Sta a vedere che Sbarra sbalestra. Cappuccino tu, tu che nascesti con la forca sul viso, tu che Dio ha cancellato dal suo libro d'introito? Se c'incontrassimo un giorno, io col mio schioppo, e tu con la tua bisaccia per le spalle, non schiatteremmo tutti e due dalle risa? Sbarra — O Corina, io visto ancora non avea la morte; ma, contemplando l'immobile cadavere di Brunetti, mi domandai: Addove è andato il suo pensiero? Corina — Addove va il vento. Sbarra — No: il vento muore; ma il suo pensiero, ma l'anima sua che pensava è ita in un altro mondo. Corina — E sia pur in un altro mondo; a noi che importa? Sbarra — Import'assai. S'ell'è in altro mondo, quivi che fa? Corina — Ciò che faceva qui. Sbarra — No, Corina (strappa una fronda). Io non so esprimermi; ma osserva questa fronda: quindi è un colore, e quinci un altro. E cosí pure io penso che la morte, e 'l futuro siano il rovescio della vita, e del presente. Corina — Cioè che colà si rida se qui si piange, e viceversa, e che tu che non ridesti mai alla tua vita, debba dopo la morte ridere e ballare sulla pietra della sepoltura? Sei curioso davvero. Sbarra — Non beffarmi perdio, ché io mi sento un miserabile. Quel Cappuccino disse che il rimorso cancella le colpe di tutta la vita; ma or dov'è quel rimorso? Una volta io non era solo; avevo un compagno invisibile, una voce che ritrovavo ogni sera sotto il capezzale, e che mi diceva: Non far questo e non far quello; ciò che hai fatto è male; ciò che pensi di fare è orribile. E quella voce, benché mi rimproverasse, erami cara. Ora non la sento piú, ed io son mesto qual se avessi perduto un fratello. Corina, è vero? Corina — (Con serietà) Sí. Sbarra — Poi quel fanciullo!... Jer notte al poverino facea freddo, ed aggrezzito mi giacque allato ravvolto nel mio mantello, e mi diceva: Sbarra, il sonno non mi piglia, se prima non recito l'Avemaria, ch'io già cantavo con la mamma, e ch'or da me solo non ricordo tutta: puoi tu recarmela a mente? — O Corina, io non la rammentavo neppure; ma rinvangando nella memoria ve ne trovai qua e là pochi frammenti come fiori sparsi in un deserto: ed allora mi sovvenni della mia infanzia, della mamma, del focolare domestico, delle lunghe sere di verno vegliate con lei pregando presso al fuoco, e... piansi e... mi scostai da quel fanciullo; perché vedi, Corina, quel fanciullo a me facea paura, e innanzi a lui bassavo a mal mio grado lo sguardo. Corina — Anche a me è intervenuto il medesimo. (Restano entrambi in silenzio, e Sbarra esce senza che Corina se ne avvegga) Sbarra! O diamine, è andato via lasciandomi cosí malinconico.
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