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Vincenzo Padula
Antonello capobrigante calabrese

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  • ATTO II
    • SCENA VII   La signora, poi Brunetti
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SCENA VII

 

La signora, poi Brunetti

 

Signora — Che monta che mio marito non m'ami? Non per questo ho il cuore vuoto. Anche amandomi lui, gli preferirei sempre mio figlio. Oh gioia! io ricamo l'anima sua con nobili pensieri, come ricamo questo velo con seta preziosa

Brunetti (Entra con pipa in bocca, e siede senza far motto. La Signora segue il ricamo senza levare gli occhi. Dopo un momento di silenzio:) Avevi i bachi, che stasera non volesti da cena?

Signora — Non sentivo appetito.

Brunetti — Eh! domani l'appetito te lo caccerò io in corpo. Non son sí gonzo che non capisca. Tu digiuni pei Bandiera; la frenesia delle signore Cosentine si è appiccata anche a te; ma se domani, come si dice, i Bandiera avranno la festa, farò tale banchetto, che ne giungerà l'odore alle auguste nari del nostro Sovrano Ferdinando II. E tu desinerai con me; e se neghi, mi sento sai? di denunciarti qual testa riscaldata. Oh che giorno sarà domani in Cosenza! Muoro di voglia di trovarmici.

Signora — Ah!

Brunetti — Ten duole, che sospiri? Io l'attacco a Dio, e a tutti i Santi, che non mi vollero nato in San Giovanni in Fiore. Se fossi io stato in quel paese, gli avrei presi io quei birbanti, né mi sarebbe mancata una pensione, ed una croce di cavaliere.

Signora — Dormi, o mio figlio. Le preghiere della tua genitrice hanno impedito a tuo padre di lasciarti un'insegna d'infamia, ed un'eredità di sangue.

Brunetti — Insegna d'infamia? Tu deliri, sciagurata. Insegna d'infamia, quando si serve il governo, il legittimo sovrano, e la società intera? Insegna d'infamia, quando si combattono ladri, che col pretesto di fondare la libertà, e l'unità di Italia venivano qui a rapire le mie pecore e le mie vacche?

Signora — Mi faresti ridere, se ne avessi io voglia. Le mie pecore, e le mie vacche! Eh! quegl'infelici aveano addosso tanti tesori da ricomprarti mille volte con tutte le pecore e le vacche. Ma tu non comprendi quel che dici.

Brunetti — E sempre la stessa canzone: Tu non comprendi quel che dici! Avrei dovuto sposarmi una villana e non te, ch'educata, come ti glorii, nei Miracoli mi hai pigliato troppa baldanza addosso. Sí, tu leggi, tu scrivi, tu suoni, tu balli, tu sai il tedesco, tu sai il francese; io sono un asino, un ciuco, una bestia, ma non ti sono marito? Or bene, con tutta la tua filosofia accendimi la pipa.

Signora — (Chiamando) Rosa!

Brunetti — Per Sant'Antonio, che tu, e non Rosa devi accendermi la pipa.

Signora — Rosa!

Brunetti — Rosa non verrà, perché tu sempre le hai raccomandato di evitarmi. Ma or tu la chiami, e vo' chiamarla anch'io. Rosina! Rosina! Lascia che venga, mia cara moglie, ti darò gusto: me l'abballotterò alla tua presenza, sai? me la farò sedere sulle ginocchia, e se contrasta, tu, tu stessa dovrai persuaderla a star salda.

Signora — (Riempie la pipa e gliela porge).

Brunetti — Ah! tu temi che io dica da senno, e vuoi abbonirmi? Grazie! ma la guardia che le fai è inutile. Nel mio elenco son notate 99 pecorelle smarrite, e a ridurre il numero a rotondità manca Rosa. Non fare occhiacci, anima mia. Son tuo marito, son tuo padrone: tu obbedienza e mosca. In casa di mio padre la moglie dev'essermi serva e mezzana; e se mi scappa sai? se sbombardo, dovrai dirmi: Buon pro' ti faccia! Signora salamona, ti gusta il partito? Se no... (accendi meglio la pipa)... fa a gusto tuo, ed io farò a gusto mio. Insomma Rosa deve appartenermi. Si è cresciuta dunque indarno in mia casa?

Signora — Quanto sei brutale!

Brunetti — (Dandole in viso una boccata di fumo, ed eccitandole la tosse) Ah! il mio fumo ti sveglia dunque l'isterismo? Buono. Pure io ho nervi, pure io soffro l'isterismo, e chi me l'eccita è appunto Rosina. Ah! se tu sei una filosofessa sensitiva, non è ragione ch'io sia un filosofo sensitivo? Ma vo' vedere se sia anche tale il nostro marmocchio.

Signora — O Brunetti, per amor del cielo, non svegliarlo in sussulto col puzzo di quel fumo. Non vedi che dorme?

Brunetti — L'ho da svegliare per educarlo, ed istruirlo. A me sa male vederlo succhiare da te massime perniciose. Tu me lo metti per male vie, signora moglie. All'età sua io era un santo diavolo; bestemmiavo come un militare, menavo le braccia a cerchio, a chi calci, a chi pugna. E mi son fatto temere fanciullo, e mi fo temere uomo. Invece, a quel tuo ninnolo di cera manca l'ingegno, il sentimento, la grazia. Del resto, non è figlio a me.

Signora — È vero; è nato da me sola.

Brunetti — Mi è simile forse? Ma ora che il suo visino è tenero lo rimpasterò sul mio modello. Ai cuccioli, stirandole, allungo le orecchie, e a quel cagnuolo battezzato torcerò or la bocca, ora il naso, ora il mento, e a poco a poco lo foggerò a mia similitudine. Sarà, vedi bene, una seconda edizione corretta e migliorata dall'autore. L'orso lecca il suo orsacchino, e lo conforma alla sua figura, ed io sono una specie di orso.

Signora — Crudele! tu lo batti per farmi dispetto.

Brunetti — Sí, per farti dispetto. Orsú dunque. Luigino!

Signora — Oh per amor del cielo non essere cosí spietato. Mettiti me sotto i piedi, ma non torcere un capello a quell'Angelo. Se mancò in nulla, hai tempo a batterlo domani.

Brunetti — Accetto... (accendimi la pipa)... accetto la condizione, e ciò ti provi che son piú docile di te. Però ti avverto di non assicurarti altra volta di disporre della tua cena. Vuoi onorarmi a desco? Sii la benvenuta; ma quando non ti presenti, ciò che ti tocca è mio, e piacemi darlo ai cani.

Signora — Parmi che i ciechi e gli storpi siano preferibili ai cani.

Brunetti — E con coteste massime vuoi allevare mio figlio? Bravo! Dio fa ciechi, sordi, paralitici, e poi ho da pensare io a correggere gli errori e le ingiustizie di lui?

Signora — Non bestemmiare. Dio ha creato quei poveri, perché, sapendo di far ricco te, volea darti occasione di beneficarli.

Brunetti — Quanto sei sciocca! Altro non sbolgetti che spropositi, e questi son tanti che le mille volte mi son provato a sommarli e l'operazione mi venne corta.

Signora — Signor Brunetti, potrò sommarteli io. (Sorge). Il mio primo sproposito fu di avere abbassato lo sguardo su tale, che vilmente nato, e vilmente cresciuto era venuto in fortuna con usure e rapine. Il secondo di avere creduto alle parole d'un miserabile, a cui piú dei miei occhi faceano gola i miei brillanti. Il terzo di essermi maritata ad un libertino, ed il quarto...

Brunetti — (Dandole sul viso) Fu di avere buscato uno schiaffo a furia di eruttare spropositi. Ti sa buono, eh? Pettegola del diavolo, la vuoi fare finita?

Signora — Tu che vedi la pazienza, e le lacrime d'una debole donna, Cielo, fammi giustizia.

 




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