| Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText |
| Vincenzo Padula Antonello capobrigante calabrese IntraText CT - Lettura del testo |
|
|
|
SCENA VI
Giuseppe pallido con la pistola in mano. Corina che lo insegue; poi Antonello dall'altra parte, e Sbarra
Corina — Disgraziato, che hai fatto? Giuseppe — (Ad Antonello) Mi hai respinto innocente, ora accoglimi reo: ho ucciso mia moglie. Antonello — Ed io ucciderò te, ribaldo maledetto. Giuseppe — (Arrestandogli il braccio) Non m'uccidere… morrei dannato;… non debbo né posso morire, sai?... non pregio la vita io; uccisi mia moglie, uccisi me stesso. Tu non sai nulla, tu... ma ella è qui, nel cuore, e mi dice innocente... Odimi! ecco io ti parlo come un morto... muovo e muovo le labbra, ma... le parole non mi secondano... (Sviene). Antonello — Soccorretelo. Sbarra, che ne pensi? Sbarra — Penso che con moglie a casa non può farsi il brigante, ed egli, volendo farlo, s'ha tolto un ostacolo, Corina — Ed impedito a me di mangiarmi il castrato. Bell'azione in vero uccidere la moglie! Ad ogni modo ne sento pietà. Guardate: è tutto molle di sudore. Antonello — Ma non è possibile che sia un ribaldo. Era innocente, e bramava farsi brigante! Amava la moglie, e l'ha uccisa! Debbo udirlo. Corina, sollevalo. Giuseppe — Ah! Corina — Udisti? Ha detto Ah! Ora dirà Be', e starà bene. Orsú, amico; bello, ritto, allegro come asino che ha giú mandato il basto; ché ai tempi nostri il marito è l'asino, la moglie è il basto, e spesso altri vi monta sopra, e l'asino non se ne accorge. Giuseppe — Ah! Corina — Ed ah! da capo? Di' Be'; sta cosí, e guarda Antonello, che già ti vuoi bene. Antonello — Fa cuore, buon uomo. Ti ho testé respinto, perché volevo che tu avessi seguito ad essere onesto; ed ora mi crucia il pensiero che forse il mio rifiuto ti abbia spinto a commettere un orribile delitto. Giuseppe — No, Antonello. Con, o senza il tuo rifiuto, avrei sempre ucciso mia moglie. Maria volea morire, e, non uccidendola io, si sarebbe uccisa da sé. O Dio, accoglila nella tua misericordia! Ma la sua morte tra le mie braccia non è mille volte piú dolce di quella, che toccherà a me abbracciato dal boja? Antonello — Ma se l'amavi, perché l'hai uccisa? Giuseppe — Udite. Io sono un povero bracciante senza altro che una casetta lasciatami da mia madre. Maria era figlia di un colono. Andai a lavorare per suo padre: io mieteva, ed ella mi stava alle spalle legando i mannelli delle spighe. La sera di quel giorno io la chiesi per sposa. È ancora piccola, mi disse il padre, voglio tempo quattr'anni. Per quattr'anni io andai la notte a coricarmele avanti la porta, e sentire l'alito di lei che dormiva; per quattro anni ci trovammo sempre uniti nei lavori dei campi, e non ci toccammo d'un dito. Dopo quattr'anni la condussi nel paese per sposarla. Il Sindaco, innanzi a cui ci presentammo, è ricchissimo; ed amico del giudice, ed amico dell'Intendente vi comanda a bacchetta, e si dice che possa spiccare i condannati dalla forcaiii. Brunetti (ché questo è il nome del Sindaco)... Antonello — Corina, non è Brunetti il padrone di Don Peppe? Corina — Sí. Giuseppe — Brunetti restò colpito dalla bellezza di mia moglie e le carezzò la gota. Ell'arrossí, io divenni pallido. Poi levatosi in piede mi chiamò a sé nella stanza contigua, e mi disse: Giuseppe, tu sei un bravo figliuolo, ma povero. Io intendo farti felice: ti comprerò un mulo, e diventerai mulattiero. Ti darò l'uso di quante terre vuoi nei miei fondi, e sarai ricco. O signore, risposi, tanta tua bontà è per me insolita; e che ho da fare per meritarla? — Nulla, fuorché concedermi tua moglie. Antonello — Oh! e te lo disse proprio cosí? Giuseppe — Proprio cosí, come ora lo dico a voi. Antonello — E tu che rispondesti? Giuseppe — Che potea rispondere? Prossimo ad essere felice, e temendo che tutto, anche il vol d'una mosca impedisse la mia felicità, fui timido, repressi lo sdegno, e risposi: O signore, ti pare ora questa di tenermi siffatti discorsi? Io sono un verme di terra, e tu grande e ricco: ne parleremo altra volta, ma ora la brigata mi aspetta. E cosí con una faccia da cadavere tornai tra gli amici, ed uscii dalla casa del Sindaco per condurmi alla mia. Il giorno appresso mi sentii pieno di felicità e di coraggio; e risoluto di mostrargli i denti, chiamato da Brunetti mi ricondussi da lui. Ieri tu scherzasti, gli dissi; non è possibile che tu buono, tu ricco, tu marito di bella signora napolitana voglia il mio disonore. Ah! io non possiedo un palmo di terra: unica mia dovizia è il letto maritale, e guai a chi lo tocca! Lo scellerato cangiò volto e tuono di voce, e rispose: Volli provarti, e scherzai. Giuseppe, mi piace che sii uomo onorato; ho stima di te, e se ti occorre nulla, le porte di mia casa non ti si chiuderanno mai. Sbarra — O ipocrita! Corina — O vile! Giuseppe — Sicuro di non essere insidiato ripresi i lavori dei campi; ma reduce una sera di sabato trovai Maria tutta cambiata. Lordo il viso, negletti i capelli, lacere, e vecchie le vesti. Oh! perché, mi disse, non posso divenire deforme? Io ti conterò tutto, Giuseppe; ma sii prudente: ho forza che basti a difendere il nostro onore. Brunetti m'insidia: i suoi guardiani mi seguono quando mi conduco alla fontana; ogni ora ricevo un messaggio; finanche due galantuomini, finanche due signore mi han parlato di Brunetti. Oh! io tremo tutta: e che uomo è costui, se le signore non arrossiscono di essergli mezzane? — Io mi vidi sopra un abisso, mi sentii spezzate le ginocchia, e fui vile. Non dovea di presente correre al Brunetti, e piantargli un pugnale sulla bocca dello stomaco? E nondimeno io corsi da lui, ma per buttarmegli ai piedi. Glieli abbracciai, glieli bagnai di lacrime, gli chiesi di rispettare il mio onore; perché io, vedete, amava mia moglie; e giú mi cadeano le braccia al pensiero di poterla perdere con arrischiare la vita, o la libertà. Antonello — Infelice! E non si commosse a commiserazione? Giuseppe — Si commosse a sdegno. Che diavolo, mi disse, sei venuto a contarmi? Tua moglie non mi è passata neppure per l'anticamera del cervello: sono gli oziosi che per pigliarsene spasso empiono ad entrambi voi di queste fole le orecchie. — Mi giovò credere di essermi ingannato ed uscii. — Uscito, entrai in una bettola, ed un guardiano di lui, che mi avea seguito senz'avvedermene, vi entrò assieme con me. Era colui un mio vecchio compagno di lavoro prima che stanco di maneggiare la zappa pigliasse il mestiero di guardiano. Non n'ebbi sospetto: mi offrí del vino, ed accettai. Mi lasciò a giocare con altri, ed uscí. Dopo un tratto, terminatosi il gioco, esco ancor io, e nel mettere il primo piede sulla via mi abbatto in un gendarme. — Che avete voi lí sotto? — Nulla. — Fatevi frugare. — Frugatemi. — Mi frugò nelle tasche, e ne cavò una pistola. Corina — Qualche cosa di simile avvenne pure a me. Anche uno di codesti malvagissimi, che col nome di guardiani tengon mano a tutte le nequizie dei nostri galantuomini, m'insinuò nelle tasche un pugnale; ma io me ne avvidi, e gli feci d'un pugno volare tre denti di bocca. Tu non te ne accorgesti, e fosti menato in prigione. Giuseppe — Sí, fui menato in prigione. Mia moglie che già portava nel seno il frutto dell'amor nostro, fu a vedermi. Cademmo l'uno in braccio dell'altro, e stemmo tutto quel giorno a piangere. Giuseppe, mi disse il carceriere, implora la protezione di Brunetti: è persona intesa, e tale che con un rigo di lettera spicca altrui dalla forca. Gli porsi ascolto, e mandai per Brunetti. Il tuo caso, mi disse, è disperato. Non solo ti trovi in colpa per quella maledetta pistola, ma sei pure, il che è peggio, attendibile.— Che vuol dire attendibile? — Vuol dire vivo-morto, vuol dire che la polizia ti numera i passi. — Ma che male ho io fatto? — Te lo dirò sotto suggello. Il giudice, ch'è mio amico, mi ha mostrato un ufficio dell'Intendente, nel quale si dice che tu sii un uomo del quindici marzo, di quelli insomma che allora tentarono di abbattere il legittimo governoiv. — Queste parole mi furono un fulmine: caddi a terra stracciandomi i capelli, e gridando: Sono innocente. — Lo so che sei innocente, ripigliò Brunetti, ma Dio solo ed io possiamo farti giustizia. — Fammela dunque, gli dissi, fammela questa giustizia, signore. Ei sorrise sotto sotto, e soggiunse: Per avere giustizia da me, occorrono due cose, o denaro, o... E disse una parolaccia, che vergogno di ripeterev. Antonello — O Bandiera, Bandiera! Voi venivate a darci la costituzione; ma qual pro ne avremmo cavato? Per guarire le piaghe di questa infelice Calabria si richiede ben altro. Si richiede un migliaio di forche per paese, si richiede che i nostri molini macinino tre mesi con ruote animate non dall'acqua, ma da sangue umano, si richiede che delle case dei prepotenti non resti neppure la cenere, si richiede che la mannaia cominci dall'Intendente, dal Procuratore del Re, e dal Sindaco, e finisca al portiere, all'usciere, al serviente comunale. Ah! se foste nati in questi luoghi, voi, fratelli Bandiera, sareste stati briganti. Giuseppe, continua: bisogna che le tue parole mi avvelenino l'anima di rabbia, perché io non mi vergogni di essere brigante. Giuseppe — Dopo dieci giorni fui tramutato nelle prigioni di Cosenza. Partendo dissi a mia moglie: Tu troverai un Brunetti in ogni avvocato; restati in casa, né mai ti cada in pensiero di venire a visitarmi colà. —Indi a pochi dí ebbi una sua lettera. Mi diceva: Badati! Alcuni tuoi compagni di prigione son pagati per ucciderti! — Oh qual divenne allora la mia vita! Di giorno, soffersi ingiurie e percosse, io che sentiva le dita diventarmi coltella; di notte non seppi mai che fosse sonno, io che sospettava di tutti, io che ad occhi chiusi avrei inteso camminare anche l'ombre, io che temeva, se mi fossi risentito, o di prolungare la mia prigionia, o di morire in rissa, senza potermi vendicare di Brunetti. Temeva di veleno, ed io fingendo di lavorare manichi di coltello comprava le ossa avanzate ai cani e disperse per la città. Le frangevo, le bollivo, e per tre mesi non ebbi altro cibo e bevanda. Tutti — Ah! Giuseppe — Quant'anni mi date voi? Sbarra — Quaranta. Giuseppe — Ne ho ventotto. Dopo tre mesi fui libero. Perché fui libero? Non lo so. Noi altri poveri siamo pecore: ci legano, ci sciolgono, ci chiudono, ci levano dall'ovile, senza dirci il perché. M'intesi l'ali a piedi; rividi le campagne, gli alberi da me piantati e fatti grandi durante la mia prigionia, le colline e 'l fiume del mio paese, e l'aspetto della luce e del cielo mi cangiò d'un tratto il cuore. Mi sentii buono, e rassegnato; obbliai Brunetti, e gli perdonai, e dissi: Mio Dio, il mondo è grande, ed io con mia moglie troverò altrove la pace, che nel mio paese ho perduto. Antonello — Giuseppe, porgimi la mano. Giuseppe — Sí, te la porgo, ed ho bisogno che tu me la stringa, e forte, perché io non cada, né perda la ragione. — Oh! al ripensarvi io vacillo, un velo di sangue mi benda gli occhi, e se mille vipere mi mordessero, io non morrei, perché ho piú veleno di mille vipere. Due giorni innanzi Maria mi avea renduto padre. Stanca dal parto, vinta dalla febbre era sola in casa, quando egli... spinge l'uscio... si appressa al letto, sveglia la giacente... (deh! comprimetemi la testa!)… e la disonora. Corina} — E non diede un grido? e le vicine non corsero Sbarra}— alle sue grida? Giuseppe — Siete di Calabria, e mi fate queste dimande? Nei nostri paeselli chi ha nemico un galantuomo ha nemico tutto il paese; perde amici e vicini; è un cane arrabbiato, da cui ognuno si scosta. Antonello — O Bandiera, Bandiera! se foste nati in questi luoghi, sareste stati briganti. Giuseppe — Infame fu l'offesa, piú infame l'insulto. Sapete voi la canzone che comincia: Mò che il cannello si è messo alla botte? E quella disonesta, ingiuriosa canzone i guardiani di lui le cantarono innanzi l'uscio. Al nuovo giorno tornò in sé: trovossi allato il figlio soffocato sotto le coltri, scese lentamente dal letto, pestò un vetro della finestra, e lo inghiottí. La sera di quel giorno io entrava in casa, volava al mio letto, e mi trovai tra due cadaveri. Corina — Chi oserebbe chiamar noi scellerati? Sbarra — Giuseppe, mi vuoi vendere la tua vendetta? Giuseppe — Mercé mille cure si riebbe. E quando poté aprir bocca, mi disse: Perché non mi hai trovato morta? Perché vuoi che io viva? Io non so come, avvenisse, miei buoni amici, ma mi sentivo una calma profonda nell'animo. Egli disonorò mia moglie, fu causa che morisse mio figlio, calpestò qual verme me uomo, me libero, me figlio dello stesso Dio? Buono! misura per misura. A vendicarmi pienamente mi risolvetti a divenire brigante. Ne parlai a lei, ed approvò; ma, Giuseppe, mi disse, uccidimi prima; senza me, tu sarai piú libero ed ardito; e poi unico bene che mi rimanga è la morte. — Fuggii da lei atterrito. Ella mi cerca tre giorni e tre notti... mi raggiunge qui dianzi, e rinnova pianti, e preghiere. La vidi debole, inferma, infelice; amore e pietà, rabbia di vendetta e gelosia mi travolsero l'intelletto, e la uccisi. Antonello — Giuseppe, questi pini che oggi intesero le tue sventure, domani all'ora stessa saranno testimoni della tua vendetta. Giuseppe — Lo giuri? Antonello — Lo giuro per la santa luce del Sole; lo giuro per quel Dio, c'ha creato il Sole. — Corina, Sbarra, cercatemi Don Peppe.
|
iii Brunetti, di cui si dicea che potesse spiccare i condannati dalla forca, era uno di quegl'importanti, che io già descrissi nel Bruzio, tanto frequenti sotto i Borboni. Ma in questo misero mondo i nomi si cangiano, la natura delle cose e degli uomini rimane la stessa. Degl'importanti dei tempi borbonici si è fatta al presente un'aumentata edizione; ché, attese le leggi e l'istituzioni nuove, i Sindaci ed i Deputati fan lecito ogni loro libito. Ne' paesi, c'hanno un deputato, il pretore è un cencio, giustizia non si trova, onestà non si conosce, i pubblici uffiziali sono zero. Ciò non avviene certo nelle grandi città, dove la presenza dell'alta magistratura, e la maggiore istruzione del popolo, o frena, o fa vergognare di se stessa l'audacia e la prepotenza; ma nei piccoli paesi di provincia, le cose vanno, com'ho detto. Vi sono eccezioni, lo so; ma quanto poche alla grandezza del male! iv Uomini del 15 marzo si dissero coloro, che al 1844, fecero in Cosenza contro il borbonico governo la celebre sommossa, che iniziò l'indipendenza e l'unità politica d'Italia. Promotore impavido ed ordinatore solerte di quell'eroica ed audacissima impresa fu il mio compianto amico Domenico Mauro, che nato in uno dei nostri paesi albanesi, si valse principalmente per operarla del braccio degli albanesi, ajutato in ciò dai fratelli Petrassa e Franzese da Cerzeto, e Mosciaro da S. Benedetto Ullano, e dal cosentino Francesco Salfi, ch'esercitava la professione di notaio in quest'ultimo paese. L'impresa fallí, il Salfi cadde nel conflitto, e degli altri, variamente e crudelmente condannati, la fama pietosa ed ammiratrice, che volò oltralpe, ed oltremare magnificata piú del vero dai giornali, persuase i fratelli Bandiera, ed i loro generosi compagni ad intraprendere ciò che da tutti è conosciuto. v La parolaccia, a cui ho sostituito quattro punti sospensivi, facilmente s'indovina dal lettore. In questo dramma io non ho inventato nulla; sono storico esatto, e la frase di Brunetti fu al 1865 (se non sbaglio) ripetuta da un Regio Pretore in Rende, Comune a poca distanza da Cosenza. Evidente progresso! |
Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText |
Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC IntraText® (V89) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License |