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| Vincenzo Padula Antonello capobrigante calabrese IntraText CT - Lettura del testo |
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SCENA II
Padr’Antonio e detti
Padr’Antonio — Perdoni il signor Pacchione, se le sono di fastidio. Pacchione — Che c'è, Padr'Antonio? Padr’Antonio — C'è che fin da jer sera ricevetti la confessione di Antonello e degli altri suoi compagni; e mi rimane a ricevere quella di questi due qui. Pacchione — Ma dunque si vuole mandarli a morte? Padr’Antonio — Ecco: ho pregato l'Intendente e il Commissario del re, che per telegrafo chiedessero la grazia al nostro Sovrano, e me l'hanno promesso. Pacchione — Padr'Antonio, t'ingannano. Ad Antonello ed ai suoi non aveano eglino mandato un salvocondotto con la promessa della grazia sovrana? Padr’Antonio — Quel salvocondotto era falso: fu una perfida invenzione dell'avvocato del medesimo Antonello. Pacchione — Chi vi dice questo? Padr’Antonio — L'Intendente e 'l Commissario. Pacchione — Padr'Antonio, v'ingannano. Padr’Antonio — No! All'Intendente la non può figurarsi quanto dolga di questa perfidia: l'ho veduto con questi occhi piangerne dal dispetto. Pacchione — Oh governo d'ipocriti! Ma un Maresciallo ed un Capocivico non furono portatori di cotesto salvocondotto, che voi mi dite falso? Padr’Antonio — Sí bene; ma di quei due che vuole le risponda? Mi stringo nelle spalle. Pacchione — Infami tutti, traditori tutti! Ritorno nel mio bugigattolo, miei cari amici. Son prigioniero al par di voi; pure mi offro ai vostri servigi (Esce).
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